Je suis Charlie, moi non plus

Il terremoto che ha colpito il centro Italia i giorni scorsi non ha mancato di attirare gli usuali sciacalli mediatici, e non si è certo tirata indietro la controversa rivista francese Charlie Hebdo, fino a poco fa considerata da molti italiani il simbolo della libertà di pensiero e di espressione. Stavolta, però, la reazione al disegno firmato Felix è stato di indignazione quasi unanime e, salvo una schiera di strenui difensori che insiste a leggere nella vignetta una “fine satira sociale e politica” penalizzata da “giochi di parole intraducibili dal francese”, i corpi di morti e feriti trattati con la solita, dissacrante ironia ha provocato stavolta un’alzata di scudi generale, anche a livello istituzionale.

Curioso, visto e considerato come anche la vignetta che ironizzava sull’attacco al Bataclan o quella sulla strage di Nizza erano state accolte come esempi di “autoironia”. Il pubblico sdegno, che non si era scomodato neanche per i vergognosi disegni sul piccolo Aylan Kurdi, interviene solo quando nel bersaglio dei vignettisti finisce in prima persona chi legge. Forse, finalmente, si è in grado di capire oggi quali sentimenti suscitino normalmente i disegni “satirici” della rivista francese, gli stessi che avevano fatto commentare perfino a Papa Francesco: «Se il dottor Gasbarri, che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, gli aspetta un pugno [sic]. È normale».

Anche il regista premio Oscar Hayao Miyazaki, non certo un leader religioso, aveva dichiarato che a suo avviso la satira dovrebbe occuparsi di politica, possibilmente la propria, mentre quella a danno di credenze e culture altrui non ha ragione di esistere; la redazione rispose con un raffinatissimo «Cabu, qui détestait le manga, et qui a passé sa vie à caricaturer les hommes politiques, te dit merde!».

Sia Bergoglio che Miyazaki hanno messo in luce quella che è la pietra della discordia delle polemiche di ieri e di oggi (e che si traducono sempre e comunque in pubblicità per il giornale), un dibattito intorno alla definizione stessa di “satira”. Basta che una cosa sia scioccante per essere considerata satira, come molti hanno sostenuto in questi giorni? Allora Charlie Hebdo è un campione del genere, così come lo sono di diritto anche gli snuff movie o i reality sugli incidenti stradali. La satira deve veicolare un messaggio, farsi portavoce di una critica mirata a un dato sistema ideologico o sociopolitico? Ecco allora che le opinioni divergono.

Una vignetta su Benedetto XVI o Papa Francesco che mette in ridicolo parole o atteggiamenti può essere satirica, una che raffigura la Trinità impegnata in sesso di gruppo no; un disegno che mette in ridicolo al-Baghdadi può essere satirico, uno che ritrae il Profeta Muhammad in posa per un servizio fotografico porno no. Esiste un confine neanche troppo sottile tra il deridere una persona per le sue convinzioni e ridicolizzare le convinzioni stesse. Nel caso delle religioni, poi, il discorso si fa ancora più delicato, perché si va a toccare una sfera estremamente intima della vita personale; una fede non è un’ideologia politica, una regola di condotta morale, un sistema di credenze: rientra piuttosto nella categoria delle relazioni personali, nel caso specifico una relazione tra il credente e Dio. Il paragone usato da Bergoglio nel 2015 tocca precisamente il cuore della questione: si può parlare ancora di satira quando non si cerca di criticare o correggere, ma semplicemente di indignare, offendere, scioccare, senza alcun riguardo per la sensibilità altrui e senza curarsi minimamente di ciò che per altri è il sacer?

Se la risposta è negativa, allora non è possibile non indignarsi per ogni singola provocazione da parte di Charlie Hebdo e colleghi, ma piuttosto che fornire pubblicità gratuita con dibattiti infiniti, sarebbe bene seppellire la fonte del malcontento sotto una coltre di indifferente silenzio. Se la risposta invece è positiva, e la libertà non deve avere come limite neanche quella altrui, allora si lasci passare tutto: l’idea di rispetto della vita umana rimanda direttamente al sacro, ed eliminato questo, è solo ipocrisia indignarsi per uno sbeffeggiamento di troppo alle vittime di qualsivoglia tragedia.

