L’incompresa importanza del suolo e la sua complessità

Non c’è cosa più calpestata al mondo, in tutti i sensi. Il suolo non soltanto è la superficie sulla quale costruiamo tutta la realtà che ci circonda ma è anche la risorsa naturale più maltrattata e meno conosciuta. Troppo spesso il suolo è visto come una risorsa da cementificare o da sfruttare per massimizzare la produzione di cibo. Viene sottovalutata la sua fragilità e la sua imprescindibile necessità per tutta la vita sulla terra. A lanciare un ennesimo allarme è il professore Paolo Pileri, ingegnere urbanista del Politecnico di Milano; il suo libro L’intelligenza del suolo. Piccolo atlante per salvare dal cemento l’ecosistema più fragile (ed. Altreconomia, 2022) è un richiamo a comprendere la preziosità del suolo per il panorama di complessità in cui si incastonano anche le nostre vite di umani, accanto a tutte le altre. Ancora una volta, l’appello è ad aprire gli occhi a questa complessità e all’urgenza di capire come i nostri interventi incontrino sempre meno la resilienza della natura.

Che il suolo sia prezioso per tutti non è una novità; Platone scrisse:

«Io dunque, nella mia qualità di legislatore, dichiaro che né voi appartenete a voi stessi, né codesti beni appartengono a voi, ma alla vostra famiglia in tutto il suo complesso, a coloro che furono prima di voi, e a coloro che verranno dopo, come a sua volta e tanto più, l’intera vostra famiglia e le sue sostanze appartengono alla polis» (Platone, Leggi, II. 923 A-B).

«Chiunque riceva in sorte un lotto di terra lo deve considerare possesso comune» (Platone, Leggi, V. 740A).

Il suolo è un bene collettivo, però è complesso e delicato in quanto la sua vitalità è legata a tempi lunghissimi di evoluzione: ci vogliono 500 anni perché se ne formino 2,5 cm. Basta un giorno, invece, per asfaltare e sopprimere quella complessità che silenziosamente si è costruita nel tempo. Il suolo, con caratteristiche variabili in base ai nostri interventi (che lo impoveriscono), è un condominio fitto fitto di inquilini che lavorano in simbiosi. Vi siete mai chiesti che parte hanno i lombrichi? Darwin se lo chiese e  scoprì che con il loro lavoro di scavo e trasporto di materiale organico consentono al suolo di arearsi meglio e facilitano i processi di decomposizione, cioè un lavoro quasi invisibile che fa sì che non veniamo sommersi da tutto ciò che non è più utile per noi. Non solo, quello che il suolo riesce a decomporre (soprattutto materia organica, chiaramente fa più fatica con la plastica) diventa fonte di fertilità e dunque futuro cibo per tutti i viventi. Non è abbastanza? No, infatti, il suolo ha anche un altro importantissimo compito, sempre più essenziale per noi: lo stoccaggio di carbonio; se questo viene liberato forma nuova anidride carbonica, risorsa di cui siamo già tristemente ricchi. Perdere suolo e vegetazione in cambio di infrastrutture non è uno scambio equo perché quello che viene meno è difficilmente rimpiazzabile, non nei tempi di una vita umana almeno. Il mondo del suolo è veramente denso di meraviglie, molte altre sono le risorse che ci fornisce e che il libro di Pileri mostra.

Un’altra considerazione è fondamentale: il suolo serve a produrre cibo. Dove coltiviamo le piante necessarie alla nostra alimentazione e a quella degli animali che mangiamo quando da noi il suolo scarseggia? In luoghi lontani, come Russia e Ucraina ad esempio, dove ci sono zone di grandi coltivazioni capaci di supplire in grossa parte al fabbisogno di Europa e Africa. Ma la terra non basta più e noi siamo tanti. Il rapporto FAO (con Unicef, OMS, WFP e IFAD) dice che a fine del 2021 erano circa 800 milioni di persone a patire gravemente la fame nel mondo, in aumento rispetto all’anno precedente e le attese per il 2022 sono addirittura peggiori. A causa dell’invasione Russa con la conseguente guerra e non solo, è divenuta incerta una preziosa fonte di sostentamento per una parte considerevole di mondo. Si pensi che la Somalia, che vive una terribile lunga crisi di siccità, dipende al 100% dalla fornitura del grano russo e ucraino. É già uno dei paesi più poveri al mondo e le cose ora vanno solo peggio.

Siccome il nostro suolo ci attira molto quando è fruttuoso in termini economici, cioè quando è edificabile, da incoscienti quali siamo non ci accorgiamo che rendiamo la questione della fame un problema sempre più grande. Suolo ce n’è sempre meno e se volessimo recuperarne di perso ci occorrerebbero centinaia di anni: insomma, non è difficile immaginare che la fame potrebbe un giorno arrivare sempre più vicino a noi. Se poi aggiungiamo le questioni legate all’inquinamento e ai cambiamenti climatici, dovremmo veramente preoccuparci.

