Master of None: il viaggio come scoperta di sé

Creata da Aziz Ansari e Alan Yang, Master of None è una serie televisiva firmata Netflix che racconta la storia di Dev, ragazzo indiano sulla trentina che fa l’attore, e della sua vita a New York. La serie non è il solito spaccato sulla società contemporanea, piuttosto mostra a tutti gli effetti uno dei mali atavici della nostra generazione: capaci di tutto, maestri di niente.
Dev è un Master of None, ma cerca di uscire dalla terra di mezzo in cui la sua condizione lo costringe. Alla fine della prima stagione decide di partire per dimenticare la sua ultima relazione fallimentare: prende il primo volo e va in Italia per apprendere i segreti della pasta.

«Quando Zarathustra ebbe trent’anni, lasciò il suo paese e il lago del suo paese e andò sui monti»1.

Spinto dalla forte esigenza di ricongiungersi con la propria soggettività, salpa. Si sposta dal luogo di origine scegliendo di portar con sé solo la sua più grande passione, si spoglia di tutto per assorbire il più possibile dalla nuova terra.
Diventa apprendista in un pastificio tradizionale, in cui riscopre l’autenticità della produzione manuale.

«C’è ancora un altro mondo da scoprire – e più d’uno! Alle navi, filosofi!»2.

Dev ha voglia di scoprire, imparare, e di domande ne ha. Anche troppe. Il problema è che non trova risposte, o non vuole ascoltarle. Come dice il claim della serie: “Lui è Dev: un uomo con tante domande e nessuna risposta”. Questo, però, non lo ferma. Anzi, è il motore del personaggio.

Nel primo episodio della seconda stagione gli rubano il cellulare. Lui va in giro per la città alla ricerca del colpevole. Il suo vagare, tra stereotipi e citazioni del cinema italiano in bianco e nero, si interrompe solo davanti alla realtà: scopre l’autore del furto, ma gli è impossibile ottenere giustizia. Dev ha compiuto un viaggio nel viaggio per tutta Modena e la sua ricerca non è stata vana: l’ha portato alla consapevolezza di sé e della sua solitudine.

Ma questo è solo l’inizio del viaggio di Dev.

Quando il suo migliore amico Arnold viene a trovarlo in Italia, parte di nuovo, con lui. Dev affronta un nuovo viaggio con il ruolo di “voce della coscienza” cercando di far entrare Arnold in contatto con il suo sé attraverso le nuove consapevolezze acquisite, mentre l’amico compie a sua volta un viaggio nei ricordi che lo mette a confronto con il suo Io passato.
La memoria lo trae in inganno e le sue illusioni amorose cedono.

Il viaggio, per Arnold, è una breve esperienza che lo riporta a New York e alla sua vita da single.
Anche Dev ripartirà presto, ma l’insaziabile viaggiatore non smette di scoprire: del viaggio fa parte anche il ritorno. Anzi, è il momento in cui lo spostamento trova un senso. Il suo rientro a New York è una scoperta nella scoperta, perché è tornato a casa arricchito dalle diversità con cui si è confrontato e che hanno dato un significato alla sua fuga dalla grande mela. Il viaggio in Italia gli ha dato nuovi occhi e questo gli permette di rivedere le precedenti abitudini newyorkesi e quelle acquisite in Italia in modo diverso. Ne rimane insoddisfatto.

«Ci vuole più coraggio e forza di carattere per fermarsi o addirittura per volgersi indietro che per andare avanti»3.

Il nostro umano, troppo umano vive un altro viaggio alla scoperta di se stesso nella sua città natale. L’Italia lo raggiunge anche oltre oceano, con l’arrivo di Francesca, la nipote della proprietaria del pastificio in cui ha lavorato.

Francesca nel “nuovo mondo” è finalmente libera dalle responsabilità che le pesavano nel suo paese, libera di capire cosa davvero vuole, libera, finalmente, di ricongiungersi con il proprio sé. Con Dev supera i confini che si era imposta. Insieme, vivono l’ebbrezza del perdersi e lo stupore di ritrovare con l’altro loro stessi.
Un nuovo viaggio, uno sguardo a New York dall’alto di un elicottero mette chiarezza nei loro sentimenti e trasforma la città nota in una nuova meta da esplorare.

«Conosci te stesso è tutta la scienza. Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l’uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell’uomo»4.

