La grande domanda di Wolf Erlbruch. La filosofia negli album infantili

Esistono domande così piccine da poter essere nascoste sotto il cuscino, altre tanto grandi da non trovar spazio in lunghi trattati. Alcune sono così leggere che bisogna stare attenti che un soffio di vento non le porti via, alcune così pesanti da piegarci le ginocchia.

Ma la filosofia, di questo, non si preoccupa, non sta tanto a guardare le dimensioni, l’importante è continuare a questionarsi, ad essere curiosi e a non impigrirsi con l’informazione preconfezionata.

Oltre alle dimensioni, si possono distinguere le domande per la loro qualità: le più preziose sono quelle in grado di crescere con noi.

Ma si può essere filosofi a qualsiasi età? Ebbene sì, e dirò di più, filosofi si nasce. Poi un po’ per caso, un po’ per noia, si perde l’allenamento, e come si sa, la mente è un muscolo che va mantenuto tonico. Anche i bambini però, se non stimolati in modo opportuno, possono addormentare le loro inquietudini. Oggi poi, vivendo in un mondo iperconnesso e ricco di distrazioni, forse i più piccoli sono sì stimolati, ma non con gli strumenti giusti.

Un buon antidoto al nostro mal du siècle è la lettura, esercizio che va appreso sin dalla più tenera età perché poi non risulti estremamente difficile. Meglio ancora se al testo si accompagnano delle immagini, così l’esercizio di lettura sarà davvero completo, un po’ come unire allenamento aerobico e anaerobico, ecco. Nella fattispecie sto parlando dell’album illustrato, genere che in libreria trova spazio sullo scaffale dei “libri per bambini”, etichetta peraltro limitante, considerato che alcuni di questi libri possono essere un vero toccasana per gli adulti. Anche qui, però, non tutti i libri sono uguali, la scarsa qualità nel mondo editoriale per bambini è purtroppo un fenomeno sempre più diffuso.

Autori del calibro di Wolf Erlbruch, per esempio, non si vedono tutti i giorni, lui che su “la grande domanda” ci ha scritto una storia intera (La grande domanda, edizioni E/O, 2004). Di questa storia siamo noi i veri protagonisti dato che, entrati nel libro, ogni personaggio ci offre direttamente la sua personale risposta.

 

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Ma qual è questa grande domanda? In realtà nel libro non viene mai enunciata, però siamo perfettamente in grado di coglierne il senso, non importa se a risponderci sia un cane, un marinaio o un uccellino. Finito il libro, poi, di risposte ce ne verranno in mente altre, e senza dubbio se lo rileggiamo passato un po’ di tempo, ne troveremo altre ancora. Qui sta il gioco che l’autore ci propone: usare il libro in modo attivo per farci riflettere, perché “la grande domanda” interessa grandi e piccoli. Alla fine dell’album troviamo anche alcuni fogli per appunti dove annotare le possibili risposte che ci vengono in mente, diventando così a tutti gli effetti un quaderno di esercizi di pensiero.

Wolf Erlbruch si è sempre distinto, nel corso della sua lunga carriera di illustratore e autore per bambini, per la sua capacità di affrontare tematiche profonde e complesse, spesso considerate troppo difficili per i più piccoli. Un esempio il suo libro L’anatra, la morte e il tulipano (edizioni E/O, 2007) che vede come protagonista una tenera anatra e la sua presa di coscienza della propria mortalità. È una storia triste, certamente, raccontare la morte ai bambini è sempre doloroso, ma non deve diventare un tabù da evitare. La delicatezza narrativa e del disegno dell’autore ci mostra come è possibile trattare un così complesso argomento cambiando il punto di vista. Senza evidenziare esclusivamente il concetto di perdita, capiamo che affrontare e accettare la mortalità ci permette di sentirci più vivi e di apprezzare le piccole cose che ci circondano.

 

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Wolf Erlbruch, L’anatra, la morte e il tulipano, edizioni E/O

Un memorandum per i più grandi quindi, e una possibilità di riflessione per i più piccoli, che non devono essere esclusi da emozioni considerate troppo forti e perturbanti quanto aiutati ad affrontarle e metabolizzarle.

Altro libro geniale illustrato da Erlbruch, che vede invece come autore il compositore e drammaturgo israeliano Oren Lavie, è L’orso che non c’era (edizioni E/O, 2014), la storia di un orso in cerca della propria identità. Girando per il bosco, il simpatico protagonista pone le sue domande agli animali che incontra: «Chi sono? Sono felice? Sono bello? Siamo amici? A cosa stai pensando? Posso pensare assieme a te?». Una favola ricca di filosofia e immaginazione, che attraverso un punto di vista surrealista e divertente ci invita a indagare più in profondità la quotidianità.

 

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Il senso della vita è quindi l’argomento prediletto da Wolf Erlbruch, questa “grande domanda” che ritorna in molti suoi libri e che non può prescindere da una certa ironia, perché anche le questioni più importanti devono essere affrontate con la giusta leggerezza per permetterci di mantenere sempre un punto di vista creativo.

Un grande artista quindi, che attraverso le sue opere ci insegna che non ci sono domande da “grandi” non adatte ai bambini, né risposte “per piccoli” che non possano servire anche agli adulti. E che la filosofia, se la cerchiamo tra i libri, può benissimo stare anche sullo scaffale più basso.

 

* Immagine di copertina da L’orso che non c’era di Wolf Erlbruch (fonte)

 

Claudia Carbonari

 

[Credit Ben White]

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Bene e male nel genio di Fëdor Dostoevskij: può il male permettere la vita?

Il nono capitolo dell’undicesimo libro de I fratelli Karamazov di Dostoevskij è forse quello più denso di significato di tutta l’immensa opera letteraria. Meriterebbe una pubblicazione a sé stante, tanto fecondo di concetti, riflessioni, ironia e teorie. Si passa da tesi teologiche a sociologiche, da filosofiche ad antropologiche, da scientifiche a psicologiche.

L’ambientazione è quella di una stanza, in cui il personaggio di Ivan sembra avere un’allucinazione che gli mostra, seduto sul divano, il diavolo pronto a conversare con lui. Il dibattito è carico di tensione in quanto il protagonista è convinto che si tratti di un’allucinazione, in un crescendo di collera verso quel gentiluomo modesto che cerca – almeno questo è ciò che Ivan pensa – di convincerlo della sua reale esistenza. Non dobbiamo infatti aspettarci una classica rappresentazione di Satana, in quanto è quello stesso particolare diavolo (da notare che non uso la d maiuscola) a dircelo:

«In verità te la prendi con me perché non ti sono apparso in un qualche bagliore rosso, ‘tonante e rilucente’, con ali di fuoco, ma mi sono presentato con un aspetto così modesto. Ti senti offeso in primo luogo nei tuoi sentimenti estetici, ed in secondo luogo nell’orgoglio; ‘Come,’ dici, ‘da un uomo di tale statura può recarsi un diavolo così volgare?’. No, in te comunque c’è questa vena romantica […]»1.

Una delle tesi più profonde è quella relativa alla “cattiveria” del diavolo – del male – collegata all’argomento della teodicea. È sempre il diavolo a dirci: «Io per natura ho un cuore buono e allegro […]. Per una qualche predestinazione fatta prima che il tempo avesse inizio, nella quale non mi sono mai potuto raccapezzare, io sono destinato a ‘negare’, mentre invece sono sinceramente buono e del tutto inadatto alla negazione. No, fila a negare, senza la negazione non ci sarà la critica, e che rivista sarà mai senza la ‘sezione della critica’? Senza critica si sentirà soltanto ‘osanna’. Ma per la vita la sola ‘osanna’ è poco, è necessario che questo ‘osanna’ passi attraverso il crogiolo del dubbio, e così va, roba di questo genere. io, d’altronde, in tutto questo non mi voglio immischiare, non sono stato io a crearlo, e quindi non ne rispondo nemmeno»2.

Già la prima, semplice, affermazione fa riflettere: per natura il diavolo è buono e allegro. Non per scelta, ma per natura, cioè per costituzione: per definizione. L’essenza del diavolo si scontra però con la realtà: il suo destino è quello di negare, di criticare, di distruggere. La sua essenza “buona e allegra” si concretizza in azioni tutt’altro che buone e allegre. Com’è possibile?

