“Ready Player One” è un viaggio ai confini della realtà

Chiunque sia entrato in un cinema almeno una volta negli ultimi quarant’anni, non può non essersi imbattuto anche solo in uno dei trentadue lungometraggi diretti da Steven Spielberg. Il regista americano è parte integrante di quella schiera di autori le cui opere sono entrate di diritto nell’immaginario collettivo di milioni di persone. Al di là dei gusti personali che, di volta in volta, possono farci amare o meno i suoi film, Spielberg ha il pregio di voler continuare a sperimentare le nuove vie del cinema nonostante abbia raggiunto la soglia dei 72 anni d’età. Il suo nuovo gioiello si chiama “Ready Player One” ed è un viaggio fantasmagorico che anticipa il futuro guardando al passato.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense Ernest Cline, “Ready Player One” racconta di un’avventurosa caccia al tesoro per la conquista di Oasis, uno sterminato universo virtuale in cui, nel 2045, gli abitanti della Terra si rifugiano per sfuggire alla desolazione e ai problemi della vita reale. I temi chiave su cui si basa il nuovo film di Spielberg sono essenzialmente due: il primo è quello della rilettura del passato per imparare a comprendere il futuro che ci attende. Il secondo riguarda l’eterna diatriba sui possibili sviluppi della realtà virtuale e sull’importanza di continuare a instaurare rapporti autentici e reali in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia. Il primo dei due nodi tematici appena citati, viene sciolto da Spielberg attraverso l’utilizzo smodato del citazionismo che raggiunge l’apice nella seconda delle tre prove per la conquista di Oasis. Il tema della realtà virtuale contrapposta al reale è invece la parte più debole della storia, dal momento che non riesce mai a sfociare in un ragionamento approfondito sull’importanza del carattere umano, contrapposto al progresso della realtà virtuale.

Nel pensiero filosofico contemporaneo, la problematica della realtà esterna ha assunto una valenza prevalentemente gnoseologica. La riflessione neopositivistica, per esempio in Carnap, ha invece etichettato i contenuti e le soluzioni proposte in passato come risposte a uno pseudoproblema, in quanto non suscettibile di verifica sperimentale. Nella riflessione successiva al neopositivismo il problema della realtà è stato variamente discusso all’interno del rinnovato dibattito sul realismo, illustrando come la contrapposizione con una dimensione virtuale stia assumendo sempre più rilevanza nella nostra quotidianità. Il fatto che questi temi restino solamente accennati in “Ready Player One” costituisce il vero punto debole di un film che merita comunque di essere visto per lo spettacolo che offre agli occhi dello spettatore. Una colossale visione futurista che non può non lasciare a bocca aperta anche chi di cinema non se ne intende. “Ready Player One” è l’immagine di una realtà alla deriva che ci ricorda quanto sia necessario tenere a mente le parole del drammaturgo George Bernard Shaw, il quale sosteneva che «senza l’arte, la crudezza della realtà renderebbe il nostro mondo del tutto intollerabile».

A questo link potete trovare il trailer del film, al cinema da mercoledì 28 marzo.

 

Alvise Wollner

 

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“L’arte di correre” di Murakami: memorie di uno scrittore-corridore

Haruki Murakami, pilastro della narrativa contemporanea, è stato di recente nuovamente in lizza per il Premio Nobel per la Letteratura. Famoso per una prosa che mescola realismo, gusto per l’assurdo, fantasia, fantascienza ed elementi magico-onirici, ha scritto circa una trentina di opere, tra cui romanzi (Dance Dance Dance, Norwegian wood, 1Q84), raccolte di racconti (I salici ciechi e la donna addormentata, Tutti i figli di Dio danzano) e saggi. Ha anche tradotto diversi autori (Capote, Salinger, Fitzgerald, per citarne alcuni). Nel 2007 ha pubblicato L’arte di correre (Einaudi), una raccolta di nove brani in cui riflette sul suo rapporto con la scrittura e la corsa, sua grande passione. Il libro – da lui annoverato nella categoria “memorie” – offre un ritratto dell’autore giapponese come persona, scrittore e corridore.

Murakami, umile e al contempo testardo e metodico, riconosce i suoi limiti e le sue imperfezioni, ma si impegna al massimo in tutto ciò che fa. La corsa e la scrittura, due attività che potrebbero sembrare molto distanti, hanno a suo avviso in comune tre fondamentali aspetti: richiedono impegno, dedizione e costanza.