Se Arnold decide di tornare indietro e di sopire il suo desiderio di ricongiungersi con la donna che ha amato per una vita, rimanendo intrappolato nella realtà e nella negazione del ricordo, Francesca scopre a New York che ha rinunciato a se stessa per gli altri. Sarà capace di compiere il suo primo atto egoistico, scegliersi e reincontrare la propria soggettività?

E Dev sarà capace di costruire una vera relazione con Francesca, prendere delle decisioni e mettere in atto ciò che ha imparato dai numerosi viaggi fuori e dentro di sé, superando così la sua condizione di inettitudine, se pur con slancio superomistico?

«Per essere felici, quanto poco basta per essere felici!»5.

Probabilmente, progettare un nuovo viaggio.

 

Martina Crapanzano

Martina ama camminare, ma non ha una meta. Piano piano dalla Sicilia, terra in cui è nata, ha raggiunto Roma. Ha vissuto tre anni della sua vita tra metropolitana e università, ma ha ricominciato a camminare per dirigersi a Torino. Lì, tra una storia e un sorso di tè, ha viaggiato sull’autobus, perdendosi nei suoi sogni. Così è partita ancora: è andata a Treviso, dove nel weekend compie interminabili camminate lungo il Sile. Non sa ancora se si fermerà qui, ma adesso sa che può lasciar tutto e partire ancora. Camminando.
Scrive per Nuok da dicembre 2015, potendo unire le sue più grandi passioni: la scrittura e il viaggio.

 

NOTE:
1 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Incipit;
2 F.W.Nietzsche, La Gaia scienza, aforisma 289;
3 F.W.Nietzsche, La volontà di Potenza, aforisma 80a;
4 F.W.Nietzsche, Aurora, aforisma 48.
5 F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Mezzogiorno.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Alla scoperta di me

Avevo 14 anni quando, varcando le porte il primo giorno di liceo, mi prefissai degli obiettivi promettendo a me stessa di non mancarli, mai, qualsiasi sarebbe stato il costo dei sacrifici necessari per giungervi.

Non mi sono mai fermata, nemmeno un secondo, neanche un attimo, un Natale o un Capodanno… neanche il giorno della laurea il cervello ha fatto pit stop; non era necessario.
Non ho goduto nessun momento degli ultimi dieci anni, troppo proiettata verso il domani, troppo concentrata sulla corsa che, estenuantemente, mi stava conducendo a tagliare il mio traguardo.

E le stagioni mi sono scivolate tra le mani, tempo non vissuto che, come sabbia, passa tra le dita lasciando solo alcuni granelli a ricordare ciò che è stato perso nell’impossibilità di riaverlo.

Così, persa nei meandri di un piano strutturato verticalmente e rigidamente costruito anno dopo anno, mi sono fermata, bloccata dalle mie pretese verso me stessa per il raggiungimento di uno stato di perfezione totale, e mi sono
scoperta spaesata; realizzata certo, ma spaesata.
Abitante di una città da me fondata della quale non mi sento cittadina.

Ho camminato per giorni, viaggiatrice di me stessa, bramosa di entrarne a far parte fino a quando, satura, stanca, mi sedetti sulla cima della torre dell’orologio… e mentre le lancette scandivano incessanti minuti di un’alba
nuova, inclinando la testa per scorgere l’orizzonte, ho visto arrivare verso di me tutti quei macigni e fardelli che, durante la mia corsa, avevo scansato, evitato, saltato e ignorato. Mi hanno raggiunta, e io sono totalmente impreparata ad affrontare i resti di una montagna che credevo crollata alle mie spalle…

Mi sono chiesta più e più volte i perché intrinseci di tutto ciò: del mio non fermarmi mai, della mia determinazione che non prevede limiti.
Determinata fino al limite della sconsideratezza.
Determinata a raggiungere la perfezione.
Determinata ad essere, non ad apparire.

La determinazione mi ha spinta verso un desiderio profondo, quasi subdolo e ingannevole, di voler primeggiare, con il solo scopo di non sentirmi sbagliata.

Solo oggi ne prendo coscienza, mentre, con le mani tremanti e gli occhi carichi di lacrime, sollevo macigno dopo macigno, leggendo attentamente tutte le domande incise sopra, domande a cui credevo di poter non dare risposta, a cui ora DEVO dare risposta.

E la piccola me non crede di essere pronta ad ascoltare se stessa, spaventata dall’incessante ricerca di scrivere finalmente la conclusione a quel lungo libro che è stata la mia vita PRIMA, in attesa trepidante di vedere cosa ci sarà dopo.

Nicole Della Pietà

[Immagine tratta da Google Immagini]