Il tempo delle cattedrali: nostra signora di Parigi

Con la sua prima pietra posata sull’Île de la Cité nel 1163, la cattedrale di Notre-Dame de Paris è stata per quasi un millennio testimone della storia di Parigi, della Francia e dell’Europa, ne ha accompagnato le figure storiche e ispirato gli artisti, si è fatta culla di bellezza e di spiritualità, ha accolto fra le sue mura sovrani e diseredati.

Dalla cattedrale ancora in lavorazione, nel 1185, Eraclio di Cesarea ha indetto la Terza Crociata, mentre San Luigi ne fece forziere della miracolosa Corona di Spine nel 1239; Filippo il Bello la scelse come sede della prima riunione degli Stati Generali nel 1302, mentre Enrico IV d’Inghilterra volle essere incoronato Re di Francia al cospetto delle maestose vetrate gotiche di Notre-Dame nel 1431, preferendola alla tradizionale sede delle incoronazioni, la Cattedrale di Reims, come avrebbe fatto nel 1804 anche il neo-imperatore Napoleone; devastata durante la Rivoluzione Francese, Notre-Dame divenne sede del Festival della Ragione nel 1793, mentre nel 1944 Parigi vi celebrò la propria liberazione con un Magnificat e una Messa in Te Deum. Victor Hugo, nel suo Notre Dame de Paris (1831), l’ha trasformata nella casa del campanaro gobbo Quasimodo, perdutamente innamorato della zingara Esmeralda, contesagli dal bel capitano della guardia cittadina Febo e dall’arciprete Claude Frollo; Honoré de Balzac ne ha fatto la silenziosa testimone di un’avventura parigina dell’esiliato Dante Alighieri in I proscritti (1831), mentre il poeta Gérard de Nerval nelle sue Odelettes (1832) l’ha descritta come eterna sentinella dei millenni che si succedono. È stata dipinta da Jaques-Louis David e da Honoré Daumier, da Henri Matisse e da Marc Chagall, è stata cantata da Édith Piaf e da Paul Burani, da Léo Ferré e da Riccardo Cocciante. Il cinema l’ha fotografata più volte, con Un americano a Parigi (1951) o i disneyani Il gobbo di Notre Dame (1996) e Ratatouille (2007), Midnight in Paris (2011) e Before Sunset – Prima del tramonto (2004). Perfino il mondo dei videogame ha prestato il proprio omaggio alla cattedrale, che irrompe nel mondo virtuale in titoli come TimeSplitters 2 (2002), Civilization IV (2005), Assassin’s Creed Unity (2014) o Forges of Empires (2012).

Mentre Parigi cresceva e diventava uno dei centri nevralgici della vita e della cultura europee e mondiali, Notre Dame era lì, ad accompagnare e ospitare la sua storia: ha ospitato matrimoni, come quello di Maria di Scozia o di Enrico di Navarra, e funerali, come quello del Generale Charles de Gaulle o del Presidente François Mitterand, celebrando la vita e la morte dei parigini, accompagnandone i trionfi e le sconfitte, attraversando momenti di prosperità e di povertà, pesti e battaglie, occupazione e guerra, feste e rivoluzioni.

Un edificio come Notre Dame non è “solo” un monumento: è lo spirito di un popolo fatto pietra, simbolo dell’identità più profonda di una città, un paese, un continente, testimonianza incrollabile del meglio di cui l’umanità è capace, una bellezza e una spiritualità che superano le contingenze storiche e geografiche per parlare tutte le generazioni e tutte le genti, testamento di un popolo che affida la propria voce a mura e statue che abiteranno un futuro che alla carne è precluso.

L’intera umanità, non solo il popolo parigino o francese, ha rischiato di subire una ferita irrimediabile la sera del 15 aprile. Nostra Signora di Parigi è danneggiata, ma siede ancora sul suo trono, sull’Île de la Cité, dal quale veglia sulla città da novecento anni, testimone, protagonista e custode di una storia che le sarà affidata, si spera, per ancora molti, molti anni.

Giacomo Mininni

[foto di Stephanie LeBlanc tratta da Unsplah.com]

banner 2019

Economia in ostaggio

L’economia è una scienza. Si avvale del metodo scientifico, del rigore accademico, e dello studio matto e disperatissimo su numeri, algoritmi, e piani cartesiani. Con un pizzico d’immaginazione li potremmo definire opere d’arte, espressione dello spazialismo. Tipo Lucio Fontana.
Basta leggere una pagina di giornale, accendere trenta secondi un tg, e la nostra testa viene subito bombardata da termini come: rapporto deficit/pil, debito pubblico, spread, tassi d’interesse, tan, taeg, tog, tug, tig e via dicendo.

Eppure, a fianco dei massimi esperiti e professoroni, troviamo il circo: la politica.
Un enorme parco giochi, dove lo spread è l’altalena, il debito pubblico la “rete ragno”, il rapporto deficit/pil uno scivolo difettoso, che invece di far scendere, fa andare giù a tentoni, a colpi di spintarelle e mosse “vade retro”, o almeno così ci giocano i neonati delle correnti, i piccoli bambini di partito e i ragazzetti di governo.

Si ramifica in questo modo, la connessione tra due mondi squilibrati, fatta di tensioni e conflitti, da un odi et amo infinito. Si fa fatica a seguire i numeri nel loro rigorismo, quando ci si occupa di lavoratori e pensionati e per tale ragione la politica fa presto a ridurre le scienze economiche a mero strumento o mezzo per le proprie ideologie.

Ed è in questo contesto che potremmo collocare da una parte il Nazional Automobilismo, definizione del giornalista Vittorio Zucconi in un articolo di Repubblica1, per definire la politica protezionistica di Trump fatta di dazi e minacce a mezzo mondo. A tutto il resto del mondo, tolti gli Stati Uniti, per ora.
Dall’altra invece i recenti azzardi del governo di Roma nei confronti di Bruxelles.

Nel caso del Tycoon, la linea politica ha preso una direzione ben chiara: cambio del paradigma economico. Dall’espansionismo globalizzato del nuovo millennio al protezionismo di inizio ‘900. Prospettiva economica le cui basi politiche risiedono nel bacino elettorale composto da quegli elettori, che si sentono traditi dal proprio vicinato, dove l’erba del vicino è sempre la più verde solo perché, forse, usa un migliore pesticida.
Una parte di società che stenta a cambiare, forse per necessità o per paura. Non è importante la causa, ma propriamente l’origine. Un punto primo che si scinde dalla contingenza, e assume caratteri filosofici.

