“Tomàs” siamo Noi. Incontro con Andrea Appetito

Tomàs è ogni persona che si imbatte in questo romanzo.
Invisibile, eppure onnipresente, la sua identità si dispiega grazie ai sette punti di vista che il racconto ci propone. Ciascuno si trasforma nell’artista del suo ritratto finale.
Sette personaggi e sette capitoli. Noi diventiamo l’ottava voce narrante di un racconto complesso, la cui tragicità mette a nudo la complessità dell’esistenza umana. Un’esistenza segnata da uno strappo, una perdita, un bisogno di riconoscimento e di amore.

È un romanzo travolgente quello scritto da Andrea Appetito e pubblicato con Effigie Edizioni. Tomàs ha incontrato la cittadinanza trevigiana venerdì 24 febbraio, presso la libreria Einaudi di Treviso.
Un pubblico caloroso, composto da ex studenti, colleghi, amici e non solo, ha accolto l’autore con una vera e propria festa di benvenuto. Una famiglia ritrovata. E in occasione di questa festa hanno partecipato i numerosi volti di Tomàs, volti disegnati dalla nostra interpretazione, dalle nostre storie di vita e dalle nostre emozioni.

Siamo immersi in un’anonima città sul mare, in cui Luka Stratos, visionario e autocrate ambizioso, vuole realizzare il suo progetto di dominio. Una politica di conquista, la sua, sorda rispetto ai bisogni, alle domande e ai desideri dei dominati. Un programma politico che si trasforma in una fede cui i più acconsentono, quasi inconsapevolmente. Quella che emerge è la stessa banalità del male di cui parla Hannah Arendt nel corso del processo a Eichmann. La stessa banalità che mette in crisi la nostra politica contemporanea.

Il bisogno di liberarsi da una struttura gerarchica subordinante è segnato da uno stile narrativo paratattico, interrotto, caratterizzato pertanto da preposizioni coordinate, sullo stesso piano.

Sullo sfondo, una profonda storia d’amore improvvisamente interrotta.

Leggere Tomàs significa infatti anche fare i conti con le contraddizioni di quell’amore che viviamo e di quell’amore che ricerchiamo.

Le storie d’amore che si intrecciano all’interno del romanzo sembrano essere segnate dall’impossibilità. L’impossibilità di sopravvive e l’impossibilità di un ritorno.

L’amore vissuto dai personaggi è patologico. Talvolta segnato dall’opportunismo. In ogni caso, costantemente vissuto nell’ombra. Il non-detto e l’assenza definiscono i legami della narrazione.

Ed è in ragione di questo non-detto che l’autore ci invita a riflettere. Perché c’è così tanta paura di dare voce al proprio pensiero? Che cosa risiede all’origine del nostro timore di esporci?

Certo, mettersi a nudo significa mettersi anche in gioco. L’esposizione diventa rischiosa nel momento esatto in cui ci opponiamo a un conformismo dominante. Il timore è quello dell’esclusione, dell’emarginazione sociale, del non-riconoscimento.

Come sosteneva Montaigne, infatti, la paura ci può tanto dare delle ali ai talloni, come inchiodarci i piedi al suolo, ostacolando l’espressione della nostra libertà.

Tomàs è anche questo. Un urlo di libertà. Un bisogno di dare liberamente forma alla propria identità ferita. La necessità di liberarsi da sovrastrutture. Una domanda di riconoscimento. Una domanda di riconoscimento che, talvolta, fatica ad avere una risposta.

Con questo libro, Andrea Appetito ci invita ad ascoltarci per ritrovare il Tomàs che ci portiamo dentro. Non un semplice romanzo, quindi. Queste pagine diventano un terreno fertile per l’ascolto, il dialogo e la riscoperta di sé.

