Aristotele: anatomia della rabbia

L’odio è un sentimento antico tanto quanto l’amore e, allo stesso modo, fa parte dell’essere umano. Ha guidato le azioni dell’uomo tanto e forse più dell’amore, e per questo dobbiamo avere a che fare anche con il suo struggimento, senza nascondere la testa sotto la sabbia. Conosciamo bene gli effetti di odio e rabbia incontrollati, e questi crescono nell’indifferenza di tutti. Non siamo di certo la prima società a essere minacciata dalle conseguenze dell’odio ma saremo la prima a ignorarne i sintomi, nonostante conosca i suoi effetti devastanti.

A un male antico non si può che porre un antico rimedio: Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, ha dedicato poche ma precise pagine all’ira e le sue conseguenze. In realtà, in questo testo, tutte le passioni e le virtù sono state setacciate così finemente, come probabilmente non sarebbe più accaduto.
Il principio è sempre il medesimo: per ogni virtù esistono due vizi, e non perché Aristotele non nutrisse fiducia nell’essere umano; bensì la virtù si trova esattamente al centro fra un eccesso e un difetto, i vizi per l’appunto. La virtù non è nulla di superiore, divino e ideale; essa è invece come un funambolo su una corda tesa fra due grattacieli, e il suo equilibrio dipende dalla sua tenacia e dalla forza degli eventi che gli si scagliano addosso come venti. La virtù si giostra fra eccesso e difetto, ed è per questo che ogni virtù e ogni vizio non sono in sé buoni o cattivi: essi non sono che una questione di armonia, e così è anche per l’ira. Essa non è per natura malvagia ma dipende tutta dall’essere umano; in poche righe, Aristotele disvela l’ira con la stessa precisione di un chirurgo.

Esiste un’ira giusta, che merita di esistere: «Colui quindi che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato: e costui può essere detto mansueto, se la mansuetudine è ciò che si loda»1. Il mansueto non è chi non si arrabbia mai ma colui che si adira per un giusto motivo. È lo stolto, il debole, che mai si arrabbia quando gli viene fatto un torto. Sono tuttavia gli eccessi dell’ira a essere molteplici, come la luce che si riflette sulle gocce d’acqua. Rancore, risentimento, vendetta sono tutte sfaccettature della stessa smodatezza: non una rabbia cieca ma un’ira che nasce per motivi futili, rivolta verso persone sbagliate. La smoderatezza, per Aristotele, non è mancanza di controllo ma una scelta.

«Quindi anche la virtù dipende da noi e parimenti anche il vizio. In ciò infatti in cui il fare dipende da noi, anche il non fare dipende da noi […]»2.

Non esistono virtù che ci appartengono per natura, ed esse non sono malvagie o eccelse ma frutto del modo in cui viviamo, e la loro declinazione verso un eccesso o un difetto dipende da noi.

«Non è dunque né per natura né contro la natura che le virtù sorgono in noi, bensì esse nascono in noi, i quali, atti per natura ad accoglierle, ci perfezioniamo attraverso l’abitudine»3.

L’ira, quella ingiustificata e gratuita si diffonde oggi più velocemente di quanto sia mai accaduto, ed essa è contagiosa, tutti noi ne sentiamo il prurito. Questa rabbia che sentiamo è nociva, perché non ha un vero oggetto contro cui dirigersi e Aristotele avrebbe di certo detto che essa è un eccesso. La virtù, quel funambolo che barcolla, ha un solo fine: il bene. La soluzione a tutto questo odio, di cui siamo tutti immobili e imbarazzati testimoni, non è eliminare ogni forma di ira, ma sfruttarla; arrabbiarsi cioè per ciò per cui vale la pena adirarsi e perseguire uno scopo, che vada al di là di un momento di cecità.

Che cosa può fare allora la filosofia, in un momento in cui l’odio e l’ira tornano alla rivalsa? Dare direzioni per un nuovo equilibrio, perché solo barcollando si ritrova il proprio centro. La filosofia dà la possibilità di ritrovare se stessi, ciò che conta davvero, ricordando un’unica lezione: che il male distrugge se stesso e chi lo nutre.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. Aristotele, Etica Nicomachea, 1988.

2. Ivi.
3. Ivi.

[Photo credit Eric Ward via Unsplash]

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Il valore dell’amico secondo Aristotele

“Meglio soli che male accompagnati” dice un detto, forse è vero.
Ma cosa ci rende più felice di avere dei buoni amici sui quali contare?
Dell’amicizia vuole parlare questo promemoria filosofico, senza smancerie, ma con un pizzico di affetto.

«Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, neppure se avesse tutti gli altri beni messi insieme»1.