Infatti la cornice delle nuove direttive nella politica centrale americana si concentra su la difesa dei propri confini culturali. Un bacino ricco di storia, tradizione, identità. Sembra essere tornati alla lotta fratricida nella Roma repubblicana, dove ognuno era obbligato a prendere posizione per la protezione o per l’innovazione del Mos Maiorum – l’insieme di costumi e usanze degli antenati – dopo l’arrivo degli schiavi greci, lasciando eventualmente posto all’ellenismo.
A quel tempo vinsero entrambi dando vita all’humanitas, collante futuro del Rinascimento italiano. Questo perché cultura significa fruibilità, assimilazione, eterogeneità.

Ma la terra va difesa, e con essa il lavoro che sia acciaio o carbone – il global warming può aspettare; le macchine americane ancora di più, basta Audi o Mercedes, bisogna risollevare la Ford e con essa il fordismo proprio ora che ci avviciniamo all’industria 4.0. Poi avanti con il whisky, le motociclette made in USA, e perché no, ritentare la pianificazione della rete ferroviaria di inizio ‘800. 
Tutto giustificato, o mascherato – la dissimulazione è fondamentale nella politica – grazie all’uso delle discipline economiche. 

Levi-Strauss, antropologo, psicologo e filosofo francese, una volta disse «la mente scientifica non fornisce tanto le risposte giuste quanto le giuste domande».
Un pensatore che cercò per tutta la vita di creare inaspettate convergenze interdisciplinari. Come si auspica possa verificarsi tra l’economia e la politica, senza che una delle due possa prevaricare sull’altra. 

Intanto, da una parte in America non si sa ancora chi sarà il vincitore o come andranno a finire i giochi. I governi vanno e vengono, ma se non fosse così?
Ora, Trump è il nuovo Catone in pectore – spero di non aver urtato la sensibilità dei latinisti – e ci si domanda chi sia Cicerone.
Dall’altra invece un governo europeo contro l’Europa, una guerra fratricida con un unico obiettivo: vincere; forte del consenso datogli, ma meno dai numeri. E vinceremo risponderebbe qualcuno, anche se quando fu pronunciata per l’Italia fu la rovina. Speriamo non accada anche questa volta.     

 

 Simone Pederzolli

 

NOTE
1.V.  Zucconi, La sfida a quattro ruote, ecco dove nasce l’odio di Trump per il Maggiolino, 23 giugno 2018.

[Photo credit: Steve Johnson on Unsplash.com]

banner-pubblicitario7

Un’Europa senza europei. Imparare da Fichte

Era il 1807 quando Johann Gottlieb Fichte, di fronte all’occupazione da parte delle forze napoleoniche della città di Berlino, scrisse i suoi celebri Discorsi alla nazione tedesca, passati alla storia per aver ribadito la superiorità culturale della Germania e aver spronato il paese alla rivalsa contro i francesi. Sebbene individuati e circoscritti in un momento storico preciso e particolarissimo, però, i Discorsi conservano ancora un messaggio attualissimo e universale, applicabile senza troppe variazioni anche alla situazione sociopolitica contemporanea: per costruire una Nazione, prima di costruire una Nazione, è necessario “costruire” moralmente un popolo. Un gruppo inizialmente eterogeneo di persone portato a riconoscere basi culturali, valoriali, storiche, religiose o linguistiche comuni, che trova un’identità di popolo condivisa, darà spontaneamente alla luce una Nazione che lo rappresenti.

Il concetto, da italiani abituati all’iconico “Abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani” di Massimo d’Azeglio, non è così autoevidente, specie adesso che si prospetta una svolta storica per un’altra grande macro-nazione vicina al collasso per le spinte localiste e indipendentiste nate proprio dal suo aver trascurato la formazione di un’identità di popolo. Regno Unito, Ungheria, Polonia, Austria, Spagna, Grecia, Italia, Francia, e ora perfino Germania e Belgio, stanno facendo esperienza di movimenti nazionalisti spiccatamente anti-europeisti, realtà che si fanno portavoce di scontenti e sofferenze tragicamente reali, e capaci di indirizzare questi contro un unico bersaglio: un’Europa dipinta come l’origine di ogni male, come una forza esterna e tirannica che impone regole senza tener conto dell’autonomia e della sovranità dei singoli stati.

Al netto di menzogne più o meno spudorate vendute da questo o quel movimento populista, bisognerebbe essere degli ingenui per negare all’Unione Europea qualsiasi responsabilità di un collasso culturale che rischia sempre di più di farsi politico. Il processo di costruzione europeo è andato in direzione diametralmente opposta di quello auspicato da Fichte: si è cioè creata un’unione finanziario-monetaria senza alcun vincolo politico, stilando poi un’agenda comune senza riguardo per la condizione specifica dei singoli paesi membri, nella speranza di arrivare ad un “effetto cascata” in merito al quale ogni cittadino avrebbe prima o poi sentito propria un’identità europea se non sovrapposta perlomeno accompagnata a quella nazionale.

La mossa è stata del tutto controproducente. Quello che era il più grande e bel progetto politico del Secondo Dopoguerra, che ha garantito degli inediti settant’anni di pace nel continente e ha permesso una libertà di movimento, di studio e di commercio senza precedenti si è trasformato nello spauracchio dello spread e dei diktat del mercato; il più efficiente e promettente esperimento per superare la decadente e antiquata realtà dello Stato-Nazione secentesco sta ripiegandosi su se stesso schiacciato da recrudescenze nazionaliste che, pur essendo il colpo di coda di un sistema morente, hanno ancora in sé un potenziale distruttivo e divisorio capace di vanificare più di mezzo secolo di diplomazia e progresso.

Fichte si raccomandava di agire sulla cultura per influenzare la politica, noi abbiamo puntato sulla finanza per arrivare forse un giorno alla politica e poi miracolosamente raggiungere la cultura e il sentire comune.

Non possiamo considerare fallito l’esperimento europeo: l’alternativa sarebbe un enorme passo indietro storico, una pericolosa apertura a venti di guerra e di divisione che si sperava dimenticati, e una vittoria di forze anti-politiche autoritariste e repressive. Neanche possiamo, però, avallare un sistema vigente fallato e di fatto esclusivo, un dominio plutocratico che altro non è che un’estensione pseudo-politica del (fallito) sogno capitalista e liberista. Non possiamo smantellare l’Europa, ma dobbiamo rifondarla e ricostruirla, salvare ciò che di buono ha saputo dare e correggere la rotta sugli elementi che hanno chiaramente deviato dal progetto originale.

L’anno prossimo si terranno le elezioni europee, e sarà l’occasione perfetta per modificare i programmi e presentare un’idea di Europa capace di affrontare le sfide presenti e porre le basi per un futuro più equo e condiviso. L’occasione, insomma, di cominciare davvero a investire sulla formazione culturale di un popolo che si senta europeo, che viva l’Europa come una casa comune e non come una prigione, che non percepisca lontananza ma comunità, che si senta parte di un progetto politico prima che finanziario. Non è questione di realizzabilità, ma di volontà, questa sì, politica. Un continente che ha conosciuto millenni di guerre fratricide e intestine non può permettersi l’alternativa.