Giacomo Mininni

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I fodsporene på Judas – Sulle tracce di Giuda

La figura di Ιούδας ο Ισκαριώτης è – da sempre – al centro di notevole interesse da parte della filosofia della religione. La storia di questo discepolo è presto narrata: scelto da Gesù durante il suo primo anno di pubblica predicazione come Apostolo, divenne tesoriere dei Dodici e di lui non si sa molto altro, tranne che rimproverò la peccatrice per aver cosparso di nardo i piedi del Cristo, e tradì il Messia per trenta denari, salvo poi pentirsi e impiccarsi. Benché la sua umana vicenda sia di evidente semplicità, la sua figura in abstracto considerata è, ed è stata, filosoficamente controversa.

Ora, Gesù era conscio del suo destino, e sapeva chi lo avrebbe consegnato ai Giudei; leggiamo, infatti, che Cristo, accostatosi a Giuda durante l’Ultima Cena, dice: “Quello che devi fare, fallo al più presto!”[1].  E Giuda fece esattamente ciò che Cristo si aspettava da lui.

Da questo gioco di reciproco intreccio tra prescienza messianica e azione di Giuda, sorgono alcuni problemi:

  • se Giuda era predestinato a tradire Cristo, egli non fu libero (non ebbe liberum arbitrium indifferentiæ) di non compiere questo atto.
  • Sta scritto che Giuda tradì sotto l’impulso di Satana; ma, dato che la morte di Cristo salvò il mondo, e tale morte fu provocata dal tradimento, allora il vero salvatore è Satana, che poi si autodistrusse nella morte di Gesù.
  • Se Giuda fu dannato dopo il tradimento, e soffre in eterno, egli soffre molto più di Cristo, che patì solo nelle ore della Passione, ed è dunque lui quell’Agnus Dei qui tollis peccata mundi attraverso il suo dolore.
  • Se il tradimento di Giuda ebbe come conseguenza la Nuova Alleanza, stipulata da Cristo, tra Dio e gli uomini, allora egli dovrebbe stare in paradiso.

Una risposta alle quattro problematiche può giungere tenendo conto di un testo fondamentale per il pensiero religioso occidentale, che ci ha mostrato come, per necessità divina, una data facoltà (o struttura) umana possa essere teleologicamente (finalisticamente) sospesa per compiacere un più alto disegno. Questo testo è Frygt og Bæven di Kierkegaard.

Lì, il maestro di Copenaghen, parlandoci di Abramo, mostra come il Patriarca, nel sacrificare Isacco, non fu mai assassino, perché la morale era stata sospesa per far spazio al disegno divino. Alla luce di questa ipotesi, possiamo affermare che per Giuda valse la medesima sospensione teleologica per il libero arbitrio.

Di conseguenza:

  • Giuda doveva tradire Cristo, perché questa era volontà di Dio. Perché egli sopperisse al suo dovere fu sospeso (non soppresso!) il libero arbitrio, che gli fu riconsegnato nel momento del bacio: allora egli tornò a esser uomo, perché ridivenne libero.
  • Non fu Satana a entrare in Giuda e spingerlo al tradimento; se leggiamo ciò nei Vangeli, è perché gli Evangelisti non poterono comprendere il principio della teleologia; fu il Signore a muovere Giuda, perché solo così si spiega la sospensione della libertà.
  • La sofferenza di Cristo durante la Passione fu umana e In quanto umana, fu limitata nel tempo ma, in quanto divina, fu consegnata all’eternità, perché solo se le piaghe del Messia sono eterne, allora l’uomo è eternamente guarito dal peccato. La sofferenza di Cristo in paradiso è, dunque, molto più grande di quella di Giuda all’inferno.
  • Teologicamente, Giuda è un dannato. Bisogna, ora, provarlo filosoficamente.

Per farlo, occorre capire che Giuda fu dannato non per il tradimento, del quale non era imputabile (il peccato è tale solo se commesso liberamente), ma per la disperazione che lo portò al suicidio.

Fu nel momento della disperazione che Giuda si dannò; credendosi colpevole del tradimento (non aveva le capacità – al pari degli Evangelisti – per comprendere la sua non-reità) disperò del perdono di Cristo (che indubitabilmente sarebbe giunto) e, ammazzandosi, si fece esempio modo ponendo della non verità del messaggio messianico, compiendo sia peccato contro il Figlio, che contro lo Spirito Santo.

