Libri selezionati per voi: maggio 2018!

Puntuali come la primavera che ha dato nuova vita alle nostre campagne, ecco le nostre proposte di lettura per il mese di maggio. Se il caldo inaspettato dell’ultimo periodo vi fa fremere per la gita della domenica o addirittura per le vacanze estive, noi vi consigliamo di darvi alla lettura perché con una storia nei pensieri l’attesa sarà indubbiamente più lieta!

 

ROMANZI CONTEMPORANEI

chiave-di-sophia-auto-da-feAuto da fé – Elias Canetti

Si tratta del primo ed unico romanzo mai scritto dal Premio Nobel per la Letteratura Canetti. Anno 1935. Bandito dai nazisti, venne riscoperto e apprezzato solo negli anni Sessanta. Nelle due parti in cui si compone troviamo il sinologo Peter Kien che vive in una condizione di isolamento e di apparente sicurezza con miriadi di libri a formare una vera e propria fortezza. Ha così in odio la vita che solo la convinzione di essere un “carattere” lo sostiene. Ma un “carattere” è anche la sua governante Therese, la cui bassezza è rigorosa. Nell’essere agli antipodi, sono accumunati dal rifiuto di ammettere l’esistenza di qualcos’altro nel mondo.

chiave di sophia il-mondo-nuovo-ritorno-al-mondo-nuovo-libro-79433Il mondo nuovo – Aldous Huxley

Uno dei più famosi romanzi distopici esistenti, il libro più bello ed inquietante uscito dalla penna di Huxley che anticipa temi quali l’eugenetica, lo sviluppo delle tecnologie di riproduzione ed il controllo mentale. Ambientato nell’anno di Ford 632, corrispondente all’anno 2540 della nostra era, il romanzo descrive una società strettamente classista il cui motto è “Comunità, Identità, Stabilità” e dove la vita è un’esistenza in serie. Una società tecnologicamente avanzata, priva di povertà e guerra, che ha però sacrificato in un’ironia negativa ciò che rende umano l’umano.

 

UN CLASSICO

chiave-di-sophia-svevo-senilitaSenilità – Italo Svevo (1898)

La figura dell’inetto, sempre al centro del linguaggio sveviano, ritorna in un classico poco conosciuto che, all’epoca della pubblicazione, suscitò non pochi malumori. Emilio Brentani, alter-ego di Zeno Cosini,  è un giovane impiegato di una compagnia assicurativa, incapace di vivere un’esistenza piena, adagiato su una quotidianità mediocre e grigia. La scoperta di una relazione avventurosa sembra poter salvare il “giovane impiegatuccio”, ma ben presto si scopre vecchio dentro, privato dell’energia vitale e della forza di sperimentare il vero amore. Un romanzo dall’acuta caratterizzazione psicologica, focalizzato sul protagonista e sulle menzogne che egli si crea per non dover affrontare le difficoltà del reale. Consigliato a tutti coloro che amano lo sguardo introspettivo, ricco di auto-critica e auto-ironia, nei confronti di un presente e di una condizione a volte poco soddisfacente.

 

SAGGISTICA

chiave-di-sophia-sono-puri-i-loro-sogni_bussolaSono puri i loro sogni – Matteo Bussola

Una lettera semplice e diretta scritta da Matteo Bussola, padre di tre bambine, diretta agli altri suoi “colleghi” genitori. La sua testimonianza ed esperienza personale fanno luce sui cambiamenti e i disagi tipici di questo tempo per quanto riguarda il sistema educativo e chi ne è coinvolto. Alunni, insegnanti, genitori. Una triade che fin dal primo giorno di scuola porta una buona dose di difficoltà da affrontare con una consapevolezza nuova e con uno spirito da costruire secondo valori e priorità da riscoprire.

 

JUNIOR

chiave-di-sophia-da-mary-taglio-e-piegaDa Mary taglio e piega – Eoin Colfer

Il rapporto delle ragazze con i loro capelli non è sempre roseo. La povera Mary ce li ha un po’ ricci, un po’ lisci, un po’ neri, un po’ marroni. Così decide di prendere provvedimenti, trasformandosi nella parrucchiera di se stessa. Vi lascio immaginare i malanni che farà! Se siete curiosi non perdetevi questo libricino adatto tanto alle femminucce quanto ai maschietti, di sei e sette anni circa. Il piccolo formato del libro lo rende ideale per essere tenuto in mano proprio dai lettori più piccoli. Inoltre, questo libro è un testo ad alta leggibilità: lo possono leggere tutti i bambini, anche quelli che con la lettura hanno qualche difficoltà!