Tutti possiamo fare qualcosa. Pileri spiega bene nel suo libro come le nostre abitudini alimentari determinano il consumo di suolo. Ci vuole molto più suolo nel processo che porta a produrre una bistecca di bovino rispetto a una pasta al sugo. Inoltre, nei paesi occidentali tantissimo cibo viene sprecato e buttato!
Abbiamo tutti delle colpe, ma ciò significa anche che tutti possiamo fare la nostra parte. É importante che le persone capiscano la preziosità delle risorse naturali, come funzionano e come siano imprescindibili. Dovremmo non solo mantenere i piedi per terra, ma chinarci e guardare da vicino, con più curiosità e rispetto, questo incredibile mondo che ci nutre quotidianamente.

Pamela Boldrin

[Photo credit Ochir-Erdene Oyunmedeg via Unsplash]

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“Non si è affamati soltanto di pane”: il mondo dei giovani visto da Viktor Frankl

«Non si è affamati soltanto di pane, ma anche di senso. Ci si preoccupa troppo poco di quest’aspetto nello stato sociale odierno» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima), così si era espresso lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl in una conferenza al Politecnico di Vienna nel 1985. Queste parole risuonano con maggior intensità alla luce delle manifestazioni umane, giovanili in particolare, del tempo presente. Le cronache quotidiane riportano eventi che interessano adolescenti e giovani, i cui comportamenti sono espressione di un marcato vuoto interiore. Bullismo, sopraffazione reciproca, violenza reale e virtuale – quest’ultima ancor peggiore per la vastità della propria eco e delle proprie conseguenze psicologiche –, dipendenze tecnologiche, perversioni sessuali, depressione, omicidi e suicidi, sono cifre tragicamente ricorrenti che ritraggono una parte, malauguratamente crescente, della popolazione giovanile.

Nell’attuale mondo occidentale non si può certo affermare che gli stomaci siano vuoti, ma alla luce di questi indicatori certamente lo sono le esistenze, tormentate da un vuoto interiore senza precedenti. È possibile comprendere queste manifestazioni – il che non significa certamente giustificarle – soltanto se analizziamo il fenomeno in profondità, andando alla radice di quei comportamenti e del loro movente. Esse sono espressione della noia, che implica un’assenza di passioni e interessi per il mondo e dell’indifferenza che richiama ad una mancanza di iniziativa costruttiva e proattiva. La noia e l’indifferenza affiorano nel vuoto esistenziale che pervade le giovani generazioni, le quali sembrano aver smarrito compiti e impegni nobili che possono inondare di senso la propria esistenza.

Il senso dell’esistenza non è un concetto astratto, come spesso e banalmente si vuol far credere, ma è estremamente concreto, calato nell’esigenza dell’ora. Il significato riguarda quanto la vita si attende da noi, giorno per giorno, di ora in ora. Esso può essere scoperto soltanto interiormente, contattando l’organo esistenziale per eccellenza: la propria coscienza. Invero, attraverso essa scopriamo i valori che attendono di essere da noi realizzati ed è proprio tale concreta realizzazione che proiettandoci nel futuro, riempie di senso anche il nostro presente. Altresì, è nella coscienza che possiamo percepire e riconoscere la sottile ma fondamentale differenza fra valori, che promuovono la vita e la sua dignità, secondo libertà, responsabilità, solidarietà e dis-valori, tutto ciò che ergendosi sulla distruttività tende a negare il valore della vita, poiché esclude dal proprio agire i fondamenti dell’umanesimo.

L’isolamento, la depressione, la dipendenza e la violenza sono l’espressione di una generazione marcata da un abissale vuoto di senso. Un vuoto che esige, in ogni modo, di essere riempito. Proprio laddove la volontà di significato viene frustrata proliferano comportamenti distruttivi per sé e per gli altri, i quali contrastano la vita nella sua espressione umana più nobile. Per questo è necessario che la comunità educativa degli adulti riconosca anche in un giovane delinquente, in un tossicodipendente, in un depresso o in un dipendente patologico, la volontà di trovare uno scopo e dare un senso alla propria vita. I giovani d’oggi non sono senza valori, hanno bisogno che il mondo adulto ritorni ad adempiere al proprio compito educativo, sfidandoli a realizzare significati nella propria esistenza. Facendo sentire loro la responsabilità per la vita, che si configura come impegno concreto per un’opera da realizzare, per una causa, per un alto ideale civile, politico o religioso, o come amore per un altro essere umano. Solo riscoprendosi responsabile per qualcosa o per qualcuno, l’essere umano può sperimentare che la propria esistenza, unica e irripetibile, ha un significato altrettanto unico e irripetibile. Precisamente, scrive Frankl, «la ricerca di senso ha un orientamento […] è diretta verso quei valori che ogni singolo uomo ha da realizzare nell’unicità della propria esistenza e nella singolarità del proprio spazio vitale» (V. Frankl, Logoterapia. Medicina dell’anima).