Un amico è importante, diciamolo senza giri di parole. È la prima relazione extrafamiliare che ci rende davvero felici, a dirlo è lo stesso Aristotele nel corso, in particolare, del libro VIII dell’Etica Nicomachea. Aristotele riconosceva il suo legame alla virtù perché l’amicizia è per l’uomo un’importante fonte di felicità che lo riconduce al bene, forse la più grande. Secondo il filosofo un uomo che non ha amici nella sua vita è irrimediabilmente e inevitabilmente triste.

L’etimologia di amico (φίλος in greco) ha un triplice significato – primo tra tutti l’essere pari. Il termine viene individuato per la prima volta nell’Iliade e va ad indicare in primis l’essere compagni di guerra, ma non solo. L’aggettivo va ad indicare anche una persona degna, della quale bisogna prendersi la massima cura, di un “ospite gradito” come afferma il professor Carlo Natali, forse il massimo esperto di Aristotele e tra i massimi di Filosofia Antica. Solo in un terzo momento assume una terza accezione, ossia l’amico si colora di un connotato molto prossimo alla nostra idea di amicizia e di tenerezza.

La philia (φιλία) greca è l’amore costituito da affetto e piacere, di cui ci si aspetta però un ritorno.

L’amicizia aristotelica contempla inoltre una triplice accezione, che possiamo ritrovare sempre più attuale proprio oggi. Aristotele riconosce che vi può essere una ricerca verso l’utile, amicizia di minor valore, paragonabile alle conoscenze di bisogno pratico per ottenere favori; un’amicizia basata sul piacere invece si colloca tra l’utile e il bene, ma è ancora troppo finalizzata ad un obiettivo, lo stare bene, e risulta essere superficiale; la philia più grande è invece quella basata sul bene.
La prima è tipica dell’età adulta e della vecchiaia, periodi di vita in si perde d’interesse le relazioni, si guarda al proprio comodo e a ciò che è più conveniente. È invece tipica dell’età giovanile l’amicizia basata sul piacere. Chi non ha avuto tanti amici in adolescenza e usciva con gruppi di amici per passare il tempo?

Solo l’amicizia rivolta al bene, ed è una stessa ripetizione, fa stare bene l’uomo. Aristotele nell’Etica Nicomachea lo ricorda: l’amicizia vera è la più rara perché richiede tanto tempo per essere messa alla prova e consolidata. Si tratta di un legame fraterno (in termini moderni) che si basa di fatto sul bene reciproco e sulla fiducia.

«Il desiderio di amicizia è rapido a nascere, l’amicizia no. L’amico è un altro se stesso»2.

Ciò su cui ti lascio riflettere ora è semplice: in questo momento chi ti è davvero amico?

Tra tanti, solo poche persone ti staranno vicino, ti incoraggeranno, ti terranno la mano nella tua battaglia quotidiana. In tutti quei momenti in cui ti troverai in difficoltà, forse in quelli avrai più chiaro chi ti è amico. Chi ti deride una volta, ti parla alle spalle, ti invidia, non vuole il tuo bene, nonostante le tante belle parole che ancora risuonano in aria in tua presenza.

Riconosci e tieniti stretti i veri amici, un altro anno ti aspetta e in questo mondo bisogna proteggere chi ti vuole bene e coloro ai quali tu vuoi bene, non dimenticarlo.

 

Al prossimo promemoria filosofico

A presto

 

Azzurra Gianotto

 

NOTE
1. Aristotele, Etica a Nicomachea, libro VIII, 1155a 5-6; 1156b 31-32, Editori Laterza, Bari 1999
2. Aristotele, Etica a Nicomachea, libro VIII, 1156b 32; 1166a 31, Editori Laterza, Bari 1999

 

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Autocontrollo e compassione, pensieri ed emozioni

Imparare a gestire il rapporto tra la vita emotiva e l’intelligenza come chiave per un futuro migliore

 

È nelle tue mani.

Si conclude così il nuovo spot della Huawei, la casa cinese produttrice di smartphone: una frase che appare in dissolvenza nella parte conclusiva del filmato, proprio mentre il ragazzo protagonista del racconto sale sulla sua bici e se ne va, decidendo di tenere nascosta al mondo la dolce e misteriosa creatura incontrata nella foresta.

Lo spot, che in pochissimo tempo è diventato virale, tocca non poche tematiche più che mai “scottanti” per la società di oggi, prima tra tutte la responsabilità dell’azione, ma ancora di più direi l’autocontrollo delle proprie emozioni, un autocontrollo che permetta di dare la giusta direzione alle nostre emozioni, trasformandole in una forza costruttrice e non distruttrice.

