I mercanti di Agrabah: verità e falsità nella relazione con l’altro

Si dice che il commercio e la vendita rappresentino per il popolo arabo una vera e propria arte e non un semplice mestiere: generazioni di mercanti si sono succedute dall’epoca delle carovane a quella di Amazon, ma passando dai cammelli ai droni è rimasto immutato il loro caratteristico atteggiamento, quello che rende un venditore “un bravo venditore”: lo abbiamo visto tante volte, senza rendercene conto, in film come The Wolf of Wall Street e noi occidentali l’abbiamo preso in prestito al Medio-Oriente alla faccia dei porti chiusi.

Quello dei popoli arabi è un approccio fatto di svelamenti e nascondimenti, di ammissioni e sottintesi, nel quale i concetti di verità e bugia si diluiscono fino a sparire. Il loro modo di mercanteggiare, infatti, altro non è se non un complesso esercizio di dialettica – che Aristotele presentava come il metodo che consente di sostenere vittoriosamente la discussione con un avversario1 – dal quale il cliente cerca solitamente di difendersi; il venditore, dal canto suo, cerca invece di creare una sintonia fatta di soluzioni alle obiezioni che gli vengono poste. L’obiettivo è infatti duplice: adattare il proprio prodotto ai bisogni dei clienti – latenti nel loro stesso modo di essere (o apparire?) – ma soprattutto modellare i bisogni dei clienti al proprio prodotto.
Questo particolare gioco linguistico ha lo scopo di abbattere ogni tipo di struttura della comune vendita, piegando a piacere la verità e la falsità2 delle premesse – cioè la loro aderenza alla realtà delle cose – in modo da scardinare la prospettiva dualistica “lo compro/non lo compro”; per fare questo e ottenere dei ragionamenti ritenuti validi è necessario agire nel campo dell’emozione e dell’empatia, non solo sul piano logico formale. Il bravo mercante è colui che entra in contatto con il cliente, il quale per evitare di sentirsi “violato” e circuito, tende solitamente a innalzare grossi muri di difesa.

Essere positivi in questo incontro-scontro è la chiave per far aprire gli interlocutori alla validità dei nostri ragionamenti; in questo modo si veicola un messaggio risolutore, non ostacolante, che crea nelle persone un senso di rispettosa riverenza, come insegna Liang Shiqiu nella sua opera La nobile arte dell’Insulto3. Questo modo di fare così “entrante” ci spiazza inesorabilmente: noi occidentali siamo abituati ad avere la merce a portata della nostra mano e, conseguentemente, a un atteggiamento più discreto da parte di coloro che dovrebbero invogliarci a comprare i loro prodotti.

Nei mercati di Istanbul, Cartagine o del Cairo invece, i mercanti sono in prima linea per attrarre le persone e diventarne improvvisati confidenti e consiglieri, pronti a intavolare con loro una stretta relazione fatta di saluti, inviti, strette di mano e bicchierini di tè per accompagnare la contrattazione o festeggiare la conclusione di un affare. Assistiamo ad una vera e propria personalizzazione dell’attività – il mio prodotto è buono, io ti faccio fare un grande affare. Ma se questi uomini plasmano la verità e la falsità dei fatti sul modo di essere del proprio interlocutore, creando un equilibrio tra il contatto umano e atto di vendita, è pur vero che i clienti possono rendersi consci dell’ambiguità della situazione e, vista la propensione degli arabi a mercanteggiare, rispondere con la stessa moneta. Questa è la difficoltà della contrattazione: richiede il coraggio di mettersi in gioco su un terreno non del tutto stabile come vorremmo4. Il confronto tende a minare i solidi criteri con cui affrontiamo la nostra quotidianità ma allo stesso tempo ci consente di evolverci e rafforzarci.

