Perché i poeti?

Il linguaggio è il linguaggio[1]. Da questa apparente tautologia inizia la Erörterung di Martin Heidegger sull’essenza del linguaggio. Ciò che la logica classica definirebbe tautologico, spalanca invece un orizzonte di significati, o meglio: «ci lascia sospesi sopra un abisso [Abgrund]»[2]. E perché questo? Quale fondamento [Grund] viene a mancare affermando: il linguaggio è il linguaggio? La cosa è evidente: da Aristotele in avanti, la filosofia ha pensato l’uomo come “zoon logon echon”, ovvero “animale dotato di pensiero- linguaggio”. In termini aristotelici il linguaggio è quindi differenza specifica dell’uomo, la sua caratteristica più propria e distintiva. Il linguaggio è dunque dell’uomo, è ciò che lo fa essere tale, che gli permette di esprimere la propria interiorità e di comunicare. È uno strumento dell’uomo. Tuttavia, non è la foné lo strumento che ci permette di comunicare ed esprimere la nostra interiorità? Non comunicano infatti, e non si esprimono, anche gli animali, i quali hanno foné ma non hanno logos? L’affermazione “il linguaggio è il linguaggio” sottrae all’uomo al contempo strumento e differenza specifica, ma soprattutto sottrae al linguaggio il suo fondamento sull’uomo. Questa duplice sottrazione apre l’abisso «la cui altitudine apre una profondità. L’una e l’altra costituiscono lo spazio e la sostanza di un luogo [Ort] nel quale vorremmo farci di casa per trovare una dimora [Heimat] per l’essenza dell’uomo»[3]. Le stesse parole ricorrono nelle prime pagine della Lettera sull’umanismo, di poco precedente agli scritti sul linguaggio:

Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora [Heimat] abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa casa. [4]

Il linguaggio non è dell’uomo, bensì dell’essere. L’Essere è Parola (la sostanza del sein [essere] è il sagen [discorso]), e ogni parola umana, in quanto parola, è resa possibile da quella Parola. Così l’Essere di Heidegger non crea il mondo, e tuttavia gli conferisce senso: il Mondo è luogo della Lichtung [Radura], in cui il filtrare della Luce dà senso.[5] L’uomo abita questa casa. Alcuni uomini possono custodirla. Alcuni: i pensatori ed i poeti.

Il pensiero porta a compimento il riferimento [Bezug] dell’essere all’essenza dell’uomo. Non che esso produca o provochi questo riferimento. Il pensiero lo offre all’essere soltanto come ciò che gli è stato consegnato dall’essere. Questa offerta consiste nel fatto che nel pensiero l’essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa casa. Il loro vegliare è portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e in esso la custodiscono.[6]

Il pensiero accoglie la Parola e tenta di ridirla: il parlare dell’uomo è un cor-rispondere al Linguaggio. Pensatore e Poeta si risolvono nel pensiero poetante. Così Heidegger risponde alla domanda “Perché i poeti?”:

Il dire del cantore dice l’intero intatto dell’esistenza del mondo, che invisibilmente si distende nella spaziosità dello spazio interiore del cuore. Il canto non è la ricerca di ciò che deve esser detto. Il canto è l’appartenenza al tutto del puro Bezug.[7]

E poche righe prima, citando Herder:

Dal moto di un soffio dipende tutto ciò che sulla terra gli uomini hanno pensato, voluto e fatto, e ciò che faranno di umano; tutti noi ci aggireremmo ancora nelle foreste se questo soffio divino non ci avesse avvolti nel suo calore, e non pendesse dalle nostre labbra come un suono magico.8

In sostanza, il dire poetico, il pensiero poetante, è ciò che meglio coglie la Parola dell’Essere, e cor-rispondendole ci parla. Questo dire [Sagen] come cor-rispondenza all’Essere [Sein] è l’essenza del Linguaggio [Sprache]. In verità è doveroso notare che il termine Sprache si traduce sia “linguaggio” sia “lingua”. La lingua è il linguaggio della terra natia: Heimat. In tal senso, la Parola dell’Essere, come essenzialità del linguaggio, è vicina alla nostra lingua, e la casa che l’uomo abita è proprio questa coincidenza di Sprache – Sein – Heimat.

Nei pressi di questa casa si aprono le radure, ovvero i luoghi illuminati dalla parola e che, sottratti dal buio del bosco, appaiono come significanti. Il romanzo, la poesia, il racconto: essi ci aprono i panorami di significato più suggestivi. Per osservarli è sufficiente seguire le tracce che escono dal bosco dell’insignificanza e mettersi in ascolto della loro parola.

