Il machismo sociale

Si parla spesso di perdita di valori cristiani e laici, di smarrimento collettivo, si parla di una società che non sa più quello che vuole, persa dentro una follia stratificata negli anni figlia del benessere e del progresso. Si parla di sconfitta, di involuzione umana, punti di riferimento scomparsi nel nulla.
Le nostalgie si accavallano in una gara senza tempo e senza limiti, si gioca a tirare in ballo epoche mai viste, mai vissute, si urla e si battono i piedi senza tuttavia voler fermare per davvero un baratro sempre più apparente.
E la colpa? La colpa è del male che affligge i nostri tempi: il progresso agghiacciante che ha messo in discussione le solide basi del passato, delle classi dirigenti che – a quanto pare – fanno la gara per annientare il genere umano, oppure per sostituire le razze all’interno del famigerato Piano Kalergi.
Un insieme di cose che renderebbe felice qualsiasi aspirante scrittore dell’occulto.
La reazione a tutto questo si traduce in una nuova ricerca di riferimenti fissi: uomini forti, capitani di ventura, trascinatori di masse e nuovi profeti capaci di ristabilire lo status quo religioso. Il sogno di una società retta, legata nuovamente a quello che fu, dimenticandone improvvisamente tutti i difetti.
Tutto questo ha un nome: machismo sociale.

In cosa consiste?
La scintilla che scatena il proliferare di tale filosofia può scaturire dalla tendenza di tutelare le minoranze, in particolare quelle prive di alcuni diritti considerati attualmente fondamentali: libertà, emancipazione ed equiparazione.
Esempio pratico: un omosessuale ha gli stessi doveri di un eterosessuale (principalmente osservare le leggi e pagare le tasse), produce ricchezza al pari di un eterosessuale poiché anch’egli lavora e contribuisce alla crescita in un determinato settore dell’economia, eppure non ha gli stessi diritti di un eterosessuale perché sessualmente attirato da individui dello stesso sesso; secondo molti dovrebbe vivere la sua relazione di nascosto, l’unione omosessuale non dovrebbe essere riconosciuta dalla legge e, a quanto pare, per garantire la corretta crescita di un individuo all’interno della comunità gli ingredienti fondamentali non sono l’educazione o l’ambiente sociale, ma la presenza di un uomo e di una donna.
Bisognerebbe denunciare allora tutte le risorse sprecate nel risolvere problemi sociali quali corruzione, delinquenza, criminalità organizzata, spaccio, furto, quando sarebbe bastato introdurre nella vita dei criminali – e introdurle preventivamente per scoraggiare i criminali di domani – una figura maschile e una femminile in modo da risolvere tutti i mali presenti e futuri.

Quando il governo inizia ad interessarsi di tali materie, ecco manifestarsi il machismo sociale: ci sono problemi più seri di cui occuparsi, di questo passo si perderanno i valori cattolici che hanno costruito il mondo che conosciamo, i bambini non devono essere toccati, ci estingueremo in pochi anni e così via.
Se un argomento non tocca i propri diritti è evidente che ci sarà sempre qualcosa di più importante, ma tralasciando questo gli adepti del machismo, aggrappati a figure senza dubbio carismatiche, solitamente cercano di fare leva sugli altri tre punti sopraelencati.
Vediamoli assieme.

I valori cattolici vengono visti dai machisti come immutati ed immutabili, nati ad un certo punto della Storia dell’Uomo e giunti fino a noi caldi caldi, appena sfornati; tuttavia l’istituzione della famiglia, il ruolo della donna e l’educazione dei figli – i pilastri presi spesso in esame – sono cambiati molto nel corso dei millenni, sia per l’influenza ricevuta dagli eventi (guerre, pestilenze, scoperte geografiche, progresso tecnologico ecc), sia per nuove consapevolezze nate naturalmente tra gli esseri umani per far fronte alle esigenze più immediate o per rispondere a prese di posizione di ampia portata (es. l’emancipazione femminile). Nonostante vi sia un nutrito manipolo di machisti che sogna ancora la sottomissione della donna, la cieca obbedienza dei figli e la famiglia nucleare apparsa per la prima volta nel dopoguerra e affermatasi negli anni ‘60, è del tutto normale che le creazioni umane – espressioni religiose comprese – subiscano mutamenti, tanto da rendere possibile in un futuro non così distante l’integrazione e il riconoscimento delle coppie omosessuali, parimenti a come avvenne per le unioni di individui etnicamente distanti, o appartenenti a classi sociali opposte.

Come già accennato, ogni individuo cresce e viene istruito da un gruppo più o meno ampio di persone, che possono essere i suoi genitori naturali o parenti, oppure i tutori, così come altri ambienti esterni a quelli casalinghi: scuola, università, luogo di lavoro. Ad influenzare ciò che sarà, ciò che diventerà una volta adulto sono due fattori: gli altri (l’ambiente sociale) e se stesso (le scelte indipendenti che compirà). Insegnare ad un bambino il rispetto per il prossimo risulta più facile se vive in un ambiente dove si rispetta il prossimo, è l’educazione dell’insegnante a contare davvero qualcosa, la sua capacità di comunicazione, certamente non il suo orientamento sessuale o la sua passione per la meringata.
Allo stesso modo, nonostante vi siano continue notizie di padri violenti e orchi che purtroppo impongono la maschia virilità sui loro stessi discendenti (e sulle loro mogli), contribuendo a dipingere uno dei quadri più distorti e infelici della nostra contemporaneità, sono gli omosessuali ad essere comunemente associati a tale vergognosa pratica, come se fosse una loro peculiarità.

Sull’estinzione della specie umana invece c’è da riportare un ragionamento incongruente portato avanti dai machisti: il problema del calo demografico che caratterizza il nostro Occidente si aggraverebbe ulteriormente se concedessimo l’equiparazione legale ai matrimoni omosessuali. Pensiero ricorrente in diversi interventi di un noto presidente russo.
Non sarebbero quindi le fallimentari politiche familiari che scoraggiano gli individui a metter su famiglia ad essere la fonte del problema del calo demografico, ma le unioni omosessuali. La conseguenza più ovvia figlia di questo ragionamento è che se le impedissimo la gente comincerebbe a figliare come se non ci fosse un domani, o, ancora meglio, se proibissimo a due omosessuali di avere una relazione, questi cambierebbero la loro inclinazione così come ci si cambia d’abito, accoppiandosi con le donne e incrementando così il numero di abitanti.

Il risultato di questa analisi mostra quindi come i machisti siano semplicemente caduti come allodole nell’astuto gioco di specchi che prevede lo spostamento di attenzione verso altro, che nulla c’entra con i problemi principali se non dopo un’accurata costruzione di pregiudizi raccolti da un terreno già fertile di inesatte convinzioni.
Infine, per solleticare le frivolezze più piccanti, è curioso notare che tra i cultori del machismo, contrari a tutto ciò che è differente, specialmente ai “froci”, sia l’affascinante e dirompente virilità dell’uomo forte a tirare più del carro di buoi e di qualche altro pelo in generale.

