Cogliere le informazioni sulla salute: sappiamo come leggere un articolo di giornale?

Gli articoli relativi alla salute spopolano in giornali, riviste, blog ecc., proponendoci informazioni molto varie relativamente alla scoperta di nuove malattie, di recentissimi approcci terapeutici o focalizzandosi sulle proprietà salutari di qualche alimento. Queste fonti informative sono essenziali per tutti noi, poiché riescono a donarci strumenti e consigli tramite i quali possiamo contribuire a preservare la nostra salute o correre ai ripari, se essa viene compromessa da qualche malattia. Nonostante ciò, tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentare quanto queste forme divulgative siano molto difficili da interpretare: per fare un breve esempio, spesso si legge su alcune riviste quanto faccia bene mangiare la cioccolata, ma il mese successivo potremo imbatterci in un articolo pubblicato probabilmente nella medesima testata che sostiene esattamente il contrario. Tale situazione si avvera in virtù del fatto che gli articoli in questione richiamano studi condotti in qualche università, senza mai scendere troppo nel dettaglio di chi ha condotto veramente quegli studi, su chi li ha finanziati e, quasi sempre, senza fornire alcun dato reale che possa in qualche modo giustificare “scientificamente” il contenuto stesso dell’articolo. A tutto questo bisogna anche aggiungere che frequentemente si avvera pure la situazione contraria, ovvero gli articoli divulgativi vengono redatti con terminologie troppo “auliche” per essere interpretabili da chi non possiede alcuna base scientifica o specifica della materia di cui si tratta.

A questo proposito due studiosi italiani, Paolo Legrenzi e Carlo Umilità, all’interno di un notevole libro dal titolo Neuro-Mania mettono in luce come alcune forme patologiche vengano presentate in giornali divulgativi, quotidiani e settimanali non d’interesse medico, corredate da informazioni neuroscientifiche che ne accentuano i risultati. In particolare i due mostrano come i dati indicati a supporto delle patologie siano in molti casi parziali e mal scritti, ovvero la specificità e la complessità degli stessi è talmente elevata che potrebbe essere compresa solo da uno strettissimo numero di addetti ai lavori. Per confermare la loro tesi riportano alcuni studi che hanno messo in mostra la qualità delle credenze delle persone relativamente alle neuroscienze; in particolare essi si soffermano su uno studio eseguito dall’università di Yale [1] tendente ad accertare se un’eventuale predilezione per le spiegazioni neuroscientifiche affondi o meno le proprie radici nei modi di rappresentazione del mondo da parte del grande pubblico. Lo studio ha rivelato che una spiegazione, se corredata da indicazioni “neuro”, anche se generiche, ha più appeal nei lettori rispetto ad una tesi non supportata da tali dati. Inoltre, ha messo in luce come nessuno, tranne gli esperti del settore, riesca a cogliere la differenza tra dati corretti e sbagliati, poiché il solo presupposto che la tesi sia giustificata e supportata da dati “neuro” è sufficiente per riporre fiducia in tale tesi. Ciò comporta che la propaganda sui risultati ottenuti della prospettiva “neuro” è riuscita a persuadere gli animi del grande pubblico sulla validità oggettiva delle tesi espresse. A questo proposito Legrenzi e Umiltà asseriscono: «bisogna essere davvero esperti per non farsi ingannare. Per tutti gli altri, e cioè la grande maggioranza delle persone, l’aggiunta dell’informazione neuro, di per sé corretta, fa la differenza. La differenza che corre tra una spiegazione credibile e una ritenuta sbagliata. In altre parole, la spiegazione sbagliata diventa credibile grazie all’arricchimento neuro che ha, per così dire, un potere salvifico. Le persone tendono a fraintendere il senso di tale arricchimento, che trasforma in spiegazione soddisfacente quella che, in sua, non lo è. In altre parole l’informazione neuro è un valore aggiunto che rende credibile qualcosa di fasullo» [2].