Sara Roggi

[Immagine tratta da ilmessaggero.it]

Indagare l’immagine e l’oggetto: intervista a quattro artisti

Il mondo di oggi, che corre sulle ali di una comunicazione rapida ed immediata, fa un uso molto ampio dell’immagine ma senza mai avere il tempo di soffermarsi ad indagarne la complessità. Questo è invece proprio ciò che si propone la mostra From Object To Exposure inaugurata giusto ieri (sabato 18 febbraio 2017) dall’associazione TRA – Treviso Ricerca Arte nella sempre suggestiva cornice di Ca’ dei Ricchi a Treviso.
L’esposizione è curata da Carlo Sala e presenta alcune opere di quattro giovani artisti italiani. I loro lavori giustappongono fotografia e scultura ed in tal modo intendono creare delle ambiguità tra l’oggetto reale e quella che invece è l’immagine dell’oggetto: le sculture vulcaniche di Paola Pasquaretta si accompagnano alle sculture di schiuma immortalate nella cornice dello scatto, il cielo stellato di Silvia Mariotti si fa da immateriale a scultoreo tramite la stampa a lambda, i detriti di Marco Maria Zanin sono esposti ma viene esposta anche la fotografia che li ritrae sotto una veste più attraente, mentre Mimì Enna ricostruisce un luogo nello spazio espositivo utilizzando sia immagini a grandezza naturale che veri e propri oggetti di arredamento.
Ma non voglio svelare oltre: vi suggerisco di leggere quest’intervista – che purtroppo è solo uno spiraglio dei mondi che questi artisti hanno dentro e che hanno condiviso con me – e di portare poi con voi le vostre domande e suggestioni al piano nobile di Ca’ dei Ricchi, dove troverete la mostra ad aspettarvi fino al 2 aprile 2017.

[A Marco Maria Zanin]
I tuoi lavori più recenti hanno al centro il detrito come simbolo di una demolizione incontrollata del passato in favore di una indiscriminata costruzione del nuovo, che però si trova spesso in tal modo ad essere privo di radici. In che modo quindi concepisci il detrito come un nuovo archetipo?

MMZ: «In questi ultimi lavori mi sono ispirato alla teoria dello storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman, il quale seguendo Walter Benjamin critica la concezione lineare della storia e del tempo per come sono concepiti nella società occidentale, sostenendo invece la concezione della storia come una sovrapposizione di temporalità che possono costantemente riemergere l’una sull’altra, senza che ce ne sia una dominante. Il detrito e la rovina hanno dunque la caratteristica di un sintomo, perché rivelano in superficie una presenza di cose che accadono e vivono in profondità. Ho lavorato già in passato con la rovina, per esempio per la serie fotografica sulle case rurali abbandonate, proprio perché le consideravo una temporalità passata da riportare nel presente: il detrito è quindi il punto di appoggio per creare una breccia in quella che è la temporalità del mercato e del capitalismo. Mettendo il detrito al centro della nostra cosmologia provo a valorizzare i livelli di lettura che sono in esso: ci sono dentro altre dimensioni della realtà che non sono quelle della temporalità dominante che l’ha scartato e buttato via. Nell’opera Copernico qui esposta il detrito di San Paolo, megalopoli in continua espansione, è fisicamente presente, ma è in qualche modo presente anche nella fotografia, che rappresenta in realtà una mia ricostruzione in porcellana del detrito. Questo crea il corto circuito che dona dignità al detrito e consente all’osservatore di accedere ai successivi livelli di lettura».

[A Paola Pasquaretta]
In questa mostra hai portato delle sculture di sapone, fragilissime ai fattori ambientali e dunque destinate a deperire con il passare del tempo, mentre hai cristallizzato nelle fotografie sculture di schiuma che altrimenti sarebbero esistite per pochissimi secondi prima di deteriorarsi. Considerando la paura diffusa oggigiorno dello scorrere del tempo, c’è forse una bellezza in esso che tu hai voluto metterci davanti agli occhi?

PP: «Più che la bellezza direi che è fondamentale la consapevolezza del passaggio del tempo. Noi lo viviamo e lo subiamo in prima persona su di noi come esseri umani, però per me è interessante la trasformazione. Io sono affascinata dai fenomeni geologici ed i cambiamenti che avvengono nella geologia, che hanno tempi molto più dilatati ed incomprensibili per noi perché distanti dalla nostra vita, sono sì deperimenti ma l’ottica non è quella di un cambiare in modo negativo quanto piuttosto proprio di un modificarsi delle cose del tempo. Si tratta quindi di essere consapevoli del fatto che non sarà mai tutto uguale rispetto a come l’avevamo lasciato, quindi per esempio anche noi nei confronti della natura e dell’ambiente dovremmo utilizzare un certo tipo di sguardo e di attenzione, perché le cose cambiano anche a causa nostra. Anche il mezzo artistico stesso poi sottende una riflessione ed un gioco sul tempo, perché la fotografia cristallizza un momento, ma cosa sarebbe invece vederlo dal vero, vederlo succedere rapidamente? Allo stesso modo la scultura è solitamente una cosa finita, invece in questo caso cambia anche lei. Si tratta di cambiamenti e non implicano necessariamente la bellezza: non c’è giudizio».