Alessandro Basso

 

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“Comizi d’amore” di Pasolini: il conformismo è ancora tra noi?

Sono i primi anni ‘60 quando a Pier Paolo Pasolini, intento a cercare per l’Italia interpreti per il suo film Il Vangelo secondo Matteo, viene un’idea: intervistare gente d’ogni età, sesso ed estrazione sociale per sapere cosa ne pensa di sessualità, matrimonio, divorzio, prostituzione, ruolo della donna e – persino – omosessualità. Nasce così Comizi d’amore, documentario uscito nel ‘65. In esso troviamo anche interventi di celebri amici di Pasolini: lo scrittore Alberto Moravia e Cesare Musatti, considerato il padre della psicanalisi italiana, i quali dialogano con il cineasta friulano esternando i loro punti di vista.

L’audace perspicacia e il costruttivo anticonformismo emergono da ogni domanda posta da Pasolini, che si pone con eleganza e garbo, pur volendo indagare «nel più sincero proposito di capire e riferire fedelmente».

All’inizio egli ragiona sul senso della sua inchiesta, e ciò equivale a una dichiarazione d’intenti: il reportage va fatto, afferma Moravia, poiché è cinema-verità che per la prima volta tratta in Italia un tabù, il sesso.

L’idea di girare questo documentario è accolta per lo più male dagli intervistati: di sesso si parla già troppo, dicono. Sconcerta, ad esempio, la carica aggressiva di un padre di famiglia interpellato su un treno: l’uomo, sulla difensiva, afferma di tenersi lontano dall’immoralità; a suo dire i problemi sessuali vanno visti solo nell’ottica della riproduzione e dell’esaltazione di famiglia e specie. Egli non accetta di parlare di figli omosessuali nemmeno per ipotesi: scappa dall’argomento perché prova repulsione.

Non c’è apertura nemmeno in una balera milanese: degli “invertiti” non si sa nulla né se ne vuole sapere. L’unica cosa certa è che nessuno desidera averli come figli: l’omosessualità è considerata innaturale. Pasolini domanda: «Non vorreste conoscere l’argomento per capirlo?», ma le risposte sono quasi sempre negative. Chi risponde affermativamente crede che l’omosessualità possa essere curata e/o prevenuta.

Non a caso Pasolini intitola questa parte del suo film-verità «Schifo o pietà?»: la compassione sembra essere l’unico altro sentimento possibile nei confronti di chi è attratto da persone dello stesso sesso.

L’accettazione giunge dalla saggezza ungarettiana: il poeta, interrogato sulla normalità e l’anormalità sessuale, afferma serafico che tutti gli uomini sono, in realtà, anormali, fin dal primo momento: «l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura» è, di fatto, «un atto contro natura». Ogni uomo, continua, è diverso nel corpo e nello spirito, di conseguenza tutti «in un certo senso, sono in contrasto con la natura».

Normalità e anormalità sono uno yin e uno yang irreversibilmente contaminati e destinati a fondersi cancellando ogni linea di demarcazione.

Dalle interviste emerge che “non sta bene” mostrarsi disinibiti, informati sul sesso, tolleranti. “Sta bene”, invece, indossare una maschera di decoro e nascondere i fenomeni scomodi, come la prostituzione. Pasolini ne discute poiché dal ‘58 era entrata in vigore la legge Merlin che l’aveva messa al bando chiudendo le case di tolleranza; ma la gente – e le prostitute stesse – preferisce che le case chiuse esistano: dietro le loro mura il mestiere più vecchio del mondo può continuare a essere esercitato «in maniera onesta» e omertosa.

Qual è invece l’opinione degli italiani in merito al divorzio1?

Molti, soprattutto donne, si dicono favorevoli. Ma c’è chi, come un padre con il figlioletto in braccio, spiega con arroganza che «il matrimonio è un fatto sociale, le istituzioni non devono cambiare e la famiglia è sacra: forma il cittadino e va difesa; senza il nucleo familiare che tipo di moralità si avrà?».

Dello stesso avviso è un’aggressiva signora anziana, convinta che il matrimonio sia la legge di Dio, che va rispettata a maggior ragione in Italia, “casa” del Cattolicesimo. Nelle spiagge calabresi viene addirittura detto che gli episodi di violenza fra coniugi sono preferibili, perché «divorziando l’uomo resta cornuto». La società è – specie al Sud ma non solo – fortemente retrograda: si pensa che l’onore della donna “angelicata”, sempre e comunque inferiore all’uomo, vada ipocritamente difeso.

Pasolini si rende conto che «se c’è un valore in questa nostra inchiesta, esso è un valore negativo, di demistificazione. L’Italia del benessere materiale viene drammaticamente contraddetta nello spirito da questi italiani reali», che nuotano nel più bieco perbenismo qualunquista. Secondo Musatti vestiamo i panni conformistici per proteggerci dall’oscuro antro che racchiude le nostre pulsioni più primordiali e più vere.

Oggi, dopo più di cinquant’anni, parlare di sesso è più facile, ma resta «estremamente faticoso» come rileva Pasolini. C’è ancora tanto silenzio intervallato da episodi di violenta intolleranza, tanta ignoranza pigra e testarda. Servirebbero coraggio e genuinità, che Pasolini ritrova solo nei giovani, «la vera sorpresa dell’inchiesta»: le loro idee sono limpide e (ancora) non filtrate da educazione genitoriale-sociale o morale cattolico-borghese.

Comizi d’amore è sorprendentemente attuale, poiché ha un intento conoscitivo e una straordinaria forza veridica. Guardandolo, ci si accorge con amarezza che i nostri tempi non sono poi così progressisti: pensiamo al Family Day, alla demonizzazione della teoria gender, all’antidiluviana convinzione che un bambino necessiti a ogni costo di un uomo e di una donna per essere cresciuto in maniera sana.

L’essere umano è un oceano vasto e sfaccettato, ha le idee più disparate, per i motivi più disparati. Per questo dovrebbe esserci dialogo e comprensione dell’altrui punto di vista e stile di vita: così si sconfigge l’oscurantismo e l’odio.

Per dirla con Musatti: «quando una credenza viene accettata passivamente, è lì che nasce il conformismo» – testardo, aggressivo, irragionevole.

A fine documentario compaiono due giovani sposi, Tonino e Graziella, pregni d’una «grazia che non vuole sapere»; ma la loro candida ignoranza è invece colpevole. L’augurio che Pasolini rivolge loro è: «al vostro amore si aggiunga anche la coscienza del vostro amore».

 

Francesca Plesnizer

 

NOTE:
1. Il divorzio sarebbe stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano con la legge Fortuna-Baslini nel ‘70.

