Farmaci, veleni e incantesimi: ritorno all’origine

Anemia da sanguinamento gastrointestinale, trombocitopenia (riduzione delle piastrine nel sangue), cefalea, sindrome di Reye (una patologia potenzialmente letale che colpisce il cervello), emorragia cerebrale, sindrome asmatica, stress cardiorespiratorio, erosione gastrointestinale, ulcerazione gastrointestinale, ematemesi (vomito di sangue), ulcere emorragiche con perforazione gastrointestinale, epatossicità (lesione del fegato), sanguinamenti urogenitali, shock anafilattico: basta leggere il bugiardino di una banalissima aspirina alla voce “Effetti indesiderati” per gettare l’intero flacone il più lontano possibile.

L’elenco (del tutto incompleto) degli effetti collaterali di uno dei farmaci più usati al mondo è sufficiente per capire bene come mai in greco phàrmakon volesse dire sia “medicina” che “veleno”: le stesse sostanze, a seconda del dosaggio, dell’organismo del paziente, della conservazione, della preparazione, possono guarire o uccidere, salvare o menomare. Oltre al notissimo doppio significato del termine, però, ne esiste un terzo, raramente preso in considerazione ma altrettanto rivelatore: phàrmakon, infatti, è anche “sortilegio”, “incantesimo”.

Era pharmakèia quella della maga Circe, che le permetteva di tramutare gli uomini in animali e restituire loro la forma originale; era pharmakèia anche quella della vendicativa Medea, che con essa trasformò una veste di nozze in una trappola fiammeggiante per la rivale Glauce; era pharmakèia quella del di lei padre, il dio stregone Eete, che la usava per far crescere draghi dal terreno e per infondere vita ai suoi tori bronzei che vomitavano fiamme.

Per la mentalità greca, era facile capire come ogni medicinale fosse in sé un prodigio, una vera e propria magia, la sola disponibile ai mortali per sfidare il volere del Fato e delle Moire. Attraverso la medicina e i suoi farmaci, l’essere umano è capace di strappare i propri cari alla morte, di sanare ferite e di cacciare malanni, ottenendo un potere in grado di sfidare quello degli stessi dèi. La pericolosità di tale conoscenza era ben nota anche all’Olimpo: quando il dio della medicina Asclepio scoprì il phàrmakon definitivo, che addirittura restituiva la vita ai morti, il nonno Zeus pensò bene di folgolarlo, condannandolo a passare la propria immortale eternità come inerte mucchio di cenere, pur di non permettergli di diffondere il proprio sapere tra gli uomini.

Anche in un’epoca in cui i rimedi erano, per forza di cose, “naturali”, e in cui l’industria chimica e le manipolazioni genetiche erano ancora ben lontane a venire, la sapienza greca insiste sul fatto che qualunque medicina in quanto tale di “naturale” non ha in realtà proprio niente. Naturale sarebbe, infatti, arrendersi all’Anànke, la necessità dettata dal Fato: naturale è, da malati, morire se si è deboli o sopravvivere solo se si è forti, naturale è soccombere alle proprie ferite, arrendersi alla vecchiaia, assistere inermi all’indebolimento del fisico e dei sensi. La medicina, invece, con i suoi farmaci, sfida il tempo, il dolore, la malattia, la morte, e incide pertanto sulla realtà stessa, manipolandola come era in origine prerogativa solo degli dèi.

Ogni nuovo phàrmakon, dai tempi antichi ad oggi, aggiunge un tassello a questa riconquista del reale da parte della tèchne umana: ogni malattia sconfitta è come un nuovo territorio conquistato e strappato alla necessità, ogni virus reso innocuo un nemico vinto, ogni tecnica, macchinario, medicinale, vaccino sviluppato va ad arricchire l’arsenale collettivo dell’intera umanità, un arsenale accresciuto dallo sforzo collettivo di milioni di intelletti in migliaia di anni. Proprio perché “incantesimo”, però, la novità costituita dai nuovi farmaci è spesso avversata, temuta, rifiutata, in una sovrapposizione unica dei tre significati del termine originale che vede la medicina diventare veleno agli occhi di chi vi riconosce il prodigio magico degli inizi, di quando gli dèi erano invidiosi del potere dato agli uomini. Come si cacciano le streghe e i loro sortilegi, si cacciano allora anche i medici e i loro rimedi, con la stessa cieca ferocia di chi impugnava torce e forconi per giustiziare, non a caso, quelle che molte volte erano “semplici” guaritrici.

Al netto di numerosi fallimenti, però, non c’è e non può esserci paura che tenga di fronte al prodigio del phàrmakon, di quella conoscenza divina che sola sfida e vince la natura, mutando il contingente per ribellarsi a un destino ineluttabile, certo, ma non più onnipotente.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine tratta da Unsplash.com]

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