Se conservare significa rivoluzionare

A breve si compiranno i novant’anni da quando in un giorno del 1917 Hugo von Hofmannsthal coniò la controversa espressione “rivoluzione conservatrice”. L’epiteto vuole provocatoriamente accostare due termini che letteralmente non potrebbero stare insieme: la rivoluzione è per essenza il movimento volto alla sovversione di ordini politici, sociali, culturali, che tendono a resistere, imporsi, mantenere il loro status e perciò a conservarsi.

Eppure, in uno scritto dal titolo Gli scritti come spazio spirituale della nazione, Hofmannsthal afferma la necessità di un processo culturale che definisce proprio «rivoluzione conservatrice»1. L’obiettivo dello scrittore era cercare di ridare senso all’essenza culturale europea che stava crollando non solo sotto le bombe della prima guerra mondiale, ma anche sotto i colpi di quella trasformazione dalla portata globale che ancora oggi ci investe e che si traduce nel dominio di quell’«io internazionale dai mille volti»2. Questa figura funge da nuovo soggetto che vuole sovrastare un mondo che assume sempre più la forma dell’apparato tecnico dominato da rapporti economici. Nel mondo del «tutto dipende dal denaro»3 tutto è un divenire immerso in un «relativismo ineffabile»4 che pare impossibile se non ridicolo ricongiungere sotto una direzione unitaria.

In questo contesto, anziché alimentare e favorire quella che viene definita l’«ammaliante e provocante libertà»5 di questo soggetto vacuo, Hofmannstahl invita a pensare il senso del legame: il legame inteso come unità spirituale di una comunità che si riconosce come nazione, accomunata da un sentire e da un linguaggio che non è solo mezzo per la comprensione, ma espressione di quella vibrazione originaria che chiude in un cerchio solo chi parla e chi ascolta, chi scrive e chi legge. I valori liberali e socialdemocratici che andavano sviluppandosi e che avrebbero costituito l’esperienza della Repubblica di Weimar erano visti come inizio dello smembramento dell’essere e del sentire del popolo, che doveva adeguarsi a un sistema sociale ed economico ad esso estraneo e dannoso.

Facile comprendere come, dati i tempi in cui queste riflessioni si facevano strada non solo nella mente di Hofmannsthal, ma anche di personaggi come Jünger, Heidegger, Spengler e altri, i discorsi sulla nazione, sul comune sentire, sul sentimento völkisch potevano assumere tratti devianti e inquietanti. Molti dei protagonisti di questo movimento dovranno rispondere delle accuse di appartenenza al nazismo. Né è un segreto che il nazismo stesso abbia assunto da quell’humus culturale parte della propria energia, ponendosi come risposta a quella forte tendenza globalizzatrice e, ai loro occhi, distruttrice, che andava costituendosi già allora.

Ma al di là delle implicazioni storiche e delle deviazioni che il movimento conservatore tedesco di allora subì, possiamo ancora trarre linfa positiva dalle istanze quella particolare rivoluzione voleva porre? Di fronte alle similitudini che il nostro mondo ancora possiede verso quel periodo (le bombe, il caos culturale, la diffusione dell’apparato tecnico come strumento di dominio planetario), hanno quegli autori qualcosa di ancora intensamente valido?

Per chi scrive questo articolo le domande sono retoriche: riferirsi a un contesto originario di legami, tradizioni, relazioni, costituisce il punto di partenza primario per un discorso concreto riguardo un qualcosa che possa darsi come “popolo” o “nazione”. Non si tratta di riferirsi a ideali astratti o invenzioni di comodo, che sono il rovescio della medaglia. Il radicamento dell’uomo al proprio contesto, cioè al suo tempo, al suo spazio, ai suoi modi di vivere e il pensiero intorno a queste cose sono la base culturale ultima che possa porsi come punto di partenza per una ricostruzione nazionale o europea.

Ecco perché alla luce degli stravolgimenti di cui quotidianamente sentiamo parlare troviamo in quelle energie che animarono il centro Europa e nei suoi rappresentanti un invito a pensare il nostro stare al mondo in modo più concreto e vicino al nostro essere proprio, al di là di slogan astratti e propositi buoni ma vani.

Ogni stato e ogni confederazione possono comprendersi a partire da come gli uomini al suo interno vedono e pensano se stessi. Educare alla comprensione del sé e di ciò che è circostante deve essere il primo obiettivo politico. Per questo quegli strani letterati e rivoluzionari non lanciano altro che un invito a ricominciare a ricostruire il proprio tempo a partire da sé prima che da un mondo esterno ed estraneo.