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Sindrome di Homer Simpson: cambiare fa schifo

Diciamoci la verità, cambiare fa schifo e non ce ne importa nulla dell’evoluzione umana né, tantomeno, di quella personale. Ci interessa soltanto “stare bene”, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Badate bene, non il “massimo risultato” e basta, né mettere in atto uno sforzo sufficiente per il massimo risultato. Vogliamo ottenere quel che si può con questi minimi sforzi.

Lo chiamano anche principio dell’omeostasi: tendiamo a conservare le nostre caratteristiche al variare delle condizioni esterne. Una persona in equilibrio cercherà di mantenere quel prezioso equilibrio, non cercherà in alcun modo di migliorarlo. Sia mai, quanta fatica per niente.

E se stiamo leggendo un articolo di una rivista filosofica, tramite un dispositivo tecnologico e grazie a una rete internet, probabilmente non ci sta andando proprio malaccio. Possiamo anche continuare su questo binario. Certo ognuno con le proprie nevrosi e i propri grattacapi quotidiani, ma ce la stiamo cavando. Pacca sulla spalla e ci riassettiamo sulla poltrona che ci ospita, comodamente.

Chi ce lo fa fare  questo ulteriore sforzo per cambiare?

Nelle sessioni di coaching che mi capita di fare – in ambiti che spaziano dal mondo del lavoro all’intimità della famiglia – mi sono reso conto che le principali situazioni che ci fanno muovere il culo dalla condizione in cui ci troviamo sono tre:

  • Lo schiaffone in faccia
  • Il colpo di culo
  • La lenta e graduale ricerca del miglioramento

Il primo è il classico esempio di cambio del proprio stile di vita dopo un infarto. La morte viene a bussarti alla porta, con tanto di falce alla mano. Poi l’angelo della vita ti prende per i capelli e ti riporta sulla terra. Personalmente, spero non mi capiti mai, altrimenti la calvizie potrebbe rappresentare un problema non più estetico.

In queste circostanze si cambia per forza di cose, lo scossone ricevuto crea un “trauma” (parola che in origine aveva anche il significato di “muovere”, “passare al di là”). Ormai sei passato al di là di una soglia, il dado è tratto.

 

Nel secondo caso si cambia a caso, non sai bene cosa ti abbia fatto cambiare, né perché la situazione ad un certo punto sia mutata. Ti sei trovato al momento giusto nel posto giusto. Eppure non accade quasi mai a te, ma agli altri. E in molti casi la persona in questione non si è nemmeno sforzata troppo per far accadere questa circostanza. Non ce ne vogliano gli amanti della legge dell’attrazione: si tratta di culo (fortuna, in gergo). Non serve alcuna aneddotica, abbiamo tutti assistito a colpi di fortuna (sempre altrui) che ci pare di meritarci ma che a noi non arrivano mai.

 

Il terzo caso è l’unico su cui possiamo esercitare un minimo di progettualità e di forza di volontà. L’unico meccanismo con cui possiamo contrastare una cattiva abitudine, quel sassolino nella scarpa che non è che ci impedisca proprio di camminare, ma ci impedisce di farlo serenamente e a pieno regime.

 

Si tratta di abitudini. Le abitudini rappresentano il 45% di tutte le azioni che svolgiamo ogni giorno. E l’unico modo per contrastare un’abitudine è costruirci sopra un’altra abitudine. Ovviamente, per farlo, occorre un lavoro di lenta e graduale ricerca del miglioramento. In soldoni? Fatica e impegno.

Ma l’economia cognitiva del nostro pensiero ci trattiene dal farlo. Il cervello cerca di confrontare ogni novità con qualcosa di già conosciuto, prova prima di tutto a incastrarla in qualche categoria già creata. Il nuovo gli dà fastidio, e cerca in tutti i modi di ricondurlo a qualcosa di già noto per fare meno sforzi e non dover cambiare idea sul mondo.

Per questo in pochi, pochissimi, scelgono questa terza via. Gli altri aspettano speranzosi il bacio della dea bendata, o attendono a dita incrociate uno schiaffo da cui rialzarsi.

Ma d’altronde nessuno è da biasimare. Cambiare fa schifo. Quando scopriamo che con il minimo sforzo possiamo ottenere un minimo risultato soddisfacente, ci fermiamo lì. Zoppichiamo con il sassolino piuttosto. Piuttosto che levarlo e iniziare a camminare, a sudare, a marciare con la piena responsabilità della nostra andatura.

Insomma l’homo sapiens sapiens, che tanto si vanta della supremazia della sua specie, procede per un banale meccanismo di scelta: l’euristica del soddisfacimento. Si tratta di considerare un’opzione per volta e se ne esaminano le caratteristiche importanti. La prima opzione accettabile sarà la nostra.
Alla faccia del progresso della specie e del miglioramento personale.

 

Giacomo Dall’Ava

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Oltre il muro degli stereotipi

Osservare il mondo che ci circonda è un’attività che compiamo quotidianamente, non le diamo troppo peso perché è pressoché impercettibile, ma è di grande aiuto nella codificazione dei comportamenti delle persone e nella scelta del tipo di interazione: osservando il viso corrucciato di un amico scegliamo un approccio cauto, comprensivo, se invece i lineamenti sono distesi anche la comunicazione diventa rilassata; diversa ancora è la situazione in cui notiamo della sofferenza, automaticamente scatta in noi la volontà di sostenere, aiutare e ascoltare.
Modifichiamo il nostro comportamento a seconda delle circostanze, ed è un tratto caratteristico del tutto naturale per l’essere umano.

Cosa succede, invece, quando notiamo un approccio accentuato nei nostri confronti? Cosa pensereste di una persona che eccede nell’essere comprensiva o che esagera nel mostrare vicinanza in un momento triste? Molto probabilmente gli attribuireste un malcelato disinteresse, un voler apparire ‘amico’ nonostante la scarsa attitudine al concetto più basilare di amicizia. In poche parole vi sentireste presi in giro, e provereste diffidenza nei confronti di quella persona.
E quando invece l’altra persona dissimula molto bene il suo reale stato d’animo? O subentra la nostra bravura e la conoscenza di quella determinata persona con la quale abbiamo un legame profondo (“sorride ma so che soffre”) oppure ci fermiamo alle apparenze (“sorride, quindi sta bene”).

Nell’esatto momento in cui decidiamo di abbracciare la causa delle apparenze, ecco che nascono gli stereotipi, figure standardizzate che rappresentano comportamenti fissi, soggetti ad interpretazioni prestabilite e di conseguenza trattati in modi altrettanto fissi e standardizzati.
Non c’è via d’uscita, non c’è margine di elasticità capace di contenere variabili.