Giuda non aveva scelta nel tradire, ma ce l’aveva nel reagire e nell’accettare il perdono. Contraltare di Giuda è dunque Pietro: forse che Pietro non tradì tre volte Cristo prima che il gallo cantasse?

Eppure Gesù ebbe misericordia di lui: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Pasci le mie pecorelle![2]. Anche il rinnegamento di Pietro fu previsto da Cristo e, anche nel suo caso, vi fu sospensione della libertà: egli non poté non rinnegare Gesù davanti ai servi del Sommo Sacerdote, ma, appena il gallo cantò, il libero arbitrio gli fu restituito, ed egli non disperò del perdono del Maestro, e lo ottenne.

Il vero inferno, dunque, è già qui in terra, e si chiama disperazione.

Giuda lo prova.

David Casagrande

NOTE

[1] Gv 13, 27.

[2] Gv 21, 19.

Fede nella realtà

Cos’è che ogni mattina ci fa svegliare e alzare dal nostro letto? Cos’è che ci manda avanti, giorno dopo giorno, in questo mondo da noi tanto criticato e tanto malvissuto? Interrompete per un attimo le quotidiane critiche e lamentele nei confronti di quanto v’è offerto e che sta tutto attorno a voi. Vi pongo questo invito per farvi comprendere quanto sia assordante la chiacchiera ininterrotta che si viene a creare con le vostre voci, fatte di ‘perché’ che stanno ovunque. “Perché perché perché perché perché… Ho l’impressione che sulla terra sprechiate troppo tempo a chiedervi troppi perché. D’inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate. D’estate avete paura che torni l’inverno. Per questo non vi stancate mai di rincorrere il posto dove non siete: dove è sempre estate.”

I vostri sono gli stessi ‘perché’ che cita Novecento, protagonista del film La leggenda del pianista sull’oceano, ovverosia un continuo ciclo di insoddisfazione, di inadeguatezza che spinge l’uomo a domandare senza tregua, a porsi sia fisicamente sia mentalmente in uno stato di moto. Non v’è l’ombra di alcuna possibile quiete in tutto ciò, come non v’è nemmeno il senso di questo nostro movimento nel caso in cui ci soffermassimo a riflettere su di esso. Infatti, posti in tal modo non riusciremmo a rispondere alle mie domande all’inizio del testo, o meglio, il tutto si risolverebbe in un lungo silenzio imbarazzante, ove una risposta vorrebbe poter essere in grado di uscire dalle nostre bocche. Ci ritroveremmo davanti a qualcosa di immenso ed incomprensibile come sa essere il mondo, la realtà che ci circonda. Si tratta di una realtà che non è affatto promettente, non segue forzatamente una logica o una regola che la bilanci tra bene e male, giusto e sbagliato, consegnandoci ad un’esistenza di giudizio e classificazione. Noi lo vorremmo, forse ne siamo anche convinti, ma è un errore fatale che ci fa attendere quel bene che cerchiamo e al quale tendiamo, ma vediamo le cose da una prospettiva offuscata e inadatta. Ebbene siamo così costantemente in movimento tra le nostre indecisioni e insoddisfazioni, tanto da ricadere in una immobilità verso quello che è il nostro fine, credendo questo nostro attendere la quiete del bene che dobbiamo raggiungere, o che comunque raggiungerà noi. Capovolgendo, dunque, la nostra condizione arriviamo alla risposta data dall’affermazione di Cesare Pavese “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”.