Uno scrittore deve possedere un imprescindibile talento, ma anche saper perseverare e avere capacità di concentrazione e queste ultime due caratteristiche vanno esercitate quotidianamente – così come un maratoneta deve allenarsi giorno dopo giorno per migliorare il suo tempo e la sua resistenza.

Scordatevi lo stereotipo dello scrittore dalla vita sregolata: Murakami è sì un outsider, ma in modo diverso. Va a letto presto, si alza prima dell’alba e scrive per qualche ora; fa poca vita sociale, prediligendo l’«invisibile relazione ‘concettuale’» con i suoi lettori. Ma soprattutto, egli corre regolarmente dall’82, partecipando ogni anno ad almeno una maratona – nel libro racconta per esempio del suo allenamento per la maratona newyorkese.

La corsa gli permette di mantenere uno stile di vita sano, secondo lui indispensabile, poiché ciò che fa lo scrittore è qualcosa di malsano. «Quando decidiamo di scrivere un libro […] portiamo alla luce un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano» afferma il romanziere. Quell’ingrediente nocivo è indispensabile affinché si verifichi un autentico atto creativo, ma è anche pericoloso, e Murakami desidera scrivere a lungo e proficuamente, creando storie sempre più potenti. L’energia per fare questo la ritrova nel rafforzamento del suo fisico, perché la letteratura rappresenta per lui «una forza vitale che tende naturalmente in avanti» e comporta enorme fatica. Scrivere equivale a scalare vette ripidissime, combattendo duramente finché non si giunge in cima, dove si saprà se si ha vinto o perso contro se stessi – questo pensa Murakami quando scrive, scavando nei meandri di se stesso alla ricerca dell’ispirazione. Lo stesso gli accade quando corre: sente «uno stimolo interiore silenzioso e preciso» e l’unico avversario può essere solo il «se stesso del giorno prima».

Murakami è diventato narratore relativamente tardi, a trent’anni. Ricorda il momento preciso in cui ha sentito di voler scrivere: in una bella giornata primaverile del ‘78, sdraiato sull’erba a godersi una birra e una partita di baseball, ha sentito d’un tratto il forte desiderio di buttare giù un romanzo.

«In quel momento dal cielo scese in silenzio qualcosa, e io lo presi» racconta. All’epoca egli gestiva un bar: rincasava tardi la notte e scriveva finché non gli veniva sonno. In queste condizioni scrisse i suoi primi due romanzi: Ascolta la canzone del vento e Il flipper del 1973. Ma creare in quel modo era dura, così fece un salto nel buio: chiuse il bar dedicandosi solamente alla scrittura per un po’, per vedere se avrebbe ottenuto dei risultati. Così produsse il suo terzo lavoro, Nel segno della pecora, diventando uno scrittore professionista apprezzato in tutto il mondo.

Come si dice, il resto è storia.

Proprio in quel periodo Murakami iniziò a correre: fumava troppe sigarette, conduceva una vita sedentaria, tendeva ad ingrassare e capì che di quel passo non sarebbe durato molto – urgeva un cambio di rotta. La corsa gli parve subito l’attività sportiva più congeniale alla sua natura bisognosa di solitudine e silenzio. «Quando corro, semplicemente corro. In teoria nel vuoto. O […] è anche possibile che io corra per raggiungere il vuoto. In quella sospensione spazio-temporale, pensieri ogni volta diversi si insinuano naturalmente nel mio cervello» dice. A volte affiorano alla sua mente idee per un nuovo libro. Certo è, per lui, che senza la corsa le sue opere sarebbero state diverse – anche se non sa dire in che modo.

Murakami non si definisce uno scrittore straordinario, né pensa che la sua vita sia eccezionale; ciò che gli importa è poter sempre fare le cose a modo suo. Alla fine de L’arte di correre, c’è un suo umile proponimento: continuare a partecipare alle maratone finché non sarà soddisfatto di sé, anche se sarà anziano e malridotto e al di là del tempo o della posizione in graduatoria che otterrà durante la gara. Sulla sua tomba, desidererebbe il seguente epitaffio:

«Murakami Haruki
Scrittore (e maratoneta)
1949-20**
Se non altro, fino alla fine non ha camminato».