Luca Mauceri

NOTE:
1. Hugo von Hofmannsthal, Gli scritti come spazio spirituale della nazione, in Id., La rivoluzione conservatrice europea, Marsilio, Venezia, 2003, p. 72.
2. Id., L’idea di Europa. Note per un discorso, in Id., La rivoluzione conservatrice europea, cit., p. 33.
3. Ivi, p. 34.
4. Ibidem.
5. Ivi, p. 22.

Le maddalene, i fish and chips e la principessa Sissi

“Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”

La sensazione che Marcel Proust ci descrive (Dalla parte di Swann) ciascuno di noi la ha più volte provata. La cioccolata da spalmare venduta in enormi barattoli di latta, la pasta sfusa, acquistata a peso, estratta da cassetti di legno con il frontale di vetro, disposti in fila in una sorta di libreria alimentare. Si uniscono aspetti diversi: il ricordo, la genuinità, la specificità; tutti elementi che spingono a rimpiangere e difendere il piccolo mondo antico.

Una sensazione analoga deve avere provato il pensionato britannico che ha votato per la Brexit. A Lazzaro Pietrangoli, che cercava di convincerlo del contrario, ha risposto che avrebbe votato LEAVE per difendere i “pub” e i “fish and chips”.

Specificità e tradizioni sono spazzate via dalla globalizzazione. E’ un processo inarrestabile e, in molti casi, è anche un bene. Ben venga il piccolo supermercato aperto anche la domenica, a spazzare via il negozio che vende merce scadente a caro prezzo; come pure ben vengano principi universalmente riconosciuti, che bandiscono e perseguono pratiche degradanti come l’infibulazione.

Le specificità utili e le tradizioni buone si possono difendere stabilendo delle regole, e impedendo che il mercato decida ogni cosa, senza alcun limite, rispondendo unicamente ai propri “spiriti animali”. E questo nel mondo attuale, lo possono fare solo grandi entità federali, come l’Unione Europea. Per questo è necessaria un’Unione più grande e più forte.

Come ci ha spiegato Jurgen Habermas, uno dei maggiori filosofi viventi, è necessario salvaguardare una “solidarietà tra estranei tra i popoli e garantire la giustizia tra gli individui”. “In questo modo si potrà realizzare una democrazia pluralistica che includa l’altro senza assimilarlo, preservando, anzi, il suo essere diverso”.

Tornare agli stati nazionali è illusorio. I dati parlano chiaro: nel 2050 l’Europa rappresenterà solo il 7 per cento della popolazione mondiale (era il 20 per cento fino al 2050); il PIL europeo sarà il 10 per cento di quello mondiale (rispetto al 30 per cento del 1950); nessun paese di quelli attuali, neppure la Germania, farà parte del G8. “Nel concerto di potenze indiscutibilmente mondiali come USA, Cina, Russia, Brasile e India, la crisi demografica sta spingendo l’Europa delle micro-nazioni ai margini della storia mondiale, privandola di ogni residua facoltà d’intervento”.

Senza l’Europa non c’è futuro, siamo destinati a finire nella scenografia arcadica e bucolica della Principessa Sissi, con lo svantaggio di avere, oltre all’irrilevanza politica, fiumi inquinati e vegetazione devastata dalle piogge acide.

Marcello Degni

Professore a contratto presso le Università di Roma 1 (master in economia pubblica) e di Pisa (Accademia navale di Livorno), dove insegna  contabilità pubblica. Si è laureato con lode in Scienza delle finanze  all’Università La Sapienza. Collabora come esperto con il ministero della  Funzione pubblica e con la società in house del ministero dell’economia e finanze Studiaresviluppo. È assessore al bilancio del comune di Rieti. Come consigliere parlamentare del Senato ha lavorato per molti anni al servizio del bilancio. Ha partecipato all’attività della commissione tecnica della Spesa pubblica presso il ministero del Tesoro negli anni dell’ingresso nell’euro e  all’unità di valutazione finanziaria della Presidenza della Repubblica (presidenza  Ciampi). Ha diretto il centro studi di Sviluppo Lazio e collaborato con l’assessorato al bilancio della regione Lazio. Dal 1995 ha svolto una costante  attività accademica nelle Università di Napoli (Federico II), Roma e Pisa. È autore di numerose pubblicazioni di finanza pubblica.