Un ragazzino intento ad andare in bici si ferma in un bosco, attirato dal rumore di qualcosa che si muove nell’erba alta. Trova un animaletto mai visto prima e decide di fotografarlo con il suo Huawei. In un attimo si trova a fantasticare sul futuro che lo aspetterà dopo la condivisione sui social: fama, successo, interviste… fino a quando l’animaletto non sarà ridotto a una mera attrazione da circo e imprigionato in una gabbia. A questo punto il ragazzo torna in sé e prende una decisione: elimina la foto. Autocontrolla l’emozione che lo avrebbe spinto a divulgare l’immagine della creatura, diventare famoso nel mondo e quindi trarre un vantaggio personale.

Un tema di cui parlava già Aristotele nell’Etica Nicomachea: la sfida lanciata dal filosofo era quella di dosare bene la vita emotiva con l’intelligenza.  Le passioni, le emozioni, se bene esercitate, hanno una loro saggezza: guidano il nostro pensiero, i nostri valori, la nostra stessa sopravvivenza. Esse possono tuttavia facilmente “impazzire” e questo oggi, purtroppo, accade fin troppo spesso.

Come aveva capito bene Aristotele, il problema non risiede nello stato d’animo in sé, ma nell’appropriatezza dell’emozione e della sua espressione.

Dice infatti Aristotele nell’Etica Nicomachea1: «colui quindi che si adira per ciò che deve e con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato».

Potremmo dire, in altre parole, che la chiave di tutto è nel saper portare l’intelligenza nelle nostre emozioni, e quindi di conseguenza la civiltà nelle nostre strade e la premura per l’altro nelle nostre relazioni: avere autocontrollo e compassione, due aspetti che nella società di oggi sono sempre più rari. Ne parla a lungo Daniel Goleman, collaboratore scientifico del New York Times e insegnante di psicologia ad Harvard, nel suo libro Intelligenza emotiva, dove si legge: «se esistono due atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno, quelli sono proprio l’autocontrollo e la compassione»2.

Goleman scrive il libro nel 1995, in un momento in cui la società civile americana si dibatteva in una crisi profonda, caratterizzata da un netto aumento di crimini violenti, suicidi e abuso di droghe.

Anche nel nostro paese, oggi, la società mostra alcuni segni iniziali tipici di una crisi simile a quella americana: un’alienazione sociale e una disperazione individuale che se non controllati, potrebbero portare a lacerazioni più profonde del tessuto sociale. Una società che è sempre più individualista e che porta a una sempre minore disponibilità alla solidarietà e ad una maggiore competitività.

«Il mio consiglio per guarire questi mali» scrive Goleman nella prefazione al libro, «è prestare una maggiore attenzione alla competenza sociale ed emozionale nostra e dei nostri figli e di coltivare con grande impegno queste abilità del cuore»3.

Diventare quindi più consapevoli e aperti verso le nostre emozioni, saperle gestire, saperle riconoscere: una maggiore autoconsapevolezza come chiave per diventare più abili a leggere i sentimenti altrui e per sviluppare le radici dell’empatia.

Goleman dedica un capitolo intero del suo libro a questa capacità emotiva4, che entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale a quelle della vita privata, o ancora nella compassione e nella vita politica.

Potremo chiederci: come si sviluppa l’empatia? Si impara da piccoli? Ce la insegnano?

Secondo lo studio dello psichiatra Daniel Stern, riportato nel libro di Goleman, le fondamenta dell’empatia, così come della vita emozionale, sono poste nei primi tre mesi di vita del bambino, nei momenti di grande intimità con il genitore. Di tutti questi istanti, i più critici sono quelli che consentono al bambino di sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia dell’altro, sono accettate e ricambiate, in un processo che Stern chiama attunement, ovvero sintonizzazione5.

Attraverso la sintonizzazione le madri comunicano ai figli di percepire i loro sentimenti.

In definitiva tutto questo testimonia quanto sia importante per ognuno di noi, ma in generale per la società, essere capaci di gestire la vita emotiva, ma ancor prima di riconoscere le nostre emozioni e di farle essere parte in causa di ogni nostra decisione e scelta.

Ben guidata l’emozione è un motore potente, che permette ad ognuno di noi di costruire futuri migliori, anziché distruggerli.

 

Martina Notari

Ciao,
Mi chiamo Martina, ho 34 anni e sono giornalista professionista dal 2011.
Dal 2008 lavoro come redattrice a Tvl, storica tv di respiro locale e regionale, ma sono anche giornalista free lance e fondatrice di Target, agenzia che si occupa di comunicazione a 360 gradi.
Mi sono diplomata nel 2002 al Liceo Classico Niccolò Forteguerri di Pistoia, proseguendo gli studi universitari a Pisa. Iscritta alla Facoltà di Filosofia, la materia di cui mi ero innamorata negli anni di liceo, mi sono laureata con lode in Filosofia del Rinascimento nel dicembre del 2007.
Abito a Pistoia con la mia famiglia e nel tempo libero coltivo le mie passioni: la filosofia, la lettura, la medicina naturale e lo yoga, lo sport, le camminate nel verde e nella natura.