Perché, nelle maratone, si corre – ed è così che lui avanza, senza clamore, sfidando se stesso, mettendocela tutta.

 

Francesca Plesnizer

 

[immagine tratta da google immagini]

 

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FANTASCIENZA: TRA CINEMA E LETTERATURA

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QUANDO LA VITA DIVENTA FANTASCIENZA: ADDIO MR. SPOCK

Cinema e letteratura sono arti legate tra loro da legami molto profondi. Nelle precedenti recensioni a quattro mani ve ne abbiamo illustrati alcuni, ma non c’eravamo ancora soffermati su un genere che ha costruito gran parte del nostro immaginario collettivo, grazie a molteplici libri e ad altrettanti film. Stiamo parlando della fantascienza, genere di narrativa popolare, sviluppatosi nei primi del Novecento prendendo spunto da quelli che erano conosciuti come romanzi scientifici. Il cinema ha capito fin da subito l’enorme potenziale attrattivo che questo genere poteva offrire al grande pubblico e si è lanciato in una serie di futuristici adattamenti che hanno caratterizzato gran parte della storia cinematografica, dal secondo Novecento fino ai giorni nostri. Solo un film però, ha saputo imporsi più di altri nel cuore degli spettatori. Stiamo parlando di “Star Wars” e di tutto l’universo ad esso collegato. Una saga che vanta milioni di seguaci nel mondo, e il cui unico rivale nel genere può essere individuato in “Star Trek”. Quest’ultimo è un media-franchise che ha avuto inizio nel 1966, partendo da una serie televisiva e non da un film, come nel caso di “Guerre Stellari”. La trama narra delle vicende degli umani del futuro, appartenenti ad una Federazione Unita dei Pianeti che riunisce sotto un unico governo numerosi popoli di sistemi stellari diversi, e delle loro avventure nell’esplorazione del cosmo, “alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima”. Un format che ha raccolto premi e consensi senza precedenti, anche grazie alla presenza di un personaggio entrato nella leggenda: il signor Spock. Presente nella serie classica fin dagli anni Sessanta, questo personaggio è diventato un modello di riferimento per la sua capacità di trasformare la propria vita in un film di fantascienza. Ne è un esempio lampante il retroscena sulla nascita del gesto di saluto vulcaniano, raccontato dall’attore Leonard Nimoy in un’intervista. Prendendo spunto dalla tradizione ebraica, il saluto che Spock compie in moltissimi episodi della serie deriva proprio dal gesto che compiono i cohanim durante la celebrazione della festività di Yamim Noraim, quando stendono in gesto benedicente le palme di entrambe le mani, con i pollici allungati in fuori ed il medio e l’anulare separati in modo che ciascuna mano formi due lettere V con una sorta di tratto aggiuntivo rappresentato dal pollice stesso. Questo gesto simboleggia la lettera ebraica Šin, la prima lettera della parola Shaddai, “Signore” in ebraico.

In realtà, come racconta Nimoy nell’intervista, tale gesto non può essere osservato direttamente dai fedeli, che lo devono ricevere con il capo velato da uno scialle, ma all’epoca (Nimoy aveva otto anni) lo osservò di sottecchi. Quando in seguito chiese una spiegazione del perché non fosse possibile osservare il gesto, ottenne la risposta che tale era il potere della Shekina, l’aspetto ‘femminile’ del Signore, evocato da esso, che poteva risultare fatale a chi lo osservava. Pur non condividendo questo aspetto della credenza, Nimoy fu talmente impressionato dal contenuto mistico sotteso da importarlo in seguito nella serie televisiva. La trovata di portare un aspetto così reale in una fiction che esplorava i segreti dell’ignoto fantascientifico, fu totalmente rivoluzionaria. Leonard Nimoy purtroppo ci ha lasciato nelle scorse ore all’età di 83 anni a causa di un tumore al polmone che l’ha consumato troppo in fretta. Attore, regista, scrittore e molto altro, la sua figura è un modello perfetto per farvi capire come non solo la vita possa unirsi talmente tanto all’arte da non poter più esserne separata, ma anche di come cinema e letteratura si siano compenetrate in questo attore straordinario. Per stessa ammissione di Nimoy infatti era nata in lui una sorta di identificazione mitica con Spock, l’alieno solitario e vulcaniano sul ponte dell’astronave. Un’ambivalenza che è diventata soggetto di due libri autobiografici, “I Am Not Spock” (Non sono Spock), pubblicato nel 1977, e “I Am Spock” (Sono Spock), pubblicato nel 1995. Cinema e letteratura di nuovo insieme non solo in uno dei più importati prodotti artistici del Novecento, ma anche all’interno di una singola persona. Con Leonard Nimoy la fantascienza non è mai stata così reale e ora che ha lasciato questo mondo terreno, potrà tornare tra le stelle e mettere in atto il motto ripetuto durante tutta la vita: “Long live and prosper”.