 

Sonia Cominassi, Anna Tieppo, Alvise Gasparini, Federica Bonisiol

 

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Blade Runner 2049: il pesante fardello del sequel

Uscito nel 1982, Blade Runner è diventato negli anni un film di assoluto culto, archetipo dei moderni film di fantascienza e capostipite del filone cyberpunk.
Ridley Scott dirige quello che è forse il suo capolavoro e il suo film più iconico, portando la regia ad un livello superiore, mescolando generi e ambientazioni creando un unicum senza eguali.
La caccia di Deckard ai replicanti si svolge in una Los Angeles distopica, soffocata dal fumo e dall’inquinamento, buia e opprimente. La magistrale scenografia fonde edifici immensi e futuristici con la storia architettonica della città, portando sullo schermo la Ennis House di Frank Lloyd Wright e il Bradbury Building. Due omaggi non solo a Los Angeles ma anche alla grande tradizione dei film noir, tradizionalmente ambientati nella più famosa città californiana.

La pioggia incessante, con il suo senso di prigionia, viene interrotta dai volti dei protagonisti continuamente illuminati da fasci di luce, in un’atmosfera di disagio, come a sottolineare un senso perenne di sorveglianza.
Più che un film di fantascienza Blade Runner sembra un noir ambientato qualche anno più avanti nel futuro; la sua “ambiguità” di generi risulta vincente, ne esce un film assolutamente unico e irripetibile che ha influenzato il cinema di fantascienza negli anni a venire. Fotografia e ambientazioni, la scelta delle luci, delle inquadrature, sono molto attuali, simboli di un film senza età, moderno e all’avanguardia.

Alla base del film c’è una raffinata analisi sul contrasto uomo/macchina, un rapporto conflittuale che qui viene portato all’estremo, facendo dubitare su cosa sia umano e cosa no, introducendo temi delicati come la clonazione e interrogandosi sulle possibilità offerte dall’eugenetica.

Quando un film di questa portata ha queste connotazioni risulta sempre difficile pensare ad un seguito. L’eredità che ha lasciato è immensa, non solo per gli appassionati ma per gli stessi addetti ai lavori; la sua influenza è tale che tocca moltissime corde del cinema di oggi.
Eppure a più di trent’anni di distanza lo stesso Ridley Scott, qui in veste di sceneggiatore e produttore, è protagonista del seguito, intitolato Blade Runner 2049, girato dal canadese Denis Villeneuve, regista interessante, già cimentatosi nel 2016, con successo, con la fantascienza, girando Arrival.
L’attesa per questo sequel è tanta, le prime immagini e scene circolate sembrano decisamente all’altezza. La scelta dei colori, delle inquadrature e delle luci appaiono come le esatte figlie del suo predecessore degli anni ’80, quasi a voler dare una continuità nella crescita e nello sviluppo di quel mondo distopico creato da Scott. L’impatto visivo e la scelta della colonna sonora sono potenti, richiamano ancora un senso di disagio e di apocalisse, descrivendo un’umanità ormai sull’orlo del baratro.

Trentacinque anni dopo Harrison Ford torna a vestire i panni di un vecchio Deckard, vissuto ai margini e dimenticato, ritrovato dal protagonista, l’agente K/Ryan Gosling.
Quello che attira di più di questo sequel sono le tante domande rimaste senza una risposta, la vera natura di Deckard e la sua identità.
Il tema del thriller psicologico e di un noir fantascientifico è ancora presente, un mistero da risolvere che mette in campo tante tematiche esistenziali senza dimenticare l’eterno duello tra uomo e macchina.

L’eredità di Blade Runner è stata raccolta, il suo lascito al cinema di fantascienza è immenso e la sfida di farne un sequel non è sicuramente delle più semplici ma gli elementi per un ottimo film ci sono tutti. Il fardello dell’essere il numero due è pesante, vedremo se 2049 sarà un altro spettacolo per gli occhi e l’intelletto.

Lorenzo Gardellin

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Intervista a Daniela Latino: la coniugazione di teoretica e pratica

Incontro la professoressa Latino un giovedì sera, prima di uno spettacolo teatrale organizzato dal liceo presso cui lei lavora e io collaboro esternamente; vado a prenderla a casa, e ci dirigiamo in un locale tranquillo, dove poter conversare in pace.

La carriera scolastica e il percorso di studi di questa studiosa, è di quelli che fa impallidire: Daniela Latino si laurea nel 1994 all’Università di Padova in Filosofia, nel 1997 consegue la specializzazione in Didattica e Insegnamento presso l’Università di Trieste. Nel 2001 ottiene la laurea magistrale in Bioetica presso l’Università di Medicina e Chirurgia “Gemelli” di Roma e, nel 2009, un master di II livello in Bioetica e Formazione presso le Università Cattolica e Pontificia Lateranense. Nel 2013, infine, consegue un master di I livello sui DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) presso l’Università Cattolica.