 

NOTE 
1. Aristotele, Etica Nicomachea, editori Laterza, traduzione italiana di Armando Plebe, Bari 1973
2. D. Goleman, Intelligenza Emotiva, edizione Best Bur, gennaio 2018, p. 14
3. Ivi, prefazione
4. Ivi, p. 165
5. D. Stern, The interpersonal World of Infant, Basic Books, New York 1987, p. 30

Per chi non l’avesse visto, qui trovate il video dello spot in questione.

 

[Photo credit Mink Mingle su Unsplash.com]

Sum philosophein, vivere filosoficamente

Chi è il filosofo? Che immagine si viene a formare nella vostra mente quando pensate ai filosofi?

La maggior parte delle volte il pensiero è guidato da stereotipi verso figure ed etichette prestabilite. Il filosofo è quell’individuo che pensa, che ragiona, si danna cerebralmente su questioni esistenziali, non necessarie ma per il puro piacere della profondità d’analisi. Un pensatore da poltrona che decide, per mestiere, di affrontare problemi insoliti di una metafisica lontana dal quotidiano.

Con la stessa filosofia ivi condannata vorrei proporre la possibilità di una visione differente, o meglio, per via negativa-confutativa, sarebbe più utile e piacevole dimostrare la pochezza dell’etichettare e del giudicare da parte dei timorosi della conoscenza.

Tale via dovrebbe chiedersi, innanzitutto che cosa sia la filosofia, o se rimaniamo coerenti all’ideale confutativo, che cosa non sia la filosofia. Rinunciare all’affermazione violenta, all’imposizione di un’idea a discapito di un’altra, bensì descrivere, mettere alla prova ed esaurire i propri presupposti. Di una cosa non tanto dire il suo essere bensì smascherare il suo non essere, dire ciò che non è per capire ciò che è.

Hegel nella Fenomenologia dello spirito ci insegna che tale via, la via della negazione e dello scetticismo, non ci porta ad una negazione assoluta − come in passato nel caso della tradizione scettica − ma ad una scoperta di ulteriori figure dietro a quelle appena negate. La negazione risulta essere determinata e ci permette di proseguire la nostra ricerca. Se, dunque, pensiamo allo stereotipo del filosofo in poltrona, sarebbe utile pensare all’atteggiamento generalizzante che pone una tesi come universale. Detta in parole povere si rischia di fare di tutta l’erba un fascio. La filosofia dovrebbe insegnare proprio a non compiere ciò e, forse, il suo problema risiede nell’incapacità di trasmissione, di insegnamento. Si insegna a scuola ma non riesce ad insegnare davvero per quel che dovrebbe indicare la parola insegnare, ovverosia segnare dentro.

Le prime soluzioni vengono fornite dalla filosofia stessa che si difende ma allo stesso tempo si riscopre incapace, si rende conto d’esser isolata dal dibattito pubblico e dal linguaggio, se vogliamo, “volgare” del popolo. Il risultato è l’essere esclusiva, proporre un élite difficilmente accessibile se non per mezzo della conoscenza e dell’acquisizione degli strumenti, del suo lessico. Gli indizi portano ad una responsabilità maggiore da parte dei filosofi, di chi pensa e intende fare filosofia. Il rapporto, difatti, diviene squisitamente dialettico e reciproco tra quel che è il soggetto praticante e la pratica stessa, resa per troppo tempo incontrollabile, scissa e posta all’esterno come un vero e proprio ente. Le idee e poi le ideologie, spesso e volentieri, seguono questo andamento esternandosi ed estraniandosi dai loro fautori, come il capitalismo si discosta dai capitalisti e dai soggetti agenti sull’economia.

Potreste pensare, forse lo penso anch’io, che l’argomentazione sia uscita dai binari iniziali, non rispondendo più alla domanda su che cosa sia, o non sia, la filosofia. Ebbene già arrivati a questo punto ci possiamo rendere conto di aver fatto della filosofia, di essere andati a fondo nell’analisi e aver evidenziato le molteplici criticità che possono essere offerte da un discorso apparentemente unitario e univoco. Se non abbiamo detto che cosa sia o non sia la filosofia abbiamo, invece, praticato la filosofia, abbiamo potuto osservare l’azione svolta da essa.

Il discorso, ovviamente, non è da chiudersi con un’argomentazione così sintetica e impropria ma può essere il punto di partenza di molti, la dose di coraggio in più per quei timorosi dell’ignoto, del non-conosciuto che, spesso, preferiscono comodamente negare invece di indagare. Credo sia questo, almeno in prima istanza, l’insegnamento che può darci una “disciplina” tale che, forse, disciplina non vuol essere.

La filosofia diviene atteggiamento, modus posto alla forma interrogativa.