Alvise Wollner

FANTASCIENZA: UN GENERE DI ESCLUSIONE O TOTALIZZANTE NELLA SFERA INDIVIDUALE?

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Il 5 aprile 1926 esce negli Stati Uniti la prima rivista di fantascienza: “Amazing Stories”, diretta da Hugo Gernsback. Una data a cui, per convenzione, si fa risalire la nascita del genere fantascientifico. Quel genere che cattura l’attenzione dei più, quel genere che incuriosisce perché ignoto e al di fuori dell’esperienza comune, quel genere che racconta l’individuo da punti di vista differenti da quelli che conosciamo meglio. E’ la novità, è il gioco del cambiamento veloce, la pura commistione della scienza all’interno della società.
Sviluppatosi maggiormente nel ‘900, collocandosi sempre in quel margine sottile che divide e al tempo stesso unisce cinema e letteratura, era possibile ritrovarla già da tempo in opere precedenti. Soltanto un titolo, per citare un esempio: Frankestein, di Mary Shelley. L’esempio del “mostro” che è espressione non soltanto di ciò che è diverso, ma anche di quelle che sono le nostre paure. La scienza e l’esempio dell’operare illecitamente del dottore: quanto può la scienza spingersi nella sperimentazione dell’individuo? Quando la scienza prevale sulla società, annientandola? Temi di bioetica; spesso il romanzo con tratti fantascientifici ci ha offerto questi spunti di riflessione.
Nella pubblicazione di Amazing Stories, il direttore Gernsback annuncia di voler esporre

“…quel tipo di storie scritte da Jules Verne, H. G. Wells ed Edgar Allan Poe – un affascinante romanzo fantastico in cui si mescolino fatti scientifici e visioni profetiche”. 

“Ventimila leghe sotto i mari” rappresenta l’anticipazione di quel genere fantascientifico del ‘900: mescolando la ricerca del mostro degli abissi e la coscienza di chi si è distaccato dal mondo degli uomini, crea un classico fondamentale della letteratura di tutti i tempi. Leggerlo ci rende sognatori anche ai giorni nostri: perfino noi che siamo testimoni di un progresso scientifico continuo e che sull’ignoto non ci sembra avere alcun dubbio.

Da queste basi essenziali, punti di partenza per chi ama la scienza e chi non la ama, il ruolo di essa nell’impatto con la società verrà affrontato sempre più da vicino: Huxley, Orwell, Burgess.
L’uomo proiettato nel futuro, l’individuo osservato da poteri dispotici attraverso meccanismi di generazioni ancora sconosciute. L’uomo evoluto, o l’uomo sotto controllo? L’uomo educato dalla società, o l’uomo sopraffatto dal progredire stesso di essa?
Alex del celeberrimo “Arancia Meccanica”, capolavoro letterario di Burgess, è un carnefice che diventa in prima persona una vittima della sperimentazione e della ricerca. La “terapia Ludovico” prevede la somministrazione di un farmaco molto pesante e la visione di film con scene di ultra violenza: il tutto è accompagnato dalla nona Sinfonia di Beethoven nel sottofondo, tanto adorata dal protagonista. Terapie di sperimentazione, che rappresentano il confine tra scienza e il momento in cui l’individuo, seppur colpevole di crimini, diventa incapace di difendersi dalla società stessa.

La fantascienza non è qualcosa di così distante da noi, ma è capace di investire le sfere di ogni individuo, senza distinzioni di genere o classe, senza differenze di animo o predisposizione.
Una scienza che domina su tutto, autoaffermandosi per dar vita al progresso; una società che non è sempre pronta ad accogliere l’evoluzione positivamente, perché il più delle volte, è destinata a soccombere.

“L’umanità teme sempre quello che non riesce a capire”.

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Cecilia Coletta

[le immagini sono tratte da Google Immagini]