Dopo aver assistito per oltre tre anni i malati terminali presso gli Ospedali civili di Padova e Conegliano (e il ricordo di questa esperienza, ancora oggi, la commuove), attualmente insegna Filosofia e Storia presso il Liceo “Flaminio” di Vittorio Veneto e Bioetica presso l’Università di Bolzano; collabora con la Fondazione Lanza di Padova e con l’Università Cattolica del Sacro Cuore per la formazione in Bioetica; infine, è membro del comitato scientifico della Fondazione C.A.R.E..

  1. Insegnante nei licei, insegnante universitaria, medico, studioso, mamma e moglie. Lei è tutte queste cose insieme. Quale ruolo la rispecchia di più?

Quello di mamma. Perché la maternità, l’avere dei bambini e poterli educare e allevare, rispecchia ciò che, eticamente, penso sia il valore fondante per tutto il resto.

  1. Bioetica, ovvero etica della vita. Mi permetta una domanda provocatoria: cos’è l’etica, e cos’è la vita?

La vita è lo spazio di tempo nel quale ogni persona si realizza e trova la sua dimensione, aprendosi a sé stessa e al prossimo e non perdendo mai di vista la direzione a cui è destinata, nella consapevolezza dei propri limiti e delle sue ricchezze. E l’etica è l’orientamento – se vogliamo il faro – di questo agire che è la vita; è ciò che ci permette di avere dei principi fondamentali a cui ispirarci, dei valori che possono essere anche universali.

Bioetica – in realtà – è un concetto che ha varie e diverse definizioni: c’è quella di V. R. Potter, c’è quella dell’Enciclopedia delle Scienze di André Hellegers … Secondo me, questa disciplina si orienta tanto in direzione dell’uomo – e lo accompagna dall’inizio della vita fino al suo termine –, quanto verso l’ambiente e verso gli animali. Insomma, essa si prefigura sia come analisi, che come tutela di tutti gli esseri.

  1. Ogni filosofia, nel corso della storia, ci ha proposto la propria visione della vita. Ma la bioetica di quale “modo di pensare” fa più tesoro? Oppure essa prescinde dalle divisioni in scuole?

No, certamente la bioetica non prescinde da queste divisioni: essa stessa è divisa al suo interno, ma più che di “scuole bioetiche” parlerei di “modelli”. I modelli più ampi in cui la bioetica si declina sono quello sociobiologista, quello liberal-soggettivista, quello utilitarista e quello personalista. Ovviamente, c’è anche la distinzione – che secondo me è falsa! – tra bioetica cattolica e laica. E perché sia falsa è presto detto: la bioetica o è razionale – al di là della discriminante dell’adesione o meno a un credo, che è un qualcosa di secondario – o non lo è. Dal mio punto di vista la bioetica si fonda su un valore basilare, per quanto non assoluto, che è la centralità della persona.

  1. Nel mondo di oggi, secondo lei, c’è necessità di instaurare un legame stretto tra filosofia e medicina?

Assolutamente sì! La medicina tout-court non esiste più; essa è un insieme di scienze mediche, quindi di discipline (o branche), e si fonda sulla tecnica. Il medico unico è scomparso ed è sorta una pluralità di specialisti che si occupano della persona. A queste condizioni, c’è il rischio di non fare più sintesi: l’individuo rischia di essere parcellizzato, e di essere trattato come un “portatore-di-patologie” piuttosto che come la singolarità che, di fondo, è. Di conseguenza, è doveroso far riferimento a una fondazione etica della prassi medica, anche perché, ormai, non si può discriminare – come faceva una grande divisione storica nella filosofia – tra aspetto prescrittivo e aspetto descrittivo del procedere.

  1. Andiamo sui temi di più stretta attualità. Secondo lei è bioeticamente accettabile l’eutanasia?

Ci sono modelli bioetici che l’accettano … quindi io non mi chiederei se essa sia bioeticamente accettabile; mi chiederei piuttosto se sia eticamente accettabile. Ora, se io ritengo che la vita sia un valore fondamentale, e su questo declino il concetto di “qualità”, nel momento in cui io chiedo una qualità di vita migliore, non posso non vivere, ossia chiedere la morte. L’eutanasia è un assurdo, dal punto di vista razionale – naturalmente se partiamo dall’idea che l’uomo, per fondare qualsiasi altro diritto, deve essere in vita.

La libertà non può mai essere assoluta: noi nasciamo dipendenti e moriamo dipendenti; quindi, in realtà, più che chiedere l’eutanasia, la richiesta giusta sarebbe quella di migliorare la qualità dell’esistenza. Per questo, esiste la medicina palliativa.

  1. Qual è, è una domanda personale, il tema più bioeticamente spinoso, nella società (non dico italiana, ma globale) di oggi?