Questa realtà non ci ha difatti promesso nulla, non ci è stato assicurato niente ma noi lo attendiamo lo stesso, rendendoci ciechi di fronte alla vita e alla realtà stessa. Si, alla realtà poiché essa non richiede una fiducia a priori, bensì un atteggiamento di fede che si sviluppi attimo dopo attimo, andando a formare quella che è la nostra via. È il presente che permette la formazione del futuro, un qui ed ora che va a determinare secondo la nostra volontà quello che sarà il nostro avvenire. La meta che scorgeremo non sarà da interpretare come un qualcosa a noi dovuto, qualcosa di predestinato, facente parte di un disegno per noi, bensì il risultato delle nostre azioni, del nostro esserci resi attivi nei confronti della vita. L’attesa, difatti, ci avrebbe consegnato ad un’infinita passività, una speranza teleologica irrealizzabile, proprio perché priva del suo elemento motore, priva di noi come soggetto. È qui che si vede la possibilità che rappresentiamo, il nostro essere soggetti infiniti che danno consequenzialmente l’oggetto e il mondo circostante, un mondo nostro che dobbiamo imparare a vedere e prendercene cura. Un mondo che sarà secondo la nostra visione e in cui dovremo porre la nostra fede, perché vissuto attivamente da noi e solo da noi, rendendolo sempre costantemente la nostra potenza più grande e bella.

Cos’è che mi fa alzare ogni giorno, dunque? Ebbene si tratta della fede che ho nella realtà, ovverosia una realtà che viene vissuta da me e che avrà da offrirmi nient’altro che il risultato di quanto da me fatto o detto. Sarà una realtà mia e di cui mai mi pentirò, anche dopo aver scelto tante vie sbagliate e dolorose, ma che mi porteranno comunque al bene che cerco, e chissà che esso alla fine non risulti essere qualcosa che ho sempre avuto davanti ma che non ho mai voluto veramente vedere.

Alvise Gasparini

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Tommaso d’Acquino: “Credo per capire, capisco per credere”

Tommaso d’Aquino (1225-1274) fu l’esponente principale della filosofia Scolastica medievale. La questione più affrontata era quella del rapporto tra fede e ragione. Il pensatore più influente del Medioevo, Agostino (354-430), aveva sostenuto che ragione e fede non potessero che essere inseparabili: “credo per capire, capisco per credere”. Lo studioso spagnolo musulmano Averroè (1126-1198) aveva invece reintrodotto nell’occidente cristiano il pensiero del filosofo greco pagano Aristotele, ed era giunto ad una conciliazione tra religione e filosofia. Egli sosteneva le due discipline perseguissero due strade diverse per raggiungere un stessa verità: la fede conduceva ad una verità religiosa indimostrabile ma non richiedeva difficoltà per capirla, mentre la ragione conduceva ad una realtà filosofica appannaggio dei pochi intellettuali in grado di capirla. Tuttavia le due verità infine coincidevano.

Tommaso d’Aquino fu erede del pensiero agostiniano come di quello averroista e della filosofia greca classica. Nell’affrontare il problema di ragione e fede, Tommaso elaborò una visione originale rispetto a quella di Averroè. Per San Tommaso, la fede cristiana conduceva ad una verità superiore a quella della ragione, ma la ragione non poteva essere in contrasto con la verità. In altre parole, ragione e fede possono proseguire di pari passo. Solo quando ragione e filosofia si mostrano inefficienti è il momento di cedere il passo alle sole fede e teologia. Tommaso opera in sostanza una rivalutazione della ragione e della filosofia, di cui la teologia era l’esempio più importante per via dei contenuti divini affrontati.

Il pensiero di Tommaso, il tomismo, fu centrale in tutti i secoli dominati dalla filosofia scolastica, al punto che fu proclamato santo già nel 1323. A partire dalla metà del Trecento, e ancor più man mano che veniva meno l’unità della Cristianità, gli ultimi uomini medievali mostrarono sempre più sfiducia verso la possibilità di unire fede e ragione, e il pensiero dell’Aquinate fu spesso trascurato. Con l’età moderna e la riforma protestante assisteremo invece ad un Martin Lutero che condannava le tesi tomistiche e ad una Chiesa cattolica che lo proclamò dottore della Chiesa nel 1567. La fine dell’evo moderno e l’avvento della contemporaneità videro cessare l’odio tra protestanti e cattolici e lo sviluppo del pensiero scientifico e dell’inchiesta razionale. Con essi rinacque un interesse per il pensiero tomistico che perdura tutt’oggi, nel pensiero scientifico come in quello più ortodosso.

San Tommaso ebbe anche il privilegio di essere annoverato da Dante Alighieri tra gli spiriti sapienti nel quarto cerchio del Paradiso. Tutta la struttura dottrinale della Divina Commedia poggia infatti sul pensiero dell’Aquinate.