Questo piccolo e complesso gioco comunicativo dei “mercanti di Agrabah” trae origine dalla nostra natura di esseri viventi comunicativi e al di là delle questioni morali è rappresentativo di quanto il gap tra la nostra prospettiva e la realtà garantisca un’evidente e inoppugnabile libertà di pensiero che si manifesta col nostro linguaggio. L’atto della vendita si muove in questa ambigua libertà dove non conta cosa sia esattamente vero o falso ma piuttosto godersela e viversela nella relazione con l’altro. Non è un caso che una trattativa andata male provochi un profondo senso di disagio in queste persone, quasi abbiano perso un caro compagno di giochi.

 

Matteo Astolfi

 

NOTE:
1. Cfr. Aristotele, Topici
2. Secondo la terminologia aristotelica.
3. Liang Shiqiu, La nobile arte dell’insulto, 2011
4. O come vorremmo essere: cerchiamo costantemente una stabilità interiore che non vorremmo fosse mai messa in discussione.

[Photo credit Sergei Solovev su Unsplash]

nuova-copertina-abbonamento-2020

Falsità cosciente e sincerità incosciente

La filosofia e l’indagine filosofica ad essa collegata si prefiggono di giungere, mediante dialogo, ragionamento e logica, ad aletheia, ovverosia verità. Si può pensare a ciò come un traguardo oltre le nostre umane capacità, magari neanche possibile poiché una verità epistemica ultima capace di racchiuderne ogni altra si potrebbe non dare a noi.

Per verità si richiama inevitabilmente al concetto di indubitabilità, ad una dimensione ontologicamente completa e quindi al massimo grado di perfezione, non mancando di nessun attributo. Se fosse manchevole di anche solo una particolarità verrebbe a mancare la pienezza del tutto, si toglierebbe il tutto perché non più fedele al suo nome e sarebbe un tutto senza davvero tutto, privo di qualcosa. Quel qualcosa è un dato non da poco che fa acquisire indeterminatezza e imprecisione all’analisi filosofica volta ad una conoscenza epistemica, dunque rigorosa e incontrovertibile. In tale logica probabilistica ci si può avvicinare con un variabile grado d’approssimazione ad una conclusione, ad una tesi convincente ma falsificabile in futuro. Popper diceva che una teoria scientifica per essere tale deve correre il rischio di essere falsificata. Anche la filosofia, a mio modesto parere, compie questo processo in una successione di tesi approssimative che indagano l’animo umano, inseguendo un senso rappresentato come una continua tendenza alla verità senza mai raggiungerla. Più accurata sarà l’argomentazione più la tesi sarà solida, o meglio tenderà alla solidità e convincerà nel tempo. La convinzione, la persuasione sono elementi che contraddistinguono il dialogo umano, lo scambio di opinioni e tesi tra interlocutori che vogliono giungere ad un risultato dialettico. Cercare la verità mediante il confronto, dire la verità potrebbe essere il mezzo eppure un dialogo non sempre è composto dalla veridicità delle proposizioni degli interlocutori. Il presupposto, spesso, è già permeato da falsità, da intenti diversi da quelli che potrebbero essere quelli della ricerca di cui stiamo parlando.

I sofisti tanto condannati da Socrate sono ancora tra noi e nel loro argomentare per ottenere ragione ad ogni costo sacrificano una base veritativa fondamentale per la ricerca stessa. Viviamo in una società in cui l’inganno è una base piacevole e favorevole per il singolo che vuole emergere, avere la meglio su altre soggettività – magari annientandole – per potersi garantire il proprio benessere. L’inganno è sui volti illusori che abitano il mondo, un fiume di maschere pirandelliane che inonda le strade, le scuole, i ristoranti, le banche, gli uffici. La menzogna parte dal singolo a beneficio del singolo ma contemporaneamente preclude il benessere dei molti. Il paradosso di siffatta società consiste nell’essere composta da individui che pensano a loro stessi e la decostruiscono togliendosi, togliendo la loro funzionalità sociale, annichilendo la forma complessiva che il castello di sabbia dovrebbe avere nel suo essere realizzato dagli svariati granellini.