Ma il dialogo è ancor più radicale: «E mi hanno scelto come capro espiatorio, mi hanno costretto a scrivere nella sezione della critica, e ne è venuta fuori la vita. Noi comprendiamo questa commedia: io, per esempio, esigo in modo semplice e diretto l’annientamento. ‘No, vivi’, dicono, ‘perché senza di te non ci sarebbe niente. Se sulla terra tutto fosse sensato, allora non succederebbe un bel nulla. Senza di te non ci sarebbero avvenimenti, e invece è necessario che ce ne siano.’ Ed ecco che presto il mio servizio a malincuore, affinché ci siano avvenimenti, e su ordinazione creo l’insensato»3.

La citazione dovrebbe veramente continuare fino alla fine del capitolo, perché ogni parola è dosata col contagocce in quanto a significato – sia in sé che in relazione alle altre – ma per ora concentriamoci su questo.
La vita nasce dalla costante opera di negazione prodotta dal diavolo. Cosa significa? Ontologicamente e semplicisticamente potremmo dire che sono le differenze a permettere l’esistenza. Ovvero il fatto che due enti – per esempio una casa ed un albero – possano esistere distintamente viene garantito dal fatto che quegli enti non sono lo stesso ente – una casa non è un albero – e quindi in questo modo la loro indipendenza ontologica reciproca viene salvaguardata, e ciò permette la loro determinazione.

Il punto è che qui la parola vita potrebbe non coincidere con esistenza (in senso ontologico). Ovvero si potrebbe pensare che il diavolo stia parlando proprio del dispiegarsi dei nostri “Io” nel tempo, del nostro viaggio su questa terra che inizia con la nascita e termina con la morte. In questo senso “l’insensato” potrebbe essere ciò che per l’uomo è insensato – o ciò a cui non sa dare risposta, che non è insensato perché contraddittorio o incomprensibile – ma che in realtà è proprio quello che dà sensatezza a quella che noi pensiamo essere la sensatezza. La scopriamo così intimamente dipendente da questo insensato, che non riusciamo totalmente a comprendere ma che sappiamo avere un senso da qualche parte.

E questi sono solo due superficiali inizi di possibili interpretazioni, che possono essere veramente infinite. Memorabili sono inoltre il discorso sulla specificazione dei saperi (ed in particolare della medicina), sull’esistenza o meno di Dio – è il diavolo stesso a confessare, in prima battuta, la propria ignoranza in materia –, il destino di un’ascia nello spazio, le leggende sulla Fede, il “palmo di naso”, la continua alternanza tra realtà e illusione, discorsi sull’uomo ammiccanti a Nietzsche e molte altre.

È un testo molto lungo, bisogna dirlo, ma almeno la ventina di pagine in cui consiste questo capitolo – anche se perdono qualche significato se estrapolate dall’opera completa – vanno assolutamente lette nella vita. Abbiamo di fronte un caso di Filosofia a disposizione della quotidianità che parla il linguaggio del romanzo consegnandoci alcune delle teorie e problematizzazioni – a mio modo di vedere – più belle della Storia, dobbiamo solo essere pronti a coglierlo.

 

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE:
1. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Feltrinelli, Milano 2014, p. 882
2. Ivi, p. 875
3. Ivi, pp. 875-876

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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Spesso il mal di vivere…

Una delle caratteristiche più interessanti delle scienze umane è la permeabilità: filosofia, letteratura, musica, pittura non costituiscono discipline separate, ma realtà complementari.

In questo senso, bisogna dire che v’è una strana alleanza tra esistenzialismo e poesia novecentesca; uso l’aggettivo “novecentesca”, nella volontà di ricondurre all’interno d’esso tutta una serie di correnti letterarie tra loro anche molto diverse.

La questione su cui vorrei concentrarmi è: se la permeabilità tra discipline umanistiche esiste, è possibile che la poesia del ‘900 (italiano), abbia risentito della temperie esistenzialista che, come si sa, fu la più importante corrente di pensiero del secolo scorso?

L’aria che si respirava in Europa (almeno dal 1943, anno di pubblicazione di L’Être et le néant di Jean-Paul Sartre) era esistenzialista de facto.
L’esistenzialismo divenne addirittura un fenomeno di massa, la cui diffusione giocò un ruolo da protagonista ovunque e in ogni campo artistico.
Naturalmente, la filosofia che sottintendeva (a volte molto vagamente) le espressioni artistico-culturali europee tra gli anni ’40 e ’60 era conosciuta (sul fatto che fosse compresa, ho dubbi) se non altro perché, nel secondo dopoguerra, sembrava essere la linea ermeneutica che più si adattava all’esplicazione d’un presente difficile in un’Europa prima in crisi, e poi in crescita socio-economica quantomeno problematica. Senza contare che gli esistenzialisti erano, per la maggior parte, d’ultra-sinistra… e questo piaceva.

Conseguentemente, le questioni tipiche dell’esistenzialismo erano non solo importantissime per la vita culturale, ma addirittura divennero moda: è dunque più che comprensibile che la poesia risentisse di questo modus vivendi atque cogitandi, e ne assumesse le tematiche.
E la tematica principale dell’esistenzialismo − in particolare sartriano − è ben nota: la vita è dolore, nausea, ostilità.
Ora la poesia, rispetto alla filosofia, non intende dare soluzioni a, né tantomeno spiegare la sofferenza; i poeti che si interrogavano sulla vita dell’uomo, si limitavano a prendere atto della verità del dolore, senza analizzarlo.

Ovviamente, non tutti i poeti parlano allo stesso modo.
Ognuno di essi, infatti, parla del dolore a seconda del grado di espressività che, d’esso, hanno la convinzione di poter dare.
Di varie modalità espressive e di sterminati autori, ne scegliamo tre che ci sembrano rappresentativi di altrettanti modi di poetare la sofferenza.

 

CLASSICISMO

Montale è il maestro della poesia muta: innanzi alla verità-del-dolore, il premio Nobel guarda senza commentare, ma parla ampiamente e con parole cristalline:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

[…]
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Un vero e proprio canto negativo.
Ciò che colpisce in Montale è la chiarezza vivida, i paragoni e le metafore evidenti. Il dolore non è, per Montale, un trascendentalis inesprimibile; è quotidianità, e la mente poetica, pur rifiutandosi di comprendere, verbalizza:

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

ERMETISMO

Vi sono, tuttavia, anche poeti che, pur comprendendo (e incarnando) il dolore, non riescono a comunicarlo completamente, ma solo attraverso immagini misteriose, richiami ancestrali, accostamenti reali e assurdi: pensiamo a Quasimodo, che del dolore fa la magia del verso:

Grato respiro una radice
esprime d’albero corrotto.

Io mi cresco un male
da vivo che a mutare
ne soffre anche la carne.

Nella consapevolezza che ogni gioia è del tutto effimera, che non esiste nulla che possa glorificare l’esistenza in quanto tale, l’uomo tenta di comunicare la sua sofferenza ma non vi riesce se non con dizioni che, purtroppo, solo lui comprende. Resta, quindi, tremendamente solo, e quando cerca conforto, non lo trova se non in se stesso. La grande sofferenza è dunque l’incomunicabilità:

Non una dolcezza mi matura,
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.

E dunque, unica ancora di salvezza, si apre la certezza che il mal-di-vivere, è una volontà di Dio:

Non m’hai tradito, Signore:
d’ogni dolore
son fatto primo nato.

 

MINIMALISMO

Il grado di massima inesprimibilità del dolore si raggiunge con Ungaretti:

La mia squallida
vita si estende
più spaventata di sé

In un
infinito
che mi calca e mi
preme col suo
fievole tatto.

L’uomo soffre così tanto, che l’unica cosa che può dire è, di fatto, e mi scuso per il francesismo, che la vita fa schifo.
E non occorrono tante parole per dirlo: una “squallida vita”, credo (e così il poeta soldato), è espressione ben più che sufficiente a chiudere ogni discorso.
Ma otto versi sono ancora molti, si può esser ancora più brachilogici:

VIE

corruption qui se pare d’illusions.