Non ce n’è un tema solo, piuttosto una moltitudine. Quello forse più inquietante è l’eugenetica e la clonazione, mentre direi che il problema degli xenotrapianti è ormai superato. Quindi: sì, il problema bioetico più pericoloso risiede nell’eugenetica, che fa il paio con la “medicina dei desideri”, ovvero la pretesa di avere una prole geneticamente perfetta o geniale – prole a cui vengono assegnate, obbligatoriamente, precise caratteristiche scelte a tavolino. Ma ci sono certamente altre interessanti tematiche da analizzare, faccio solo l’esempio della clonazione terapeutica e l’utilizzo degli embrioni per la creazione di organi per trapianti.

  1. Una delle frasi slogan di coloro che propugnano il cosiddetto “utero in affitto” è: “Maternità e paternità sono solo concetti”. È corretta questa affermazione secondo lei?

No. O meglio: io non lo penso. Maternità e paternità sono condizioni esistenziali che mutano profondamente nel corso della vita: una madre cresce insieme con il suo bambino in grembo. Ci sono sempre più prove scientifiche di un legame biochimico, sensoriale e relazionale che instaurano tra il feto nell’utero e la donna. Benché non ci siano ancora certezze in tal senso, abbiamo un’ampia letteratura scientifica e un gran numero di studi che si sono dedicati a questo tema, giungendo ai risultati appena citati.

Inoltre, molte donne che hanno “affittato l’utero” chiedono, poi, di tenere il bambino; questo non ci deve affatto stupire: nel momento in cui una donna percorre questa strada non ha ancora “dentro” di sé – fisicamente – un bambino; quando ciò succede, la percezione delle cose muta, perché inizia a capire cosa significhi aver, crescente in sé, una vita. Il bimbo, insomma, non è un oggetto, un qualcosa che si può “portare” e accudire come un bambolotto.

Nel momento in cui io “commissiono” un figlio, può darsi anche il caso in cui il neonato non risponda a quei determinati criteri estetico-fisici che mi ero imposto al momento della stipula del contratto: in situazioni di questo tipo si è visto che i tassi di divorzio subiscono una crescita sensibile, a dimostrazione che la genitorialità è sentita da questi “affittuari” come estranea, come qualcosa-che-non-appartiene-loro.

  1. Lei in quanto insegnante è sempre a stretto contatto con i ragazzi. Si sente spesso parlare, in televisione o nei mass media in genere, di crisi valoriale della gioventù; una crisi che spesso si traduce in dipendenze (alcool, droga…). Lei, da medico e da filosofo, è d’accordo nel collegare dipendenze e crisi dei valori? Ma ancor prima: cosa sono “i valori”?

I valori, collegandomi all’aggettivo greco áksios, sono ciò per cui è “degno” spendere la vita; sono “ciò a cui far riferimento”. Solo un’etica che si fondi su dei valori, e che abbia come faro i principi, può essere un’etica che porti a scindere il bene dal male, sapendoli anche distinguere, a volte, da “giusto” e “ingiusto”, perché non sempre “bene” corrisponde a “giusto”.

Per quanto riguarda le dipendenze: effettivamente una mancanza di valori, un orizzonte che è sempre più labile e che si sposta di continuo, non lascia ai giovani altro riparo che non la richiesta di poter godere di una felicità subito raggiunta. Fondamentalmente, questo orizzonte valoriale sempre più labile è anche sommamente improduttivo; d’altronde è molto più facile trovare, e godere, di alcuni “beni” temporanei – per quanto deleteri per la persona – che non ricercare il bene assoluto.

  1. Cosa si augura per il suo futuro, professoressa? E cosa augura a noi giovani?

Domanda difficile. Il mio futuro, oramai, è quello che sto vivendo. Io lavoro coi giovani – nei licei e all’università –, scrivo, lavoro nei protocolli e nei comitati etici … questa è la mia vita. Ovviamente quello che mi auguro è che i miei figli crescano nel rispetto degli altri e di sé stessi, cercando di realizzare, al massimo, i loro talenti. In effetti, è quello che auguro a tutti i giovani. Per quanto riguarda i miei bambini, mi auguro di riuscire a educarli in modo da insegnar loro a saper volare da soli, lasciandoli liberi di fare quel che più desiderano.

  1. Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensa della filosofia?

E’ una domanda ben strana! Nel senso: “della filosofia” è troppo generico. In realtà, dobbiamo essere molto attenti a osservare l’orizzonte filosofico in cui inseriamo noi stessi: ci sono alcune filosofie che mi appartengono e che sento più vicine, altre (faccio l’esempio di quelle non-cognitiviste) che mi sono lontane e del tutto estranee. Quel che penso, in generale, è che c’è bisogno di un uso consapevole della ragione umana, e della sua applicazione alla prassi quotidiana. Il tempo della teoresi è finito. Se vogliamo che il futuro sia migliore, dobbiamo ricercare, a tutti i costi, la coniugazione di teoretica e pratica.

David Casagrande