Queste no future generation hanno bisogno di riconoscere che la vita si configura come un appello, un compito unico e irripetibile, al quale ciascun essere umano è invitato a rispondere personalmente. Riconoscendosi responsabile dinanzi a tale compito, il singolo individuo profonderà il proprio impegno fisico, psicologico e spirituale, per realizzarlo. Invero, sperimentare che vi è uno scopo nella vita, che vi è un obiettivo da perseguire, una causa da servire o una persona da amare, permette di superare anche le circostanze più arcane, senza precipitare nel nichilismo che induce a fare cose senza senso (dis-valori). Aiutare i giovani in questo difficile cammino di educazione esistenziale, implica invitarli a sentire interiormente il desiderio di significato, quel motore che aiuta a muoversi da obiettivi conseguiti a valori che ancora attendono di essere realizzati nel futuro, in una sana e necessaria tensione verso il significato che anima fattivamente l’esistenza.

 

Alessandro Tonon

 

[Photo credits su unsplash.com]

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Sono forse io il custode di mio fratello? – Intervista ad una assistente sociale

Secondo i dati della UN Refugee Agency (UNHCR), dal 1 gennaio 2016 ad oggi, sono sbarcate 230.226 persone tra Grecia ed Italia. 2.890 sono coloro che hanno perso la vita nell’attraversamento del Mar Mediterraneo1.
Uomini e donne che hanno deciso di rischiare la loro vita e quel che è peggio, quella dei loro figli, in cerca di un po’ di pace, di dignità. Famiglie che si accollano debiti inimmaginabili per permettere ai propri cari di tentare di raggiungere un luogo della terra non dilaniato da guerre o sopraffatto da terrore e violenze continue e di ogni sorta.
Chi sono questi migranti? Cosa vivono e sopportano nel cercare di raggiungere i paesi del Mediterraneo?
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza e di verità abbiamo incontrato Cristina, 26 anni, lavora come assistente sociale in un centro di accoglienza nella provincia di Treviso. Lei, ogni giorno, opera a diretto contatto con decine, anzi centinaia, di persone che, per i motivi più disparati, hanno deciso che rischiare la morte per sé e per i propri cari, probabilmente, non può essere peggiore di quello che subiscono nei loro paesi o delle condizioni in cui sono costretti a vivere nelle loro città, case, famiglie.

Nel Centro di accoglienza dove lavori di che sesso e nazionalità sono i profughi?

La maggior parte dei richiedenti asilo sono uomini, tra i 20 e i 30 anni. Ci sono anche donne, ma in numero minore. Alcune donne spesso sono accompagnate dai mariti, altre, giovanissime, arrivano sole. Ancora meno, ma comunque presenti, sono i bambini che spesso nascono durante il viaggio o giungono nei centri di accoglienza da piccolissimi.
Nel centro dove lavoro la maggior parte delle persone proviene dall’Africa Sub Sahariana, principalmente Nigeria, Gambia, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio, Mali… Ci sono anche persone originarie dell’Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Come sono approdati in Italia, quanto dura e quanto costa in media un viaggio per raggiungere il nostro Paese?

Non c’è una regola precisa per la durata e il costo del viaggio. In base ai paesi di provenienza è possibile individuare due tipologie di “viaggio”. Per le persone provenienti dall’Africa subsahariana il primo pezzo del tragitto è differente in base alla città di partenza, però, ad un certo punto del viaggio tutti convergono in Libia e raggiungono l’Italia via mare.
Le persone provenienti da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh viaggiano via terra; le tappe obbligate sono Turchia e Grecia, poi il tragitto può diversificarsi, raggiungono il nostro Paese passando per Ungheria e Austria.
Per quanto riguarda i tempi vi sono molte differenze in base al progetto migratorio di ogni persona, variano da 1 mese a 4-5 anni. Relativamente alla durata del viaggio influiscono, oltre che il progetto di ognuno, variabili quali il denaro, i trafficanti, la situazione libica…
Anche per il costo non c’è un “prezzo fisso”, ad esempio si può pagare il viaggio in partenza, oppure tappa per tappa trovando dei lavori occasionali lungo la strada. Dalle storie ascoltate in questi mesi in linea di massima il viaggio è molto costoso, basti pensare che una famiglia si indebita per mandare uno solo dei figli alla ricerca di una vita migliore.

Probabilmente sono tutte persone consapevoli dell’alta possibilità di perdere la vita durante il viaggio, perché decidono comunque di rischiare? Quali storie ci sono dietro ad una tale decisione?

Ogni persona ha una storia, una motivazione e un progetto migratorio diversi. Anche persone provenienti dallo stesso Paese o dalla stessa città scappano per motivi diversi. Il fattore determinante non sono solo le guerre, le violenze che vivono e sopportano, non sono solo il frutto di lotte armate; possono esserci motivazioni familiari, capita spesso che i ragazzi non siano accettati dalla famiglia di origine o dalla comunità per aver scelto una religione diversa, per l’orientamento sessuale o per altre scelte contrastanti con la realtà in cui vivono ed essere vittime di continue ed estenuanti vessazioni. Altri magari vengono da zone di continui scontri tra fazioni politiche o parti religiose, altri ancora cercano la libertà. Spesso la loro idea iniziale non è quella di raggiungere l’Italia però durante il percorso è facile finire nelle mani dei trafficanti e il loro viaggio continua secondo rotte non frutto di proprie scelte, ma obbligate.