 

Giacomo Mininni

 

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

“Ma tu sei arrivato con il barcone?”

Nessuno avrebbe il fegato per porla; nessuno avrebbe la faccia tosta per pronunciare davvero quelle parole. Eppure, ad un certo punto, quella domanda squarcia (sì, squarcia, letteralmente) l’aria. “Ma tu sei arrivato con il barcone?”. E dopo un breve, addirittura troppo breve, momento di silenzio (perché in fin dei conti non richiede mica pause di riflessione una domanda del genere: o è si o è no) segue la risposta di Malick… affermativa.

A pronunciare la fatidica ma pur sempre legittima domanda, un bambino. Già, perché un bambino non si chiede, e in effetti non si deve chiedere se una domanda sia lecita o meno; non si chiede se una parola di troppo può essere inopportuna. Un bambino chiede e basta, come è giusto che sia. La sua curiosità è del tutto naturale, spontanea, innocente e per tale motivo esige di essere soddisfatta.

I bambini lo vedono alla tivù che alcuni uomini color cioccolato attraversano il mare e, qualche volta, arrivano in Italia con un barcone o con dei gommoni di fortuna. Lo vedono sul maxischermo rettangolare del salotto di casa, per loro è qualcosa di oggettivo, sanno che succede; ma sebbene siano molto più svegli di quanto molti adulti possano pensare, forse non riescono a percepire la portata del fenomeno. Alcuni di loro, senza dubbio, si porranno qualche domanda da grande: “Sarà brutto, sarà bello, sarà buono quel viaggio per mare?”. Ma ciò che conta per loro, alla fine, è la praticità dei fatti: tu quel barcone l’hai preso o no? E che c’è di male nel chiederlo?

Un modo di pensare e agire opposto a quello di noi adulti, che probabilmente riflettiamo di più e cerchiamo di ponderare al meglio le nostre parole, ma che di conseguenza abbiamo finito per accantonare quella spontaneità tipica dell’infanzia, rischiando di cristallizzare lo specchio delle nostre emozioni. Nascosti dietro ai sospetti, alle preoccupazioni e alle incertezze, mettiamo in gabbia la nostra capacità di provare ogni giorno quelle sensazioni che ci farebbero vivere più serenamente, e più vicini gli uni agli altri.

Perché quella domanda avremmo voluto farla anche noi, perché anche noi vogliamo conoscere e capire; ma per fortuna c’era Leonardo, nove anni, che la mano l’ha alzata subito, e senza nessun timore.

Avremmo voluto sapere la risposta a quella domanda per cercare di conoscere un po’ di più la persona che avevamo di fronte, per intuire dal suo modo di rispondere qualcosa di più del suo vissuto. Così come vorremo delle risposte a molti altri interrogativi che la nostra mente formula, ma che la nostra voce non sempre riesce ad esternare. Eppure domandare è così facile: non prende molto tempo e non costa fatica. Il difficile viene poi, ed è l’ascoltare; il mettersi a disposizione dell’altro e il lasciarsi andare alle sue parole. Il lasciarsi andare che è lasciarsi influenzare. Perché ascoltare equivale talvolta a prendere in considerazione un nuovo e diverso punto di vista. E questo difficilmente noi lo vogliamo fare.

 

Federica Bonisiol

 

[Immagine di Adolfo Felix da Unsplash]

banner 2019

L’altra faccia della medaglia: giovani e fuga dall’Italia

Siamo sempre di più: la cosiddetta ‘fuga di cervelli’ sembra non arrestarsi, anzi peggiorare. Articoli di quotidiani, dossier speciali, trasmissioni televisive dedicate ai giovani italiani che se ne vanno dipingono l’Italia del brain drain, quella che esporta più laureati di quanti ne attiri. L’ultimo riferimento all’esodo viene dal Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che a gennaio 2018, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’Università “La Sapienza” di Roma, ha ricordato che «il numero di laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso e ancora troppi giovani lasciano il nostro Paese per migliori opportunità all’estero»1. Secondo l’ultimo studio di Confindustria, sono 624 mila gli Italiani che dal 2008 al 2016 hanno spostato la loro residenza all’estero, in tutte le fasce di età2. Lo spostamento dei giovani in particolare costa all’Italia circa un punto di PIL all’anno, secondo lo studio citato.

Ma stanno veramente così le cose? In occasione di una conferenza sul fenomeno migratorio, una persona di nazionalità italiana, nel condividere con il pubblico la sua storia personale di migrazione intra-europea, disse di aver lasciato l’Italia per ambizione, per inseguire un sogno, quello di partecipare ad un progetto di respiro internazionale.

La verità è quella del brain drain potrebbe essere solo una faccia della medaglia. L’altra parte della storia è fatta di curiosità, voglia di mettersi in gioco, e perché no, ambizione. La curiosità di scoprire a fondo realtà nuove, la voglia di mettersi in gioco, integrandosi in ambienti diversi, l’ambizione di seguire un sogno più grande di se stessi o in un settore più rinomato all’estero: non sono caratteristiche legate alla nazionalità che portiamo, ma alle nostre personalità. Queste caratteristiche ci avrebbero portato a spostarci in un paese diverso da quello di nascita, anche se fossimo nati inglesi, scandinavi, olandesi o tedeschi. Reinventarsi in una realtà diversa e straniera è un processo così radicale e totalizzante, che non può essere compiuto se alla necessità pura e semplice, non si affianca almeno una di queste caratteristiche.

L’interpretazione corretta di questi dati ci dovrebbe spiegare che ci sono tanti motivi per cui una persona decide di trasferirsi in un altro paese. Immaginiamoci una bilancia: da una parte la necessità e dall’altra le altre motivazioni menzionate in precedenza. Nella scelta di ognuno di noi entrambe hanno un valore, anche se diverso. Ci saranno persone per cui la necessità ha un peso maggiore, così come ci sono persone per cui curiosità, sfida o ambizione hanno il sopravvento nella decisione finale. Per altre, magari, è più una questione di “moda”. Qualsiasi sia la motivazione predominante, non è intellettualmente onesto interpretare delle statistiche appiattendole solo su una singola variabile. Soprattutto quando su queste interpretazioni, si forma l’opinione pubblica nazionale, ed a sua volta quella estera3.

Sembra pensarla alla stessa maniera anche PagellaPolitica, il nuovo partner di Facebook Italia nella lotta alle fake news4, che ha verificato i dati dello studio di Confindustria. Secondo PagellaPolitica5 ci sono almeno tre considerazioni da tenere a mente. Innanzitutto, non tutti gli italiani emigrati hanno lo stesso titolo di studio. Ci sono italiani con titolo di studio superiore come concittadini laureati o dottori di ricerca: questo implica che il calcolo sulla spesa di formazione fatta dallo studio in questione possa solo essere un’approssimazione al rialzo. In secondo luogo, in economie che si definiscano avanzate, è normale che i giovani si spostino in Paesi diversi da quello di origine, con alcuni tra i maggiori Paesi europei che arrivano a numeri più elevati di quelli italiani6. Infine, un numero non irrisorio di italiani torna in Italia, spostando nuovamente la propria residenza dall’estero all’Italia (22 mila nel 20157).