Umberto Mistruzzi

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La Storia come una linea

Tra le caratteristiche più evidenti del pensiero occidentale vi è la tendenza a concepire la Storia come una linea retta, una freccia diretta verso lo sviluppo o verso la decadenza. Nell’Ottocento i popoli giudicati inferiori venivano chiamati “senza storia”. Oggi invece si discute se il progresso, che sia tecnologico, economico o sociale, possa continuare all’infinito o sia destinato prima o poi a calare. È un’idea derivata dalla Bibbia, ma la grande diffusione di questa idea è dovuta in gran parte ad una figura il cui pensiero ha influenzato profondamente il pensiero occidentale, e non solo nell’ambito religioso.

Stiamo parlando di Sant’Agostino, nato nel 354 a Tagaste, nell’odierna Algeria, e morto nella vicina Ippona nel 430. Vescovo d’Ippona, Aurelio Agostino fu il maggiore tra i padri della Chiesa e l’ultimo grande scrittore dell’antichità latina: a lui seguiranno poche grandi figure, si pensi a Boezio, prima di un lungo periodo d’inerzia culturale che durerà sino alla metà del Medioevo, con la nascita della filosofia Scolastica.

Qui ci occuperemo di Agostino solo di un aspetto tra i tanti: come, in un’epoca densa di avvenimenti storici, egli scrisse il libro che influenzò in maniera decisiva la concezione occidentale della Storia.

Il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti aveva avuto un’eco sconvolgente: era da ottocento anni che l’Urbe non veniva saccheggiata, e la disperazione dilagò tra i cittadini dell’impero. I pagani videro nel disastro la naturale conseguenza dell’adesione al cristianesimo a scapito di quella religione tradizionale che aveva reso grande l’impero. È per rispondere a queste accuse che Agostino iniziò a scrivere la sua fatica maggiore: La città di Dio. Nell’opera la Storia è divisa in sei ere: l’ultima, quella in cui viviamo, va dalla venuta di Cristo fino al suo ritorno ed alla fine del mondo. È una visione derivata dalla Bibbia e quindi sul popolo d’Israele. Roma vi appare solo come una Babilonia d’Occidente: da un lato strumento della

Provvidenza per costruire un impero che riunisse le genti, dall’altro una città empia e pagana funestata più volte dalla collera di Dio prima che si diffondesse il cristianesimo. Questo però è forse l’aspetto meno interessante de La città di Dio, la cui importanza va ben oltre la semplice apologia.

Agostino infatti era un pensatore con una sensibilità unica per l’epoca verso l’introspezione: a ciò è dovuta la fortuna del suo primo capolavoro, le Confessioni, che qui dovremo trascurare. Ne La città di Dio invece Agostino inizia trattando l’animo dell’uomo singolo e da lì giunge a parlare di tutti gli uomini. Così come l’individuo singolo deve decidere se vivere secondo la carne o secondo lo spirito, così la storia dell’umanità è una lotta tra la città terrena, regno del diavolo, e la città celeste, regno di Dio. Sia la vita dell’uomo sia la storia di tutti gli uomini sono un’eterna lotta tra l’amore per se stessi e l’amore per Dio, tra il desiderio di sottomettere gli altri e la volontà di sottomettersi a Dio. All’inizio vi è solo il mondo terreno, che in quanto tale è malvagio: in seguito l’uomo può redimersi dal peccato e l’umanità può conoscere la parola di Dio, accedendo così al mondo celeste. Nessuna delle due città ha mai la supremazia sull’altra, e così sarà fino all’apocalisse, quando Dio giudicherà i beati ed i peccatori ed il regno divino sarà compiuto.