[Immagine di Rieti Life]

Quella celebre frase…

Gli uomini agiscono quando si sentono protagonisti della Storia

Due grandi lampadari fanno brillare i bassorilievi dorati che decorano la Sala dell’Orologio. Siamo a Parigi, nel Ministero degli Esteri, e l’orologio sta per battere le 16. Robert Schuman, ministro, si alza in piedi e inizia a raccontare una storia. Una storia utopica, inverosimile, assurda. Racconta di due paesi, la Francia e la Germania, che condivideranno il carbone e l’acciaio. È dall’843 che quei due paesi si combattono a vicenda: in seguito allo smembramento dell’impero di Carlo Magno si erano scontrati continuamente. In Alsazia, in Lorena, a Strasburgo, a Lipsia, sul Reno. Nelle due guerre mondiali su quel confine erano appena morti tre milioni e mezzo di soldati. Il nove maggio del 1950, quindi, Robert Schuman si alza e narra questa storia e la slancia nel futuro: egli racconta quella che sarà l’Unione europea. È efficace: negli anni seguenti i paesi da sei diventeranno ventotto.

Il sole picchia sulla pianura arida e brulla. La moschea di Mosul splende nel mezzo. L’orologio segna le 12 e venti. Abu Bakr al Baghdadi, vestito di nero, si alza e inizia a raccontare una storia. Una storia utopica, inverosimile, assurda. Racconta di una moltitudine di staterelli che sono stati divisi per secoli, sfruttati da altre potenze, e che ora hanno la possibilità di unirsi nuovamente. Nel 750 l’impero volava dall’India, all’Egitto, al Marocco, fino alla Spagna. Ora, il ventinove giugno 2014, inizia un nuovo racconto, i cui i protagonisti saranno quei fedeli che lo stanno ascoltando. Siria, Iraq, Libano, Iran, sono l’embrione di un progetto che travalica i confini degli Stati e punta a incidere sulla Storia, così come cinquant’anni prima era avvenuto in Europa.

Le storie sono tutto. Nessuno ama morire, così, semplicemente: ma se diventa protagonista di quella Storia che tra cinque lustri sarà studiata dagli scolari, allora sì che può perfino desiderare di morire. Mentre in Europa ci sta franando la terra sotto i piedi e siamo paralizzati senza sapere su quale sentiero proseguire, dall’altra parte del Bosforo e del Dardanelli c’è un Califfato che possiede un’idea cristallina sul racconto che vuole scrivere. Un’idea così efficace e spaventosamente semplice, la gloria di Dio, che trascende le frontiere e scivola nei cuori dei ragazzi cresciuti in Francia, in Belgio, a Bruxelles, come a Berlino, a Roma, i quali si sentono più vicini a un Siriano che al compagno di scuola. Perché al suo compagno di scuola è stata sciorinata la storia dell’Unione europea, gli hanno insegnato a contare le stelle gialle sulla bandiera e a ricordare che da CEE si è chiamata CE e poi UE. Ma non gli raccontano quale futuro può avere, non lo rendono protagonista della Storia. Un esempio, su tutti: il discorso di Hollande, il 16 novembre scorso, dopo gli attacchi parigini. Egli invita i cittadini a non preoccuparsi perché lo Stato provvederà, lo Stato bombarderà, lo Stato arresterà. Sancisce una frattura tra Stato e cittadino: cosa che a Raqqa è impensabile.

Tra le case in mattoni ocra avanzano dei soldati vestiti con delle tute nere, esili: raccontano la loro superiorità rispetto agli occidentali che si nascondono dietro ai telecomandi dei droni. Sulle reti Internet sono diffusi video di belle donne velate, di uno Stato che funziona grazie alla Sharia e al contempo di decapitazioni e di brutalità1. Questa mescolanza di istinti primordiali e di benessere affascina nel profondo. L’Europa è qui che fallisce, qui sta il punto debole, per questo non riesce a contrapporsi “neanche retoricamente”2 a questa barbarie, perché ha perso la capacità di narrare, cioè di immaginare un progetto ampio, magari irrealizzabile, ma slanciato in alto. Gli uomini non si seducono, e dunque non si spronano, con un programma politico in dodici punti, con un tweet di 140 caratteri, o con un comunicato stampa. Gli uomini si affascinano raccontando la Storia che loro possono scrivere, di cui saranno protagonisti, e a quel punto faranno di tutto, anche le gesta più cruente. I reclutatori Isis mostrano come la tua vita, non importa se inizia a Los Angeles, a Madrid o a Vercelli, può confluire con la storia di un altro miliardo di fedeli e può tendere a inglobare anche quel tuo compagno di scuola.

Le storie sono tutto. Anche se raccontano concetti che pensavamo svaniti, come quello di Dio, nonostante gli economisti dicano che è il petrolio a far muovere tutto, di fatto sono le storie ad affascinare i Salah Abdeslam di turno, e con lui molti altri. Quella celebre frase, gli uomini muoiono le idee restano, è vera anche in questo caso.