Penso che nelle varie sfaccettature, nei vari stereotipi affibbiati alla filosofia essa possa trovare la forza per rispondere, senza la violenza del debole ma con la leggerezza di chi è saldo in se stesso per proporsi “come stile di vita” scrive Luigi Vero Tarca, come atteggiamento, come sfondo della vita o come vita stessa. Aristotele, non a caso, nell’Etica Nicomachea, libri VIII e IX scrive che uno dei doni più preziosi quale l’amicizia consiste nel vivere assieme, non convivere, bensì Sum philosophein, vivere assieme o filosofare assieme.

 

Alvise Gasparini

[Photo credits: Janko Ferlic on Unsplash]

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I social network: quando l’amicizia è solo in potenza

Nell’ultima decina d’anni abbiamo assistito, e continuiamo a farlo, alla proliferazione incontrollata dei cosiddetti “social network”, tra cui i più famosi Facebook, Twitter, Instagram, YouTube e WhatsApp. Nonostante tali piattaforme sociali si differenzino notevolmente tra loro per modalità e contenuto, tutte si basano su un principio comune: la condivisione. Ma cosa si intende con questo termine nel mondo globalizzato del XXI secolo?

Social network significa, letteralmente, rete sociale. Connessioni tra persone, dunque, esattamente come nell’Atene del IV secolo a.C. L’estensione e la natura delle relazioni di oggi e di allora, però, non potrebbero essere più diverse. O, per lo meno, c’è un enorme scarto tra i rapporti virtuali attuali e quelli esaminati da Aristotele nel suo studio sulla philia, nei libri VIII e IX dell’Etica Nicomachea. Quali sono i fattori che rendono l’esperienza sociale tanto dissimile nelle due situazioni, oltre, ovviamente, ai differenti contesti storici e culturali?

Primo fra tutti, la mancanza della presenza fisica. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, esprime la necessità che il rapporto di philia, per esistere, debba essere in atto: “in effetti la lontananza non impedisce in assoluto l’amicizia, ma ne impedisce l’attuazione. Se però la lontananza si prolunga nel tempo si ritiene che produca anche l’oblio dell’amicizia”. Oggi la maggior parte dei contatti che si instaurano fra le persone è di tipo virtuale, e ciò non può non avere dei risvolti anche sulla concezione stessa di philia odierna. Parlo di philia in quanto ritengo più utile per questa analisi riprendere l’estensione raggiunta da Aristotele nella sua trattazione: essa include, oltre all’amicizia tra virtuosi (quello stretto legame tra due individui che si apprezzano per il carattere –definita anche da noi oggi come l’unica vera amicizia-) anche quelle basate sul piacere e sull’utile.

Ma se non si può parlare di amicizia nel senso stretto del termine, è possibile per lo meno intendere il modo di relazionarsi nei social network come una forma di philia?

Per cercare di capirlo, si può iniziare interrogandosi su che cosa spinge un utente Facebook a ‘chiedere l’amicizia’ a un altro individuo, pur non conoscendolo affatto o non adeguatamente. Spesso, il fine di tali connessioni non risiede nella dimensione fisica, bensì rimane in quella offerta da computer, tablet e cellulari, rendendo il piano virtuale logicamente indipendente da quello reale.

La risposta potrebbe essere, più che aristotelica, platonica. Come tra mondo eidetico e sensibile, la loro relazione è asimmetrica nel senso che il secondo è logicamente dipendente dal primo ma non il contrario, anche la relazione tra mondo virtuale e fisico ricalca, in un certo senso, questa tipologia di rapporto, seppure all’inverso.

Le immagini, infatti, si identificano qui in ciò che gli utenti vogliono dimostrare di sé, ma, mentre le eikones platoniche rappresentano il grado più basso del sensibile, quelle virtuali tendono ad assumere una sostanza ideale. Il profilo Facebook, infatti, così come quello Instagram, contiene un insieme di foto, pensieri, citazioni etc il cui scopo è quello di fornire un’immagine di sé il più ideale possibile. Di certo non si esaltano i difetti, le contraddizioni, gli impulsi che già nella vita reale si tende a sopprimere e a non rendere pubblici. Quando si “pubblica”, appunto, un post su Facebook, così come una foto su Instagram, lo scopo è quello di “condividere” con i propri “amici”, un pezzo positivo del proprio “diario” o, su Instagram e Snapchat, della propria “storia”.

È chiaro dunque che la maggior parte dei rapporti di philia nei social network possiedono un valore prettamente strumentale. Il “mi piace” su Facebook, infatti, rimanda immediatamente alla philia basata sul piacere. Il piacere, in questo caso, non è però tanto quello che un utente prova nell’accostarsi a qualcosa che un altro ha “condiviso”, bensì quello di sentire apprezzata l’immagine che ha voluto dare di sé. Molti ragazzi oggi si sentono del tutto completi e soddisfatti quando raggiungono il livello di “mi piace” auspicato, se non fosse che in seguito l’asticella della soddisfazione si alza sempre più, in un circolo vizioso che porta a non sentirsi mai appagati.