Sempre più spesso, nonostante l’aumento diffuso della sensibilità nei confronti del prossimo (specialmente i bambini, gli adolescenti e le loro problematiche, le donne vittime di abusi, ecc.), le persone – nel mondo reale come in quello virtuale – si riparano dietro il muro degli stereotipi, e da quel luogo evidentemente sicuro, lanciano giudizi, accuse, traggono conclusioni, formulano ipotesi che vogliono assumere il ruolo di somme verità.
Nulla sfugge da questo sistema, né temi delicati riguardanti gli angoli più reconditi dell’interiorità del singolo individuo, né tematiche sociali di più ampio raggio.

Esempi concreti? Il suicidio è il risultato di un’elaborazione complessa compiuta dall’individuo, ha varie forme, può essere rituale oppure frutto di reinterpretazioni fanatico-religiose, oppure può essere una via di fuga da un mondo che non viene percepito più come proprio, e non solo. Le cause del suicidio sono quindi innumerevoli, ma nel momento in cui manca la comunicazione delle motivazioni da parte della vittima, gli stereotipi fanno irruzione nella scena: il mondo alla deriva, la società senza più valori, l’egoismo, il governo che non aiuta, gli immigrati negli hotel.
Se un adolescente si droga, se risponde male agli insegnanti, se esercita bullismo o ne è vittima, il minimo comun denominatore – stereotipato – è la colpa dei genitori, la scarsa educazione, la società senza più valori (ancora), la politica (in alternativa al governo), ecc.

Per quanto riguarda le tematiche collettive invece, è nell’immigrazione che troviamo il terreno più fertile per lo sviluppo degli stereotipi: se vediamo un immigrato ridere, ballare, giocare a pallone, vuol dire che sta bene, e in aggiunta – senza alcun collegamento logico – stava bene anche prima nel suo Paese; se non è il ritratto della fame e della sofferenza stereotipata (denutrizione, segni freschi di percosse, manifestazione continua di stenti e difficoltà motorie) significa che non soffre e non ha mai sofferto.
Non solo, è qui per delinquere e ha compiuto l’attraversata del deserto e del Mediterraneo perché ha sentito nel suo villaggio che in Italia ognuno fa quel che vuole.

Stereotipiamo tutto, anche la guerra: è fatta solo di bombe, eserciti contrapposti e azioni stile Apocalypse Now; la pace: in cui può esserci solo tranquillità e forme di governo democratiche; la famiglia: che se non è composta dal binomio padre-madre crea ingenti problemi ai bambini.
Anche il pianeta, inteso come collettività di individui, siamo riusciti a stereotipare: il detto «tutto il mondo è paese» lo abbiamo preso alla lettera, e siamo arrivati a credere che in ogni angolo della Terra vi siano le stesse cose, materiali e non, che popolano il nostro paesello di cinquemila anime facente parte del contesto occidentale.

Cosa c’è quindi oltre gli stereotipi?
Un universo inesplorato fatto di imprevisti, con pianeti che ruotano su orbite irregolari, stelle sconosciute che possono essere come appaiono, oppure essere altro.
Dove gli abitanti possono sorridere perché sono felici o per sfidare la paura, le persone possono ballare per aver trovato una serenità tanto agognata, dove gli adolescenti possono sbagliare da soli nonostante la presenza dei genitori, e dove i figli crescono lo stesso anche senza un padre o senza una madre.
Dove la guerra, specialmente quella dilungatasi per decenni, è fatta anche di strascichi secondari, di carestie, di lotte quotidiane per la sopravvivenza e la pace è fatta da governi la cui caratteristica principale è la persecuzione, la detenzione prolungata con l’accusa “libera opinione” o “libero gusto sessuale”. Dove parte chi può partire, chi ha le caratteristiche fisiche per farlo, chi ha la possibilità di offrire le proprie braccia per un lavoro onesto.
Dove per certi versi «tutto il mondo è paese» e per altri non lo è.

I pericoli, i timori e la diffidenza ci accompagneranno sempre, possono vincere sulla logica perché rientra negli ingredienti con cui l’essere umano è fatto, ma totalizzare la nostra vita su concetti di tale natura, probabilmente non è il metodo più saggio per affrontarla.

Alessandro Basso

[Immagine tratta da: Google]

 

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Il connubio tra politica e cultura

A scuola ci hanno insegnato a non pensare a compartimenti stagni: anche se storia, arte, letteratura e filosofia sono materie separate, è importante capire che in ogni contesto storico esse sono strettamente intrecciate. Ma è possibile rendersene conto quando lo si vive in prima persona?

Brexit, l’elezione di Donald Trump, i timori precedenti le elezioni olandesi, tedesche e francesi, ci ricordano quotidianamente che esiste una fetta di società che non fa mistero di valori ed idee poco moderati. Solo qualche anno fa, l’elezione di personalità come Donald Trump ad una simile carica politica sembrava una prerogativa prettamente italiana e all’estero un’incredulità mista ad orrore spesso regnava di fronte alla continua (ri)elezione di un politico conosciuto per un atteggiamento poco rispettoso nei confronti delle donne.

Ma come ci hanno insegnato a scuola, la storia e dunque la politica non vivono una vita a sé stante: esse si inseriscono in un contesto culturale più ampio. Se siano esse ad influenzare o siano influenzate, è difficile da definire e con ogni probabilità dipende dallo specifico contesto storico.
Analizziamo quello attuale. L’inizio della seconda decade degli anni Duemila ha visto il delinearsi di una subcultura1 che, emersa a ridosso di un periodo di relativo benessere, si vuole porre in antitesi alla cultura di massa. Nel tentativo di differenziarsi dal mainstream (ciò che è convenzionale e maggioritario) riscopre aspetti che erano stati accantonati in nome dello sviluppo tecnologico e del benessere: il retrò e il vintage, l’ambiente e la natura, l’arte e la letteratura.

La storia dell’arte ci insegna che anche le innovazioni artistiche diventano mode: una parabola naturale che non le vede più prerogative di una nicchia di artisti, ma una caratteristica di molti, e che generalmente segna l’inizio del loro declino. In maniera simile, alcuni di questi ‘nuovi’ elementi culturali  hanno progressivamente coinvolto e interessato un numero di persone sempre maggiore. Ad oggi, alcuni di essi definiscono a pieno titolo il profilo culturale della società attuale. Basti pensare che nel 2016, il numero di vinili venduti nel mercato britannico è aumentato del 53% rispetto all’anno precedente2, o che nello stesso anno i musei italiani hanno registrato numeri di visitatori da record, in alcuni casi con un incremento del 70%3 degli ingressi.

Favorita dall’uso pressoché universale di Internet e dei social media, dalla velocità a cui le informazioni circolano e dalla libertà con cui possono essere condivise, questa cultura incontra la politica e se ne lascia influenzare.