Quanto è difficile ascoltare questi racconti di grande sofferenza? Ad un certo punto ci si può “abituare”?

Ci si può abituare a sentire nominare i diversi Paesi attraversati, nell’ordine di percorrenza; è bello scoprire che ad un certo punto della strada qualcuno di loro trova una “persona buona” che li aiuta a proseguire senza voler nulla in cambio… però i vissuti che li portano a fuggire, ciò che sono costretti a vivere/subire durante il viaggio è purtroppo nuovo ogni volta e quando a raccontartelo sono una ragazza o un ragazzo, magari della tua stessa età che cercano di salvare la loro vita e se possibile anche un po’ di dignità, come si può parlare di abitudine…

La stampa riporta spesso lamentele dei richiedenti asilo relativamente alle strutture in cui sono accolti, al cibo, mancanza di televisione, ecc. Sembra impossibile che dopo tutto quello che hanno passato siano scontenti di quello che ricevono.

Appena sento i ragazzi lamentarsi anche a me viene da pensare e a volte glielo faccio notare che con tutto quello che hanno passato i loro problemi dovrebbero essere altri e sarebbe il caso che si lamentassero per altro. Però, se ci penso, io e noi tutti ci lamentiamo quotidianamente per molto meno, per il traffico, per il cellulare scarico e per mille altri futili motivi.
Quindi, credo che queste lamentele che comunque a volte sono anche veritiere, possano essere lette in due modi. Penso che se una persona con il loro vissuto si sta lamentando di una cosa (sia anche superflua per me in questo momento) significa che anche per soli cinque secondi ha pensato ad altro rispetto a ciò che magari ha passato in Libia o in Afghanistan… e quanti di noi riuscirebbero a farlo dopo aver subito anche solo la metà di ciò che è toccato loro?
Poi, ritengo che sia doveroso restituire un po’ della dignità perduta con una buona e attenta accoglienza (sicuramente non fatta solo di buon cibo e televisore in camera).

Cos’è il tanto discusso pocket money erogato giornalmente ai richiedenti asilo e come funziona?

Il “costo” giornaliero per l’accoglienza di un richiedente asilo è di 35 euro, denaro necessario per far fronte alle spese per il vitto, l’alloggio, l’affitto dello stabile e lo stipendio delle persone che ci lavorano. Il pocket money, invece, è la parte di questi 35 euro (solitamente corrisponde a 2,50 euro) che viene erogata direttamente alla persona che vive nel centro di accoglienza.

Molto spesso i nostri connazionali che versano in stato di indigenza riferiscono e lamentano di essere trattati dallo Stato peggio dei profughi…

Probabilmente hanno ragione, ma lo Stato continua a fare per loro ciò che faceva anni fa, prima di questa emergenza. Credo che il sistema dei servizi andrebbe ripensato in base alle nuove esigenze della popolazione indipendentemente da ciò che lo Stato fa o meno per i richiedenti asilo.

Se facciamo una passeggiata nelle nostre città, spesso incontriamo migranti con cellulari ultimo modello ecc…

Non sempre sono persone che scappano da povertà o miseria, ci sono tanti giovani laureati, di buona famiglia e con un lavoro che però sono costretti a fuggire dai loro paesi d’origine per motivi politici, di razza, religiosi… e quindi il cellulare per loro non è un bene di lusso. Poi, ci sono anche persone che fuggono dai loro Paesi per motivi economici, di estrema povertà: loro non arrivano con un cellulare, però è tra le prime cose che acquistano in quanto è l’unica modalità per mettersi in contatto con la famiglia o gli amici. Anche solo per dire loro dove si trovano e che sono vivi.

 

L’ultima domanda non la rivolgo a Cristina ma la cito dal libro Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda: la storia vera del viaggio di Enaiatollah Akbari, un bambino afghano di dieci anni la cui madre, per proteggerlo dai talebani che perseguitano la famiglia e minacciano di ucciderlo, decide di farlo fuggire dal suo Paese.
Lo scrittore, intervistando il giovane, si rivolge a lui chiedendo: «Come si fa a cambiare vita così, Enaiat?
Una mattina, un saluto.
Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
È così. La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura per sempre»2.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. www.data.unhcr.org
2. Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini e Castoldi, Milano 2013, pp. 72-73.