Queste considerazioni ci restituiscono un’immagine differente e forse più realistica dei 624 mila italiani, evidenziati dai giornali. La necessità è una faccia della medaglia, quella che fa più rumore, perché porta a decisioni che sono frutto della mancanza di viabili alternative. Ma non è l’unica. Per quanto minoritaria, l’altra faccia vale ugualmente la pena di essere presa in considerazione, raccontata e ascoltata, perché come ha detto di recente il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, «quando c’è qualcosa di positivo che riguarda l’Italia, bisogna avere il coraggio di raccontarlo»8. Il rischio è quello di favorire altrimenti il circolo vizioso della profezia che si auto-adempie9.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Padoan, la disoccupazione cala, ma ancora troppi giovani lasciano l’Italia, Corriere della Sera, 18 gennaio 2018.
2. Confindustria Centro Studi, Scenari Economici, dicembre 2017, N. 31,
3. Francesca Capano, L’intreccio tra Dinamiche Interne e Rappresentazioni Esterne, settembre 2017, La Chiave di Sophia.
4. Facebook farà il fact checking anche in Italia, con Pagella Politica, Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2018
5. Quanto costa allo Stato e alle famiglie italiane la fuga dei cervelli. Una stima, gennaio 2018, Pagella Politica.
6. L’affermazione non è tuttavia sostanziata da dati o riferimenti a Paesi europei specifici.
7. Fonte: Istat.
8. Il video dell’intervento alla pagina Facebook del Presidente del Consiglio.
9. In sociologia, la profezia che si auto-adempie è una previsione che si avvera solamente perché ritenuta reale (la previsione genera l’evento che a sua volta verifica la previsione stessa).

 

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

Unione Europea: ognun per sé e Dio per tutti

Non è mia intenzione ammorbare quanti avranno voglia di spendere parte del loro tempo per leggere questa mia riflessione, con discorsi volti unicamente a distruggere – così come la moda attuale vuole – l’idea comunitaria che regge il sistema politico ed economico europeo nel quale viviamo. Esistono critiche costruttive lì da qualche parte, sovrastate dal mare di sfoghi collettivi anti-sistema che infiammano moltissime persone, urla incontrollate, j’accuse improbabili lanciati da politici altrettanto improbabili; esistono e sono nascoste molto bene.
Tuttavia esistono anche dubbi, forse sani, forse no, legati al concetto stesso di Unione Europea che d’altra parte, visti i recenti comportamenti tenuti dagli Stati nazionali in seno all’organizzazione, inevitabilmente sorgono anche nelle più positive intenzioni.

Cos’è l’Unione Europea?
La risposta è una sola: dipende.
Dipende se intendiamo l’Unione Europea così come ci è stata raccontata, come si presenta, oppure se vogliamo farci del male e riscoprirne definitivamente la natura.
Quando e perché è nata l’Unione Europea?
Un continente uscito con le ossa rotte dal secondo conflitto mondiale aveva capito che i moti di supremazia di un singolo Paese potevano creare danni ingenti a cose e persone, quindi la possibilità per risollevarsi e prosperare era racchiusa nella collaborazione tra Stati. Dallo scontro si era passati quindi al dialogo in modo tale da affrontare meglio un futuro che – con l’inizio del dualismo USA-URSS – non si presentava certamente roseo e felice.
Un po’ come si vede nei documentari di avventura, o nei film in cui i protagonisti si trovano in una situazione di precarietà e ognuno mette in comune i propri viveri, gli Stati europei nel 1951 misero in condivisione reciproca le materie prime più importanti: il carbone e l’acciaio, entrambe utili per il settore energetico ed infrastrutturale, dando vita alla CECA.
Il primo passo verso l’Unione Europea fu proprio questo: il libero scambio di merci.

Fatta questa premessa risulta abbastanza chiaro che le radici dell’Unione Europea sono economiche, che poi l’apertura dei confini abbia interessato altri settori è fuor di dubbio, ma è diretta conseguenza di una visione decisamente materialista e del resto non poteva essere altrimenti.
Un’altra domanda che sorge spontanea è la seguente: l’UE ha mai smesso di pensare ed agire in termini economici e materialisti?
Nel già citato dualismo USA-URSS in cui anche l’Europa faceva parte dei territori contesi, assieme ad Africa, America latina e Asia, fu necessario un ulteriore passo in avanti, questa volta non nella sfera materialista ma in quella psicologica. Per rafforzare il concetto di Europa dovevano essere creati gli europei, i cittadini che avrebbero dovuto emergere dalla condizione di subalternità alle super-potenze.
Senza voler favoleggiare segreti machiavellici, se volete creare un fronte comune “umano” contro qualcuno o qualcosa che appare invincibile, dovete prima di tutto coinvolgere altre persone e farle sentire parte di un grande progetto; del resto il motto «l’unione fa la forza» è sicuramente più motivante di un «se non mettiamo assieme le economie siamo spacciati».
L’apparato extra economico dell’Unione Europea, che comprende il mito di fondazione, la simbologia, le festività laiche ecc, è servito da panacea, da utile racconto per far ingerire lo sciroppo amaro del cinico materialismo. Non è nemmeno una novità, nel corso della Storia fu un processo già sperimentato in piccolo, specialmente nel Settecento quando si formarono gli Stati Nazionali.

Appurata la base materialista dell’UE, appurata la bella immagine che di sé ha costruito negli ultimi sessant’anni viene da chiedersi cosa non sta funzionando, quale ingranaggio si è rotto o allentato.
È sotto gli occhi di tutti infatti il comportamento tenuto dai singoli Stati nel delicato tema dell’immigrazione, comportamento che ha portato alla luce numerosi rancori, anche estranei a questo problema principale e vecchi antagonismi latenti da chissà quanti anni.

Il fenomeno migratorio attuale ci ha colti di sorpresa, poche persone avevano intuito cosa avrebbe raccolto l’Europa dopo secoli di sfruttamenti e tentativi, spesso fruttuosi, di controllare indirettamente le politiche interne dei Paesi nati durante la decolonizzazione (anni ’60 e ’70 del Novecento, quindi l’altro ieri); ciò ha messo a nudo la vera natura che è propria dell’Uomo: l’egoismo.
Gli esseri umani sono capaci di aggregarsi, di modificare l’ambiente per adattarlo meglio alle proprie esigenze, sono in grado di strutturarsi in gerarchie per controllare un determinato territorio, sono capaci di spingere i confini invisibili dell’ignoto, ma alla fine dei giochi, quando si tratta di reagire improvvisamente ad un elemento considerato pericoloso o dannoso, emerge puntualmente l’egoismo che può essere individuale, oppure – come nel caso in questione – nazional collettivo.