Tale situazione viene ribadita dagli studi di Jörg Blech, giornalista e divulgatore scientifico-medico per Der Spiegel, il quale sostiene che gli articoli che si trovano in molte riviste non specializzate spesso vengono scritti da giornalisti che, seppur molto bravi nel fare il loro lavoro, non se ne intendono di medicina. A questo proposito scrive: «molte delle notizie diramate della stampa sono riprese dai giornalisti in maniera assolutamente acritica. Possibili terapie vengono di colpo strombazzate come se fossero rimedi sensazionali, ma nella maggior parte dei casi dopo un po’ di tempo non si ha più notizia di esse. La tendenza all’esagerazione è una malattia professionale di molti giornalisti che si occupano di medicina: spesso, per far sembrare importanti e significativi i loro servizi, essi gonfiano i dati sulla diffusione di certe malattie e il pericolo che queste possono costituire» [3]. Su questo tema sono stati scritti innumerevoli articoli e Blech sceglie di giustificare la sua affermazione facendo riferimento allo studio condotto dall’Harvard Medical School pubblicato nel giugno del 2000 [4], nel quale venivano esaminati 207 articoli riguardanti tre farmaci, pubblicati nel Wall Street Journal, nel New York Times, nel Washington Post, in altri 33 giornali e apparsi sulle principali televisioni nazionali. I risultati furono molto chiari: nel 40% degli articoli mancavano dati e cifre sull’asserita efficacia dei farmaci, inoltre nei rari articoli che riportavano qualche cifra si parlava solo dei dati sull’utilità relativa dei farmaci. Nella quasi totalità degli articoli non si parlava né degli effetti collaterali né si riportavano gli esiti di altri studi; in più, quando l’articolo era scritto da un esperto della materia non si riportava mai se esso avesse qualche rapporto o legame finanziario con i produttori di farmaci.

Il piccolo spunto di questo articolo mira a porre una domanda banalissima: siamo sicuri di saper leggere un articolo medico riportato in un giornale? Riusciamo, cioè, a selezionare gli aspetti principali di tali articolo e ponderare l’idea che ci faremo leggendo lo stesso, cogliendo quando si tratta di un messaggio rilevante e quando invece non lo è?

Tale ragionamento risulta banale solo all’apparenza, poiché tutti noi leggiamo una marea di notizie e scegliamo quelle che ci convincono maggiormente; tuttavia, quando si tratta di salute è necessario farsi qualche domanda in più prima di sposare una particolare tesi riportata in uno dei nostri giornali preferiti, in particolare è necessario capire esattamente da quale fonte proviene l’informazione, quali dati esistono a supporto e chi ha prodotto (e con quali interessi) gli stessi, e soprattutto se tali articoli sono scritti in modo da essere oggettivamente compresi anche da chi non si trova tutti i giorni a lavorare o leggere di queste particolari forme patologiche.

In conclusione è possibile affermare che comunicare la salute è di certo un’attività difficilissima, ma allo stesso tempo recepire le informazioni sulla salute e saperle soppesare con buon senso è forse uno dei maggiori sforzi che ognuno di noi, tutti i giorni, è chiamato a compiere.

Francesco Codato

NOTE
1. Cfr S. Birch, P. Bloom, The curse of knowledge in reasoning about false beliefs, in “Psychological Science” n. 5, 2007;
2. P. Legrenzi, C. Umiltà, Neuro-mania, Il Mulino, Bologna 2009, p. 71;
3. J. Blech, Gli inventori delle malattie, Lindau, Torino 2006, p. 59;
4. Ibidem, pp. 59-60.

Come si pubblicizzano i farmaci? Marisa Marrafino, Avv. e docente dell’Univ. Cattolica di Milano ci riviela le diverse dinamiche

Nello scorso articolo abbiamo visto come sia molto importante cogliere quando le azioni di divulgazione della salute sono generate per il bene della collettività e quando, invece, esse sono finalizzate alla realizzazione di profitto di chi detiene i brevetti di un particolare farmaco o di una particolare istituzione sanitaria. Una delle questioni fondamentali è, dunque, capire in che modo sia possibile fare pubblicità ai farmaci e se esista una procedura o un’autorità aventi lo scopo di verificare e vigilare su questo tipo di comunicazione. Per aiutarci a chiarire tale quesito abbiamo avuto l’immenso piacere di porgere alcune domande all’Avv. Marisa Marraffino la quale, oltre a dirigere il proprio studio legale a Milano, è docente presso l’Università Cattolica, collabora con il Sole 24ore ed è autrice di numerose pubblicazioni a carattere giuridico e non solo. In particolare, Marraffino è una delle massime esperte delle implicazioni giuridiche relative al mondo dei social network, tanto che è stata una dei primi professionisti in Italia ad occuparsi e a sviluppare queste tematiche, dando il via all’applicazione del diritto anche nel campo dei social.

Avv. Marraffino In Italia è possibile fare pubblicità a tutti i tipi di medicinali?

In Italia è possibile fare pubblicità al pubblico soltanto per i farmaci da banco.