Le due città di cui parla Agostino sono da intendersi in senso mistico, ma molti lettori interpretarono la dottrina delle due città identificando i doveri dei principi della Terra (che fino alla rivoluzione francese regneranno sempre “per grazia di Dio”) come doveri verso l’Altissimo: da qui la necessità per l’uomo d’imitare il regno di Dio. Nell’alto medioevo quest’aspirazione al regno celeste era un incentivo alla vita monastica ed al rifiuto del mondo terreno. Nel IX secolo il progetto imperiale di Carlo Magno, poi rivelatosi effimero, sarà salutato come un primo passo per la creazione del regno di Dio in Terra. Lo stesso accadrà un secolo dopo con gli imperatori Ottoniani. Si rifaceva ad Agostino anche chi, al contrario, vedeva il potere imperiale come una minaccia all’autorità papale: costoro vedevano lo Stato dei re come la città terrena del peccato e la Chiesa come la città celeste di Dio. È bene ricordare che la mentalità medievale salutava con sospetto ogni novità, e che le aspirazioni dei Sacri Romani Imperatori erano bene accolte solo in quanto ricostruzione dell’impero di Roma antica. Ogni cambiamento ammissibile era quello che si rifaceva al passato: la linea della storia era una linea discendente, una decadenza dal paradiso terrestre al giorno del giudizio.

Come già accennato, è proprio la concezione lineare della storia la grande novità introdotta ne La città di Dio. Agostino per primo elaborò compiutamente la visione cristiana del mondo: la Storia era concepita come una linea, opponendosi ai filosofi Greci per cui la storia è un circolo in cui l’accadere umano e naturale si ripetono periodicamente. Per Agostino c’è un’unica Storia di tutta l’umanità, una linea dotata di direzione, significato e scopo subordinata ad un disegno divino complessivo.

L’idea di una Storia lineare, con la Provvidenza come motore e principio unificatore, divenne predominante in tutto il mondo cristiano. Anche in ambito laico, senza implicare la presenza di Dio, ogni visione lineare della storia è ancora oggi in qualche modo debitrice delle idee di Agostino. Il pensiero moderno ereditò anch’esso questa visione: si pensi ai grandi filosofi che elaborarono grandi sistemi in cui lo Spirito, le Nazioni o le Classi fungono da principi unificatori di una Storia che punta verso una direzione precisa.

Con Sant’Agostino il pensiero cristiano giunse alla maturità. Negli ultimi anni di vita, Agostino fu impegnato nel dirimere la controversia con gli eretici ariani e a tentare di placare la rivolta del conte Bonifacio contro l’imperatrice Galla Placidia, per risparmiare ulteriori sofferenze alla gente d’Africa. Quando Bonifacio si riconciliò con l’imperatrice e si trasferì in Italia (dove la guerra civile riprese poco dopo), lasciò in Africa i Vandali che aveva chiamato in suo aiuto dalla Spagna. I Vandali ne approfittarono per conquistare l’intera provincia d’Africa e creare un loro regno, e Agostino morirà di malattia durante l’assedio d’Ippona.

I pochi filosofi cristiani che seguirono nei secoli successivi saranno grandi debitori del pensiero agostiniano. Con la ripresa del fervore culturale il pensiero di Agostino non avrà più la centralità che aveva avuto in passato, ma non cessò mai d’influenzare la teologia come la filosofia laica almeno fino all’Ottocento.

Bibliografia:

Protagonisti e testi della filosofia, N. Abbagnano, S. Fornero. Paravia, 2000
Monaci e popolo nell’Europa Medievale, L. Milis. Einaudi, 2003

Umberto Mistruzzi

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La nascita del Cristianesimo e la filosofia: novità e continuità con la tradizione antica

I primi secoli del Cristianesimo videro la progressiva diffusione di questa religione nei territori dell’Impero Romano. In quest’epoca Roma aveva già fatto proprio il pensiero dell’ellenismo greco, fiorito in quell’Oriente in cui s’incontravano dottrine così diverse come la filosofia classica, lo gnosticismo, l’ebraismo e, attraverso la Persia, echi del mazdeismo e della cultura buddista. La Parola di Cristo si presentò da subito come un ampliamento della tradizione ebraica, aperto a chiunque e non solo al popolo eletto. Tuttavia c’era da affrontare l’obbligatorio confronto con l’enorme tradizione della cultura classica pagana.

Il credo cristiano è basato sull’accettazione di una rivelazione, una verità superiore che viene assunta per fede. Questa rivelazione ha valore in quanto tale, poiché è testimonianza di Dio. Una filosofia intesa come ricerca di verità non sembra dunque accordarsi con il pensiero cristiano.