[A Mimì Enna]
La tua riflessione invece riguarda soprattutto lo spazio, poiché con le tue Delocazioni intendi trasferire un luogo all’interno dello spazio espositivo. Quali sono dunque per te gli elementi che determinano lo spazio in quanto tale?

ME: «Per me le Delocazioni sono un trasportare un luogo all’interno di uno spazio, nel senso che per spazio intendo un luogo più neutro e che non necessariamente palesa un vissuto al suo interno, mentre invece un luogo sì, perché un luogo è abitato (o lo è stato) e s’impregna di tutte le tracce che lascia chi lo ha vissuto,   come anche gli oggetti che lo hanno arricchito. Quando mi inserisco nello spazio, le Delocazioni le intendo quindi come una porzione di un luogo, trasferendovi anche un intero modo di abitare, come è successo per Delocazione nello studio di uno psicologo: siccome il mio intento era esasperare la fragilità di quel luogo ho trasferito l’intera attività dello psicologo, nel senso che lei ha effettivamente esercitato la sua professione all’interno di quello spazio espositivo allestito. Lo spazio si è caricato del vissuto del luogo stesso».

[A Silvia Mariotti]
Nelle opere che hai scelto di esporre in questa mostra risulta predominante il tema del buio e della notte: emergono dunque spazi e realtà privi di solidi punti di riferimento e dunque anche potenzialmente destabilizzanti. C’è in tutto questo una riflessione esistenzialista o è principalmente estetica?

SM: «Questo in realtà è partito proprio come un lavoro sulla morfologia del territorio [quello delle foibe carsiche], dunque con una connotazione molto naturalistica: volevo assolutamente evitare di fare un lavoro documentaristico, quindi riportare sì il contesto storico ma giocando sulla doppia chiave del sublime, dove la tragicità sta nella storia stessa nascosta dietro quei luoghi, ma anche la loro semplice natura morfologica. L’esperienza è comunque sempre la chiave di lettura: la notte che si fa contenitore di una serie di esperienze, soprattutto la mia ma anche un’esperienza che voglio ridare a chi la riesce a percepire nel momento in cui sta di fronte all’opera.  Da lontano queste opere sembrano buchi neri: mi piace tantissimo questa cosa del disvelare pian piano la realtà, cosa che necessita anche un prendersi del tempo di fronte all’opera».

L’artista è una persona che si pone in modo del tutto speciale nei confronti di un oggetto d’arte, poiché è creatore egli stesso di oggetti d’arte. Quale rapporto si è creato tra voi e le vostre opere?

PP: «Essendo creatore dell’opera d’arte, anche quando non c’è più come un tempo una grande lavorazione manuale (per esempio nelle fotografie), sento le mie opere come figli, cioè come parte di me. Nel momento in cui sono finite – o meglio le considero finite – diventano invece l’opposto, totalmente estranee da me. Anche nel caso di questi vulcani, loro vivono di vita propria! Io le costruisco, impiego moltissimo tempo nel dettaglio per renderle più belle e più precise possibile, e poi il materiale col tempo cambia e si modifica per cui la forma che io ho dato al mio lavoro non è più la stessa. Nel momento in cui i miei lavori escono dallo studio ed arrivano in una mostra o vengono viste da altre persone diventano parte del mondo, della storia, non c’è più l’attaccamento iniziale. Questo anche perché nel processo di lavorazione è difficile considerare conclusa un’opera, per cui il momento dello stacco è fondamentale perché altrimenti il processo creativo continuerebbe all’infinito; allora da quel momento loro cominciano a vivere per conto loro».

ME: «Io ho iniziato a fotografare perché ero appassionata, però mettendomi nei panni di un fruitore esterno ho cercato sempre di rendere molto tangibile il mio volere, quello che volevo offrirgli. Questo è il motivo per cui ho voluto inserire gli oggetti [in dialogo con le fotografie], di modo che per il fruitore fosse percettibile l’intento, che non si verificasse quella distanza che spesso capita quando si parla di arte contemporanea. Nelle mie opere c’è sempre un riferirmi alle forme che sono familiari e comuni a tutti i tipi di fruitore, non solo agli addetti ai lavori in questo campo, proprio per avvicinarli tramite queste forme».