 

L’esistenzialismo tenta di dare una spiegazione a tutto questo indicibile dolore. Non è compito della poesia, mi sembra chiaro, far tesoro della sua lezione. Il punto di partenza tematico sarà uguale, ma le destinazioni dei due viaggi (poetico-puro e filosofico-puro) sono evidentemente diversi.
E tuttavia, nulla impedisce a un poeta d’esser filosofo (e viceversa) e di tentare di spiegare.
Ebbe a dire Alda Merini:

«La vita non ha senso, anzi è la vita che dà senso a noi, basta che la lasciamo parlare, perché prima dei poeti parla la vita […] È bello accettare anche il male, non discutere mai da che parte venga il male».

In fondo, un filosofo esistenzialista non credo aggiungerebbe molte altre parole.

 

David Casagrande

[Immagine di copertina di Kevin Saint Grey]

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Polifonia sulla legittimità del suicidio

– Morte spiran suoi sguardi!… A me quel ferro.
– A lei pria il ferro, in lei! Muori.
– Ah!… Tu pur morrai.
(V. Alfieri, Rosmunda, atto V scena 5)

 

È sempre il solito, vecchio e trito, problema shakespeariano:

«Essere o non essere, questo è il quesito. […] Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne»1.

Come ho cercato di dimostrare parlando d’Anassimandro, nascere è una disgrazia: ci condanna alla sofferenza, alla contingenza, alla libertà, alle scelte, agli sguardi. Soprattutto alla solitudine. Resta da comprendere se questa disgrazia-lunga-una-vita sia sufficientemente dura da giustificare il suicidio. La risposta, lo vedrete, sarà volutamente gesuitica.
Per addentrarmi meglio nella questione, inizierò aggrappandomi al pensiero di Sartre e Leopardi.

Sartre ne L’essere e il nulla, afferma che la nostra condanna alla libertà si esplica attraverso la “progettualità” costante; ora, se l’uomo è pro-getto (cioè gettatezza nel futuro, nell’avanti), la morte rappresenta l’evento antiumano per eccellenza, perché interrompe lo scagliarsi-innanzi della coscienza. Questa antiumanità è, naturalmente, centuplicata dall’atto suicidario.
Data la natura temporale dell’uomo, e la necessità di pro-gettare ogni azione nell’avvenire, ne consegue che gli atti hanno senso solo se aprono alla possibilità di un alterità futura: il presente insomma, attraverso il pro-getto, si consegna alla possibilità del futuro per garantirsi senso; conseguentemente, un gesto che nega tout-court il futuro non ha significato.
Eo ipso, il suicidio (ammessa e concessa l’estrema dolorosità della vita) non ha senso:

«Se dobbiamo morire, la nostra vita non ha senso perché i suoi problemi non ottengono alcuna soluzione. Sarebbe inutile ricorrere al suicido per sfuggire a questa necessità. Il suicidio non può essere considerato come una fine per la vita di cui sarei il fondamento. Essendo atto della mia vita, richiede anch’esso un significato che solo l’avvenire gli può dare; ma siccome è l’ultimo atto, esso si priva di  avvenire»2.

Leopardi argomenta in modo più complesso: leggendo lo Zibaldone e le Canzoni del suicidio, risulta essere è una via praticabile e gli animi grandi riconoscono in esso una vittoria sul dolore, una situazione preferibile. E da un certo punto di vista, non vi è nulla di più ragionevole di questo gesto, essendo anzi la ragione causa precipua dell’eventualità suicidaria:

«La speranza non abbandona mai l’uomo in quanto alla natura. Bensì in quanto alla ragione. Perciò parlano stoltamente quelli che dicono che il suicidio non possa seguire senza una specie di pazzia, essendo impossibile senza questa il rinunziare alla speranza ecc. Anzi tolti i sentimenti religiosi, è una felice e naturale, ma vera e continua pazzia, il seguitar sempre a sperare»3.

Insomma, il suicidio non è che il frutto consequenziale di una scelta sociale operata dal pensiero imperante nel mondo occidentale a partire dall’Illuminismo:

«Quando le illusioni e le fede fossero scomparse dal suo orizzonte, il moderno fruitore di un’esistenza geometrica e disincantata si sarebbe ammazzato da sé stesso»4.

Nel Dialogo di Plotino e Porfirio il tema è trattato diffusamente: il propugnatore del suicidio è Porfirio; Plotino, suo maestro e difensore della vita, obietta al suicidio seguendo una doppia linea di ragionamento. La prima, è dettata dal pragmatismo:

«[Uccidendoci] non avremmo alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue»5.

La seconda è, invece, più sottile: Plotino invita 1) ad assumere su noi stessi il dolore di tutto il mondo, e 2) nota che l’autoeliminazione è un atto, per quanto eroico, certamente manchevole d’amor proprio: compito del saggio è comprendere che:

«La vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. […] Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme»6.

Una strana chiusa, rispetto a quanto sostenuto nello Zibaldone, dove il suicidio è visto come il succo della mentalità contemporanea; forse, nel pensiero di Leopardi, è in atto, negli anni di stesura delle Operette Morali, una certa  evoluzione, che culminerà nella poetica de La Ginestra, nella quale viene riconosciuta la «social catena»7 degli uomini riuniti in fratellanza il ruolo d’ultimo baluardo contro la paura e la distruttività insita nella rerum natura.

Insomma: Sartre dice no, Leopardi dice no, ma … E chi scrive che dice? A livello umano sarebbe portato a dire “No”. A livello filosofico, invece dire che non si può escludere il suicidio dall’orizzonte teorico della possibilità esistenziale.

Se il buio davanti a noi è torbido, il pensiero del suicidio non può essere scartato a priori dalla mente (che, anzi, è fondamentale abituare a pensare (il) tutto). Tuttavia, se da un lato è necessario affrontare il fantasma razionale della morte (anche nella sua forma ectoplasmatica suicidaria), dall’altro è doveroso rimarcare che pensare questa possibilità non vuol dire attuarla!

La vita (eterna scelta tra odio e amore) comprende anche il pensiero del suicidio, ma nella pratica esso resta un assurdo e, proprio in virtù della vocazione esistenziale alla scelta, lo è sia dal punto di vista dell’odio che da quello dell’amore. Chi odia, infatti, perché mai dovrebbe liberare della propria fastidiosa presenza gli altri che tanto detesta; e chi ama come può accettare di vivere un’eternità senza quell’alterità che egli così profondamente dilige? L’amore e l’odio sono verità che non si modificano sub speciem desperationis.

Insomma: sì alla teoria, no alla pratica del suicidio. Pensare il suicidio ci fa crescere (e ci insegna a rifuggirlo), praticarlo ci annulla senza, peraltro, risolvere nessuno dei nostri problemi. Ricordatevi dell’esempio di Vittorio Alfieri, dei suoi eroi tragici (che s’ammazzavano all’arma bianca) e del fatto ch’egli morì di malattia.

 

David Casagrande

 

NOTE:

1. W. Shakespeare, The tragedy of Hamlet, act III, scene 1.
2. J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1997, p.600
3. G. Leopardi, Zibaldone 183 (23 luglio 1820).
4. R. Damiani, L’impero della ragione. Studi leopardiani, ed. cit., p. 114.
5. G. Leopardi, Operette morali, in: G. Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, Grandi Tascabili Economici Newton, p. 508.
6. Ivi, p. 509.
7. G. Leopardi, La Ginestra o il fiore del deserto, v. 149, in: G. Leopardi, Canti, in: G. Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, ed. cit., p. 204.

 

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Se non fossimo liberi: l’assurdità della necessità

Che senso ha pensare fino in fondo che tutto ciò che si è, che si pensa e che si fa, sia in qualche modo già deciso? Può qualcuno conciliare una credenza simile con la vita quotidiana?

Premetto subito per evitare confusioni che qui intendo la libertà in senso ontologico: cioè come libero arbitrio, non come libertà fattuale, come quando si dice ‘Spartaco si è liberato dalle catene’. In questo secondo senso gli uomini sono un miscuglio, in diverse misure, di libertà e condizionatezza; nel senso del libero arbitrio la questione è invece a dir poco controversa da qualsiasi punto di vista la si tratti.

In ambito filosofico le opinioni si muovono in uno spettro compreso tra: ‘Siamo assolutamente liberi (e condannati ad esserlo)’ e ‘Il libero arbitrio è semplice illusione’. Tra questi due poli si inseriscono poi infinite sfumature e compromessi.