Se ne conviene che forse Pirandello aveva ragione quando scriveva «imparerai a tue spese che nella vita incontrerai tante maschere e pochi volti»1. Ebbene è in un volto che si può insediare la verità, o almeno il presupposto sincero per favorire il dialogo. Far cadere la maschera svela il vero volto di un individuo, ne mostra gli occhi, lo sguardo che attua già una comunicazione, fa trasparire emozioni e pensieri. La falsità cosciente della maschera può essere combattuta e abolita anche solo da uno scambio di sguardi, un’azione di riconoscimento tra soggettività che non si ignorano, bensì si scoprono, si cercano senza cedere a piegarsi all’altro. L’occhio umano è sottovalutato, è uno specchio che riflette l’interiorità dell’osservatore e svela, anzi disvela l’aletheia personale, quasi inconsciamente. Proprio l’inconscio, come ampiamente studiato e teorizzato dalla psicoanalisi da Freud in poi, pare proporsi come unica via veritativa, come espressione ed esplosione irrazionale di ciò che durante il giorno è velato da un super-io capace di diffondere e incentivare la menzogna.

In tal senso il sogno, la dimensione onirica si fa maestra ed ente esplicito dell’interiorità celata, di quello sguardo che ogni tanto desidera porsi una maschera per la vergogna, per l’imbarazzo e il conformismo sociale o adeguamento alla massa. Solo in quel momento, in quella vita notturna troviamo conforto e libera espressione, riscoprendo l’inconsistenza della libertà che tanto professiamo d’avere nella vita diurna. Anche in questo caso siamo i coscienti fautori della menzogna che in tal dimensione diviene una bugia riguardo la libertà, un’autonegazione posta da noi stessi e con altrettanta ed ingenua maestria puntiamo l’indice accusatorio verso altro da noi, verso un ente che dovrà essere colpevole di un nostro e solo nostro atto…

…quello di avere mentito.

 

Alvise Gasparini

NOTE:
1. L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila, Einaudi 2005

 

 

banner-pubblicitario-abbonamento-rivista-la-chiave-di-sophia-03-03

Ma che te posti.

Saranno ancora i residui del paracetamolo, ma stamattina mi sono svegliata con in mente una serie di parole in rima che manco Valerio Scanu nei suoi momenti apicali di creatività: moglie, doglie, figli, voglie, bottiglie.

Moglie. Vero è che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.
Però. Però. Però. Se ve la siete sposati voi e non noi un motivo ci sarà. E non è sempre perché siamo arrivati tardi noi.
C’è una categoria di donne orripilanti le cui foto sono accompagnate sui social da frasi del tipo “che splendida mogliettina“, o ciò che è lo stesso “che maritino fortunato”. Poi c’è un’altra categoria. Quelli che hanno le mogli effettivamente fighe. Ma comunque non si regolano. Perché come a mare ci sarà sempre chi avrà la barca più grande della tua (che poesia eh?), così, per quanto tua moglie sia bella, arriverà sempre una foto di Belen struccata a prima mattina con i capelli arruffati e la bolla al naso che con il suo milione di like spazzerà in un “ Vuongiorno a tutti amiccci miei, ve amo” i 57 like accumulati con tanta dedizione ed attenzione dal vostro splendido maritino che avrà postato una foto  di “mia moglie a colazione” spacciata per naturale ma che nella realtà avrà avuto un backstage, trucco, parrucco, mix luci da calediario Pirelli. Alcuni poi giocano sull’ironia. Un’ironia da cui non ci vuole un corso avanzato di psicoterapia comportamentale post-razionalista per capire che è solo un modo per ostentare un trofeo, nascondendosi dietro battute o foto con il finto intento di essere buffe. Perché mia moglie è talmente bella che sulla sua bellezza ci gioca.