Nonostante gli intenti con cui molti movimenti e correnti sono nati, l’arte contemporanea oggi arriva con più fatica alla cosiddetta “gente comune”, soprattutto in un Paese come l’Italia ricco d’arte antica. Sapreste tessermi gli elogi o magari una semplice apologia dell’arte contemporanea?

SM: «Come ti dicevo anche prima, per me conta davvero molto il riportare un’esperienza, la relazione che si può instaurare nel momento esperienziale che io riporto e che comunque diventa soggettivo, ed un altro momento esperienziale ancora nella persona che si trova a fruire dell’opera. Io lavoro attraverso il mezzo fotografico, però non mi piace lavorare attraverso un tecnicismo – per esempio l’uso delle esposizioni – perché mi interessa proprio immergermi in una dimensione e riportarla al pubblico, che la può reinterpretare e creare una esperienza ancora nuova. L’arte contemporanea, per come la vedo io, è un regalare delle esperienze».

MMZ: «Guarda, io sono laureato proprio in Filosofia e poi in Relazioni Internazionali, per cui le mie radici non affondano proprio nel terreno dell’arte, e infatti questa apertura dell’arte contemporanea al grande pubblico per me è molto importante. Questo è anche il motivo per cui in molti miei lavori ci sono anche un’estetica ed una poetica che sono linguaggi universalmente comprensibili, diventando così una prima porta per accedere ai livelli di comprensione successivi che sono spesso racchiusi nell’arte contemporanea in genere. Io poi ho un progetto di residenza artistica [Humus, ndR] in cui proprio uno degli obiettivi è quello di mettere l’arte contemporanea al servizio di un territorio, come quello della bassa padovana, che sta ai margini; questo perché l’arte contemporanea è uno strumento di lettura di quello che accade nella realtà presente incorporando un linguaggio enormemente innovativo e fresco. Io faccio arte contemporanea perché spero che essa possa creare uno spazio all’interno della comunità umana».

Dietro ogni oggetto d’arte, soprattutto nel contemporaneo, si nasconde un profondo pensiero ed un ben preciso modo di concepire il mondo. Tutto questo, per noi, può chiamarsi filosofia. Voi che valore date alla filosofia?

SM: «La filosofia ti apre a mille interrogativi ed è come una ricerca a più livelli, come un gioco di specchi: una profondità che non ti porta mai ad una fine reale e anzi, ti apre continuamente a diverse interpretazioni e punti di vista».

ME: «Io associo spesso la filosofia al lavoro che facciamo noi perché il fine non ha un aspetto “utile” inteso in modo scientifico: è più soggettivo. Quindi per questo motivo sicuramente è molto aperta, come diceva Silvia, nel senso che non si conclude e non c’è un fine preciso. Questa secondo me è la grande forza di entrambi gli ambiti, la mutevolezza; e poi sono sicuramente entrambe necessarie alla vita».

PP: «Io penso alla filosofia in modo molto applicato, quindi non tanto a quei grandi e complessi ragionamenti che si pensa essere la filosofia quando la si studia; per me è un’analisi più approfondita del quotidiano – infatti ci sono filosofie applicate a qualsiasi cosa, anche all’economia o ad altre cose più pratiche. Pensando al mio lavoro per esempio ci sono in gioco delle riflessioni – come prima sul tempo, per dirne una – che io tratto in modo materiale ma che penso appartengano anche all’ambito filosofico».

MMZ: «Secondo me la filosofia è la possibilità di tagliare con un bisturi quella che è la realtà, imparando proprio a porsi delle buone domande e provando a sentire qual è la pulsazione del proprio tempo: aprirlo con un bisturi, guardarci dentro e raccontarlo».

Giorgia Favero

Per maggiori informazioni sulla mostra e sugli artisti vi rinviamo al sito di TRA.