Diversi Stati facenti parte dell’UE nei mesi scorsi hanno letteralmente chiuso le loro porte lasciando il gravoso compito di gestire i flussi migratori ad altri Stati, quelli che la geografia e il fatalismo un po’ indotto hanno voluto porre proprio come prima tappa degli sbarchi.
Davanti a tutto questo, come potrebbe un cittadino qualunque, anche se disinteressato dalla polemica a priori contro le organizzazioni sovranazionali, non considerare il mito, lo storytelling legato all’Unione Europea, inutile e – se insistentemente riproposto – irritante?

Balbettare una retorica che sembra dilatarsi in modo inversamente proporzionale alla sua efficacia, quanto può contenere le opposte derive estremiste, quelle ultranazionaliste, che stanno ottenendo un buon successo elettorale?
Per quanto tempo, infine, potrà ancora reggere la credibilità di questa Unione Europea nata per sopperire alle difficoltà, se si lascia vincere proprio dalle nuove sfide del presente?

 

Alessandro Basso

 

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

La vocazione per la totalità (e per il riso)

“Mio nonno ridendo si confessava”, dice un noto detto. Di certo, anche le riflessioni più complesse, tribolate, approfondite e serie, spesso scaturiscono meglio da una sana e dissacrante frecciatina che da un polveroso volume filosofico. Sulla filosofia e sui filosofi esistono caterve di battute geniali e che effettivamente riescono in modo efficace a “catturare l’essenza” meglio dei cosiddetti metodi tradizionali. Una delle ultime che mi è capitato di sentire è:

“Perché studiare filosofia?
Grecia: per vivere una buona vita
Inghilterra: per capire il mondo
Germania: per cambiare il mondo
America: sapevate che i laureati in filosofia hanno il salario medio più alto di tutti gli umanisti?”

Impossibile che non sopraggiunga alla mente, a chi mastichi da un po’ la filosofia, una qualche altra battuta sulla filosofia americana o sull’approccio culturale in cui la filosofia è inserita specialmente oltreoceano (certo, pur sempre nell’immagine mentale che abbiamo di essa). Non è certo questo il luogo per disquisire sulle differenze tra la filosofia europea (cosiddetta “continentale”) e quella americana/anglosassone (cosiddetta “analitica”), che nel corso del ‘900 sono andate separandosi in modo, secondo me, al limite dell’irreparabile. Però possiamo capire cosa ci viene trasmesso di serio da una battuta del genere. 

Oggi si sente un gran dire che la filosofia sia un beneficio, una “marcia in più”, se inserita in modo trasversale in un contesto più ampio e diverso da essa. Studiare un po’ di filosofia all’interno di un percorso diverso può infatti far comprendere in modo diverso quanto appreso, vederlo da un altro punto di vista, arricchire quanto si sa. Ma appunto questo significa relegare la filosofia a mero potenziometro disciplinare: non si tratta più di intenderla come sguardo per la comprensione delle cose nella loro totalità (nella battuta sopra “la vita”, “il mondo”) ma di metterla come optional d’oro inquadrato in una situazione in cui la totalità, quanto compresa, è compresa da altro (scienza, economia, credenze popolari, interdisciplinarietà). E magari, come nella battuta, suggerire tra le righe anche una supposta legittimità e una tentata valorizzazione data dal tono preciso e statistico della domanda. Non si tratta di screditare tale tendenza, tra l’altro ricca di benefici, ma di criticare il posto che oggi si pensi debba occupare la filosofia.

Ho tirato in ballo la denominazione di filosofia analitica in questo contesto non a caso. La filosofia analitica già alla sua nascita ha voluto escludere che ci fosse un qualcosa come “la totalità” di cui occuparsi: la totalità sarebbe un concetto metafisico come tutti quelli di cui è necessario sbarazzarsi per guadagnare terreno invece nella realtà del mondo interpretato scientificamente. La filosofia diviene dunque strumento (solitamente logico) per la lubrificazione dei meccanismi che altre discipline utilizzano ed escogitano per il mondo, dimenticando invece il ruolo tutto proprio e soprattutto la sua natura di vera e propria vocazione e non di strumento utilizzabile a convenienza.

Non siamo troppo seriosi però! L’ironia è da sempre ottima compagna della conoscenza e se c’è chi ne ride, c’è chi sente e comprende la situazione appena descritta. Si torni ad avere quindi meno marce per correre e più occhi. E si sappia anche riderne.

Al grido americano, “Make philosophy great again”!

 

Luca Mauceri

 

[Photo credits: Fabio Rose su Unsplash]

banner-pubblicitario_la-chiave-di-sophia_rivista

Un viaggio circolare per la storia?

Er ist wieder da (in inglese Look who is back) è una novella satirica tedesca scritta da Timur Vermes del 2012 e adattata poi al grande schermo nel 2015. La storia immagina un viaggio nel tempo di un inconsapevole Adolf Hitler, che confuso si risveglia nel 2011 a Berlino. Sia la commedia che il film hanno diviso la critica e suscitato un acceso dibattito in Germania, dove l’argomento è ancora un tabù in termini di satira. Senza entrare nel merito, è indubbio che la novella abbia una sua morale. Infatti nell’ultima scena rivolgendosi al co-protagonista, che tenta di ucciderlo, Hitler dice che «la storia si ripete». Quando, dopo avergli sparato e credendo di averlo ucciso, Hitler riappare alle spalle del co-protagonista, il dittatore gli spiega che «non riuscirà a liberarsi di lui».

Quest’ultima frase è un chiaro invito al lettore-spettatore a riflettere: le idee non si possono uccidere. Che rilevanza ha dunque nel 2017, a più di un anno dall’uscita del film e cinque anni dopo l’uscita del libro, questa morale?

Abbiamo lasciato il Novecento promettendoci ‘mai più’: mai più guerre, mai più orrori, mai più genocidi. Abbiamo istituito le ‘giornate della memoria’: la Giornata della Memoria per le Vittime dell’Olocausto (27 Gennaio), Giornata della Memoria per il Genocidio Armeno (24 Aprile) e Giornata della Memoria per il massacro delle Foibe (10 Febbraio), tra le più note. Il secondo decennio degli anni duemila però sembra volerci ricordare che la memoria e il ricordo non bastano a mantenere la promessa.

Guardando impotente l’evoluzione politica delle nostre società, mi sono chiesta spesso se effettivamente la storia si ripeta, se non sia altro che un viaggio circolare dell’umanità. Non ho una risposta definitiva, ma quello che è certo è che certi eventi accadono come reazione ad altri eventi e, per quanto scontato possa sembrare, non sempre ce ne accorgiamo.