L’incontro avviene in un contesto storico-politico dominato da incertezze, in cui le paure spingono a sostenere idee poco moderate, si mettono in dubbio le strutture esistenti ed i traguardi raggiunti, “machismo” e xenofobia ritrovano uno spazio politico proprio. In un quadro simile, il ritorno all’antico e alla natura, tipici del contesto culturale degli anni Dieci, dà convenientemente una risposta alla sensazione di insicurezza generalizzata, permettendo un ritorno alle origini che offre protezione.

Questo incontro in cui politica e cultura si rafforzano l’una con l’altra ha ripercussioni su due piani: quello pubblico e quello privato. Sul piano pubblico l’antitesi al mainstream e la volontà di differenziarsi da esso diventano opposizione di principio a tutto ciò che sembra rappresentare l’establishment. Nell’immagine collettiva il potere costituito ed il sapere riconosciuto diventano necessariamente un nemico che va smascherato: il potere politico tradizionale deve essere combattuto dalle nuove forme di democrazia; il sapere medico viene rinnegato e le sue cure rifiutate in numeri sempre più pericolosamente significativi. La sfera privata diventa l’elemento a cui guardare in cerca di protezione: al riparo da una situazione esterna caotica, la famiglia ritrova una raison d’être nella sua forma più tradizionale, ‘minacciata’ allo stesso tempo da un concetto di unità familiare non più basata sull’unione uomo-donna. Supportata da un nuovo autoritarismo politico4 e dalla ribadita importanza dei legami di sangue, si chiude dentro sé stessa, definisce una netta separazione dei ruoli all’interno del nucleo domestico e, nei casi peggiori, giustifica la violenza di genere, quasi a voler dimostrare che l’indipendenza femminile raggiunta ed il suo riconoscimento siano stati dopotutto una chimera5. Donald Trump non sarebbe potuto diventare il Presidente degli Stati Uniti d’America, senza il supporto di un contesto culturale che ritiene certi atteggiamenti nei confronti delle donne non così gravi da impedire di vincere le elezioni a colui che illusoriamente si definiva come l’anti-establishment; similarmente, un politico che ritiene che le donne siano “meno intelligenti e dunque si meritino un salario inferiore agli uomini” non si sentirebbe libero di fare certe dichiarazioni in sede di Parlamento Europeo6.

La mancanza di una capacità critica costruttiva è ancora una volta la grande lacuna dell’opinione pubblica, aggravata dalla tendenza a radicalizzare le proprie posizioni. La consapevolezza di certi perversi andamenti culturali e politici non manca completamente: è importante però saperli riconoscere, indagare e spiegare in un più ampio contesto, così da non diventarne involontariamente noi stessi suoi fautori.

Francesca Capano

NOTE:
1. Con il termine ‘subcultura’ si intende un sottoinsieme culturale che si differenzia da un insieme culturale più ampio di cui fa parte (vedi Enciclopedia Treccani).
2. P. Castelluccio, Vinile, record di vendite nel 2016, “Parkett”, gennaio 2017.
3. Dati del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, 2016
4. Russia: Vladimir Putin firma la legge che depenalizza le violenze domestiche, “Huffington Post”, febbraio 2017
5. L. Melandri, L’eterno ritorno di patria, famiglia e autoritarismo, “Internazionale”, novembre 2016
6. F. Mochi, Europarlamento, intervento choc: “Donne meno intelligenti, devono guadagnare meno”, “Adkronos”, marzo 2017

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Il caldo amore di un genitore, asfissiante

A un certo punto ci siamo svegliati la mattina del 25 dicembre senza attesa per i regali, senza quel senso di curiosità straripante che ci faceva volare giù dal letto. Non ci siamo più fiondati dai regali che un misterioso Babbo Natale ci aveva lasciato di notte.

Non è più accaduto perché quei due che di solito si prendevano cura di noi ci hanno dato una delusione straziante.
Non esiste alcun simpatico signore che vola con le renne di casa in casa.

Li abbiamo odiati, probabilmente, se ci ricordiamo il momento della scoperta.

Quella forse è stata la prima volta in cui abbiamo messo in discussione i nostri genitori. D’un tratto non erano più il riferimento massimo per la nostra vita, ma una minaccia, una fonte di delusione.

Da allora è stato un susseguirsi di litigi, lotte per ottenere un gioco, un motorino, un’uscita con la compagnia.

I figli sono sempre scontenti, sembra che ogni comportamento non sia quello giusto, che si sbagli sempre qualcosa.

Eppure i genitori fanno sempre tutto per amore dei figli. Non c’è momento in cui non siano davanti a ogni cosa, nel gradino più alto del podio. Ogni atto è un modo per dar loro qualcosa di buono: un’istruzione, un’educazione che li supporti. Un sostegno e una struttura per affrontare il resto della vita nel migliore dei modi.

Dall’altra parte però non tutto viene visto allo stesso modo. Spesso si crea un solco e da una parte e dall’altra schierate due visioni opposte di una realtà impossibile da valutare in modo unilaterale.

L’unico punto di contatto sta nell’intenzione ultima: entrambe le parti vogliono il benessere e la realizzazione del figlio, a qualunque età. Ma in modi diversi.

Il modo, appunto, fa la differenza. Non basta l’aiuto economico, non bastano le scuole migliori, il cibo e i regali. Tutto molto interessante, direbbero gli adolescenti. Ma sterile.

Il rapporto poi non decolla, i figli cercano altro e i genitori si perdono a distribuire beni di qualunque tipo, come fossero un’Ikea di articoli di sussistenza.

Ma in fondo il figlio di che ha bisogno? La maggior parte dei tentavi dei genitori finisce per soddisfare bisogni del genitore stesso, per placare paure e timori di mamme e papà.

Eppure l’articolo 315 bis del Codice Civile è piuttosto chiaro sulla modalità con cui un figlio dovrebbe essere cresciuto. Per una volta la legge non è fredda e sterile, ma ci indica la via di un comportamento che cambierebbe le sorti dell’educazione.

«Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni. (…)
Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano».

Ai ragazzi interessa questo, ai bambini ancora di più. Non è tanto il regalo da scartare, l’entusiasmo dei figli è legato alla presenza. Alla condivisione del tempo. L’affetto che percepiscono sapendo che i genitori sono lì da qualche parte pronti ad avvolgerli.

Se non ci fidiamo della legge, chiediamo alla natura, che non sbaglia mai.

L’esperimento di Harry Harlow (psicologo statunitense del Novecento) ci illumina su quello che un cucciolo di scimmia può provare rispetto alla presenza di un genitore. Harlow ha preso delle scimmie e con un gesto di temporanea crudeltà le ha separate dalla mamma. Questi cuccioli di scimmia sono stati poi lasciati in una gabbia: da una parte una “mamma metallica”, cioè un fantoccio in metallo con un biberon annesso, e dall’altra una “mamma morbida” fatta di panni di stoffa su cui appoggiarsi.

Niente, non è il cibo la cosa che le scimmie hanno voluto.

Non è la sopravvivenza fisiologica che istintivamente viene cercata da una piccola scimmia. Questi esemplari si stringevano al fantoccio di stoffa per trovare conforto.