Alessandro Storchi

 

Note

1 Cfr. Martin Heidegger, Il linguaggio, in In cammino verso il linguaggio, Milano, Mursia, 2013

2 ivi, p. 29

3 ibidem

4 Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo, Milano, Adelphi, 2013, p. 31

5 Cfr. Alberto Caracciolo, Presentazione in In cammino verso il linguaggio, Milano, Mursia, 2013, pp. 12-13

6 Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo, Milano, Adelphi, 2013, p. 31

7 Martin Heidegger, Perché i poeti? in Sentieri interrotti, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 294

8 ibidem.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il peso dell’inspiegabile

Avevo bisogno di credere che non fosse vero. Che non ci fosse un’altra vittima.

Speravo solo di essermi sbagliata, nell’avere letto distrattamente il titolo di una notizia de La Nuova di Venezia e Mestre comparso nella mia bacheca Facebook, circa una settimana fa, mentre ero distesa sulla spiaggia. E invece no, ho riletto attentamente il titolo e ho aperto l’intero articolo.

«Disturbi alimentari emergenza da affrontare» ho riletto, respirando lentamente mentre mille ricordi della stessa spiaggia di qualche anno fa affollavano la mia mente.

Una donna di quarantaquattro anni lascia i suoi quattro figli e il marito, dopo aver attraversato per molti anni l’inferno dell’anoressia. Nei suoi trenta chili scarsi, non ce l’ha fatta a trovare quel senso della vita, quella goccia fatta di essenzialità e quella scintilla che illumina di gioia e di speranza un tunnel di sofferenza inspiegabile. Sì, inspiegabile, perché di manuali di psicologia sui disturbi alimentari ce ne sono tanti, ma nessuno di quei libri potrà mai spiegare a parole il dolore che nutre questa malattia dell’animo, fino a renderlo sterile, fino a rinsecchire il corpo, privando lo sguardo di luce propria. Una luce che diventa sempre più fioca, piano piano, fino a scomparire, senz’alcuna spiegazione. Di ragioni spieganti il sintomo, ce ne sono diverse e quei manuali cui prima mi riferivo non fanno che riportarle, elencandole una ad una, in modo oggettivo.

Le ragioni della sofferenza, tuttavia, non si trovano mai. Una causa scatenante –talvolta anche più di una -, c’è sempre ed è profonda, forte, che si insinua nell’animo fino a far parlare il corpo, laddove la voce non riesce ad emettere suono.

Quando però il sintomo esplode, il vortice in cui si viene travolti è talmente forte che non si riesce proprio a trovare la ragione, quella con la R maiuscola, di tutto quel male.

Si sta male, punto. E si sta male nella propria solitudine, malgrado apparentemente la vita possa essere piena di quel tutto che, inspiegabilmente appunto, vacilla nel baratro, in un vuoto fatto di quel qualcosa che manca, quell’essenziale che nessuno riesce a comprendere, quella violenza subita, quell’abbandono improvviso, quella voglia di vivere che non c’è più e che disperatamente si cerca.

Ricordo di aver letto1 che in un recente studio australiano, presentato all’International Mental Health Conference, lo psicologo John Toussaint della Charles Sturt University è riuscito a dimostrare che un’alta percentuale di donne con un disturbo del comportamento alimentare – l’articolo fa riferimento unicamente ad anoressia e bulimia nervosa, non parlando quindi di obesità -, circa il 42% delle pazienti tra i 37 e i 55 anni, ha avuto un legame particolarmente travagliato con il padre a partire dall’infanzia, assolvendo dunque le madri dal peso di quella colpa che spesso psicologi e psicoterapeuti tendono a scaraventargli addosso, definendole “colpevoli” della malattia delle figlie.

Madri-drago, come le definisce Alessandra Arachi, nel suo ultimo libro Non più briciole2,cercando di porre fine ad alcune delle definizioni manualistiche riguardanti i disturbi alimentari.

Non è mia intenzione screditare una tesi piuttosto che un’altra, né tanto meno oppormi a degli studi che, se hanno ottenuto determinati risultati, un significato certamente ce l’hanno.

Vorrei solo invitare ciascuno a scardinare alcune definizioni che, in una dimensione tragica, danno parziali risposte che non fanno che allontanarsi dal reale.

Queste pazienti, come le definisce lo studio a cui mi sono riferita precedentemente, sono in realtà donne, ciascuna con un vissuto e una sofferenza immensa che a parole non riescono a descrivere.