[Immagini tratte da Google Immagini]

De immigratione

In primo luogo noi non desideriamo essere chiamati «profughi». Tra di noi ci chiamiamo «nuovi arrivati» o «immigrati». I nostri giornali sono per «americani di lingua tedesca»
Solitamente il termine «profugo» designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica. È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo, tuttavia non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale. Con noi il significato del termine «profugo» è cambiato. Ora «profughi» sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell’aiuto dei Refugee Committees.”[1]
Queste le parole di Hannah Arendt nel saggio “Noi profughi” contenuto all’interno dell’opera Ebraismo e Modernità. E da notare come questa testimonianza non abbia solo un valore storico ma anche ontologico-esistenziale. Infatti, come sottolinea la pensatrice, si ha una trasmutazione del significato di “profugo” che determina un cambiamento dell’accoglienza che sta alla base dell’arrivo in un nuovo paese.

“Abbiamo perso la casa, che rappresenta l’intimità della vita quotidiana. Abbiamo perso il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo. Abbiamo perso la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle relazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti. Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento, e questo significa che le nostre vite sono state spezzate.”[1]

“Profughi” sono diventate le persone ultime tra le ultime, chi non ha più niente: casa, lavoro, lingua. «Le nostre vite sono state spezzate»: a sottolineare come la morte non ha a che fare solo con la fisicità, ma – più intimamente – con la mente, con il pensiero. La vita non sarà mai più quella di una volta: ci si trova ad essere stranieri tra gli stranieri, con il bisogno di essere accettati ma con l’incapacità di portarlo a termine. Si è persa la casa, cioè l’intimità dei legami – della vita quotidiana -, il radicamento alla terra, si è perso il lavoro, ciò che ci rende socialmente utili e accettati; e si è persa la lingua, cioè l’identità con se stessi e con il proprio mondo.

Certo, le situazioni e condizioni non sono identiche di quelle ebraiche ai tempi dell’Hitlerismo, ma quale argomento più attuale se non il flusso migratorio che interessa il momento? La descrizione che fa H. Arendt calza tristemente a pennello con chi è costretto a salire su un barcone verso l’Europa, visto che scappare per salvare la vita lasciandosi alle spalle tutto ciò che prima essa rappresentava è esattamente quello a cui erano costretti gli Ebrei
Ne abbiamo sentite di tutti i colori, ed è oltremodo semplice sentirsi confusi o ritrovarsi traviati dal calderone di idee che interessa quello che viene definito un problema.
Perché – effettivamente – di un problema si tratta.
La mia personale opinione, però, è che sia la nostra volontà a renderlo tale.
Infatti: cosa trasforma una potenziale risorsa in un problema? La risorsa stessa o chi gestisce la questione?
Aristotele aveva fatto luce sul passaggio da un tipo di essere ad un altro, qualificando il divenire come passaggio da potenza ad atto. Ebbene: quale malsano ragionamento ci permette di rendere qualcosa che in potenza può essere utile in un danno totale in atto?
Mi spiego meglio. Il diverso – l’altro – fa sempre paura ad un primo impatto. È un sentimento legittimo: dal nuovo non possiamo sapere cosa aspettarci. Ora, superata questa prima caratterizzazione, il successivo passo logico dovrebbe essere quello di scoprire la fondatezza o meno dei nostri timori. Ecco il punto nevralgico: la fonte di informazioni che crea in noi la nostra “personale” – le virgolette sono d’obbligo vista la facilità con cui ci facciamo manipolare – opinione in merito alla questione. Aggiungiamo un altro tassello: in Italia, ma non solo, l’informazione non è libera; o meglio: l’informazione lo è, ma indipendenti non sono le modalità con cui possiamo raggiungerla.
La dimostrazione è semplice: domandiamoci quali sono i mezzi che partecipano al parto di un’opinione. Nella maggior parte dei casi la risposta è banale: giornali, televisione, internet; ed è proprio nella semplicità con cui possiamo raggiungerli che si cela l’inganno. Il filosofo austriaco Karl Popper aveva proposto una patente che regolasse le comparse in televisione, proprio a causa dell’enorme potenzialità di questo mezzo, capace di influenzare ogni vita umana. La forza risiede nell’enorme visibilità che può avere un’opinione espressa attraverso la tv, in grado di indirizzare le nostre scelte verso ciò che viene trasmesso o affermato durante un programma, basta pensare alla pubblicità.