Abbozzato velocemente lo sfondo, entriamo nel vivo dell’argomentazione. Lo scopo di questo articolo, sulla scorta di argomentazioni antiche, è mostrare che, quantomeno da un punto di vista esistenziale, la negazione del libero arbitrio sfocia in una sorta di contraddizione. Un tal tipo di contraddizione, largamente intesa, è uno iato, uno sfasamento tra ciò che uno dice e ciò che uno fa.

Nei suoi effetti psicologici essa è pensabile come dissonanza cognitiva: qualcosa in me stride, una dimensione del mio essere non è in accordo con un’altra. Questa situazione deve trovare riappacificazione altrimenti, secondo alcuni, a lungo andare si rischierebbe l’insorgere di disturbi psichici.

Siamo partiti dalla fine, dando per scontato che negare il libero arbitrio risulti effettivamente in un tale tipo di contraddizione. Vediamo perché ciò accade.

L’etica, come sa chiunque si sia addentrato nei suoi meandri, è pensabile come teoria della decisione. Essa riguarda le scelte e le loro destinazioni, cioè i fini. Le scelte, che siano reali o illusorie, innervano la vita di chiunque di noi. Alcune decisioni che prendiamo hanno grande importanza nel decidere chi saremo domani, e come importanti le considera la maggior parte di noi. Pensare che la storia della vita di ognuno sia già scritta rende insignificante l’attività di decidere, rende indifferente di intraprendere una via e non un’altra, e rende quindi impossibile scegliere.

Le teorie deterministiche cercano di affermare proprio questo: non essendo io libero, quando valuto due opzioni sono simile ad una pietra sospesa in aria prima della caduta che ‘decide’ in che direzione rotolare, ossia sto sprecando tempo.

A questo punto chi si ostina a negare la libertà ha due opzioni: (1) coerentizzare ciò che fa a ciò che pensa e dice e quindi cercare inutilmente di vivere come se le sue scelte fossero illusorie, scorrendo attraverso la vita, negando le responsabilità, convivendo con i problemi non solo pratici ma anche teorici che la scelta di una vita del genere comporta. Oppure, per evitare (1), deve (2) vivere una vita scissa tra ciò che dice di credere e ciò che le sue azioni dicono che egli crede fino a diventare due persone diverse: io che penso e io che agisco. Inutile dirlo, in entrambi i casi le conseguenze sono disastrose.

Quello qui formulato è uno sviluppo del cosiddetto ‘argomento pigro’, conosciuto già dai pensatori di epoca greco-romana. Con esso si vuole mostrare che, pur non essendo immediatamente squalificabile, la posizione deterministica stessa è incompatibile con la morale − e quindi infondo con la vita −, sia da un punto di vista teorico che pratico.

Tornando alla domanda iniziale, diremo quindi che uno è certamente libero di negare la libertà, basta che ne accetti le conseguenze.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Lo Sguardo

<p>Lo Sguardo</p>

Taluni dicono che le persone cambiano, altri che non cambiano mai, si dice anche che non si può conoscere a fondo una persona… e sono tutte verità grossolane. La verità, quella stretta stretta1, è che tutti gli aspetti e le caratteristiche di una persona, ritornano. Una persona che abbiamo conosciuto diversi anni fa, cambia e non cambia, rimane celata seppur in bella mostra. Ciò che abbiamo conosciuto non è altro che una porzione del suo tempo irrimediabilmente passata. Questo suo passato, nel suo agire pratico e mentale, non è altro che una tendenza al futuro, una fuga dal presente verso il futuro. In questa fuga, una persona è tutto ciò che è stata e tutto ciò che pensa di essere in futuro: entro il corpo di questa fantomatica persona ci sono tutti i propositi e gli auspici del suo essere al passato. Nel mezzo ci stanno tutti i sotterfugi per fuggire dagli Altri, dal loro sguardo che ci rende ciò che siamo stati a noi stessi e che pregiudica ciò che saremo; nel mezzo ci sta una nudità scomoda dalla quale fuggire. Le persone sono sostanzialmente nostalgia di ciò che sono stati e di ciò che ancora non sono.

Lo sguardo nasconde gli occhi, sembra mettersi davanti a essi2. È il testimonio della presenza della Libertà degli Altri; la prova tangibile che la Libertà è de facto un concetto che limita il soggetto mettendo a nudo la sua indecifrabilità. Ogni uomo libero ha un solo limite e lo si ha nel momento in cui il suo sguardo incrocia quello dell’Altro. In questo scambio di sguardi si è utopia per sé stessi e per l’Altro. Lo sguardo plasma le nostre pratiche e condiziona il nostro pensare; la libertà condensata in quello sguardo limita e ingabbia il mio cuore in una maschera di continenza3. Vengono a mancare le emozioni che danno misura, frenano l’analisi, legittimano l’arbitrio e creano il dinamismo. Per compiacere lo Sguardo sacrifichiamo tutte le abilità del mestiere4.

Lo sguardo è un legame senza distanza5; un atto di trascendenza, ed al contempo è l’atto che smaschera questa trascendenza: lo sguardo degli altri ci rende ciò che siamo ai nostri occhi. Essere visti ci fa esistere agli occhi degli altri ma, cosa più importante, ci fa essere ai nostri occhi; ci permette di percepirci, ci fa sentire esistere. Ci limita. Per questo agli uomini che vivono ed impersonano i contrasti del loro tempo e del loro essere si deve più di quanto si immagini: essi, più d’altri, sono l’allegoria più riuscita ed universale della vita umana6.

Tutti i nostri cattivi pensieri vogliono diventare santi e giusti7 agli occhi dell’Altro e così si falsano. Il pensiero si libera dalla custodia che le cinge la bocca, spalanca la porta della continenza e si riversa8 mondo esterno, si trasvaluta, si maschera davanti allo sguardo. Tutto ciò che appare non è, mentre tutto ciò che è non appare. Quindi Io come concetto irrisolvibile ma al contempo indissolubile; formato da cumuli di segni, gesti ed espressioni in tecnica mista in continua e perenne riformulazione, o meglio come una sorta di ‘Impossibile a divenire’. Innervato in ogni pennellata, come nel sangue che gocciola, nella forma, nel sole, luce, colore. Tuttavia in accordo, i modelli, i colori ed il mio Io9. Sentiamo il pensiero nascere in bocca10 e la potenza dalle mani e dall’intelletto e gli occhi sono al contempo limite ed infinito. Io come estensione e contrasto di natura e caos, sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto; sono libero11.

Salvatore Musumarra

Riferimenti e citazioni:
1. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Canto della Notte.
2. Jean-Paul Sartre, Essere e Nulla, Lo Sguardo.
3. S. Agostino da Ippona, La Continenza, La bocca interiore del cuore.
4. Umberto Boccioni.
5. Jean-Paul Sartre, Essere e Nulla, Lo Sguardo.
6. Johann Wolfgang von Goethe, La teoria dei colori.
7. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Dell’Uomo superiore
8. Libro Dei Salmi, Salmo 140, 3.
9. Paul Cézanne.
10. Tristan Tzara, Manifesto del Dadaismo.
11. Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo.

Il valzer esistenzialista del tempo

«Che cos’è il tempo? Se non me lo chiedi lo so; ma se invece mi chiedi che cosa sia […], non so rispondere»1.

Molti conoscono il dilemma di S. Agostino sulla natura del tempo, ma qual è il tentativo di risposta fornitoci dalla musica? Per scoprirlo ci addentreremo in quella branca della filosofia chiamata estetica, nella quale l’uomo, con un misto di stupore e autocompiacimento, si pone domande sul prodotto della sua stessa arte.

Ora, se crediamo che il pensiero filosofico si sia limitato a riflettere su forme artistiche composte di parole e linguaggio, come la poesia e il teatro, ci sbagliamo di grosso. La velleità intellettuale dei filosofi si è spinta ben oltre, sino al tentativo di descrivere la musica, forse la più evanescente tra le forme artistiche.