Le relazioni con gli altri sui social, dunque, sono principalmente basate sull’utile, e hanno come scopo il piacere. Sta a noi decidere se considerarle degne di rientrare nella dimensione della philia.

A mio parere, non è possibile parlare di philia in atto. Al massimo, si può auspicare che tali rapporti rappresentino forme di philia in potenza: dovremmo riuscire a gestire in modo migliore la preziosa possibilità che abbiamo, oggi, di poterci connettere con il resto della popolazione umana, affinché i rapporti che si instaurano sui social network non siano finalizzati a una pura brama narcisistica ma allo scopo di sviluppare vere relazioni di amicizia in atto, in cui l’altro è visto sempre come fine e mai solo come mezzo.

 

Petra Codato

Nata nel 1998, ho sempre vissuto al Lido di Venezia. Uno dei miei più antichi ricordi: uscire dalla via di casa per la prima volta ed essere sommersa dalla vastità luminosa del mondo.
Il resto sono solo piccoli passi aggiunti a quel primo cammino: tanti viaggi, liceo classico Marco Polo, molti racconti, qualche soddisfazione nei concorsi di scrittura. E, fra tutto, la corsa verso la Filosofia, che, tra ostacoli e conquiste, mi ha portata all’Ateneo di Ca’ Foscari.
L’orizzonte fuori della mia via è oggi ancora più ampio, e io continuo a camminare.

 

NOTE
1. Etica Nicomachea, 1157 b 10

Sfumature di amicizia: uno sguardo all’Etica Nicomachea di Aristotele

Chi non desidera, su questa terra, avere degli amici? Essi sono i nostri “alleati” nella grande avventura della vita, e stare in loro compagnia ci consente di trovare la forza di “andare avanti” nonostante i numerosi problemi che sempre ci assillano. Ma le amicizie sono proprio tutte uguali? O, detto altrimenti: esiste un solo tipo di amicizia o ci sono molti modi diversi di essere “amici”?

Per trovare risposta a queste domande possiamo provare a rivolgerci a un testo molto antico (è stato composto addirittura nel IV sec. a.C., quindi più di duemila e trecento anni fa!), ma che è senza alcun dubbio perfettamente capace di essere ancora attuale, ricco com’è di osservazioni estremamente interessanti e profonde: stiamo parlando dell’Etica Nicomachea di Aristotele. Tale scritto è diviso in dieci “libri” (termine con il quale nell’antichità si indicava ciò che noi oggi chiameremmo in realtà “capitoli”), e i “libri” che vanno dall’VIII al IX sono per l’appunto dedicati alla trattazione dell’argomento di cui in questa occasione intendiamo occuparci: le diverse sfumature dell’amicizia. Ovviamente, di quanto è contenuto in essi offriremo qui soltanto un piccolissimo assaggio.

Aristotele incomincia la sua indagine sull’amicizia ricordando che essa «è un aspetto estremamente necessario della nostra vita, dato che nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni». Non va infatti dimenticato che l’uomo, dopotutto, è pur sempre un essere sociale. Dopo aver tratteggiato alcuni vantaggi dell’amicizia, Aristotele afferma che le radici di tale tipo di rapporto affettivo si trovano in natura, e infatti sono osservabili in tutte le specie animali viventi. Ma anche l’uomo è un animale, e infatti, dice Aristotele, nel proprio profondo «ciascun essere umano sente vicino a sé, e quindi amico, ogni [altro] essere umano». La volontà di allacciare un rapporto positivo con le persone che di volta in volta incontriamo fa quindi parte del nostro “DNA”, anche se è vero che purtroppo non sempre tale desiderio viene corrisposto e riesce quindi a realizzarsi pienamente. Solo «quando la benevolenza è contraccambiata, diviene amicizia», conclude pertanto Aristotele.

Dopo aver effettuato alcune precisazioni, egli arriva poi a porsi l’interrogativo che più ci interessa: «vi è una sola specie d’amicizia o più d’una»? Secondo il “maestro di coloro che sanno” (così Aristotele è chiamato da Dante) vi sono ben tre tipi di amicizia, la cui differenza reciproca è principalmente determinata dal motivo per il quale si diventa amici di un’altra persona.

In primo luogo, dice Aristotele, si può diventare amici di qualcuno al solo scopo di ricavarne qualcosa di utile per noi stessi, ossia al fine di averne un proprio tornaconto personale. In questo caso, osserva il filosofo greco, non siamo in presenza di un rapporto di amicizia vero e proprio, perché ciò a cui veramente “puntiamo” non è tanto la persona della quale stiamo diventando amici, ma ciò che riteniamo di poter ottenere “sfruttandola”.