 
L’esperimento sociale condotto da P.F. Cottone – docente di psicologia presso l’Università di Padova – è un chiaro esempio di come la manipolazione mediatica agisce sulle nostre opinioni. Egli ha intervistato a Lampedusa uomini e donne di varie età domandando cosa ne pensassero della situazione profughi e le risposte erano state varie ma comunque indirizzate verso un’accoglienza calorosa e per nulla distaccata, con la convinzione che fosse un’opportunità di riscatto e per mettersi in gioco. È necessario sottolineare che, al momento delle interviste, non fosse possibile la lettura di giornali. Successivamente – quando il flusso di notizie cartacee ebbe ripreso a scorrere in città – Cottone ripropose l’intervista alle medesime persone, ottenendo risposte differenti, non nella sostanza ma nei modi, sull’onda della paura – per non dire odio – che le testate giornalistiche propongono ogni giorno.
Toniamo quindi a noi, al punto più importante della questione: siamo noi a trasformare in problema la situazione attuale?
Usciamo da buonismi e semplicismi, ma anche da pregiudizi e generalizzazioni; allontaniamo posizioni politiche o pseudo-politiche – non è il risvolto politico che mi interessa – e concentriamoci solo ed esclusivamente su semplici fatti.
La crisi delle carceri in Italia è in atto almeno da un decennio, ben prima che il flusso migratorio diventasse così cospicuo.
È stato sotto gli occhi di tutti noi, tutti i giorni, come qualsiasi governo – da qui ad almeno venti anni or sono – non sia stato in grado di gestire in maniera adeguata l’emergenza migranti, e non solo quella.
A ciò aggiungiamo il contributo Europeo, che prima investe milioni per le accoglienze, poi si dimentica dell’esistenza del problema, proprio nel momento in cui si aggrava, poi cambia di nuovo idea con l’attuale riassegnazione delle quote (e l’accordo tra i vari Paesi è ancora molto lontano).
E questo è ciò che riguarda noi; ora diamo uno sguardo – breve e superficiale, ne sono consapevole, ma quanto basta per farci una prima idea – alla situazione del continente Africano.

 
Guerre. Fame. Povertà.
Tre semplici parole, il cui uso è stato ormai abusato, ma che non possiamo ignorare. È solo comprendendole che possiamo iniziare a capire cosa spinge migliaia di persone ad abbandonare il proprio paese, la propria casa, i propri conoscenti – a volte la stessa famiglia! – per intraprendere un viaggio che sembra più una condanna che una salvezza. Alcuni Paesi vivono una tale situazione di terrore che la famiglia è costretta a celebrare un finto funerale per chi scappa, altrimenti se si venisse a conoscenza della partenza le ripercussioni sui suoi famigliari sarebbero terribili.
Chiediamoci, allora, cosa può spingere una persona a mettere a rischio la vita della propria moglie, del proprio marito, dei propri figli, pur di partire; e quale può essere il suo scopo? Scappa perché è povero e vuole andare a rubare per arricchirsi? Scappa perché non gli bastano la moglie – o le mogli – che già ha e vuole andare a stuprare? Scappa perché odia così tanto gli europei a tal punto da voler rubar loro il lavoro? Io non credo.
Con questo – per evitare generalizzazioni malsane – non voglio santificare i profughi o far finta di non vedere le situazioni critiche di povertà a cui sono sottoposti anche gli italiani. Non deve esistere una gerarchia della sfortuna, un criterio che scelga chi aiutare e chi no, men che meno se questo criterio è la nazionalità. Allo stesso modo un criminale è colpevole di ciò che fa e deve rispondere dei suoi atti, non del Paese nel quale il Fato ha scelto di farlo nascere!
E smettiamola con le fantasie che l’informazione – o dovremmo dire disinformazione? – propone ogni giorno.
L’idea che dobbiamo crearci deve essere dettata da buon senso, da fatti, dati , prove, da ragionamenti che non favoriscano uno o l’altro partito, ma che cerchino di dare uno sguardo d’insieme che sia il più possibile oggettivo, o al meno ragionevole.
Ribadisco il mio assoluto distacco da quel che ormai – il motivo non me lo spiego – viene definito buonismo. Ma cos’è il buonismo? Il vocabolario Treccani afferma: «Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico».
“Avversari”. Chi decide chi è mio avversario? Non dovremmo essere noi stessi a farlo, invece che venga sempre scelto un capro espiatorio come causa di ogni male da qualcun altro?
Ecco perché la soluzione non è sicuramente quella di un’accoglienza totale ed indiscriminata, come non può esserla la chiusura delle frontiere. L’estremismo non risolve mai nulla. È ovvio che accogliere ed aiutare tutti allo stesso modo non è possibile – o almeno non lo è da soli – ma anche la politica opposta non risolve nulla, visto che i barconi continueranno a sbarcare persone anche se decidessimo di non accettarle, aggravando ancora di più la situazione a causa del fatto che verrebbero a mancare anche i primi fondamentali controlli. Bisogna rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro con decisione, con impegno, ma anche con umanità, perché non possiamo dimenticarci che è sempre della vita di esseri umani come noi che si sta parlando. Iniziamo a tagliare vitalizi e mega-pensioni, diminuiamo l’evasione fiscale, diminuiamo l’età pensionabile e re-investiamo in un’accoglienza che sia finalmente ragionata, coerente con lo scopo che si è prefissata e priva di sprechi (di quei famosi 30 euro – e si sentono cifre ancora maggiori – quanti vanno veramente in mano ad un profugo e quanti sono invece messi in tasca da chi – italiani – gestisce la cosa?).
Re-investiamo nel lavoro e nell’entrata in società, per italiani e non ovviamente. Come possiamo pretendere l’inserimento sociale se non sono presenti le condizioni che lo rendano tale?
Diamo una possibilità al “nuovo”, sfruttiamone la potenzialità come risorsa – non solo materiale ma anche culturale – invece che trasformalo in un problema che non siamo capaci di risolvere. Costi e sacrifici ce ne saranno per tutti, ma ogni cosa ha il suo prezzo, e il risultato vale bene qualche sacrificio da parte di ognuno di noi.