Priva di una parvenza visibile o tangibile e priva di un testo, la musica pura, quella strumentale, si presenta a noi come un flusso di stimoli sonori difficilmente descrivibili dalle parole e dai concetti del linguaggio. Essa ci scorre addosso e rimane in un certo senso impalpabile e indescrivibile, come la natura stessa del tempo. Ed è proprio il tempo quell’elemento che sta alla base di ogni composizione musicale. Non c’è infatti musica priva di ritmo. È questo che rende possibile l’esistenza di una melodia, ovvero di una successione di suoni scanditi, per l’appunto, dallo scorrere degli istanti. Se infatti il ritmo di tamburo potrà sussistere senza melodia, non è data la possibilità a nessuna melodia di prescindere dal ritmo o, almeno, da una cadenza temporale. Le note si incasellano quindi all’interno di un arco di tempo, così come le immagini della pittura e le forme della scultura si inscrivono in uno spazio visibile o tangibile. È proprio nella natura delle note che troviamo lo scorrere all’interno del tempo, l’avere pertanto una durata, un inizio e una fine.

Ritorniamo però al dilemma di S. Agostino. È dunque possibile che la difficoltà di spiegare la natura della musica derivi da quella di spiegarne il suo elemento essenziale? D’altra parte, dalla problematicità di descrivere il tempo deriverebbe quella di spiegare l’uomo, essere caratterizzato anch’esso, come la musica, da una natura temporale, ovvero da un inizio e una fine? E ancora, ascoltiamo la musica per comprendere noi stessi? È forse questo l’obbiettivo dell’arte dei suoni?

Secondo la filosofa francese Gisèle Brelet le cose stanno all’incirca così. La musica non solo ci aiuterebbe a scoprire la nostra natura, ma anche a godere di questa nostra essenza temporale. Nella musica, l’angoscia legata allo scorrere degli attimi lascerebbe il posto al piacere legato ad un impulso ritmico capace di coinvolgerci a tal punto da farci muovere passi di danza.

Musica come terapia esistenziale?

La posizione della filosofa francese è all’incirca questa. Forse è un po’ esagerato pensare che la musica possa portarci a sconfiggere la paura della morte o, ancor peggio, della vecchiaia. Eppure, anche se non vogliamo credere ad una visione così radicale, non possiamo non soffermarci a pensare al potere di questa forma artistica. E se già ci eravamo stupiti per il fatto che essa potesse suscitare emozioni talmente forti da consolarci nei momenti di tristezza, farci ballare in quelli di gioia, incitarci durante gli sforzi fisici, tanto da farci dimenticare la stanchezza, ora scopriamo persino che essa è capace di filosofare. Certamente non si tratta di ragionamenti deduttivi, ma di quelle profonde intuizioni che solo l’arte può essere in grado di porgerci. Ed ecco che l’intuizione del tempo ci viene indicata dalla musica, la quale, almeno per la durata di un brano, ci fa vivere attivamente il cadenzare temporale e non più subirne gli effetti angosciosamente. Il ritmo sonoro dà forma al flusso dei secondi, così come le parole erano riuscite a dar forma al flusso delle sensazioni.

Ci ritroviamo così a godere attivamente di ciò che non avremmo mai pensato: il nostro scorrere.

Giulia Gaggero

Contemporaneamente agli studi di Filosofia presso l’Università Statale di Milano porto avanti la mia passione per la musica diplomandomi in violino presso il Conservatorio G. Verdi di Milano. Incuriosita poi dalla metodologia scientifica e dalle tematiche di filosofia della mente, decido di iscrivermi al Master in Cognitive Science dell’Università di Trento. Attualmente interessata alle neuroscienze della musica e alle tematiche di neuroestetica, sto svolgendo un tirocinio presso il centro di ricerca MIB (Music in the Brain) dell’università di Aarhus (Danimarca).

NOTE:
1. Agostino, Confessiones, Libro XI

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Appunti di uno ancora in vita. David Casagrande intervista sé stesso (II parte)

«Se lei crede che io mi lasci abbindolare da cose tipo

“Sono un’artista, non ho bisogno di spiegare”, è fuori strada».

(Paolo Sorrentino, La Grande Bellezza, 2013)

 

Tutte le sue teorie mi sembrano abbastanza preconcette. Non mi ha fornito dati empirici a loro giustificazione: mi ha semplicemente detto che “è così e basta”.

Cerco di venirle incontro: osservando il mondo, ho capito che tutte le azioni dell’uomo rispondono all’Amore o all’Odio. Lei prenda qualsiasi gesto, lo semplifichi giungendo al substrato che l’ha generato, e ne studi il fine: si accorgerà che base e fine sono (sempre!) l’Amore o l’Odio. Aggiungo: non solo le scelte esistenziali, ma anche le attitudini mutano la loro essenza a seconda che le s’indirizzi all’Odio o all’Amore.

Mi farebbe un esempio di attitudini che possono essere rivolte sia all’Odio che all’Amore?

Pensi alla musica: se la si produce per diletto puro, allora siamo nell’Amore, perché generiamo meraviglia. Ma se invece (ci) costringiamo a praticarla per competere o per volontà di superioritàebbene, siamo diretti all’Odio (e quanti genitori vedo imboccare questa strada, sfruttando i figli! Dominus parcat illis).
In realtà, ciò che vale per la musica, o qualunque tecnica particolare, vale per l’arte. In effetti, concordo con Hegel: l’arte è morta, e chi s’ostina a praticarla s’accanisce terapeuticamente s’una carcassa. Gli artisti d’oggi, animati da Spirito-di-competizione, ovvero dall’Odio, anche se si spacciano da Cristo che resuscita Lazzaro (perché pretendono di far bellezza, come in passato) sono dei Frankenstein che costruiscono mostri-nuovi con cadaveri-vecchi.
Tenga conto che la letteratura è esclusa da questo ragionamento: essa, infatti, non è arte, è Meraviglia, solo ed esclusivamente Amore. Nella letteratura non c’è traccia di Odio, perché manca di competizione.

Qual è il rapporto tra esistenzialismo e arte?

È un reciproco sospetto, direi. Fra i molti autori che potrei citare, ne eleggerò tre.

  1. Per Kierkegaard, l’arte è un rimando: in quanto tale, è un significante che indirizza al mondo e con esso mantiene rapporto inscindibile. Il problema è che, nel momento cui questo rapporto si mantiene nella mondanità, esso è – già da sempre – inautentico e non-libero.
  1. Sartre definiva la pratica artistica un “annichilimento della realtà”. Con un ottimo esempio, afferma che, sin quando stiamo a fissare un quadro di re Carlo VIII, non sapremo nulla di costui: egli “apparirà alla nostra coscienza” quando ci libereremo dall’influsso artistico per darci al “pensiero” del re.  In altri termini, l’arte impedisce alla coscienza di agire in modo consono alla sua missione.
  1. Bergson, riflettendo sull’essenza della realtà, si concentra su percezione e memoria pura. Ora, tale essenza è (per farla molto semplice) la realtà ontologica del tempo, che si dà all’uomo come intuizione-delle-cose. E l’intuizione, facoltà tanto conoscitiva quanto rivelatrice del tempo, non si trasforma mai in capacità artistica. L’arte dunque, è certamente a-temporale (il che, potrebbe essere positivo) ma, nondimeno, è a-logica.

Io, personalmente, ritengo che una vera comprensione dell’esistenza porterebbe all’implosione dell’arte. Se riuscissimo a capire che è la vita la nostra opera più grande! Che non occorre musica quando basta il suono del cuore! Che è la voce di chi amiamo la canzone più bella!

Lei cosa consiglia? Interdire la pratica dell’arte?

Superarla. Considerando che l’Odio nasce dalla competizione (meglio: si lega a essa) un’ottima idea potrebbe essere quella di favorire il ritorno all’arte-pura, eliminando i concorsi o le gare di disegno, di musica, di canto. E quegli squallidi show in TV… Terrei invece aperti, come depositi di “storia della purezza”, accademie e conservatori.

Torniamo alla sua filosofia. Lei sostiene che l’Universo invoca l’Amore, eppure ha scritto un Elogio del dolore. Come possono convivere dolore e Amore?

Amore e Dolore sono tutt’altro che opposti! Un amore può essere doloroso, e aggiungo: l’Amore-Vero necessita del Dolore per mostrarsi. Badi bene: il Dolore è doppio; esiste il Dolore-che-patisco e il Dolore-che-provoco e sono essenzialmente diversi: il primo conduce all’Amore, il secondo all’Odio, e io lo chiamo Egoismo.