Una coccola non vale un sorso di latte.

Le scimmie al massimo correvano a bere per pochi secondi, e poi tornavano a cercare affetto da quella cosa morbida, calda, accogliente.

Insomma, che sia Babbo Natale o un genitore a portare regali o biberon di latte, la cosa importante è assecondare i bisogni e le inclinazioni dei figli, o, mal che vada, ricoprirsi di stoffa.

 

Giacomo Dall’Ava

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Musei formato famiglia: 10 mostre da vedere durante le vacanze

Questo articolo è dedicato ai veri protagonisti delle feste natalizie: i bambini.
Non dimentichiamoci – sopraffatti dal vortice affannoso dell’ansia da regali – che i bimbi sono in primo luogo esseri curiosi e affamati di nuove esperienze, e che il dono più prezioso che possiamo far loro è un po’ del nostro tempo.
Accompagniamoli in punta dei piedi alla scoperta dell’arte, della letteratura, della scienza, perché sono proprio queste esperienze condivise che restano nel ricordo una volta cresciuti, più di ogni altro giocattolo o regalo materiale.

Di seguito propongo quindi una breve selezione di mostre a livello nazionale con un’offerta didattica interessante, per il piacere di grandi e piccini.

the-art-of-the-brick_la-chiave-di-sophiaThe art of the brick
Milano. Fabbrica del Vapore. Fino al 29 gennaio 2017.

L’artista statunitense Nathan Sawaya – con le sue 85 opere realizzate con oltre un milione di mattoncini LEGO® – stimola a progettare, costruire, inventare nuove forme e soprattutto a credere nelle proprie capacità creative.   Una mostra che incanta bambini e adulti: dal dinosauro lungo oltre sei metri alla riproduzione della Sfinge e della Gioconda. L’associazione AdArtem propone attività per famiglie con bambini di 4-5 anni (Mattoncino su mattoncino viene su…un grande artista!), di 6-10 anni (L’arte non ha regole!) e per famiglie con adolescenti (Talenti in corso).
Per informazioni e prenotazioni sulle attività: www.adartem.it
Per informazioni sulla mostra: www.artofthebrick.it.

museo-storia-naturale-milano_la-chiave-di-sophiaOrigini, storie e segreti dei movimenti della Terra
Milano. Museo di Storia Naturale. Fino al 30 aprile 2017.

Per scoprire il nostro pianeta e cercare di capire gli eventi naturali che lo caratterizzano, ma è anche un’ottima occasione per riflettere insieme ai bambini sulla recente tragedia che ha colpito il Centro Italia.
La mostra offre un percorso ben strutturato tra immagini spettacolari, fotografie satellitari provenienti dalla NASA, diorami, simulazioni di tsunami, sismografi e strumentazioni antiche e moderne. Inoltre l’Associazione Didattica Museale organizza attività e visite guidate per famiglie, tra cui Quando la terra trema, per famiglie con bambini di 6-11 anni. Per informazioni e prenotazioni: www.assodidatticamuseale.it

mostra-basquiat-milano_la-chiave-di-sophiaJean-Michel Basquiat
Milano. Mudec – Museo delle Culture. Fino al 26 febbraio 2017.

Per confrontarsi con un grande protagonista dell’arte contemporanea e riflettere su temi delicati come quelli del razzismo e delle differenze culturali.
La mostra attraversa la breve ma intensa carriera di Basquiat, conclusasi con la sua morte prematura all’età di soli ventisette anni. Un artista che viene rapidamente assimilato dai bambini per il suo stile semplice e infantile, e per la derivazione dei suoi disegni dai cartoni animati, la cultura pop e i graffiti urbani.
Attività per famiglie a cura dell’Associazione AdArtem. Per informazioni e prenotazioni sulle attività: www.adartem.it.
Per informazioni sulla mostra: www.mudec.it/ita/jean-michel-basquiat.

escher-mostra-milano_la-chiave-di-sophiaEscher
Milano. Palazzo Reale. Fino al 22 gennaio 2017. 

Per divertirsi a scoprire la geometria e imparare che anche l’occhio può trarre in inganno.
La mostra accompagna lo spettatore in un viaggio all’interno dello sviluppo creativo dell’artista, a partire dalle radici stilistiche liberty, per poi soffermarsi sul suo amore per l’Italia e individuare nel viaggio a L’Alhambra e a Cordova l’origine di un’ossessione per le forme geometriche che Escher esprime attraverso le sue tassellature e creazioni di oggetti impossibili.
Attività didattiche a cura dell’associazione AdMaiora (www.admaiora.education/it/mostre-ed-eventi/escher). Per informazioni e prenotazioni: www.mostraescher.it

mostra-muba_la-chiave-di-sophiaVietato non toccare
Milano. MUBA – Museo dei Bambini. Fino al 26 marzo 2017.

Una grande mostra-gioco per bambini dai 2 ai 6 anni. Sula scia delle geniali intuizioni del lavoro di Bruno Munari, designer sempre attento ai bisogni dei più piccoli, la mostra si sviluppa secondo un percorso di gioco impostato sulla scoperta, la meraviglia, l’esperienza tattile e visiva, la sperimentazione e il fare. Si approfondiscono così quattro momenti di esperienza: Le Scatole della Meraviglia, Toccare con gli occhi e vedere con le mani, il gioco Più e Meno, il Prato dei Prelibri. La mostra prevede anche laboratori settimanali per i bambini più grandi (6-13 anni) e proposte formative dedicate agli adulti. Per informazioni: www.muba.it

dinosauri-mostra-padova_la-chiave-di-sophiaDinosauri. Giganti dall’Argentina
Padova. Centro Culturale San Gaetano. Fino al 26 febbraio 2017. 

Tutti i bambini vorrebbero un dinosauro in salotto: se per Natale non fate in tempo a procurarvene uno, ecco l’occasione ideale per avvicinare i più piccoli all’universo di queste incredibili creature. Si tratta di una delle più importanti mostre su territorio nazionale sull’evoluzione dei dinosauri, con reperti unici, provenienti da un territorio paleontologicamente ricco come l´Argentina. Tra le attività per famiglie con bambini: Buenas Noches Dino (caccia al tesoro tra i reperti in mostra) il sabato alle 20 e Bingo Dino (coi numeri sostituiti da immagini relative alla mostra) la domenica alle 16. Per informazioni: www.dinosauripadova.it

immagini-della-fantasia-sarmede_la-chiave-di-sophiaLe immagini della fantasia 34
Sarmede (TV). Casa della fantasia. Fino al 29 gennaio 2017.