Moltissimi articoli sono stati scritti di recente sul ritorno del populismo in Europa. Il termine populismo identifica un atteggiamento ideologico attraverso il quale principi e programmi politici vengono trasmessi, che esalta in maniera demagogica il ruolo del popolo1. Dunque è il populismo il problema? In parte. Quello sui cui si dovrebbe riflettere di più è un fenomeno definito come polarizzazione sociale. Polarizzazione è un termine della fisica che identifica un processo per il quale si vengono a creare due polarità contrapposte, ovvero la concentrazione separata di due forze di valore opposto in uno stesso corpo. Se estendiamo il termine alla sociologia, polarizzazione identifica la concentrazione di valori ed idee opposti in seno alla società, dunque la tendenza della popolazione a schierarsi per uno dei due poli. In questo senso, il populismo a sostegno delle estremità degli schieramenti favorisce ed alimenta la polarizzazione delle società.

Come è successo? Siamo entrati nel secondo decennio degli anni Duemila in piena crisi economica, con conseguenze già evidenti sui consumatori e dunque un clima di insicurezza generalizzato. Le cose non sono migliorate negli anni successivi: tra fine 2010 e inizio 2011 prende avvio la Primavera Araba, una serie di proteste che ha interessato i paesi del Medio Oriente e Nord Africa. Le proteste non sono riuscite nel loro intento democratico e in Siria la protesta si è trasformata in una vera e propria guerra civile: ciò ha avuto una conseguenza significativa sui flussi migratori. Migliaia di persone sono entrate in Europa per fuggire a guerra e persecuzioni, aggiungendosi ai migranti economici che almeno dagli anni ’90 del Novecento attraversano il Mediterraneo in fuga dalla povertà. In un clima di sofferenza già esistente, questi flussi hanno inasprito le tensioni all’interno della società. Il colpo finale l’hanno dato gli attacchi terroristici su suolo europeo a partire dal 2015: la paura costante nella vita quotidiana di prendere i mezzi pubblici, viaggiare, recarsi in qualsiasi luogo affollato, ha sancito lo spostamento definitivo di intere porzioni di votanti verso retoriche semplicistiche, ma che promettono di recuperare la sicurezza perduta. Abbiamo cosi una polarizzazione a tutto tondo: cittadini europei che cadono nella propaganda del reclutamento jihadista (e in misura minore di altri terrorismi) da un lato, e tendenze populistiche di estrema destra dall’altro. Due polarità contrapposte che non solo si alimentano a vicenda, ma hanno anche le stesse radici.

La sfida che attende noi cittadini è capire veramente questi meccanismi di polarizzazione; la sfida che attende i nostri policy-makers è quella di fermarla, tenendo bene a mente che le idee non si uccidono e dunque la regola vincente è dotare le persone degli strumenti critici necessari per non cadere nella propaganda terrorista da un lato e nel populismo di destra dall’altro. La speranza è che fra dieci anni potremo dire che alla fine il viaggio non è stato circolare e che ad un passo dal chiudere il cerchio, la storia ha invece deviato il suo corso verso un nuovo inizio.

Francesca Capano

Laureata in Relazioni Internazionali in Italia, ha successivamente approfondito il suo interesse per la sicurezza internazionale con un Master a Londra. Attualmente vive a Bruxelles, dove si occupa principalmente di prevenzione della radicalizzazione e migrazione in ambito europeo. Segue principalmente la politica internazionale, senza perdere di vista le sue ripercussioni interne a cui affianca spesso una prospettiva sociologica.

NOTE:
1. Populismo, Enciclopedia Treccani Online.

Europa ed Italia a confronto con le pratiche assicurative nell’era dei test genetici

La possibilità di accertare, mediante test genetici, la presenza di una predisposizione individuale a contrarre determinate patologie e più in generale la possibilità di conoscere il profilo genetico di un individuo per trarre indicazioni sul suo futuro stato di salute hanno sollevato alcune questioni di natura etica anche in ambito assicurativo. Ci si chiede se i progressi nelle conoscenze genetiche possano incidere sul sistema assicurativo, se sia lecito utilizzare test genetici per una più equa ponderazione del rischio individuale e per una più adeguata riformulazione dei calcoli attuariali sull’aspettativa di vita.

Il sistema assicurativo è favorevole a tenere sotto controllo le informazioni riguardanti la situazione genetica dei singoli nell’ambito della modulazione dei premi, allo scopo di realizzare mercati più conformi alle situazioni di rischio. Le discriminazioni che potrebbero essere messe in pratica nella sottoscrizione di un contratto potrebbero estendersi all’esclusione dalla copertura assicurativa di intere fasce di popolazione portatrici di un corredo genetico ad alto rischio1.

Il problema dell’impiego dei test genetici in ambito assicurativo è stato avvertito negli Stati Uniti prima che altrove in quanto il sistema sanitario vigente in tale Paese è basato sul sistema delle assicurazioni private, ovvero sulla stipula consensuale da parte dei privati di una varietà di polizze con compagnie assicuratrici che forniscono una copertura assicurativa per le spese mediche che derivino da infortuni o malattie2.

A livello europeo la Risoluzione del 16 marzo 1989 del Parlamento Europeo sui problemi etici e giuridici della manipolazione genetica «in merito all’analisi genomica nel campo delle assicurazioni: 19. stabilisce che le assicurazioni non hanno alcun diritto di chiedere, prima o dopo la stipulazione di un contratto assicurativo, l’esecuzione di analisi genetiche, né la comunicazione dei risultati relativi ad analisi genetiche già effettuate e che le analisi genetiche non devono diventare una condizione preliminare nella stipulazione di un contratto assicurativo; 20. ritiene che gli assicuratori non possano pretendere di essere informati sui dati genetici a conoscenza dell’assicurato;  in merito all’analisi genomica nei procedimenti penali: 21. chiede che le analisi genetiche possano essere richieste nei procedimenti penali solo in via eccezionale e – esclusivamente su decisione del giudice – in settori specificamente delimitati; in tale contesto si può ricorrere solo a quelle parti di un’analisi genomica che siano importanti nella fattispecie e non consentano di trarre conclusioni sulle informazioni genetiche nel loro insieme».

Sotto l’aspetto legislativo lo scenario europeo si presenta alquanto eterogeneo, alcuni Paesi hanno emanato leggi ad hoc adottando disposizioni specifiche e vietando agli assicuratori sia di richiedere ai clienti di sottoporsi ad indagini genetiche prima della stipula del contratto, sia l’esito di test genetici già effettuati3; altri Stati non hanno messo in atto alcun intervento legislativo continuando ad applicare, anche nell’ambito delle informazioni genetiche, la disciplina sulla protezione dei dati sensibili. In questo caso, la mancanza di una normativa specifica viene in parte compensata dalla presenza Codici etici e deontologici o Linee Guida nazionali ed internazionali volte ad orientare la condotta dell’operatore che si accinge ad eseguire indagini genetiche richieste da enti di diversa natura (datori di lavori, compagnie assicurative, ecc…).