NOTE

[1] Molto materiale multimediale e testuale è archiviato senza censure in www.clarionproject.org, dove si trovano anche i fascicoli della rivista del Califfato in lingua inglese “Dabiq”.
[2] Philippe-Joseph Salazar, Parole armate, Bompiani 2016
Mattia Grava

Mattia Grava, all’ultimo anno del Liceo classico, sta per iscriversi all’ateneo di Padova. Appassionato di letteratura, scrive ogni giorno qualche riga sui margini dei libri di testo; a novembre ha presentato il libro “La percezione delle Pleiadi” di Francesco Fontana. Dopo l’esperienza come rappresentante d’Istituto ha pedalato lungo la via Francigena attraversando le colline dell’Italia centrale.

La domanda di Yali: superiorità o fortuna

A volte mi capita di pensare di essere nata nella parte fortunata del mondo e in un momento storico che tutto sommato può dirsi buono. Certo, la situazione politica sembra non promettere molto bene, laddove dal punto di vista civile e sociale ci sarebbe invece bisogno di interventi notevoli e tempestivi. L’accesso al mondo del lavoro, la tutela e il sostegno della maternità, il miglioramento del sistema scolastico: questi sono solo alcuni esempi di quanta strada ci sia ancora da fare prima di poterci adagiare sugli allori, ammesso che questo sia davvero possibile un giorno.
D’altro canto, però, non possiamo mica dire che ci va così male! Il diritto all’istruzione ci è garantito, abbiamo la facoltà di decidere autonomamente riguardo le cose importanti della nostra vita, godiamo di un’ampia libertà di movimento, abbiamo a nostra disposizione un tempo libero non solo per il nostro benessere ma anche per il nostro divertimento. Tuttavia sappiamo bene che tutto questo in altre parti del mondo è ancora un miraggio. Ci sono zone devastate dalla guerra, ci sono fiumi umani in attesa alle frontiere, ci sono intere popolazioni sfruttate, c’è chi muore ancora di fame, c’è chi è costretto a sposare e condividere la propria vita con persone che non ama, c’è chi vive allo stato “selvaggio” ignorando ogni forma di civilizzazione e di modernità.
Ciò sembrerebbe rafforzare il mio iniziale punto di vista: viviamo davvero nella “buona” porzione di questo variegato e complicato mondo. Nelle pagine iniziali del testo “Armi, acciaio e malattie” Jared Diamond, biologo americano e professore di fisiologia, descrive l’incontro che ebbe nel 1972 con Yali, un politico della Nuova Guinea. Yali indirizzerà allo studioso una domanda che indubbiamente sembra mossa dalle mie stesse constatazioni: “Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui, mentre noi neri ne abbiamo così poco?”. Perché le redini del mondo furono a lungo nelle mani prima degli europei e poi degli americani? Come si è arrivati a parlare di eurocentrismo? Da cosa dipende il divario che in termini contemporanei caratterizza il Nord e il Sud del mondo?
Avete già iniziato ad elaborare qualche risposta “da filosofo”? Avete forse riversato un’eventuale risposta nella filosofia stessa? Fermi tutti! Confesso che anch’io sono caduta in tentazione: anch’io ho pensato che il fattore decisivo fosse stato l’invenzione della filosofia, l’esercizio del pensiero, lo sviluppo di una riflessione in materia politica, e via dicendo. Ma niente di tutto questo: bisogna invece andare molto più indietro nel tempo. Il professor Diamond in quanto a lettura del passato è più abile e più convincente addirittura di un filosofo!
Egli mostra che nel corso della storia l’umanità ha conosciuto tassi di sviluppo diversi nei vari continenti; potere e ricchezza sono stati a lungo prerogativa di una porzione ristretta di mondo. La spiegazione ottocentesca di sfondo etnico e/o razzista, come già è stato dimostrato, non è affatto in grado di delineare le motivazioni alla base della supremazia esercitata principalmente dagli europei in questi 2000 anni. Nessuna superiorità biologica, nessuna miracolosa caratteristica genetica. I fattori determinanti per Diamond sarebbero stati geografici in primis, e in secondo luogo ecologici e territoriali. L’elemento iniziale di vantaggio delle prime civiltà mediorientali fu infatti il poter sviluppare una forma progredita di agricoltura. Questa possibilità dipese infatti da un privilegio geografico, ovvero dall’orientamento del continente euroasiatico secondo un asse est-ovest, il quale fu in grado di garantire una maggiore estensione di territori con le stesse caratteristiche climatiche, con lo stesso numero di ore di luce e con il medesimo ecosistema. Fu dunque la risorsa ambientale ciò che permise lo sviluppo di pratiche di vita sedentarie, la specializzazione dei compiti e dunque le prime forme di suddivisione sociale e le prime organizzazioni protostatali.
La storia successiva la conosciamo bene e in parte coincide con la stessa storia della filosofia e della tecnica: con l’avvento della civiltà classica il fulcro dello sviluppo si spostò verso ovest, tant’è vero che quando si venne a creare quella particolare situazione nella quale gli europei disponevano delle risorse necessarie alla scoperta e alla conquista di territori a loro geograficamente lontani, essi, di fronte a tale possibilità, non si tirarono affatto indietro. In effetti, perché tirarsi indietro? Perché sottrarsi alla volontà di potenza? C’erano in ballo il merito e la gloria della realizzazione di imprese prima impensabili, siano queste la scoperta dell’America, l’avvento dell’imperialismo o lo sfruttamento economico dei territori sottomessi. Saremmo pronti oggi a smentire senza dubbi altre forme moderne di sottomissione? La nostra “superiorità civile” è davvero frutto di avanzate politiche sociali o deriva piuttosto dagli strascichi della storia passata?