Massimiliano Mattiuzzo

Il peso dell’inspiegabile

Avevo bisogno di credere che non fosse vero. Che non ci fosse un’altra vittima.

Speravo solo di essermi sbagliata, nell’avere letto distrattamente il titolo di una notizia de La Nuova di Venezia e Mestre comparso nella mia bacheca Facebook, circa una settimana fa, mentre ero distesa sulla spiaggia. E invece no, ho riletto attentamente il titolo e ho aperto l’intero articolo.

«Disturbi alimentari emergenza da affrontare» ho riletto, respirando lentamente mentre mille ricordi della stessa spiaggia di qualche anno fa affollavano la mia mente.

Una donna di quarantaquattro anni lascia i suoi quattro figli e il marito, dopo aver attraversato per molti anni l’inferno dell’anoressia. Nei suoi trenta chili scarsi, non ce l’ha fatta a trovare quel senso della vita, quella goccia fatta di essenzialità e quella scintilla che illumina di gioia e di speranza un tunnel di sofferenza inspiegabile. Sì, inspiegabile, perché di manuali di psicologia sui disturbi alimentari ce ne sono tanti, ma nessuno di quei libri potrà mai spiegare a parole il dolore che nutre questa malattia dell’animo, fino a renderlo sterile, fino a rinsecchire il corpo, privando lo sguardo di luce propria. Una luce che diventa sempre più fioca, piano piano, fino a scomparire, senz’alcuna spiegazione. Di ragioni spieganti il sintomo, ce ne sono diverse e quei manuali cui prima mi riferivo non fanno che riportarle, elencandole una ad una, in modo oggettivo.

Le ragioni della sofferenza, tuttavia, non si trovano mai. Una causa scatenante –talvolta anche più di una -, c’è sempre ed è profonda, forte, che si insinua nell’animo fino a far parlare il corpo, laddove la voce non riesce ad emettere suono.

Quando però il sintomo esplode, il vortice in cui si viene travolti è talmente forte che non si riesce proprio a trovare la ragione, quella con la R maiuscola, di tutto quel male.

Si sta male, punto. E si sta male nella propria solitudine, malgrado apparentemente la vita possa essere piena di quel tutto che, inspiegabilmente appunto, vacilla nel baratro, in un vuoto fatto di quel qualcosa che manca, quell’essenziale che nessuno riesce a comprendere, quella violenza subita, quell’abbandono improvviso, quella voglia di vivere che non c’è più e che disperatamente si cerca.

Ricordo di aver letto1 che in un recente studio australiano, presentato all’International Mental Health Conference, lo psicologo John Toussaint della Charles Sturt University è riuscito a dimostrare che un’alta percentuale di donne con un disturbo del comportamento alimentare – l’articolo fa riferimento unicamente ad anoressia e bulimia nervosa, non parlando quindi di obesità -, circa il 42% delle pazienti tra i 37 e i 55 anni, ha avuto un legame particolarmente travagliato con il padre a partire dall’infanzia, assolvendo dunque le madri dal peso di quella colpa che spesso psicologi e psicoterapeuti tendono a scaraventargli addosso, definendole “colpevoli” della malattia delle figlie.

Madri-drago, come le definisce Alessandra Arachi, nel suo ultimo libro Non più briciole2,cercando di porre fine ad alcune delle definizioni manualistiche riguardanti i disturbi alimentari.

Non è mia intenzione screditare una tesi piuttosto che un’altra, né tanto meno oppormi a degli studi che, se hanno ottenuto determinati risultati, un significato certamente ce l’hanno.

Vorrei solo invitare ciascuno a scardinare alcune definizioni che, in una dimensione tragica, danno parziali risposte che non fanno che allontanarsi dal reale.

Queste pazienti, come le definisce lo studio a cui mi sono riferita precedentemente, sono in realtà donne, ciascuna con un vissuto e una sofferenza immensa che a parole non riescono a descrivere.

Sì, è vero, possono esserci madri–migliori amiche che sostituiscono con la presenza della figlia la figura di un partner assente, oppure che tentano ad ogni costo di prolungare costantemente il proprio ego nelle scelte di vita delle ragazze; talvolta esiste un padre che, lasciando vuoti da riempire, «non solo delega alla moglie ogni decisione riguardante l’educazione dei figli, ma che si ritrae o accetta di essere espulso dalla relazione di coppia con la moglie. È il padre che si nasconde dietro il giornale, dietro la televisione, dietro il lavoro: che si relega sullo sfondo»3 sostiene Fabiola De Clercq.

Dietro un disturbo alimentare però, si nasconde molto altro.