Odio e Amore. Le due categorie fondamentali dell’uomo…

La interrompo. Le categorie dell’essere-umano (non dell’uomo!) non sono queste: l’Odio e l’Amore sono le Sorgenti e gli Orizzonti che raggiungiamo percorrendo le Grandi-Vie dell’Egoismo e del Dolore. Le categorie sono coppie di opposti atteggiamenti, che rispondono a due Trascendentali, che a loro volta dipendono dall’Universale. A ciascuna delle Grandi-Vie corrispondono due categorie.

Me le elenchi e me le esplichi.

Detesto la parola categorie, preferisco il termine Esistenziali: sono le caratteristiche fondamentali dell’esistenza (assunte da quel particolare essente che ha, nella sua propria essenza, il tratto fondante che si occupi del suo essere) al momento dell’imbocco di una delle due Grandi-Vie.
Detto in parole povere: gli Esistenziali sono le caratteristiche fondamentali dell’essere-umano, e cambiano a seconda che si scelga l’Amore o l’Odio. Tali Esistenziali sono: Essere/Apparire e Avere/Possedere.
Essere e Avere conducono all’Amore seguendo la via-del-Dolore, e si acquisiscono praticando la compassione. Apparire e Possedere conducono all’Odio, seguendo l’Egoismo, e si producono in chi non conosce compassione. I due Trascendentali (dai quali gl’Esistenziali dipendono) comuni a tutti gli uomini, indipendentemente dalla Grande-Via che imboccano, sono Scelta-Libera e Ripetizione-Consapevole, possibili solo grazie all’Universale della Libertà.

Come la giustifica la Libertà?

Fondandola nella Speranza.

Concluderei con una domanda difficile. Lei teme la morte?

Non è una domanda difficile… e le rispondo che non la temo. Temo l’immobilità di una vita senza passione. Temo la gabbia di un corpo sfigurato dal tempo. Temo l’agonia… ma la morte non mi spaventa. In effetti, una delle mie speranze più grandi è proprio questa: svegliarmi una mattina, e cogliermi (senza strappi, sofferenze o pianti) non più come “indegno velo”, ma come presenza del ricordo, luce di me stesso, naufrago in un oceano di silenzio.

Cosa immagina ci sia, dopo la morte?

Lasci che le risponda con le parole di Tolkien:

«Infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì nell’aria una dolce fragranza, e udì canti giungere da oltre i flutti. Allora gli parve che, come quando sognava nella casa di Bombadil, la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba».

Non aggiungerei una sillaba.

David Casagrande

[immagine tratta da Google immagini]

Invito al pensiero di Ernesto De Martino

Il concetto di esistenzialismo si accompagna spesso alle immagini della Parigi anni ’30, a mondani personaggi posati e sempre vestiti di nero, ai caffè e alla musica jazz. Eppure anche da questa parte delle Alpi, vari pensatori sono stati raccolti, forse troppo in fretta, sotto questa etichetta per poi essere velocemente messi da parte.

Uno di questi è Ernesto De Martino. Cresciuto nel clima culturale della Napoli di Croce, con un solido retroterra filosofico, voltosi all’antropologia, rappresenta, con le sue analisi sul campo, un eccellente esempio di ibridazione di diverse influenze filosofiche quali l’idealismo, la psicoanalisi, e la fenomenologia. I suoi libri sono per lo più rielaborazioni di indagini svolte sul campo, con la collaborazione di un team variabile di esperti di medicina, storia della musica, psicologi, avvenute per lo più nel sud Italia tra gli anni ’50 e ’60. In questi anni, in questa parte d’Italia, il processo di industrializzazione, analizzato così finemente da Pasolini, che ha coinvolto gran parte del nord e centro Italia, trova le ultime resistenze di forme di ritualità millenarie, destinate presto a sparire lasciando tracce vaghe. De Martino in sintesi procede all’analisi di riti, tra cui la Taranta e il pianto rituale, nel momento del loro tramonto.

Il tempismo di queste ricerche ha permesso di registrare comportamenti umani che appaiono oggi incomprensibili, se non ridicoli, nella loro irrazionalità apparente, ma che contemporaneamente illuminano l’immagine dell’uomo di una ricchezza nuova, da poco scomparsa e già dimenticata.
La domanda che anima le ricerche di De Martino è volta a individuare l’utilità fondamentale, nell’economia della psiche e dell’esistenza umana, dei riti. Il fatto che ogni cultura ne sia ricca così come lo scrupolo con cui essi vengono osservati sono sintomi di un ruolo effettivo da essi svolto.

La chiave di lettura proposta, espressa qui sommariamente, consiste nella tesi secondo cui le diverse forme rituali di ogni civiltà siano tutte in qualche modo un’operazione collettiva di autodifesa psichica. Di fronte ad eventi che l’uomo non può controllare e che mettono in luce tutta la fragilità e inconsistenza del suo essere al mondo, egli troverebbe riparo nella ripetizione di gesti che riportano il passato nel presente, stabilendo una continuità consolatrice. Così facendo egli afferma di esserci ancora, afferma un nesso tra la situazione passata e quella presente, afferma che, in fin dei conti, non tutto è cambiato. Inoltre, nel rito, alle paure e alle difficoltà vissute dall’individuo viene donato un senso, del cui valore e solidità si fa carico tutta la comunità. E attraverso essa la situazione traumatica viene inquadrata, rielaborata e superata. Un esempio di questa mediazione comunitaria è rappresentato dal coro delle lamentatrici che si uniscono alla parente del defunto e attraverso la professionalizzazione dell’atto del piangere liberano la parente dal suo ruolo facendola diventare una lamentatrice tra le altre. L’irrigidimento dell’elaborazione del lutto indirizza in questo modo il dolore per vie sicure attraverso cui sfogarsi senza rischiare che esso prenda il sopravvento.

Come si esprime lo stesso De Martino, i riti sono necessari a far morire (in noi) ciò che è morto. Espressione che ha valore letterale se si pensa al caso di decesso di una persona cara, ma che in generale significa far passare ciò che passa, accettare il divenire, senza rimanere patologicamente aggrappati a fantasmi del passato. De Martino tende a non tematizzare il contenuto della crisi nelle sue analisi più teoriche, nelle osservazioni sul campo essa si presenta però come recesso della presenza dell’uomo a sé stesso, perdita di lucidità, fino ad arrivare a veri e propri disturbi psicotici.

All’alba di un’epoca in cui l’invito a pensarsi privi di ogni limite, capaci di tutto, è ripetuto insistentemente, le ricerche di De Martino ci aiutano a ricordare il senso dell’appartenenza dell’essere umano ad una certa cultura, ad un certo mondo. Quest’appartenenza che viene sempre più spesso vista come una gabbia, è invece, per il nostro autore, il punto di appoggio grazie a cui l’uomo attraversa la vita saldo e solido.

Francesco Fanti Rovetta

[Immagini tratte da Google Immagini]

Intervista a Isabella Adinolfi: il non-tramonto dell’esistenzialismo

Prendo contatto con la professoressa Adinolfi lunedì 4 luglio, e per il giovedì successivo ho l’appuntamento per registrare l’intervista; mi reco all’udienza in un giorno afoso, infarcito di turisti: i volti bruciati dal sole o mangiati dalle zanzare, gli occhi colorati oppure nascosti sotto poderose lenti scuri, gli idiomi e gli stili di abbigliamento si fondono e si mescolano tra le calli, dando vita a un (leggermente) decadente anticipo del Carnevale che verrà; è Venezia; è casa mia. Lo è stata, perlomeno. Ma chi sa dove deve andare, lo fa senza troppo guardarsi attorno: gondolieri, avventori, ciceroni, consumatori di spritz od ombre de roso, (finti) intellettuali che sembrano aver come meta il Gran Teatro o qualunque altro luogo intelligente … sono anni che percorro queste vie e anche se, all’inizio, tutto poteva impressionarmi, ora mi lascia  indifferente; il carrozzone della vita di una città sommersa dalla sua gloria continua a procedere, senza bisogno che io vi presti attenzione.

Quando arrivo davanti all’ufficio della professoressa Adinolfi, provo un leggero senso di deja-vu; gli ultimi mesi della mia vita li ho trascorsi più in questo corridoio che a casa mia e tornar qui mi fa un certo effetto; sì, perché chi scrive ha avuto l’onore (e l’onere) di laurearsi con la professoressa Adinolfi, ed è per lui un onore (e un onere) tornare non più da studente, ma da “intervistatore”.