Finalmente una mostra che saranno gli stessi bambini a spiegarvi, e che quindi consiglio a tutti gli adulti. Per ridare una lucidata al muscolo dell’immaginazione che, come si sa, con il tempo tende a diventare pigro.
Questa edizione accoglie una sezione speciale dedicata alle figure dal Cile, mentre l’ospite d’onore è Guido Scarabottolo, grafico e illustratore italiano le cui creazioni sono apparse in diverse mostre nazionali ed estere. Il corpus centrale della rassegna è Panorama, la sezione che raccoglie oltre 30 illustratori e libri dal mondo. E nella sezione Planetarium la bellezza della scultura neoclassica viene raccontata ai bambini attraverso le favole di Antonio Canova. Nei weekend laboratori e letture animate attendono le famiglie. Per informazioni: www.sarmedemostra.it

ariosto_mostra_ferrara_la-chiave-di-sophiaOrlando Furioso. 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi
Ferrara. Palazzo dei Diamanti. Fino al 29 gennaio.

L’immaginario dell’Ariosto, ricco di illusioni, dame, cavalieri e animali fantastici non può che incantare la mente dei bambini. È possibile partecipare ai laboratori didattici dove i bambini sono portati ad interagire con le tematiche proposte nell’esposizione, sollecitando alla partecipazione attiva e alla rielaborazione creativa. In occasione della mostra è stato inoltre presentato il libro di Luigi dal Cin e Pia Valentinis: Orlando Pazzo nel Magico Palazzo (Ferrara Arte Editore). Il racconto evoca con ironia l’universo cavalleresco esplorato nel Furioso riproponendo, in modo semplice e chiaro, il ritmo che caratterizza il poema e la preziosità stilistica delle ottave ariostesche. Accompagnano il testo le bellissime tavole di Pia Valentinis che, di volta in volta, interpretano i toni della narrazione con vivace originalità.

pinocchio-mostra-cinecitta_la-chiave-di-sophiaPinocchio a Cinecittà: Natale nel paese dei balocchi
Roma. Cinecittà. Fino all’8 gennaio 2016.

Ogni bambino prima o poi si identifica con Pinocchio. Per avventurarsi alla scoperta del mondo del celebre burattino, nato nel 1881 dalla mente creativa di Carlo Collodi, gli spazi espositivi di Cinecittà e l’area verde del Play Garden ospitano un ricco calendario di iniziative, esposizioni, proiezioni e laboratori.
Per informazioni: www.cinecittasimostra.it

sensi-unici-mostra-roma_la-chiave-di-sophiaSensi unici
Roma. Palazzo delle Esposizioni. Fino al 26 febbraio 2017.

Una mostra di libri e opere tattili per educare, risvegliare i sensi e imparare a percepire la realtà con occhi e mani nuove. Libri nazionali e internazionali, tavole materiche e operative, coinvolgono direttamente il pubblico grande e piccino nella lettura tattile dell’opera, per scoprire le potenzialità espressive e comunicative dei materiali. E’ previsto un ricco programma di laboratori per famiglie e bambini da 3 a 6 anni la domenica dalle 11 alle 13.
Per prenotazioni (consigliate): tel. +39 06 39967500. Per informazioni sulla mostra: www.palazzoesposizioni.it/categorie/mostra-sensi-unici

Claudia Carbonari

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Un dolore senza voce

La vita, ma ancor di più la morte, per gli esseri umani di ogni etnia, cultura e confessione religiosa, rimane un mistero insondabile. Molto spesso c’è un modo sbagliato di guardare la morte. Questa realtà riguarda tutti noi e ci interroga in modo profondo, specialmente quando ci tocca da vicino, o quando colpisce i piccoli, gli indifesi, in una maniera che ci risulta scandalosa. Come rispondere alla domanda: “perché soffrono i bambini? Perché muoiono?”. Se la morte viene intesa come la fine di tutto, questo spaventa, atterrisce, si trasforma in minaccia che infrange ogni sogno, ogni prospettiva, che spezza ogni relazione e interrompe ogni cammino. Questa concezione della morte è tipica del pensiero ateo e nichilista, che interpreta l’esistenza come un trovarsi casualmente nel mondo, per camminare verso il nulla. Dichiara Papa Francesco: «Molti non credono in un orizzonte che va oltre la vita presente e vivono come se Dio non esistesse». Quando ci lasciamo prendere da questa visione sbagliata della morte, non abbiamo altra scelta che quella di occultarla, di negarla, o di banalizzarla, perché non ci faccia paura.  Ma il cuore dell’uomo e soprattutto quello di donna e madre, si ribella a questa soluzione. L’uomo ha desiderio d’infinito e nostalgia dell’eterno. Qual è, allora, il senso cristiano della morte?
Se guardiamo i momenti più dolorosi della nostra vita, quelli in cui abbiamo perso una persona cara, ci accorgiamo che, anche nel dramma della perdita, anche lacerati dal distacco, sale dal cuore la convinzione che non può essere tutto finito, che il bene dato e ricevuto non è inutile. C’è un istinto potente dentro di noi, che ci dice che la nostra vita non finisce con la morte. La morte è, purtroppo, un’esperienza che riguarda tutte le famiglie, senza eccezione alcuna. Fa parte della vita. Eppure, quando tocca agli affetti familiari, la morte non riesce mai ad apparirci naturale. Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia sembra fermare il tempo: una voragine inghiotte passato e futuro. La morte che porta via il bambino è uno schiaffo alle promesse, ai doni e ai sacrifici d’amore. In questi casi la morte è come un buco nero che si apre nella vita delle famiglie e a cui non sappiamo dare alcuna spiegazione.

Come comprendere un’esperienza che appare evidentemente contro natura, devastante, come il lutto nel periodo pre- e perinatale1?

Per comprendere il lutto perinatale e conoscere meglio il vissuto dei genitori colpiti dalla perdita del proprio figlio, sono necessarie alcune premesse:

  1. L’idea di avere un figlio ha origini molto remote nella persona dei genitori: la genitorialità, infatti, ha inizio ben prima del concepimento;
  2. Il percorso genitoriale è irreversibile. Quando si realizza la gravidanza, prende vita il primo legame di attaccamento dettato dalla relazione con quel bambino portato in grembo. La gioia dell’attesa proietta i genitori nel progettare lo spazio dove accogliere il nascituro. I genitori sono proiettati in un futuro dove la nascita è già avvenuta2;
  3. Non si diventa madre o padre al momento del parto, ma molto prima, durante tutto il percorso della genitorialità.

Il lutto in gravidanza o dopo il parto ed anche le nascite di bambini terminali chiamano i genitori ad affrontare un difficile percorso, in cui l’amore per il bambino e il dolore della perdita si intrecciano con il proprio personale vissuto, lasciando gli stessi attoniti. L’evento “morte” spezza il legame fisico col bambino, ma non il legame psichico che resta dolorosamente saldo, indipendentemente dall’età gestionale in cui la morte interviene. Il cordone ombelicale, da un punto di vista mentale e spirituale, non viene mai reciso.

