Una riflessione sulle feste natalizie

È risaputo che recentemente l’Unione Europea ha proposto di sostituire l’augurio di “buon Natale” con quello di “buone feste”: questo per essere più inclusivi e rispettosi di ogni percorso di vita e credo religioso. Tale proposta è stata però subito ritirata a seguito delle dure reazioni dei partiti di destra e della chiesa cattolica, il cui Segretario di Stato Parolin ha affermato che non si possono dimenticare le radici cristiane su cui l’Europa si è andata costruendo.

Si cercherà dunque di argomentare che la proposta dell’Unione Europea era quanto mai appropriata e che, anche se ritirata, segna comunque un primo passo verso una prospettiva sempre più affrancata dal potere religioso e dai reazionismi contraddittori delle destre.

Si veda in primo luogo cosa significa “buone feste”. L’espressione è formata da un aggettivo, “buone”, e da un sostantivo, “feste”. Non si nega dunque che vi sia qualcosa per cui festeggiare ed essere felici e speranzosi, e che questo qualcosa sia “buono”, ovvero portatore di armonia e serenità. Semplicemente si prende atto che queste feste non corrispondono per tutti alla venuta di Gesù sulla terra. Ma non si nega che anche un ebreo o un islamico o un buddista possano trovare dei motivi di gaudio, che però non coincidono con quelli del cristianesimo. E naturalmente poi vi sono gli agnostici e gli atei, che vanno ovviamente rispettati nelle loro posizioni: per loro le feste possono essere gioiose poiché hanno più tempo da trascorrere con famiglia e figli, e per dedicarsi ai propri studi e interessi. Non si dimentichi inoltre che un ateo può avere un sistema di credenze morali estremamente ricco, sofisticato e stringente, poiché basato sulla sola ragione e sulla propria coscienza individuale, anche se non sui valori religiosi. Per questo motivo, non solo le religioni che non credono nella venuta del Cristo, ma anche chi non crede nell’esistenza di un mondo diverso da quello della materia, vanno rispettati.

Le critiche del Segretario Vaticano sono oltremodo fuori luogo e contraddittorie. Innanzitutto si vorrebbe ricordargli che ad esempio gli ortodossi festeggiano il Natale in una data diversa rispetto a quella dei cattolici. Ma gli ortodossi non sono pur sempre cristiani? Eppure augurare ad un ortodosso il “buon Natale” al 25 dicembre non ha per lui senso alcuno e può addirittura essere offensivo. Relativamente alle radici cristiane dell’Europa, il fatto di augurare “buone feste” non significa negare tali radici cristiane (infatti se per i cattolici le feste coincidono con il “Natale”, va benissimo, dove è il problema?), bensì prendere atto che, come già mostrato, non per tutti i motivi di festeggiamento coincidono con la celebrazione della venuta del Salvatore.

Relativamente alle critiche delle destre, si vorrebbe prendere atto che tali destre che difendono a spada tratta i valori cristiani, sono le prime a negare l’accoglienza degli immigrati e dei profughi, di fatto contraddicendo quello spirito di fraternità universale e solidarietà che dovrebbe contraddistinguere il cristianesimo.

In questa epoca storica così complessa e difficile, parrebbe opportuno riprendere quell’atteggiamento deista di matrice illuminista, per cui si parla della necessità per ogni essere umano di costruire un altare nel cuore. Ciò significa che quello che conta non è tanto il culto esteriore fatto di riti e formule spesso svuotati di significato perché recitati velocemente, distrattamente e per abitudine, bensì quello che vi è nel cuore umano, ovvero i sentimenti di solidarietà, fraternità e apertura verso tutti.

In conclusione, pare che la proposta dell’Unione Europea non sia affatto peregrina. È sotto gli occhi di tutti che ci stiamo avviando velocemente e progressivamente verso una società non solo laica, ma anche atea. Infatti, le giovani generazioni fanno sempre più fatica a credere in sistemi dogmatici e religiosi calati dall’alto per autorità sacerdotale. Piuttosto rivendicano il diritto ad esprimere liberamente le proprie emozioni, i propri pensieri e ragionamenti, il proprio orientamento sessuale, qualunque esso sia, senza futili preconcetti.

È dunque solo questione di tempo. Prima o poi, infatti, il “buon Natale” sarà sostituito con “buone feste” in maniera del tutto naturale e senza che nessuno si senta offeso, come si fa già nei paesi anglosassoni con il “Season’s greetings” al posto di “Merry Christmas”.