“L’Arte come scintilla che muove l’universo”: intervista a V Spartacus

Le domande e risposte che seguono sono un estratto di un’intervista all’artista V Spartacus inserita nella mia tesi di laurea. I suoi discorsi radono al suolo il mondo dell’arte, e più che provocazioni sono verità gettata in faccia, io sono un inguaribile ottimista e quindi vedo in questa distruzione le fondamenta per il nuovo percorso dell’arte. Che poi, c’è un percorso? Penso più tosto che il primitivo che dipingeva sulle pareti della caverna e Picasso appartengano alla stessa specie quindi stesso cervello, e stessa tendenza a creare usando il pollice opponibile e qualche strumento… dalla selce al mouse. quindi no percorso, e allora dove porta la filosofia dell’arte? forse solo a girare su se stessi a perdersi, dopo la vetta… perché il punto più alto non è il cucuzzolo della montagna, ma le nuvole.

Come definisci il tuo lavoro?

L’ARTE per me è la scintilla che fa muovere i meccanismi dell’universo. Nel momento in cui cessassi di percepire la “magia” nel vissuto, tramite l’osservazione con tutti i sensi a mia disposizione, non avrebbe più senso esistere. Da questa mia profonda concezione dell’espressione, opero tramite critica ed autocritica, verso il miserabile e casalingo ruolo che ha l’arte nel nostro tempo. Tutto il mio operato, è la mia personale rivisitazione del ridicolo che mi viene proposto sotto forma di ARTE. Il SISTEMA ARTE. Credo che tutti ormai siamo al corrente di determinate dinamiche che definirei MAFIOSE grazie alle quali una persona diventa o meno nota, in ambito gallerista o museale. Si comincia pagando per esporre e poi lascio il resto all’immaginazione…Le opere che ho presentato allo Subsculture fanno parte della serie GALLERIA DELL’ARTE ACCIDENTALE. Cinque “opere” casuali, realizzate inconsciamente, ma che se ricontestualizzate, potrebbero benissimo essere inserite in una qualsiasi galleria d’arte contemporanea. In più’, ho creato una performance sul luogo: ho rovesciato un cestino di cartacce ed ho messo un quaderno vicino all’OPERA per avere delle critiche dal pubblico. Un successone…mi é’ stato pure proposto di esporre da altre parti. Ho riso di questa offerta con amici e parenti.

“Provoke the universe for business”, come vedi il mercato dell’arte attuale?

PROVOKE THE UNIVERSE FOR BUSINESS è una delle mie MISSION, possiamo dire. È uno slogan legato al mio progetto CONTROVERSY RECORDS, sotto questo marchio produco t-shirts, musica ed altri gadgets in cui appunto la provocazione è il filo conduttore. Attraverso varie chiavi come l’ironia, il sesso e l’attualità, lancio messaggi contraddittori al fine di far pensare. È una provocazione nella provocazione, dal momento in cui provoco per creare reazione e dunque energie positive nella contrapposizione. Non avrei mai creduto in un ritorno economico, vista l’ipocrisia del tutto, lo cominciai come esperimento sociale, ma invece il progetto dopo un primo momento di semplici boutade (come avevo ipotizzato all’inizio) comincia a dare frutti in un senso (seguito e scontro con le entità insultate) e nell’altro (ho cominciato a coinvolgere artisti emergenti eliminando la critica a se stante per creare grafiche costruite sulla realtà e sul pensiero). Sul serio non riesco a smettere con questa cosa, mi diverto troppo. Un giorno ho pure litigato con la segretaria di Prince per i diritti del nome Controversy Records (Accusa caduta con tanto di scuse…). Per quanto riguarda il MERCATO ARTISTICO purtroppo ho conosciuto solo i confini di tale COSTRUTTO D’IPOCRISIA. Sul serio, dopo svariate esposizioni, ho rigettato il meccanismo in cui stavo entrando. È una sorta di percorso alla Scientology o quelle aziende a struttura piramidale. Ho visto gente uscire dall’accademia con mostre in tutta Europa già organizzate (cocchi di qualche prof…) ho visto gente investire risparmi per pagare partecipazioni a mostre mercato su mostre mercato. Ho visto gente praticamente prostituirsi accompagnandosi con persone anagraficamente non compatibili pur di assicurarsi un posto in galleria. Poi vedi Jeff Koons sputare per terra e farsi quotare lo sputazzo 9 milioni di euro. Leggi lo stesso Cattelan dire che “se non sei simpatico a quei cento investitori milionari nell’arte non sarai nessuno”. Cosa penso del mercato artistico? Ho lo stesso parere per Cosa nostra e la Camorra.