Sì, è vero, possono esserci madri–migliori amiche che sostituiscono con la presenza della figlia la figura di un partner assente, oppure che tentano ad ogni costo di prolungare costantemente il proprio ego nelle scelte di vita delle ragazze; talvolta esiste un padre che, lasciando vuoti da riempire, «non solo delega alla moglie ogni decisione riguardante l’educazione dei figli, ma che si ritrae o accetta di essere espulso dalla relazione di coppia con la moglie. È il padre che si nasconde dietro il giornale, dietro la televisione, dietro il lavoro: che si relega sullo sfondo»3 sostiene Fabiola De Clercq.

Dietro un disturbo alimentare però, si nasconde molto altro.

Non c’è alcun dubbio, queste malattie dell’animo nascono e si nutrono all’interno d’intrecci familiari distorti e complessi, che tendono a divenire chiari quando il sintomo trova purtroppo già forma attraverso il corpo.

È giusto riflettere sul fatto che, talvolta, questa possa diventare con il tempo una delle molteplici cause scatenanti di un malessere che non può essere tuttavia circoscritto unicamente da una misera definizione riassuntiva. Non c’è sintesi per il dolore, né soluzioni o risposte curative.

Ciò che esiste è una sofferenza senza fondo, quella di figlie e figli eternamente rinchiusi nei propri sensi di colpa e nella propria inadeguatezza, padri e madri impotenti, che speravano di aver fatto tutto il possibile.

 

La mia storia è un susseguirsi di riparazioni, di sensi di colpa. Qualcuno può spiegarmi quale incredibile danno io abbia arrecato e a chi? Di quale colpa mi sia macchiata e fino a quando dovrò essere la bambina compiacente e gratificante per gli altri?4

 

Protetta dalla corazza di un’eterna bambina che dalla vita ha avuto tutto, compreso l’amore di due genitori che hanno fatto tutto il possibile, ho cercato anche io delle risposte e mi incaponisco ogni giorno nella ricerca di quelle cause che, in un modo o nell’altro, mi hanno resa quella che sono. A volte sola; delle altre, nella speranza di trovare una mano amica capace di stringere la mia.

Solo con il tempo però ho capito che l’inspiegabilità della sofferenza sta proprio nel suo “non-senso”, nella sua ingiustizia. Ed è per questo che per quanto si possano ricostruire i pezzi della propria vita, ciò che mi sento chiamata a fare, e che tuttavia mi risulta ogni giorno ancora difficile e talvolta straziante, è aprire le porte dell’accettazione di ciò che si è perso e non si potrà mai più avere.

E ora mi ritrovo qui, a rileggere le righe che ripercorro ogni volta che i “perché” ritornano.

 

[…]Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa più male. Niente cambia se non si riesce a dare un senso al proprio disturbo e a integrarlo all’interno della propria vita. Per ritrovare lo slancio e ricominciare. Per rinunciare alla sofferenza, che è tanto difficile, perché è ciò che si conosce meglio. E “guarire”..come dicono quasi tutti. Anche se, per certi aspetti, non c’è niente da cui “guarire”.

Perché non c’è nulla da “aggiustare”, da “riparare”, da “normalizzare”. Si deve solo aprire la porta alla gioia di vivere e smetterla di pensare che tutto è un “peso”. Si deve solo capire che non è tanto il “sintomo” che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà.

Anche se le ferite non si cancellano mai. Anche se quella frattura profonda su cui si è costruito il mondo resta sempre lì, dietro le pieghe dell’esistenza5

 

Mi fermo. Sospiro. Smetto anche solo per un attimo di rincorrere quelle risposte che non potranno mai ripararmi e apro le porte dell’accettazione e dell’accoglienza.

Penso a chi mi ama e a chi ho accanto e mi rendo conto che quelle braccia pronte silenziosamente ad accogliermi ora ci sono.

Senza spiegazioni né risposte, ma sono lì. Anche quando tutto crolla.

E smetto di dare voce all’inspiegabile.

 

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

NOTE:
1. L’articolo da cui ho tratto le seguenti informazioni può essere letto consultando questo sito.
2. A. ARACHI, Non più briciole, Longanesi, 2015, pp. 200.
3. F. DE CLERCQ, Fame d’amore, p. 73, BUR Rizzoli, Milano, giugno 2013, pp.163.
4. F. DE CLERCQ, Tutto il pane del mondo, p. 128, Bompiani, Milano, 2013, pp. 195.
5. M. MARZANO, Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, p. 60-61, Mondadori, Milano, 2011, pp. 210.