 

Francesco Breda

 

[Immagine tratta da Unsplash.com]

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Mawlid al-Nabi, Natale e Hannukkah: buone feste!

Quest’anno, una volta tanto, sono arrivate le feste senza che partisse la solita, noiosa polemica sui presepi a scuola, sulle feste comandate, sugli uffici pubblici chiusi. Una volta tanto, insomma, ci sono cose più importanti di cui discutere, e tra crisi di governo nostrane e attentati internazionali parrebbe proprio così.

Anche nella crisi, soprattutto nella crisi, il periodo delle festività invernali rappresenta però un’occasione unica e necessaria di rientrare in sé, di riscoprire la dimensione del sacer, di coltivare relazioni, di dedicare almeno per qualche giorno tempo ed energia ad una spiritualità che non sia quella del dio dell’efficienza, del guadagno e del consumo. Un’occasione anche, e pare paradossale in un momento di forte divisione e di muri resi ancora più alti da quanto accaduto a Berlino e Zurigo, di riscoprire unità e comunione con chi vive forme diverse di spiritualità, appartiene ad altre religioni, professa altri credo. Il mese di dicembre, infatti, raccoglie alcune tra le feste più sacre di un gran numero di religioni differenti, in primo luogo delle tre abramitiche.

Per la religione ebraica, dal 25 al 31 dicembre si festeggeranno i giorni dell’Hannukkah, la Festa delle Luci. La festività, pur se non tra le più importanti del calendario rabbinico, ricorda un momento di forte unità culturale e nazionale per il popolo d’Israele, la vittoria della rivolta guidata da Mattatia contro i Seleucidi, che avevano conquistato Gerusalemme ed avevano proibito il culto ebraico. In origine le luci cui si riferisce la festa erano quelle del nuovo altare consacrato nel Tempio a memoria della vittoria, un segno tangibile della reistituzione del culto rabbinico, ma con gli anni il simbolismo ha prevalso, si festeggia la vittoria della luce sulle tenebre accendendo candele, si coltivano le relazioni familiari, si fa festa con balli e canti tradizionali.

Per la maggior parte dei cristiani (gli ortodossi festeggeranno a gennaio), il 25 dicembre è ovviamente Natale, commemorazione del mistero centrale del cristianesimo, la nascita di Gesù a Betlemme che segna il momento in cui Dio si fa Uomo, l’infinito scende nel finito, l’eterno entra nel tempo. Sorvolando sul fatto che con ogni probabilità Cristo è nato in tutt’altro periodo dell’anno, il Natale è sempre stato un’occasione di riunione e di incontro, nelle comunità e nelle famiglie. Non troppo recentemente, la seconda festa più importante del cristianesimo dopo la Pasqua si è ridotta ad un lucrativo business fatto di luci e regali, il trionfo del consumismo che campeggia dove invece si ricorda la semplicità e l’umiltà di un Dio che si fa povero, senzatetto e profugo: un paradosso che è necessario superare per riscoprire il senso vero della festa.

Lo scorso 12 dicembre, infine, moltissimi musulmani hanno festeggiato il Mawlid al-Nabi, la memoria della nascita del Profeta Muhammad. Non per tutto l’islam il Mawlid al-Nabi, o i Mawlid in generale (ogni ricorrenza della nascita di grandi personalità, di solito santi), è considerato una festività, dato che per alcune scuole di pensiero come la salafita festeggiare una creatura, sia pure il Profeta, sarebbe una mancanza di rispetto verso il Creatore; la tradizione popolare ha però perlopiù avuto la meglio sui divieti teologici, e il Mawlid è occasione di grandi celebrazioni in molte parti del mondo, un segno di gratitudine verso l’uomo che seguendo la volontà di Dio ha unificato la Umma (la comunità dei credenti) e ha indicato la via per il Paradiso.

Tutte e tre le religioni abramitiche, nel celebrare la propria identità, durante le festività di dicembre richiamano all’unione, all’incontro, alla riscoperta non solo e non tanto di tradizioni, quanto di relazioni e momenti di comunione. Anche e soprattutto alla luce dei recenti fatti di cronaca, sarebbe opportuno ascoltarle, meglio se lontani dal delirio consumistico e fagocitante della logica dell’Occidente capitalistico.

Buone feste a tutti, quindi. Ma proprio a tutti.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine tratta da The Friday Times]

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