Federica Bonisiol

I calvinisti inconsapevoli

I calvinisti inconsapevoli sono tanti, alcuni credono di essere Cattolici Apostolici Romani perché vanno in Chiesa la domenica, altri credono di essere Buddisti perché credono nella reincarnazione, altri ancora si credono atei convinti, invece in tanti, troppi sono dei calvinisti inconsapevoli. Laicamente sono in tanti ad aver abbracciato il calvinismo inserendosi perfettamente nella dottrina protestante anche se ormai laicizzata. Quante volte abbiamo sentito persone fare spallucce o peggio davanti a barconi pieni di esseri umani che si inabissavano alla ricerca di nuova fortuna? Quante volte abbiamo sentito dire “se l’era cercata”? Quante volte abbiamo sentito dire qualcuno, anche vicino a noi, “ma ‘sti qua non potevano stare a casa loro?”?.

Uno dei presupposti fondamentali del calvinismo è che

“Dio ha predestinato dall’eternità chi sarebbe stato oggetto della grazia salvifica indipendentemente da qualsiasi loro merito, per solo Suo insindacabile e giusto beneplacido.”

In questo modo si sancisce che chi ha fortuna è con Dio, chi non ha fortuna in qualche modo si accolla una sorta di “colpa” originaria per cui era inevitabile che fosse così, senza speranza. Consapevoli o meno quando diamo per scontata la sofferenza del prossimo o in qualche modo pensiamo che non ci riguardi in fondo pensiamo che noi abbiamo una qualche sorta di diritto di sentirci superiori, cosa che capita spesso anche rispetto all’orgoglio di essere nati in un posto e non in un altro, una mera questione di longitudine insomma! Che lo sappiate o meno quando pensiamo così siamo tutti d’accordo con il buon Jean Cauvin, Giovanni Calvino un teologo francese scomparso nel 1564

In un articolo del 1864 Charles Dickens, lo straordinario scrittore che raccontò i costi umani del progresso industriale avanzato, lanciò anche questa domanda ai difensori dell’arricchimento a qualunque costo: “L’umanità in genere, la carità più piccola, è sensazionale?” Oggi molti definirebbero Dickens “buonista”, ed è una parola che non vale nemmeno più la pena commentare tanto è insopportabile.

Nell’autunno che sta cambiando l’Europa, con la presa d’atto che le migrazioni enormi ci riguardano ed è meglio governarle che farcene travolgere, abbiamo visto immagini che ci hanno rassicurato sull’esistenza di tante persone buone: i cittadini che in Austria e Germania hanno accolto profughi stanchissimi con applausi, cibo e giocattoli, le centinaia di auto che si sono dirette verso l’Ungheria per accelerare il viaggio di molte famiglie allo stremo, partite dalla Siria o dall’Afghanistan e, in ogni caso, da luoghi dove non si può vivere, l’ex premier socialista dell’Ungheria Ferenc Gyurcsany, che ha accolto in casa famiglie di rifugiati, sfidando l’accusa di anti-patriottismo contenuto in leggi volute dall’attuale primo ministro Viktor Orban.

Non pretendo di dare ricette su come valutare e gestire i fenomeni enormi delle migrazioni sulla Terra, su questo faticano persino quei politici che sono davvero d’alto livello. Nel mio piccolo mi basta la commozione provata nel vedere in azione i buoni sconosciuti. Un termine che ormai si usa poco è “brave persone”. Evidentemente “bravo” sarà meno glamour di “bello”, eppure, tra i miliardi di parole che si scrivono ogni giorno, ci piacerebbe che qualcuno componesse un “elogio alle brave persone”.