Poniamo ad esempio che un certo ragazzo che conosco, Marco, abbia una bellissima motocicletta che io con i miei pochi risparmi non potrei mai permettermi di comprare. In tal caso, potrei decidere di diventare amico di Marco per cercare poi in un secondo tempo di convincerlo a prestarmi ogni tanto la sua “due ruote”. Marco a sua volta potrebbe decidere di diventare mio amico e di darmi in prestito la moto per qualche ora al mese se in cambio convincessi i miei genitori a dargli la possibilità di usare la loro casa al mare per un paio di settimane durante l’estate.

Anche se io e Marco ci consideriamo amici a tutti gli effetti e spendiamo del tempo insieme, resta il fatto che ciò che veramente vogliamo non è il bene dell’altro, ma avere in prestito la motocicletta o la casa al mare. Si pensi inoltre a che cosa accadrebbe se Marco per un qualunque motivo si rifiutasse di prestarmi la moto: evidentemente, presto o tardi io cesserei di frequentarlo, perché il mio interesse per lui era subordinato e finalizzato all’uso della sua motocicletta. Lo stesso farebbe Marco nei miei confronti se i miei genitori gli negassero la possibilità di usare la casa al mare. «Quelli che sono amici per [amore del proprio] utile sciolgono l’amicizia insieme al venir meno dell’utile: non erano amici l’uno dell’altro, ma del profitto», ossia di ciò che potevano ricavare dal loro legame, ammonisce Aristotele.

Si noti che il bene che io voglio raggiungere attraverso Marco non deve essere per forza un “oggetto” come la motocicletta, ma può anche essere qualcosa di più “immateriale”, come il piacere o il mio personale benessere. Siamo al secondo gradino dell’amicizia, che però esprime ancora un legame non perfettamente autentico e duraturo. Ci troviamo in questo secondo caso se ad esempio l’unico motivo che mi ha portato a diventare amico di Marco è il fatto che mi è simpatico, racconta bene le barzellette e mi fa ridere. Anche questo legame d’amicizia è alla fin fine effimero, perché il giorno che Marco cesserà di farmi divertire con le sue battute smetterò anche di vederlo, diradando sempre più le mie occasioni d’incontro con lui.

Ecco perché, secondo Aristotele, questi primi due tipi di amicizia (che potremmo anche definire “amicizie per interesse”) non sono destinate a durare: se a interessarci non è la persona che il nostro amico è nel suo complesso, ma è soltanto qualcosa che questa persona è, o ha, o può farci ottenere, non appena quella persona cesserà di avere, o di essere, o di poterci far ottenere quel certo qualcosa, l’amicizia inevitabilmente si scioglierà. Un segno, questo, che in fin dei conti il nostro non era un legame vero e profondo.

Salendo di un gradino ancora e raggiungendo quindi il punto più alto della “scala” dell’amicizia, troviamo infine il rapporto amichevole che si forma tra persone che praticano una stessa virtù. In questo caso, l’amicizia contribuisce al perfezionamento morale di entrambi i “contraenti”, e quindi non è semplicemente finalizzata all’ottenimento immediato di qualcosa di utile o di piacevole, né è “sbilanciata” in favore di uno solo dei due poli della coppia. Gli amici appartenenti a questa terza tipologia si spronano infatti a vicenda a fare sempre del proprio meglio in un certo campo (o anche in molti), e quindi traggono entrambi un positivo profitto “spirituale” dallo stare assieme. Inoltre, a differenza dei primi due esemplari di amici, gli amici di quest’ultimo tipo «desiderano allo stesso modo l’uno il bene dell’altro, e sono buoni di per sé». Ognuno dei due è poi utile all’altro nel perseguimento di un obiettivo comune: la realizzazione del “Bene” (ma, volendo rimanere all’interno del vocabolario aristotelico, dovremmo forse piuttosto parlare del raggiungimento del “giusto mezzo” o di un “perfetto equilibrio”) nel proprio modo di pensare, di agire, di comportarsi.

Dato poi che, a differenza delle passioni e degli interessi momentanei, «la virtù è cosa stabile» (quantomeno una volta che la si sia acquisita), ne si può concludere che «tale amicizia permane salda», almeno finché entrambi gli amici continuano a perseguire una comune virtù e quindi la via del Bene. «L’af­fet­to e l’amicizia che si trovano in tali persone sono al massimo grado, e i migliori», annota Aristotele. «Bello è fare il bene senza mirare al contraccambio», egli continua, ed è proprio questo che accade nel terzo tipo di amicizia. Certo, rileva il filosofo, «è ragionevole che tali amicizie siano rare: uomini di tal sorta non sono frequenti, e in più tale amicizia ha bisogno di tempo e di consuetudine». La rarità di tale tipo di legame si spiega anche con il fatto che «tutti, o quasi, desiderano compiere belle azioni, ma poi, [alla prova dei fatti,] scelgono ciò che è loro utile [o piacevole.