Ogni pubblicità deve però essere preventivamente autorizzata dal Ministero della Salute, ad eccezione delle inserzioni sulla stampa o periodica che si limitano a pubblicare la fotografia dell’imballaggio con il riassunto delle indicazioni del foglietto illustrativo. Se il mezzo di diffusione cambia, occorrerà una nuova autorizzazione ministeriale. I banners o frames a comparsa, ad esempio, sono considerati dei mezzi di diffusione a sé. La pubblicità dovrà quindi ottenere una specifica autorizzazione, perché si dovrà valutare il tipo di pagina nella quale si intende inserire il banner in relazione al possibile contenuto nonché all’associazione che si viene a creare tra la pubblicità e il testo on line al quale viene associato.

La promozione dei cosiddetti farmaci etici invece è consentita soltanto attraverso gli informatori scientifici, i quali possono anche consegnare materiale divulgativo, che però dovrà sempre essere approvato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco).

In generale, ci sono molte limitazioni alle pubblicità dei farmaci, questo per tutelare i consumatori contro gli abusi dei prodotti. Ad esempio è vietato, anche per i farmaci da banco, il cosiddetto product placement, oppure inserire elementi che inducano a sottovalutare i rischi connessi all’uso del farmaco, che non sono mai del tutto inesistenti.

In generale le pubblicità dei farmaci non devono creare bisogni indotti o indurre a  ritenere che il mancato uso del farmaco  possa avere effetti pregiudizievoli su un soggetto che goda di buona salute. L’abuso dei farmaci, soprattutto in Italia, è un problema molto grave.

Esiste un organismo che controlla i messaggi pubblicitari?  

I cittadini e le imprese possono segnalare le pubblicità ingannevoli o comparative che ritengano illecite all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust), che può irrogare sanzioni che fanno fino a 5 milioni di euro. I cittadini possono inoltre segnalare qualsiasi pubblicità che ritengano offensiva, falsa, violenta o volgare  allo IAP (Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria) che ha il potere di fare cessare una campagna che sia in contrasto col codice di autodisciplina. Entrambe le segnalazioni possono avvenire on line e sono gratuite. Inoltre, lo Iap mette a disposizione delle aziende anche uno strumento di tutela volto alla prevenzione. Infatti può essere chiesto un parere preventivo sulla pubblicità non ancora diffusa per verificare l’esistenza di eventuali profili di criticità ed evitare contestazioni future. Oppure le aziende possono presentare direttamente un’istanza al Giurì contro le pubblicità che ritengano lesive dei propri diritti.

Chiunque può inviare delle segnalazioni allo Iap?

Sì, le segnalazioni possono essere inviate dai cittadini on line attraverso l’apposito modulo e sono gratuite. Ricevuta la segnalazione, il Comitato di Controllo può adottare diversi provvedimenti. Può chiedere all’inserzionista ulteriori informazioni tecniche, chiedere una modifica del messaggio o bloccarne la diffusione. Nei casi in cui la pubblicità rispetti il codice viene invece chiesta l’archiviazione, nei casi più complessi il Comitato può inviare un’istanza al Giurì in modo che sia quest’ultimo a decidere.

Esistono delle norme per la pubblicizzazione degli integratori alimentari?

Sì, secondo il Regolamento CE 1924/2006 sui cosiddetti claims salutistici, le pubblicità degli integratori possono promuovere soltanto il mantenimento di uno stato di “normalità fisiologica” o al più una “riduzione del rischio di malattia”, ma non effetti diretti sulle malattie, come l’infarto o l’ictus. L’EFSA, l’Agenzia Europea che valuta questo tipo di pubblicità, considera essenziale che  chi promuove claims salutistici di alimenti e integratori sia in grado di provare con ricerche scientifiche l’attendibilità dei risultati vantati.

Ringraziandola per la cortesia delle sue risposte, vorremmo concludere l’intervista chiedendole se è possibile attuare qualche forma di pubblicità farmaceutica nell’ambito dei social network.

Ad oggi il Ministero della Salute non autorizza le pubblicità dei farmaci (anche da banco) a mezzo social network. La motivazione è da ricercarsi nel fatto che le pagine sono dinamiche e non è possibile controllare preventivamente i commenti o le risposte degli inserzionisti sull’efficacia dei farmaci. Non è escluso che in futuro le cose cambino, essendo il settore della pubblicità dei farmaci in forte espansione e i rischi legati alla cattiva informazione in rete sempre in aumento. Sia le App per smartphone che le pagine social potrebbero, entro certi limiti, entrare a far parte dei mezzi utilizzati dalle case farmaceutiche per orientare i consumatori a un uso consapevole dei farmaci. Fondamentale sarà il rispetto delle norme attualmente esistenti, volte a proteggere il consumatore da una informazione scorretta che, in questo settore, potrebbe essere davvero molto pericolosa.

Francesco Codato