Fedor Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo, e noi possiamo solo sperare che avesse ragione. Di certo c’è bellezza nella sensibilità verso il dolore degli altri e nella quotidiana, sommessa difesa della bontà. Si pagano prezzi per questo, ma esiste sempre qualcuno che capisce una “sonata per le persone buone”.

Matteo Montagner

Dietro la (im)migrazione: il calvario degli immigrati

<p>Mappa Nord Africa</p>

Nuovi sbarchi a Lampedusa” è il titolo più ricorrente nei principali notiziari, lo si ascolta alla radio mentre si va a lavoro, è l’argomento più attuale e sempreverde nei dibattiti politici, opinionisti e zelanti giornalisti lo sfoggiano come fiore all’occhiello della sociologia popolare.
Si trascina imperituro rafforzandosi con l’indignazione comune e alla fine diviene oggetto delle immancabili teorie cospirative.

Compaiono neo veggenti che profetizzano nefaste ‘idi di Marzo‘ per l’italica cultura tutta, in contorti ragionamenti incomprensibili ai più, ma non per questo meno acclamati.
Estemporanei geopolitici cercano di far aprire gli occhi, con sonori richiami al risveglio, ai sonnacchiosi improvvidi scettici, colpevoli di non capire che è tutta una macchinazione di oscuri signori del male raccolti in sette massoniche.
Perché gli immigrati in realtà non scappano dalle guerre, non ci sono donne o bambini a Lampedusa quindi in Africa va tutto bene.

Davanti all’immensa mole di convinzioni deviate dai mass media, ma anche dalla scarsa conoscenza delle nozioni di attualità ( quella vera ), non ho potuto far altro che recarmi a conoscere i protagonisti di questi famigerati sbarchi: gli immigrati.
Per ragioni legate alla privacy e al loro status di profughi non ancora rilasciato dagli organi competenti, mi è stato chiesto di non fare nomi e non ne farò.

Posso solo parlare di Kolda, di Bamako, del Kaouar, del Grande Erg di Bilma e del Fezzan.
Non sono luoghi tratti dalle avventure narrate da Jules Verne o da Tolkien, sono le principali tappe del viaggio intrapreso dagli immigrati, lungo seimilatrecento chilometri, dall’Africa occidentale a Tripoli.

Kolda è una città di sessantamila abitanti, il principale centro di una regione del Senegal meridionale chiamata Casamance, separata quasi per intero dal resto del Paese dal fiume Gambia e dalla Repubblica omonima.
La Casamance ha sviluppato nel tempo un forte senso di autonomia, sfociato in un conflitto indipendentista durato dal 1982 al Maggio del 2014.
Tutt’oggi numerose bande armate si aggirano nel territorio cercando di reclutare, con la forza, uomini abili e in molti casi bambini.

Non si può certamente definire Kolda come luogo adatto ad una vita normale, ma se ci nasci, non puoi far altro che convivere con i signori della guerra e lavorare un pezzo di terra, come tuo padre e il padre di tuo padre.
Se non puoi resistere o combattere una guerra non tua, scatta la decisione di partire verso quella che agli occhi di un agricoltore della Casamance si chiama ‘Terra del riscatto’: l’Europa.

I seimilatrecento chilometri del viaggio non possono essere coperti con un bel volo di linea perché il mezzo più costoso che ti puoi permettere a Kolda è una bicicletta ( 25.000 franchi CFA, circa 40 euro ), i documenti non li hai perché in Casamance dopo una guerra durata trentadue anni, metà della vita media di un senegalese, non ci si preoccupa dell’ufficio anagrafe o del passaporto.

Quasi quattromila chilometri sono nel deserto del Sahara a bordo di un pick-up assieme ad altre trenta persone l’unica fonte di approvvigionamento è un vecchio bidone di nafta adibito a cisterna d’acqua quasi santa, che ti permette di raggiungere il Grande Erg e il Kaouar nel Niger settentrionale.
Nel Fezzan si spara, così come in molte frontiere, si passa di notte dopo mesi di appostamenti e tentativi andati a vuoto.
Prezzo: 50.000 franchi CFA; recensioni su TripAdvisor: nessuna.

La decisione di lasciare moglie e quattro figli piccoli a Kolda, non mi è sembrata così egoistica o strana.
Chi potrebbe fisicamente affrontare un viaggio simile se non uomini adulti e in salute?
Uomini, futuri immigrati in Europa, che rimangono quasi un anno nella Libia lacerata dalla guerra civile per cercare i soldi con cui affrontare l’ultima, e forse la più difficile, tratta del percorso: i trecento chilometri da Tripoli a Lampedusa ( 1000 dinari libici, circa 640 euro ).