I dottori cristiani però non rifiutarono all’unanimità la filosofia classica. Essi avevano altri compiti oltre diffondere il Verbo. Era necessario carpire il significato più intimo della verità rivelata ed il metodo per avvicinarsi il più possibile ad essa. Inoltre bisognava decidere se inserire il pensiero cristiano nel solco della tradizione antica o presentarsi come elemento di novità assoluta. Intanto bisognava difendersi nel continuo dibattito contro le altre dottrine, il tutto mentre si susseguivano sanguinose persecuzioni. In seguito, a partire dal terzo secolo, i padri della Chiesa dovettero formulare una dottrina salda e coerente da contrapporre alle numerose eresie che minavano l’unità della comunità religiosa.

In tutte queste missioni, lo strumento prediletto non poté che essere la filosofia.

La filosofia cristiana dei primi secoli è detta Patristica; i suoi esponenti di spicco, quando non sono stati condannati come eresiarchi, sono venerati come Padri della Chiesa. Nei primi tre secoli dell’era volgare, i pensatori cristiani furono occupati in continui dibattiti con i sapienti pagani, giudei e gnostici. In questo dialogo, l’approccio alla filosofia fu essenziale.

Fu soprattutto nell’Oriente greco che i Padri ricorsero alla filosofia classica per interpretare il Vangelo, sforzandosi d’interpretare il pensiero pagano come un’anticipazione della rivelazione cristiana. Apologisti come Giustino Martire (100-163/168) sostennero che la dottrina cristiana completava gli insegnamenti del Vecchio Testamento ed era una vera e propria filosofia, l’unica sicura ed utile e la sola alla quale la ragione deve giungere. Il tentativo di presentarsi come eredi della filosofia pagana si palesava anche nella visione per cui gli antichi più virtuosi erano stati dei cristiani ante litteram. Sapienti come Socrate e profeti come Abramo avevano dunque intuito parte della verità, ma senza la Parola di Cristo non l’avevano potuta conoscere appieno.

Nell’Occidente latino invece la questione filosofica è inizialmente meno sentita. Non a caso uno degli scrittori cristiani di spicco è proprio Quinto Settimio Florente Tertulliano (155/160-230/240), che si preoccupò di sostenere l’originalità del messaggio cristiano rispetto al pensiero pagano e di esaltare la natura spontanea e immediata della fede a scapito della speculazione filosofica. La tradizione ecclesiastica è per Tertulliano l’unica base della verità: le filosofie e la ricerca personale, anche se alimentate dalla fede, non possono che condurre all’eresia. Abilissimo scrittore e personaggio inquieto e polemico, Tertulliano aderì progressivamente ad un rigorismo sessuofobo e misogino, quindi abbracciò la setta dei Montanisti, condannata come eretica, e fondò infine egli stesso la setta dei Tertullianisti, motivo per cui non viene annoverato nell’elenco dei Padri.

Dal terzo secolo alla dissoluzione dell’Impero d’Occidente nel 476, l’impegno dei Padri della Chiesa si volse all’elaborazione dottrinale del Cristianesimo. Gli imperatori Costantino e Licinio promulgarono nel 313 l’Editto di Milano, che concesse libertà di culto a tutti i cittadini, Teodosio dichiarò infine il Cristianesimo unica religione dell’Impero nel 380 a Tessalonica. Il lavoro degli ecclesiastici non fu più volto quindi all’apologia ma all’elaborazione di un credo solido per unificare la comunità dei fedeli. Questo lavoro fu essenziale per garantire la solidità della Chiesa, che rimase l’unica struttura solida ed organizzata dopo il collasso politico che segna l’inizio del Medioevo. Momento culminante di questo periodo fu il Concilio di Nicea del 325, presieduto dallo stesso Costantino, in cui si stabilì un credo unitario da contrapporre alle eresie e si dichiarò definitivamente che il Cristianesimo non era una dottrina contraria alla filosofia bensì una dottrina che portava alla conoscenza.

Fede e ragione non erano dunque in contrapposizione, ma strettamente legate, sebbene la seconda dovesse comunque sottostare alla prima. Questa rivalutazione della ricerca filosofica sarà alla base di tutta la filosofia medievale, e la speculazione individuale sarà il motore fondante del pensiero del primo grande filosofo cristiano: Sant’Agostino. Ma questa è un’altra storia.

Umberto Mistruzzi

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