Per quanto riguarda l’Italia, già da qualche tempo è stato sviluppata una particolare disciplina di protezione legale diretta a preservare fortemente la riservatezza delle informazioni genetiche4.

L’autorizzazione generale del Garante per la protezione dei dati personali n. 2/1999 relativa al trattamento dei dati sensibili da parte di banche, assicurazioni, ecc… non permette il trattamento di dati genetici da parte di soggetti che esercitano attività assicurative; la tutela delle informazioni genetiche è parte dei diritti fondamentali della persona e il sistema pubblico non può utilizzarle per limitare la libertà e l’uguaglianza.

Sempre sul versante assicurativo, il Codice Civile italiano al capo XX riconosce alle imprese assicuratrici la possibilità di disporre delle sole informazioni sullo stato di salute attuale del contraente, il quale è tenuto a fornire al riguardo le notizie di cui è a conoscenza, con esclusione delle informazioni genetiche di carattere predittivo5. Quindi, in Italia la richiesta da parte delle compagnie di assicurazione di accedere ad alcuni dati sensibili, riguardanti il patrimonio genetico della persona hanno incontrato una ferma resistenza; a tale proposito si può ricordare anche l’art. 46 del vigente Codice di Deontologia Medica, in base al quale: «il medico non deve eseguire test genetici o predittivi a fini assicurativi od occupazionali se non a seguito di espressa e consapevole manifestazione di volontà da parte del cittadino interessato che è l’unico destinatario dell’informazione».

Alla luce di tali disomogeneità di condotta dei vari Stati europei, il 26 ottobre scorso il Consiglio d’Europa ha approvato, sotto forma di raccomandazione, un testo volto a proibire alle compagnie di assicurazione di utilizzare e richiedere test genetici per determinare premi o indennizzi assicurativi.

Il testo, pur non essendo vincolante per gli Stati, potrebbe risultare utile nel caso di ricorsi alla Corte europea dei diritti umani da parte di singoli cittadini o associazioni. Creare una casta inferiore di persone sfavorite geneticamente sarebbe inaccettabile è quindi fondamentale salvaguardare i diritti degli assicurati e garantire un corretto utilizzo dei dati inerenti la loro salute.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. COHEN L. (1999), The Human Genome Project and the Economics of Insurance: How Increased Knowledge May Decrease Human Welfare, and What Not To Do About It,  “Annual Review of Law and Ethics”, vol. 7,  pp. 219-238.
2. COMITATO NAZIONALE PER LA BIOETICA (1999), Orientamenti bioetici per i test genetici. Sintesi e Raccomandazioni, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, Roma, pp.,104-109.
3. I paesi coinvolti sono: Austria, Belgio, Francia, Danimarca e Lussemburgo.
4. Si veda D.lgs 196/2003, Capo V – Dati genetici – Art. 90 (Trattamento dei dati genetici e donatori di midollo osseo).
5. Si vedano art. 1897 relativo alla Dimunuzione del rischio e art. 1898 che si occupa dell’Aggravamento del rischio.

[Immagine tratta da assicuriamocibene.it]

Per uno sviluppo sostenibile: intervista all’ex ministro Enrico Giovannini

Abbiamo raggiunto telefonicamente Enrico Giovannini sulla via del ritorno dal Festival di Internazionale a Ferrara, svoltosi dal 29 Settembre al 2 Ottobre scorso. Giovannini, economista e statistico, già presidente dell’Istat, ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Letta, da sempre attento ai temi della sostenibilità, è ora fondatore e portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile): si tratta di una rete di associazioni del mondo civile ed industriale italiano con l’obiettivo di sensibilizzare la società e la politica italiana rispetto agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU in materia di sviluppo sostenibile. L’abbiamo contattato il giorno dopo il suo intervento dal titolo Un’altra idea di mondo al Teatro Nuovo di Ferrara, gremito di giovani, nel quale ha parlato delle varie proposte della sua associazione e del futuro dell’Italia.

 

Giovannini, lei è portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile): ‘sviluppo sostenibile’ oggi ci sembra un termine quasi abusato, malamente applicato all’interno dei contesti, probabilmente perché il concetto non è realmente capito. Ce lo può spiegare?

Per molti anni il concetto dello sviluppo sostenibile è stato declinato  fondamentalmente in una dimensione ambientale. Per fortuna non è più così. Dalla commissione Bruntland, che aveva parlato di uno sviluppo sostenibile articolato in quattro dimensioni – economica, ambientale, sociale e istituzionale – è passato gradualmente un concetto che è più esteso della pura dimensione ambientale. Dopodiché, l’anno scorso, con l’assunzione dell’agenda 2030 dell’ONU e la fissazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, questa visione – come si dice in modo abusato – a 360 gradi, è stata riconosciuta come l’unica possibile. Sul piano della misurazione da molti anni gli statistici internazionali hanno fatto presente che la sostenibilità di un modello di sviluppo ha a che fare con la quantità di capitale fisico, sociale, naturale e umano che ogni generazione trasmette alla generazione successiva; quindi effettivamente ormai, nonostante il rischio di abuso di cui lei parla, penso che il concetto sia stato almeno definito in modo chiaro.

agenda-onu-2030_la-chiave-di-sophia

Quali possono essere i mezzi e le strategie più efficaci affinché si generi una maggior sensibilità, una sensibilità condivisa nei singoli a queste tematiche, che sono dunque estese oltre il problema ambientale?