Quella che vi ho presentato è solo una delle tante storie che queste persone mi hanno raccontato, perché potrei raccontare anche di altre ‘Casamance’ in altri Paesi africani, di dittature, di violazione dei diritti umani, potrei parlare delle “guerre dimenticate” che a forza di negarle si stanno dimenticando davvero.

Potrei dirvi che dal 1876 ai primi anni del ‘900, circa quattro milioni di italiani lasciarono clandestinamente il nostro Paese, senza documenti e senza essere rimpatriati.
Altre decine di milioni lasciarono i porti di Genova e Napoli con la valigia di cartone, portando con se lavoro e ricchezza ma anche diffidenza, delinquenza e mafia.
A salire sul bastimento erano uomini, futuri immigrati nel Nuovo Mondo, capaci di lavorare, mentre le donne e i bambini solo se necessario.

Cantavano “Mamma mia dammi cento lire”, si sposavano per procura: lui a Buenos Aires, lei a Rovigo; molti si integrarono, altri si rifiutarono di imparare l’inglese.
Alcuni tornarono e contribuirono a costruire gli italiani di oggi: liberi di studiare, di crescere; liberi da etichette quali migranti, immigrati, clandestini, rifugiati… liberi persino di non ricordare.

Alessandro Basso

[immagine tratta da Google Immagini]

La Peggiocrazia

A scuola, al lavoro nella tua vita quotidiana ti sembra di essere circondato da raccomandati e che le mediocrità domini tutto, o quasi, quello che ti circonda? Non preoccuparti non sei in un remake di “ La Notte dei morti viventi” di Romero, benvenuto in Italia! L’Unione Europea ha deciso di adottare il Social Index Progress (una classifica del benessere mondiale). Questo strumento statistico è curato da Michael Porter dell’Università di Harvard per misurare la qualità della vita in 133 Paesi del mondo. L’Italia si trova al 31° posto, pur essendo tra i primi dodici per Pil. Tra i parametri presi in considerazione vi sono : sanità, libertà politica e d’espressione, accesso all’educazione (e qui siamo bravi), più una serie di altre voci. I risultati? Gli italiani vivono più a lungo di tutti dopo i giapponesi, presentano un tasso di mortalità infantile molto basso e un’istruzione di base ottima. E allora che succede? Gli ambiti dolenti sono : corruzione, scarsa attenzione all’ambiente, criminalità percepita e obesità al di sopra della media europea. Un altro dato interessante è che alla domanda se ci si senta davvero padroni di decidere la propria vita solo il 61% degli italiani risponde affermativamente, così l’Italia scivola al 91° posto dopo Yemen, Mali, Nepal, Libia, luoghi, questi ultimi, segnati da una profonda povertà, ma dove forse le durezze dell’oggi alimentano le speranze per il domani, successe anche ai nostri padri e ai nostri nonni. Ma a noi oggi perché?

In Italia le cose non funzionano, c’è una diffusa indifferenza verso il bene comune che incoraggia corruzione e cinismo. Però gli italiani avrebbero, per propensione, una grande attenzione alla qualità della vita e dei rapporti che stiamo ormai perdendo anche a seguito di un crescente scetticismo nei confronti dell’onestà pubblica alimentato dagli scandali quotidiani.

Che cosa è successo? Possibile che in Italia ci siano più persone “negative” che da altre parti? Credo che la risposta vada invece cercata nelle modalità con cui si struttura la società, spesso per via consociativa, fatta da raccomandazioni e dove senza lo “sponsor” non fai strada. In sostanza il vero problema è aver eretto ai vertici della società italiana tanti, troppi, mediocri che ora tendono a replicare il sistema in un circolo vizioso difficile da spezzare.

Scrive bene Honoré de Balzac:

“La corruzione è l’arma della mediocrità”.

L’elettore con il suo voto  vorrebbe che l’eletto fosse non come lui, ma bensì meglio: più onesto e più competente. In Italia spesso i criteri di selezione dall’ambito politico a quello più generale della nostra classe dirigente è completamente starato.

“Ci si meraviglia, a torto, del successo della mediocrità. La mediocrità non è forte per ciò che è in sé, ma per le mediocrità che rappresenta, e in questo senso la sua potenza è formidabile. Più l’uomo di potere è meschino, più conviene a tutte le cose meschine. Paragonandosi a lui, ciascuno si domanda: «Perché non potrei arrivare a mia volta?» Egli non suscita alcuna gelosia: i cortigiani lo preferiscono perché possono disprezzarlo; i re se lo conservano come una manifestazione della loro onnipotenza. La mediocrità non solo ha tutti questi vantaggi per restare ben salda al suo posto, ma possiede anche un merito assai più grande: esclude dal potere la capacità. Il deputato degli sciocchi e degli imbecilli al ministero accarezza due passioni del cuore umano: l’ambizione e l’invidia.” 