Non c’è alcun dubbio, queste malattie dell’animo nascono e si nutrono all’interno d’intrecci familiari distorti e complessi, che tendono a divenire chiari quando il sintomo trova purtroppo già forma attraverso il corpo.

È giusto riflettere sul fatto che, talvolta, questa possa diventare con il tempo una delle molteplici cause scatenanti di un malessere che non può essere tuttavia circoscritto unicamente da una misera definizione riassuntiva. Non c’è sintesi per il dolore, né soluzioni o risposte curative.

Ciò che esiste è una sofferenza senza fondo, quella di figlie e figli eternamente rinchiusi nei propri sensi di colpa e nella propria inadeguatezza, padri e madri impotenti, che speravano di aver fatto tutto il possibile.

 

La mia storia è un susseguirsi di riparazioni, di sensi di colpa. Qualcuno può spiegarmi quale incredibile danno io abbia arrecato e a chi? Di quale colpa mi sia macchiata e fino a quando dovrò essere la bambina compiacente e gratificante per gli altri?4

 

Protetta dalla corazza di un’eterna bambina che dalla vita ha avuto tutto, compreso l’amore di due genitori che hanno fatto tutto il possibile, ho cercato anche io delle risposte e mi incaponisco ogni giorno nella ricerca di quelle cause che, in un modo o nell’altro, mi hanno resa quella che sono. A volte sola; delle altre, nella speranza di trovare una mano amica capace di stringere la mia.

Solo con il tempo però ho capito che l’inspiegabilità della sofferenza sta proprio nel suo “non-senso”, nella sua ingiustizia. Ed è per questo che per quanto si possano ricostruire i pezzi della propria vita, ciò che mi sento chiamata a fare, e che tuttavia mi risulta ogni giorno ancora difficile e talvolta straziante, è aprire le porte dell’accettazione di ciò che si è perso e non si potrà mai più avere.

E ora mi ritrovo qui, a rileggere le righe che ripercorro ogni volta che i “perché” ritornano.

 

[…]Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa più male. Niente cambia se non si riesce a dare un senso al proprio disturbo e a integrarlo all’interno della propria vita. Per ritrovare lo slancio e ricominciare. Per rinunciare alla sofferenza, che è tanto difficile, perché è ciò che si conosce meglio. E “guarire”..come dicono quasi tutti. Anche se, per certi aspetti, non c’è niente da cui “guarire”.

Perché non c’è nulla da “aggiustare”, da “riparare”, da “normalizzare”. Si deve solo aprire la porta alla gioia di vivere e smetterla di pensare che tutto è un “peso”. Si deve solo capire che non è tanto il “sintomo” che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà.

Anche se le ferite non si cancellano mai. Anche se quella frattura profonda su cui si è costruito il mondo resta sempre lì, dietro le pieghe dell’esistenza5

 

Mi fermo. Sospiro. Smetto anche solo per un attimo di rincorrere quelle risposte che non potranno mai ripararmi e apro le porte dell’accettazione e dell’accoglienza.

Penso a chi mi ama e a chi ho accanto e mi rendo conto che quelle braccia pronte silenziosamente ad accogliermi ora ci sono.

Senza spiegazioni né risposte, ma sono lì. Anche quando tutto crolla.

E smetto di dare voce all’inspiegabile.

 

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

NOTE:
1. L’articolo da cui ho tratto le seguenti informazioni può essere letto consultando questo sito.
2. A. ARACHI, Non più briciole, Longanesi, 2015, pp. 200.
3. F. DE CLERCQ, Fame d’amore, p. 73, BUR Rizzoli, Milano, giugno 2013, pp.163.
4. F. DE CLERCQ, Tutto il pane del mondo, p. 128, Bompiani, Milano, 2013, pp. 195.
5. M. MARZANO, Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, p. 60-61, Mondadori, Milano, 2011, pp. 210.

Grida in silenzio

Siamo un grido nella notte.

Così Massimo Recalcati, uno dei più noti psicanalisti italiani, definisce l’individualità umana ne Il complesso di Telemaco.

Ciò che fin dalla nascita anima la vita umana è il desiderio, il cui oggetto si identifica con l’Altro.

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Fame d’amore. Fame di vita

Troppo spesso parlando di amore si rimane incagliati e, oserei dire, intrappolati nei luoghi comuni, frasi fatte e citazioni di un qualche filosofo del passato le cui parole vengono cristallizzate in aforismi dal suono dolce e melodico.

Troppo spesso ci si limita a fornire una definizione precisa della dimensione amorosa, come se questa potesse essere ridotta ad una figura geometrica la cui area, mediante una semplice formula, risulta calcolabile e quantificabile.

Troppo superficialmente ci si accontenta della distinzione tra agape ed eros; insomma, ogni giorno viviamo di amore e delle sue più varie forme, ne siamo intrisi anche quando non vorremmo esserlo; tuttavia, non siamo mai capaci di definirlo e ogni nostro tentativo ci “acciuffarlo” risulta vano.

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