Come consideri la mercificazione del prodotto artistico?

La mercificazione. Ho due diversi modi di vedere la cosa legata all’arte.

1.La mercificazione dell’OPERA unica, la ritengo bieca ed artefatta. Guardiamo i fatti: come si può dare un valore al pensiero di una persona? Anni fa’, fui ripreso da “colleghi” artisti perché alle collettive mettevo “Offerta libera” dietro alle opere in vendita (esiste un prezzario in base alla misura, mi fu’ detto…). Sul serio, non ho saputo mai dare un valore all’opera singola. L’espressione in ambito contemporaneo dovrebbe essere funzionale al progresso, al futuro, ai costumi ed alla cultura in genere. La produzione in questo settore dovrebbe essere esposta gratuitamente, in luoghi appositi, perché TUTTI possano “arricchirsi interiormente” con messaggi o visioni. L’artista dovrebbe impadronirsi di nuovo del ruolo di protagonista nella storia del genere umano e non di prostituta intellettuale (inserisco anche gli artisti che hanno lavorato su commissione nella storia conosciuta). Forse l’ultimo artista in questo senso é stato un uomo di Neanderthal.

2. La mercificazione dell’arte utilizzata negli (e sugli) oggetti di consumo invece, la ritengo NECESSARIA. Necessaria per tutte le persone incastrate in questo sistema iper-capitalista e consumista. La creatività aiuta a combattere la standardizzazione, se ricercata e ben applicata. Lo stesso meccanismo sistemico soffocante che sacrifica vite alla divinità economica, ci mette nelle condizioni di diventare dei professionisti nell’applicazione creativa sulla produzione industriale. Ho sempre ammirato gli artisti impegnati sui grandi marchi. È sicuramente più sincero di esporre per quei tre gatti che ti prendono l’opera e la murano nel loro museo personale. Nell’industria un artista lavora per tutti (o tanti). È paradossale, ma svegliarsi la mattina e vedere un’opera di Liu Wei sul barattolo del caffè mi dà vibrazioni positive. È un idea condivisa e confrontata con milioni di persone.

Come sei entrato in contatto con Subsculture?

Sono stato scelto dal direttivo. O almeno da alcuni membri. I ragazzi che hanno organizzato fanno parte anche di altri progetti, con cui ho collaborato in passato. In particolare FOETUS rivista. FOETUS rivista è una fanzine che raccoglie scrittori, fumettisti, musicisti, stilisti e molto altro, tutto a livello underground. In seguito a questa collaborazione Lenny Lucchese (noto fumettista) ha realizzato due t-shirts per CONTROVERSY RECORDS (“No violence? Wrong choice!” e “What?”). Penso sia stato lui il mio massimo sponsor in Subsculture. Lenny dà un nuovo significato allo stereotipo di ARTISTA POLIEDRICO.

Che ruolo ha l’esposizione nel tuo fare Arte?

Mi sono sempre fatto tanti amici alle esposizioni, conosciuto nuovi collaboratori. Alla fine sono un utilitarista. Però l’avvenimento in se mi annoia. Mi sembra di essere un venditore di frutta al mercato. Infatti sono parecchio evanescente in questi casi. Mi presento il giusto per conoscere gli altri artisti in esposizione e fare le chiacchiere SUFFICIENTI coi visitatori. Anche tra i visitatori ho conosciuto elementi interessanti. Molte volte venute li per criticarmi. Però è utile per farsi conoscere. Esporre OPERE è così, invece con altre forme d’arte tipo le tshirts mi trovo molto più a mio agio. Le indossano le persone come un virus. Mi diverto quando capita che in un determinato luogo qualcuno indossa una mia t-shirt, ed altri commentano. Puoi raffigurarmi come un voyeur dietro una tenda che spia la vicina mentre si spoglia. È calzante.

Che peso hanno la storia dell’arte e la critica d’arte nel tuo lavoro?