La nascita, che coincide con la morte, rappresenta sempre un evento molto triste. È difficile accettare il fatto che il bambino, cresciuto in grembo, possa cessare di vivere improvvisamente senza una ragione evidente. Nessuno è mai preparato ad affrontare una morte del genere.

La morte all’inizio della vita è concettualmente difficile da capire e da accettare sia da parte di chi ne è colpito direttamente, e che inevitabilmente con essa deve fare i conti, sia da parte della società. Infatti, la nostra cultura occidentale non trova parole che possano spiegare ciò che è di fatto innaturale: come si può morire prima di nascere? Un dolore cui non si dà voce è destinato a restare privato. Questo tipo di morte non ha uno spazio sociale ben definito e, per certi versi, rimane ancora un tabù: non se ne parla, si tende ad evitare l’argomento ed il confronto. Una spiegazione a tale atteggiamento può essere data dalla volontà di dimenticare rapidamente l’insuccesso e il fallimento: un bambino desiderato e cercato non può morire! L’aborto spontaneo, il bambino nato morto, il neonato terminale non trovano spazio nell’ideale di maternità. Il bambino che muore prima di nascere è una cosa inimmaginabile, inaudita e inaccettabile.

Cosa fare?

La situazione va affrontata con lealtà, sincerità e trasparenza da parte degli operatori sanitari – e non solo – condividendo con i genitori il dramma, la tristezza, il dolore e l’impotenza: ben sappiamo che sentirsi soli, in un momento così drammatico, non fa altro che aumentare l’ansia e la depressione e consegna la persona, sofferente, a fantasmi e ossessioni di cui ci si può liberare; d’altro canto, soltanto facendo appello alla speranza che, per chi crede o semplicemente ha avvertenza del fatto che la vita non si esaurisce nella sua dimensione biologica, come con la vedova di Nain3, Dio restituisce ai propri cari chi li precede nel doloroso passo.

Rocco Colucci

Rocco Colucci è nato a Filiano, un piccolo comune della Lucania, in provincia di Potenza, nel 1962. Ordinato sacerdote nel 1987, ha sempre coltivato un profondo interesse per le tematiche della pedagogia e della bioetica; attulamente docente presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Mons. Vairo” di Potenza, città in cui è anche parroco.

NOTE:
1. Tecnicamente si definisce morte “perinatale” la perdita di un figlio che avviene, indicativamente, tra l’ultimo periodo della gravidanza e i primi giorni di vita dopo il parto. Ma il lutto perinatale si può estendere anche all’aborto spontaneo, all’interruzione terapeutica di gravidanza, alla riduzione fetale in caso di gravidanze multiple o alla morte endouterina di uno dei gemelli; in caso limite, anche all’abbandono per adozione.
2. Tale proiezione si manifesta naturalmente già dalle prime settimane di gravidanza.
3. Cfr. Lc 7, 11-15.

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Sibilla Aleramo, “Una donna”

Ogni opera letteraria è un messaggio che deve incontrare i propri lettori, e questo destino non è mai prevedibile. Una donna (1906), romanzo d’esordio di Sibilla Aleramo (Marta Felicina Faccio, 1876-1960), dopo un discreto successo e un lungo periodo d’oblio, fu riscoperto nel 1975 e incontrò un nuovo, straordinario favore di pubblico perché i tempi erano più favorevoli: i temi apertamente femministi che l’autrice aveva anticipato di molti decenni erano adesso oggetto di un dibattito acceso.

Una donna  elabora in forma di romanzo le esperienze giovanili dell’autrice. Da subito ci viene incontro una figura vivace e aperta al mondo: «La mia fanciullezza fu libera e gagliarda», una ragazza affascinata dal padre, che vede come un esempio di forza e indipendenza, mentre non trova mai una sintonia con la madre debole e sottomessa al marito.

Quando il padre accetta la proposta di dirigere una fabbrica in un paese del sud, la protagonista è entusiasta, e dà una mano in ufficio nonostante la giovanissima età, creando scalpore in paese, dove «regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia tra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopra tutto subivano sevizie in silenzio, (…) l’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se qualcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!».

Ma il padre ha una relazione con un’altra donna: la moglie, quando lo scopre, tenta il suicidio gettandosi da una finestra. Sopravvive, ma una forma di demenza progressiva impone il suo ricovero in un manicomio.

Intanto la protagonista, nemmeno sedicenne, è attratta da un giovane impiegato della fabbrica: le loro schermaglie si risolvono un giorno quando «accanto allo stipite d’una porta (…) fui sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: delle mani tremanti frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si divincolava».

L’unica soluzione è un matrimonio “riparatore”, ma ben presto la protagonista scopre quanto il marito è meschino e incapace di capire la sua personalità. L’unica consolazione è la nascita di un bambino, su cui la ragazza riversa tutto il suo affetto.

La vita famigliare risulta noiosa, soffocante, finché la protagonista, corteggiata a una festa da un giovane uomo, finisce per rispondere alle sue attenzioni dopo averlo inizialmente respinto. Scoperto il fatto, il marito la maltratta e la segrega in casa finché lei, in un momento di sconforto, tenta il suicidio ingerendo del laudano.

Si salva, e la famiglia si sottrae alle chiacchiere trasferendosi a Roma. Lì la protagonista, sempre più convinta di doversi esprimere anche al di fuori della famiglia e conquistare una vita indipendente, collabora con una rivista femminile. Il marito la ostacola, e quando lei propone di separarsi, lui la ricatta rifiutando di lasciarle il figlio. Ma quando lei scopre che il marito ha una relazione con un’altra, se ne va comunque. Il libro che ha scritto forse permetterà al figlio, un giorno, di capire la sua scelta e il tormentato cammino che l’ha portata a quel passo: «Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!».

Una storia autobiografica, dicevamo; ma, per l’autrice, un esempio di vita nel quale altre donne possano riconoscersi. Il titolo stesso, così generico, va in questa direzione; e anche la singolare scelta stilistica, per cui tutti i personaggi sono indicati per il rapporto che hanno con la protagonista (il padre, il marito, la direttrice…) senza mai usare dei nomi propri.

Si potrebbe forse definire un romanzo di formazione, ma con una sostanziale differenza: mentre in questo genere, di solito, le esperienze giovanili preludono a una consapevolezza che porta i protagonisti a accettare un posto nel mondo, qui il percorso sembra inverso. La protagonista si sforza in ogni modo di adattarsi alle convenzioni, non discute mai il principio, all’epoca ovvio, per cui a una donna spetta solo «amare, sacrificarsi e soccombere». Il matrimonio e la maternità sono accettati come passi obbligati, ma la consapevolezza che «la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana», la spingono a infrangere fino in fondo le convenzioni, in nome del rispetto per se stessa. Una sfida, una prova da affrontare, capace ancora – pure in un linguaggio che suona ormai antiquato, di provocare i lettori.

Giuliano Galletti

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