Come si può vedere, i tre modelli di amicizia che Aristotele ci propone non sono “equivalenti”: il secondo modello relazionale ha maggior valore del primo, e il terzo tipo di amicizia è molto più prezioso dei primi due. L’implicito consiglio che questo antico filosofo greco ci vuole fornire è allora di evitare di limitarci soltanto a desiderare di aumentare il numero dei nostri amici, e di puntare piuttosto a incrementare la qualità della relazione che intendiamo sviluppare con loro. È infatti facile mettere in piedi una gran quantità di amicizie scadenti, ma esse non sono poi effettivamente in grado di cambiare in meglio la nostra vita e quella del­l’a­mi­co e di “lasciare il segno” nella nostra anima.

«Il desiderio d’amicizia», e dunque di riconoscimento intersoggettivo, – puntualizza Aristotele – «è rapido a nascere, [ma] la [vera] amicizia no». Essa richiede tempo, risorse, pazienza, comprensione, ascolto e tanta volontà di impegnarsi per davvero nel perseguimento delle virtù e nella comune ricerca delle “cose belle” della vita. D’al­tron­de, come dice Spinoza al termine della sua Etica, «tutte le cose più splendide sono tanto difficili [da ottenere], quanto rare», ma – aggiungiamo noi seguendo Aristotele – sono forse anche le uniche per cui valga veramente la pena di lottare.

Gianluca Venturini

 

NOTE

A questo link de Il Post potrete leggere il testo in greco e la traduzione in italiano del brano tratto dall’Etica Nicomachea scelto come seconda prova di greco per i licei classici per la maturità 2018.

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Che cos’è la virtù? Un piccolo scorcio sull’Etica aristotelica

Uno dei testi più importanti della tradizione filosofica occidentale è senza dubbio l’Etica Nicomachea di Aristotele, ricchissima di spunti di riflessione che, se correttamente contestualizzati, possono ancora oggi dire qualcosa di significativo riguardo alla vita pratica dell’essere umano. Tra i tanti, uno dei più potenti è la definizione della virtù come una disposizione che orienta la vita dell’essere umano alla migliore forma possibile il richiamo alla sua fisica è qui evidentissimo: come ogni forma tende alla sua configurazione più compiuta, così l’essere umano tende virtuosamente al bene. Accade frequentemente, oggi, di imbattersi nell’immagine secondo cui l’essere umano virtuoso è granitico e immobile, secondo cui il discorso etico non sarebbe altro che un residuato della religione, che vuole l’uomo costretto a rinunciare a vivere e godere della vita. Almeno per quel discorso etico che nasce a partire dalla lettera aristotelica, nulla è più sbagliato di una simile immagine.

Per descrivere ciò a cui guarda, in fondo, la filosofia morale – e, a ben vedere, ciò a cui tutta la filosofia dovrebbe badare – potremmo invece utilizzare un’immagine che ripercorre costantemente nel testo di un filosofo contemporaneo, che proprio con Aristotele e Tommaso d’Aquino inizia a fare i conti: è l’immagine della fioritura umana, di cui nel 1980 ritorna a parlarci John Finnis nel suo libro Natural Law and Natural Right (pubblicato per i tipi della Oxford University Press). Il punto nodale della riflessione è la seguente questione: cosa è buono? Ciò che favorisce la fioritura della persona umana, cioè il raggiungimento da parte della persona della sua propria forma migliore. Per riprendere il dettato aristotelico, potremmo dire che l’essere umano ha in sé una naturale disposizione al suo bene più grande, desiderando il quale questi va desiderando e realizzando nientemeno che se stesso. Siamo davanti ad una filosofia che ricorda di essere un discorso elaborato per il bene dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature, che rifiuta di scadere a libretto di istruzioni di una qualche macchina, seppur sofisticata. Trattare gli esseri umani come tali costituisce una vera e propria sfida per la filosofia odierna e, dunque, per la persona umana stessa, sempre più ingabbiata in inganni socio-culturali ed economici che confondono – qui si mente sapendo di farlo – la virtù con la noia e la consumazione sistematica di tutto con la libertà. Leggere testi come l’Etica Nicomachea è oggi un vero e proprio atto politico, oltre che filosofico: è intercettare un segnavia importante lungo il cammino verso la propria evoluzione. È avere il coraggio di affermare che esiste un bene a cui la persona umana tende per natura, un bene che non può essere venduto o acquistato, che non può essere manipolato.

Emanuele Lepore

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