Arriva. Stiamo entrambi bene, non ci vediamo da mesi ormai, e ci siamo sentiti molto poco; l’intervista è frammentata da varie digressioni che riguardano solo noi due che non è il caso che riporti qui … devo tantissimo a questa donna, sia dal punto di vista umano, che accademico – e spesso le due cose, viste alcune esperienze dolorose avute proprio a ridosso della laurea, si sono fuse tra loro: non c’è stato un momento in cui mi sia mancata una sua parola d’incoraggiamento, soprattutto nel buio momento in cui i pensieri angosciati e i ricordi soffusi, ti bloccano innanzi a una cartella Word intitolata Tesi di laurea che resta, tragicamente, bianca come un cadavere per settimane e settimane.

Isabella Adinolfi è una delle maggiori studiose di Kierkegaard in Italia; si laurea a Ca’ Foscari nel 1989 con una tesi intitolata Kierkegaard. Uno scrittore a servizio del cristianesimo, poi pubblicata per la casa editrice Marietti; insegna all’Università di Venezia dal 1992 – attualmente è professore associato di Filosofia Morale; insegna Filosofia della Storia, Storia del pensiero etico-religioso e Storia della Filosofia Morale.

I suoi ambiti di studio comprendono, oltre al prediletto Kierkegaard, svariati autori (Pascal, Tolstoj, Weil ecc.) e tematiche diverse: la condizione della donna nella società e nelle religioni, i diritti umani, la tortura, il ruolo e il valore della letteratura nella formazione della persona, il misticismo, l’amore.

Le sue pubblicazioni sono numerosissime (5 monografie, 43 articoli, 14 curatele, 6 prefazioni/postfazioni), citeremo solo le monografie: Poeta o testimone? Il problema della comunicazione del cristianesimo in Søren Aabye Kierkegaard (1991); Il cerchio spezzato. Linee di antropologia in Pascal e Kierkegaard (2000);  Le ragioni della virtù. Il carattere etico-religioso nella letteratura e nella filosofia (2008); Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile. Un percorso etico-religioso nel dramma della Shoah (2011); Studi sull’interpretazione kierkegaardiana del cristianesimo (2012).

 

La mia intervista non è neutrale, ma dettata dall’affetto e dal rispetto che provo per una mia maestra di vita – tra le più importanti che abbia avuto … il che non toglie che s’abbia avuto anche i nostri momenti di scontro, intendiamoci! Non sono ancora riuscito del tutto a perdonarle l’accusa di “maschilismo” che mi lanciò durante una sua lezione su Etty Hillesum (il corso era storia del pensiero etico-religioso) – accusa che mi fu mossa solo perché ebbi l’ardire di affermare che non si poteva trarre filosofia dal diario di una ragazza con problemi psicopatologici … incomprensioni accantonabili, comunque.

Lasciandoci, la professoressa Adinolfi mi dice: “Non perdiamoci di vista”.

Le rispondo ora, in queste righe: tranquilla professoressa. Un (ex)studente forse si perde, un amico no.

Professoressa, nel suo curriculum di studi e pubblicazioni spiccano nomi di primo piano della storia della filosofia: Pascal, Kierkegaard, Leopardi, Hillesum e Weil solo per citarne alcuni. Riguardo in particolare agli autori qui citati, si nota la loro comune appartenenza a quella che, volgarmente, si definisce “filosofia esistenzialista”. Intanto, le piace il nome esistenzialismo?

Il termine “esistenzialismo” appare oggi un po’ usurato. È stato di moda, molto di moda, troppo di moda, nel secolo scorso, nel breve intervallo tra le due grandi guerre e negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Si riferiva a un movimento filosofico che ha influenzato la letteratura, l’arte, il costume. C’era persino un modo di abbigliarsi esistenzialista; pensi a Juliette Gréco e ai suoi abiti neri, essenziali, severi.

Come ricorda Leopardi in una delle sue Operette morali, la moda è sorella della morte, entrambe sono figlie della caducità. Quel che è stato à la page a un certo punto stanca, sazia e passa quindi di moda. Comunque, per quanto riguarda l’esistenzialismo, credo abbia stancato soprattutto un certo gergo, fatto di giochi di parole, di improbabili etimologie ecc. Gergo di cui non si può imputare la responsabilità a Kierkegaard, ma ai suoi nipotini ed epigoni. Soprattutto a Heidegger.

Dalla sua domanda mi sembra però di capire che non si riferisce al termine esistenzialismo in senso tecnico.  Lei menziona alcuni nomi di scrittori di cui mi sono occupata, che non hanno un pensiero comune, né nelle tesi principali né nel metodo. Non sono dunque in senso stretto accomunati da una scuola di pensiero.

Se usiamo il termine “esistenzialismo”, in senso lato, più largo, per qualificare un pensiero caratterizzato da un’attenzione per la vita, una preoccupazione per i suoi problemi concreti, allora le rispondo che questo termine mi piace molto, lo uso spesso, e non credo possa mai stancare o venire  a noia.

Lei ritiene che, nella società di oggi, l’esistenzialismo abbia (o debba avere) ancora un ruolo di primo piano?

Se è passato di moda il gergo esistenzialista, e le confesso che non mi spiace quando ripenso ai saggi di alcuni colleghi in cui non c’era una sola parola che non fosse spazieggiata con uno o più trattini, un’esagerazione di cattivo gusto, l’esistenzialismo come riflessione sull’uomo non passerà mai di moda. L’esistenzialismo, inteso come quel pensiero che s’interroga sui problemi ultimi, quali il significato della vita, l’amore, la morte, si sottrae all’imperio delle mode effimere.

Kierkegaard le è particolarmente caro. Come giudica l’attuale situazione degli studi kierkegaardiani in Italia?

Mi sono laureata con una tesi su Kierkegaard, la prima tesi su quest’autore che sia stata discussa all’Università di Venezia. Leggendo l’Abbagnano, per preparare l’esame di Storia della filosofia moderna, ero rimasta fortemente impressionata dal pensiero del filosofo danese.

In Italia le grandi sintesi del pensiero kierkegaardiano appartengono al passato, penso a Fabro innanzitutto, a Cantoni, Perlini, Pareyson, Melchiorre, Giannatiempo Quinzio ecc. Ma alcuni studiosi e traduttori di Kierkegaard della mia generazione o più giovani sono molto interessanti. Penso alle traduzioni di Dario Borso, le sole che siano riuscite a rendere in italiano la raffinata eleganza della scrittura di Kierkegaard, agli accostamenti audaci e intelligenti proposti da Roberto Garaventa e Marco Fortunato, penso a Umberto Regina e Ettore Rocca, che molto hanno fatto per richiamare l’attenzione sulla produzione edificante dello scrittore danese, alla bravissima Simonella Davini, ai più giovani Sergio Fabio Berardini,  Ingrid  Basso, Laura Liva e ad altri ancora.

Fuori dai confini italiani, in Danimarca per esempio, sono molti gli studiosi che stanno rinnovando la lettura dell’opera di Kierkegaard. Primo fra tutti, Joakim Garff, con SAK, la monumentale biografia dedicata a Kierkegaard tradotta in moltissime lingue.

Quanto ha pesato, a sua opinione, la Kierkegaard-Renaissance sull’ermeneutica contemporanea dei testi del filosofo danese?

Non  molto direi.

La “Kierkegaard-Renaissance”, ossia la corrente filosofica che ha dominato in Europa per tutta prima metà del ’900 con la filosofia esistenziale tedesca di Heidegger e Jaspers, e quella francese di Sartre, Whal, ha utilizzato alcune categorie kierkegaardiane, come quelle di possibilità, angoscia, disperazione ecc., per ripensare in termini nuovi il modo d’essere dell’uomo nel mondo, strappandole dal terreno religioso in cui erano radicate e da cui traevano alimento. Laicizzati e trasferiti nel registro speculativo della pura ragione filosofica, quei concetti hanno avuto un’ampia circolazione che altrimenti non avrebbero conosciuto. Ma questa operazione, come ha visto Fabro, aveva un vizio originario: immanentizzava delle categorie pensate per la trascendenza.