La storia dell’arte per me è fondamentale. Parlo degli artisti del passato o contemporanei come parlo dei mie compagni di bevute. Ma come per la storia ufficiale so perfettamente che a noi non sono arrivate tutte le informazioni che ci dovevano arrivare. La storia la fa’ chi vince no? E non vince sempre chi dovrebbe. Per i critici invece, scrissi quello che penso di loro in un articolo del mio blog (Artburner) e te lo riporto:

[…] Immaginatevi un uomo primitivo, rozzo, sporco e scimmiesco, con i capelli arruffati e nessun gusto nel vestire. Immaginatelo intento a raffigurare il prodotto di una fantasia, un sogno od una visione con rudimentali colori sulla parete della sua caverna. Un colpo di genio, uno slancio espressivo, ciò che in futuro verrà denominato PITTURA RUPESTRE, una rivoluzione per l’umanità che continua tutt’ora ad essere praticata in svariate forme…e nessuna novità, ma questo è un altro discorso… Torniamo al nostro uomo preistorico, preso dall’enfasi di rappresentare ciò che ha dentro, aggredendo quella parete di pensiero colorato. Immaginatelo con alcuni membri della sua tribù dietro ad esultare, per questa stupefacente novità, producendo una serie di gutturali versi… Ora, sempre con quest’immagine in testa, osservate l’omino preistorico alla destra dell’artista. Piccolo, più peloso degli altri. Non ride, non esulta, non grida. Le donne della tribù non lo considerano, gli uomini non gli affidano nemmeno il giubbotto durante le risse. Di lui nella tribù dicono: “grgrfggfrgrg rgrgrfgfrgrf” (che tradotto sarebbe << Come non capisce un cazzo lui, non lo capisce nessuno>>). Ecco, riuscite a raffigurarlo? Ebbene, un secondo dopo il termine dell’opera da parte del nostro artista primate lui sentenzierà: ” ggrghrg rghrgrhgr” (Tradotto <<Sei molto immaturo come artista>>). Questo primo critico d’arte della storia ho ragione di credere sia stato massacrato a colpi d’osso e pietra, ma qualcuno in maniera infausta fu’ subito pronto a raccogliere in segreto la sua eredità, continuando questa stirpe maligna fino ai giorni nostri. Ora il mercato é in mano a persone che con la loro critica al niente condizionano carriere e creano enormi merde snob. La cosa é peggiorata parecchio dai tempi della Preistoria… […]

A conti fatti esporsi ti rende soggetto a giudizio e sarebbe infantile evitarlo

Come vedi il triangolo artista- museo/critico d’arte- spettatori ?

Diciamo che in parte ti ho risposto nelle precedenti domande, però aggiungo che ho sempre tentato di evadere da questo triangolo. Un esempio: mi sono sempre relazionato ai miei spettatori come un Geova che li deve convertire. Li voglio convertire in artisti, per l’appunto. Ho una fissa per scoprire e far sviluppare il lato creativo delle persone. Forse perché arricchisce il mio. Altra forma di evasione la sto progettando in questi giorni: si tratta di un opera collettiva potenzialmente infinita (o non-finita). Comincerò un opera su supporto e poi la darò da continuare ad un amico che dipinge o comunque produce artisticamente. La regola è che potrà fare e farne ciò che vuole ma deve documentarlo ad un indirizzo mail. Così avremo uno storico, finché si riuscirà. Ecco due esempi ma ho sempre tentato nuove forme alternative al convenzionale. Non rinnego completamente l’esperienza gallerista o museale, sia come artista che come spettatore ovvio, ma mi piacerebbe vedere molta più varietà di strutture e situazioni in un ambito in cui é un caposaldo l’immaginazione e la fantasia.

Per te cos’è la filosofia?

Per me la Filosofia è il collante dell’esperienza vita. La Filosofia come materia è il resoconto di uomini e donne straordinari che nel corso della loro esistenza si sono fatti qualche domandina. Addirittura, mi interessa più la vita dei filosofi rispetto ai pensieri degli stessi. Si perché, mettere in pratica o rapportarsi al reale dopo aver teorizzato cose altissime, dice tutto sulla vera natura dell’uomo stesso. Vera o veritiera. Nel corso delle mie letture di Filosofia Amatoriale, mi sono appassionato a più periodi ed a più FIGURE…da Talete a Foucault, da Marco Aurelio a Baudrillard, da Rousseau a Debord. Ma come dimenticare il grande Cratete da Tebe, che voleva suicidarsi dopo essersi fatto sfuggire una rumorosa scurreggia durante un orazione. (In realt`a Diogene lo istruì da Stoico e gli fece conoscere il lato affascinante della dissolutezza.). La vita va presa con filosofia…

Gianluca Cappellazzo