François-René de Chateaubriand, Pensieri, riflessioni e massime.

Bisognerebbe aggiornare Nietzsche che teorizzava la morale dei signori, tipica delle persone forti. Bisognerebbe tradurre Persone Forti in Persone Competenti e persone Deboli in Persone Incompetenti. La competenza si può tradurre in capacità umana di godere della vita e di attuare il “bene” in terra che è però visto, all’altro capo della scala sociale, come un male. Le persone incompetenti infatti interpretano l’agire di quelle competenti come il male per eccellenza: la morale del gregge, quindi, è una morale di reazione guidata dal risentimento verso i nobili e potenti. L’attacco che gli incompetenti muovono al potere dominante consiste quindi nel rovesciare la scala dei valori e nel trasformare ciò che per i competenti è buono in qualcosa di moralmente cattivo e sbagliato. Per attuare questa rivoluzione dal basso è però necessario giustificare il ribaltamento in atto.

Il “buono” delle persone competenti è il “malvagio” degli incompetenti: il buono nell’accezione della competenza è un individuo puro di mente e di cuore, pervaso di salute, audace e gioioso. Queste caratteristiche sono viste dall’incompetente come orribili vizi. L’incompetente, invece, essendo impotente, a differenza del competente che ha il know how, la conoscenza, per guidare potenzialmente gli altri, apprezza quelle qualità che gli consentono di sopravvivere, ovvero l’apparente pazienza e umiltà. In realtà dietro a questo “buonismo” di facciata l’incompetente cova un odio profondo per il competente, ma non potendolo manifestare dal momento che non ha né le capacità né l’energia per opporsi al suo “nemico”, è costretto a trattenere dentro il sé il risentimento perdendo così l’amore per la vita.

Come supera l’incompetente il problema della sopraffazione del competente? Semplice. Se il competente è detentore della qualità egli si affiderà alla quantità per sconfiggerlo. La realtà è infatti un prodotto intersoggettivo. Ad esempio se mi chiudo in una stanza con 10 matti e tengo in mano un pennarello rosso che lo vedono verde allora quel pennarello, secondo la maggioranza, sarà verde. Questa dinamica sociale è meno astratta di quanto si pensi e nel mondo contemporaneo si declina ad esempio nella forma della disinformazione di massa per cui molte persone credono negli alieni che rapiscono le persone, fantasmi, magia e quanto altro. Ciò spiega anche il successo di trasmissioni quali “Mistero” regolarmente in onda su Italia 1 e trasmissioni di quel tipo. Oppure prendiamo il caso delle scie chimiche dove l’incompetenza crea una narrazione del mondo che finisce per ambire a sottomettere la Scienza, per fortuna la Comunità Scientifica rispetto ad altre realtà ha mantenuto un buon grado di certificazione e così si riesce ancora ad arginare il dilagare dell’incompetenza.

Una volta controvertito il sistema dato l’incompetente dilaga prendendo spazio a tutti i livelli della classe dirigente e giunto a quel punto replica l’incompetenza che quindi finisce per autoalimentarsi in sistema che diventa ormai inscalfibile per la persona competente.

L’incompetente ha tutto sommato gioco facile nella società contemporanea, se infatti non vi fareste mai operare al cuore (spero) da una persona che non sia un medico chirurgo per quanto riguarda altre realtà è più difficile riconoscere la persona competente. Se identificare un chirurgo è relativamente facile diventa difficile indentificare un buon politico o un buon comunicatore, da notare anche l’aggiunta del termine “buon” che segna anche la maggior ambiguità sussistente in queste due e molte altre figure.

Così nasce il regno della Peggiocrazia che non è qualcosa di astratto, ma tangibile nella nostra vita quotidiana, la Peggiocrazia ha pervaso l’Italia impedendo troppo spesso ogni tentativo di riequilibrare le cose.

Proprio perché la Peggiocrazia è oggi così diffusa, l’unico modo per provare ad arginarla è che le persone competenti non desistano nel loro piccolo, ogni giorno, ad abbassare il livello di Peggiocrazia che le circonda. Perché esattamente come nella dinamica Servo-Padrone ora che la Peggiocrazia è al potere troppo spesso sono le persone davvero competenti e di buona volontà a doversi sottomettere a un sistema perverso che finisce per corromperne la natura più genuina.

Matteo Montagner

[Immagini tratte da Google Immagini]