Oggi si tende a una lettura di quelle categorie più corretta dal punto di vista filologico. A leggerle sullo sfondo per cui erano state pensate originariamente.

Se davvero vogliamo dare all’esistenzialismo il ruolo che merita, non si può che partire dall’esistenza, cioè dalla vita umana. Ma prima dobbiamo capire cosa sia una “persona”. Professoressa, una domanda a bruciapelo. Cos’è una persona, secondo lei?

Non parlo mai di persona. La definizione di Boezio Individua substantia rationalis naturae non mi soddisfa. Preferisco la definizione kierkegaardiana di uomo che apre La malattia per la morte. Interrogarsi sull’uomo significa chiedersi: chi sono io? E la risposta del filosofo danese è nota, l’io è autocoscienza, coscienza di sé come sintesi di termini opposti, corpo e anima, necessità e possibilità, finito e infinito, tempo ed eternità. L’io poi non è solo consapevole ma responsabile della sintesi, non perché abbia posto la sintesi, ma nel senso che sta a lui cercare un equilibrio tra i termini opposti che la formano.  Sta insomma a lui conciliare l’infinità e la finitezza in se medesimo.

Ultimamente, notevole interesse hanno suscitato i suoi studi su Etty Hillesum. Le vorrei chiedere: cosa le ha fatto amare questa autrice, e quale ruolo ritiene che essa meriti, all’interno della storia della filosofia contemporanea?

Il Diario di Etty Hillesum mi è stato donato da una studentessa che si era laureata con me.  La frequentazione di questa giovane scrittrice ebrea, morta nel ’43 ad Auschwitz, è stata importante per la mia vita spirituale. La Hillesum mi ha insegnato a discernere e ascoltare la voce della gioia che non sentivo più in me, soffocata da altre voci, quella del dolore, dell’ira, della protesta… Solo se si dà ascolto a questa voce si riesce trovare un rapporto equilibrato, positivo con il mondo, con gli  altri uomini, con Dio. La gioia, in questo Nietzsche aveva ragione, è più profonda del dolore.Lei è una donna che studia le donne; in un suo articolo su Lo Straniero, commentando Sottomissione di Houellebecq, ha dichiarato che tutte le religioni hanno un fondo di misoginia, solo che alcune hanno saputo (o stanno cercando) di emanciparsi da essa. Parliamo dell’Islam. Lei crede che vi sia un modo per questa fede di uscire dal buio della misoginia?

È innegabile che un fondo di misoginia sia presente in tutte le religioni. La religione è anche una forma di potere e il potere è sempre stato ed è gestito dagli uomini.

Houellebecq è un intellettuale di destra, che auspica il ritorno a una società patriarcale, naturale, e vuol servirsi della religione, in particolare dell’Islam, che gli offre maggiori garanzie per il suo disegno rispetto a un Cristianesimo ormai troppo poco virile, come di uno strumento per attuare questa restaurazione. Lui, dicevo, è un intellettuale di destra, i miei valori sono quelli di una sinistra non ideologica, quelli dei movimenti di liberazione e emancipazione della donna. Può dunque immaginare quanto sia stato per me irritante leggere Sottomissione!

Per quanto riguarda l’Islam ne so troppo poco per rispondere alla sua domanda, per fare previsioni sul suo futuro. Mi pare una buona regola parlare soltanto di ciò che si conosce.

Adinolfi Foto studioLei si interessa anche di diritti umani, un argomento di strettissima attualità e incredibile problematicità, in questi giorni di paura, anzi di terrore. Una domanda brutale: i diritti umani oggigiorno, a sua opinione, effettivamente hanno ancora senso di esistere o sono diventati solo pie aspirazioni?

Quindici anni fa, assieme ad alcuni studiosi di primo piano del diritto, della politica, dell’etica, e della storia delle tradizioni religiose, Casavola, Tronti, Possenti, Bori, Pace, ho pubblicato un volume che fin dal titolo poneva la domanda: i diritti umani sono una realtà o un’utopia? Oggi correggerei molte cose del saggio che avevo scritto per quel volume, ma non cambierei di molto la risposta che in quelle pagine avevo dato alla domanda che mi ero posta e che lei ora mi ripropone. I diritti umani sono una realtà dal punto di vista giuridico, ma non si può dire che essi lo siano dal punto di vista del vivere comune, che cioè ispirino e influenzino concretamente l’agire degli individui, dei popoli, degli stessi organismi attraverso cui si governano.

Essi sono dunque, dal mio punto di vista, per un verso realtà, per altro verso utopia; sono insieme l’uno e l’altro. Ora il problema è capire perché si dia un divario così evidente tra teoria e prassi. Non solo: si tratta anche di capire in quale maniera eliminare tale scarto o almeno ridurlo.

La sicurezza dei cittadini e delle nazioni, intesa come bene politico in sé, giustificano la (usiamo parole kierkegaardiane) sospensione teleologica del diritto umano? In altre parole: la tortura è giustificabile?

Nessuna situazione di tensione o di crisi giustifica secondo me la sospensione dell’etica, cioè dei diritti fondamentali. Purtroppo lo stato d’eccezione viene ancora invocato dai governi per avere le mani libere, per esercitare il potere senza vincoli, per giustificare la violenza.

Il diritto umano all’autodeterminazione del proprio sé, se posto al vertice della gerarchia dei diritti individuali, giustifica – secondo alcune letture – il diritto all’eutanasia, al suicidio assistito, all’aborto; come giudica questa lettura radicale?

Su questo punto, sottoscrivo parola per parola, quanto ha scritto di recente Mario Tronti. Occorre imparare a distinguere tra desiderio e diritto. Non tutti i desideri sono diritti.

Lei collabora con Il manifesto e L’indice dei libri del mese. Vorrei un suo giudizio sulla situazione dell’editoria italiana, in questo particolare momento storico. Che futuro aspetta, a sua opinione, la carta stampata? È davvero destinata alla morte?

Amo leggere. Ogni giorno mio marito acquista almeno due quotidiani e la domenica, a colazione, leggiamo e commentiamo insieme le notizie della settimana e le recensioni dei libri sul domenicale del Sole, Alias, La Lettura, ecc. Le pareti dei nostri studi sono completamente tappezzate di libri. Anni fa abbiamo comprato una casa più grande proprio perché non sapevamo più dove metterli.

Sento ripetere in continuazione che l’editoria è in crisi, che non si comprano più né giornali né  libri. Si dice che è perché si guarda la tv o si naviga in rete alla ricerca di informazioni… perché comprare il giornale o il libro se le stesse notizie possono essere trovate in internet o se basta ascoltare il telegiornale? A me sembra che giornali e libri siano insostituibili. E preferisco il libro stampato a quello elettronico. Dunque spero che la carta stampata non sia destinata all’estinzione.

Cosa si augura per il suo futuro, professoressa? E cosa augura a noi giovani?

Mi piacerebbe scrivere qualcosa di mio, nella forma letteraria di un racconto o di un romanzo autobiografico. Quando ero un’adolescente ho amato moltissimo Natalia Ginzburg, Le piccole virtù e soprattutto Lessico famigliare, di recente ho scoperto Geologia di un padre di Valerio Magrelli che consiglio a tutti di leggere. Mi auguro di scrivere un libro così, mi piace molto quel tipo di scrittura che sento anche mia.

Cosa augurare ai giovani? Di realizzare i propri progetti di vita, in amore e nel lavoro. Mi pare l’augurio migliore.

Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensa della filosofia?

La filosofia è per me una necessità. Non posso farne a meno. Non potrei fare un altro mestiere. Mi rendo conto che la mia risposta è molto personale, e forse lei si attendeva qualcosa di diverso. Provo ad accontentarla.

Evidentemente, la filosofia è per me una necessità anche perché la intendo in un certo modo. Mi colpì molto, quando la lessi qualche anno fa, un’affermazione di Fichte a questo proposito che può forse aiutare a intenderci. Fichte scriveva a Jacobi che aveva iniziato a filosofare per orgoglio, e si era accorto così della propria nudità, sicché da quel momento in poi aveva filosofato solo per il bisogno di salvarsi.

Orgoglio, nudità, salvezza. Mi riconosco in queste sagge, profonde parole di Fichte. Riconosco il mio modo di intendere e far filosofia.