Doglie. Maronna mia. Mannaggia a Carla Bruni, a Belen e a tutte le gravide che hanno avuto la brillante idea di farsi ritrarre con il pancione senza immaginare dove saremmo andati a finire. E qui ritorniamo nel non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. E quindi mi ritrovo stretta tra il dirvi che così come non è vero che tutti i neonati sono belli, così non tutte le donne gravide sono belle. E quelle belle sono comunque  lontane anni luce dall’essere top model anni 90. E poi, ma porca miseria, è di un embrione/ feto che state parlando, non di una tazza di Starbucks.

Figli. Figli geni, figli che a 3 mesi già parlano tre lingue, figli che a 6 mesi si travestono da Frozen da soli e che da soli si fanno selfie perfetti che postano in contemporanea su facebook, twitter, instagram, figli che quando avranno 18 anni chiederanno, spero, dei risarcimenti consistenti per violazione della privacy.

Voglie. Ecco, questa è la categoria in cui rientrano i contatti che o ho cancellato definitivamente oppure ho zittito con quella nuova fantastica funzione del “taci”. Le frasi sono “Ho voglia di gelato”, “Che voglia di sushi”, “Ho proprio voglia di una bella lasagna”, il tutto immerso in faccine, cuoricini, trionfo di vocali, oooo, aaaa, iiiii, dittonghi. Sull‘ “Ho voglia di te” , che pure insiste, persiste e lotta con noi, non vorrei soffermarmi. Ma volevo comunicarvi soltanto che c’è gente che lo scrive ancora.

E infine: bottiglie. Bottiglie di vino da 2 euro fotografate con la stessa attenzione con cui è stata creata l’ultima campagna della Moet et Chandon. O Moet et Chandon con frasi del tipo “Noi ci trattiamo bene”. Ma che davero davero pensate che un flute, magari vuoto, possa creare invidia? E se lo pensate, la psicoanalisi costa 80 euro per 45 minuti, 120 per 90. Provatela.

Aggiungerei poi una categoria fuori concorso. Quella delle ricorrenze possibilmente tristi.
Soprassedendo sulla moria di cantanti del 2015, l’ultima triste ricorrenza celebrata sui social è stata la giornata della memoria. Ho letto degli status che a confronto il canale monotematico di Sky che trasmetteva solo film riguardanti l’Olocausto era una operazione puramente filantropica. E su questo il mio onnipresente sarcasmo lascia spazio ad un sincero fastidio. Se non sapete di cosa state parlando, non ne parlate. Se dovete scrivere “Ricordate e riflettete” pubblicando “Life is beautiful” di Noa perché è una cosa che deve essere fatta, non fatelo. E non perché non ci debba essere sempre e comunque libertà di parola. Ma perché siete falsi. Spesso anche ridicoli. E perché chi, per un motivo o per un altro sa perfettamente di cosa si sta parlando, non si sente “ricordato” da voi. Ma si sente intristito da quanta superficialità e quanto per un like in più ci si possa mettere a scrivere cose di cui non si sa nulla. Che in questo caso, sono pezzi di vita, di morte, di sopravvivenza.

Meditate gente, meditate. (Ma non ci postate la vostra foto nella posizione del loto, vi crediamo sulla fiducia).

Con Facebook si scherza, ma anche no. E’ quello che volete far vedere di essere. E’ quello che sperate di essere. Ma non è quello che siete. O almeno, lo spero per voi.

Siete delle persone. Normali. Anormali. Ordinarie. Straodinarie. Ma non siete perfetti. Godetevi le vostre imperfezioni. Non photoshoppate la vostra vita. E soprattutto godetevi la vostra vita. Non il vostro tablet.

Quanti pochi like avrà questo post. Perché la verità infastidisce.

Donatella Di Lieto

[Le opinioni espresse sono a carattere strettamente personale/ Views are my own]

[Immagini tratte da Google Immagini]