Abbiamo creato l’ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, proprio per sostenere in Italia l’applicazione dell’intera agenda 2030, di tutti i 17 goals e i 169 targets che vanno dalla povertà alla pace, alla violenza, alle disuguaglianze, all’educazione alla salute, alle tematiche ambientali, ma riguardano anche l’occupazione e la crescita del benessere. Noi di ASviS abbiamo sposato proprio questa logica nel rapporto che è stato presentato il 28 Settembre alla Camera dei Deputati, e che è accessibile sul sito www.asvis.it. Ecco, queste 126 organizzazioni della società italiana che formano ASviS, rappresentano complessivamente più di duemila associati che si sono messi insieme per delle proposte molto concrete. Per esempio abbiamo suggerito di inserire il principio di sviluppo sostenibile nella parte prima della Costituzione, come è stato fatto in Francia e come è stato fatto in Svizzera, perché, se lo sviluppo sostenibile deve guidare non solo le politiche ma anche i comportamenti dei singoli e delle imprese, trovo questo uno dei principi cardine su cui vogliamo che si basi tutto, quindi anche le future leggi. Abbiamo inoltre proposto che il Presidente del Consiglio prenda in mano l’agenda complessivamente, trasformando il comitato interministeriale per la programmazione economica in un comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile proprio per marcare un cambiamento di paradigma, in cui non ci si concentri soltanto sulla crescita economica. E poi ci sono altre iniziative istituzionali tra cui l’avvio di una campagna informativa continua su questi temi, ma soprattutto l’educazione allo sviluppo sostenibile nelle scuole. Per questo siamo in contatto con il MIUR per sviluppare dei programmi in tale direzione. È importante che le università italiane, tramite la conferenza dei rettori, abbiano creato la rete delle università per lo sviluppo sostenibile, volta non solo ad applicare i principi di sostenibilità alla mobilità degli studenti, ma che condivide anche una strategia a tutto campo che ha a che fare con la ricerca e con i programmi didattici. Per ciò che riguarda invece le proposte di politiche concrete, queste sono articolate intorno a sette assi: il primo asse ruota intorno al cambiamento climatico e all’energia, il secondo riguarda le disuguaglianze, non solo di reddito o di ricchezza ma anche di accesso, di opportunità e di genere, il terzo asse riguarda l’innovazione e il lavoro, il quarto asse ha a che fare con il capitale umano (che vuol dire salute, istruzione stili di vita), il quinto riguarda il capitale ambientale e quindi le dimensioni ambientali, poi ancora le città, le infrastrutture, il capitale sociale e infine la cooperazione internazionale.

Esiste una differenziazione a livello strategico nel loro coinvolgimento alle politiche sostenibili? Qual è il loro ruolo sia in termini ricettivi che attivi?

Le rilevazioni che sono state fatte in Italia (ma non solo), mostrano come i giovani siano molto più ricettivi su queste tematiche, hanno molto più la consapevolezza dell’interdipendenza nel nostro Paese rispetto ad altri Paesi, e sono più sensibili ai temi della sostenibilità ambientale. Trasformare tutto questo in azione è credo uno dei grandi interrogativi che le società in particolare occidentali hanno, perché è evidente che questo nuovo paradigma non promette necessariamente umori meravigliosi e per definizione migliori del passato.

Questo è un cambio importante. Vuol dire passare da un concetto di crescita quantitativa a uno di benessere anche qualitativo. Però è evidente che in questa prospettiva la disoccupazione giovanile, che in Italia è così alta, non aiuta, anzi taglia le gambe a quella che sappiamo essere la generazione più istruita che questo Paese abbia mai avuto. Quindi come riuscire a coinvolgere i giovani è uno dei temi anche per l’ASvis  e stiamo prendendo contatto in particolare con associazioni studentesche e soggetti che mettano i giovani sul mercato del lavoro, per coinvolgerli attivamente, non semplicemente come ricettori, ma come attivi partecipanti. Ieri a Ferrara sono stato molto lieto che il teatro fosse pieno di giovani interessati e anche al termine dell’incontro ho avuto modo di conversare con loro. Insomma credo che questa, essendo un’agenda per il futuro, sia un’agenda che le giovani generazioni debbano usare per cambiare un modello di vita insostenibile.

Lei ritiene che oggi si possa parlare di un’etica della sostenibilità?

Sempre di più ci sono persone che a causa della crisi di questi anni hanno scoperto di consumare in modo superfluo. E questa è una ragione per cui, in Italia e non solo, gli stili di consumo stanno cambiando. Certamente negli altri Paesi europei c’è una disponibilità molto maggiore, per esempio per una mobilità non basata sul mezzo privato. Nelle città italiane il mezzo privato è ancora considerato fondamentale; in quelle spagnole, danesi, nel nord Europa, sono invece considerati prioritari altri strumenti, in nome di una condivisione dei mezzi. Quindi è molto difficile dare giudizi in modo così generalizzato. L’ultima considerazione da fare è che molte imprese stanno effettivamente cambiando approccio. Alcune si stanno facendo semplicemente un new dressing: usano cioè il concetto di ‘sviluppo sociale’ o ‘sostenibilità’ come uno specchietto per le allodole in termini pubblicitari; molte altre invece hanno intrapreso veramente delle trasformazioni importanti. Il fatto che a fine anno finalmente l’Italia dovrebbe recepire la direttiva europea per la rendicontazione non finanziaria (cioè l’obbligo per le imprese di rendicontare attraverso bilanci che non guardino solo alle dimensioni economiche, ma anche a quelle sociali e ambientali) può aiutare a cambiare questa cultura. Dicevo, molto sta cambiando ma troppo lentamente perché il tempo che abbiamo davanti per cambiare modello di sviluppo non è molto, prima di avere il collasso di alcuni sistemi.

Concludiamo con una questione che ci è (ovviamente) cara: che cosa pensa della filosofia? Ritiene che possa predisporre l’apertura mentale giusta per accogliere ed anche attuare delle politiche più consapevoli?

Quand’ero ragazzo, dovendo scegliere che facoltà frequentare, l’alternativa era tra Filosofia ed Economia. Alla fine scelsi Economia, ma ritenendo che l’economia (soprattutto moderna) non debba essere pura matematica applicata attraverso modelli rigidi, ma che la componente umana sia assolutamente fondamentale per capire comportamenti e movimenti che nella società sono molto più profondi di quelli insiti nei modelli economici. Se filosofia vuol dire la riflessione sui fini ultimi dell’uomo, della società, e vuol dire anche l’elaborazione di modelli che aiutino in modo più complessivo, olistico, a trattare le problematiche che oggi abbiamo davanti, indubbiamente la filosofia può contribuire a questo modello di sviluppo, a questo nuovo modo di concepire le relazioni tra economia, ambiente e società, e soprattutto a rendersi conto che i singoli non sono tali ma sono sempre parte di una società che è viva, che evolve ma non necessariamente nella direzione giusta. Quindi tutti sono chiamati a contribuire a questo sforzo di portare il mondo su un vero e proprio sentiero di sviluppo sostenibile.

 

Dalle parole di Giovannini si evince quindi il volere di unire un forte spirito umanistico a politiche economiche e sociali concrete per cambiare il modello di sviluppo che conosciamo oggi. Importante è anche la visione di sostenibilità che comprende tantissimi ambiti interconnessi tra loro: dall’ambiente in primis, all’istruzione, alla salute, al lavoro. Non bisogna pensare di cambiare singoli ambiti della nostra vita, ma di cambiare il nostro modello di vita affinché sia più sostenibile in tutti i sensi e garantisca maggiore giustizia e inclusione sociale. Le premesse e le volontà popolari sembrano esserci, come testimonia la nascita di Asvis. Ora la palla, come sempre, passa alla politica.

Tommaso Meo

[Le immagini sono tratte da Google Immagini e da www.onuitalia.com]