Il sogno di un viandante: Sbarbaro e il cammino esistenziale

Se osserviamo con attenzione le opere pittoriche del Novecento, leggiamo una raccolta di poesie dello stesso periodo o un romanzo che narra le vicende del secolo, possiamo notare come tra le immagini, spesso compare un leit motiv: la figura di un uomo che cammina per le vie cittadine, di un personaggio colto nell’atto di spostarsi o di un viandante che si riversa tra la folla.

Si tratta di raffigurazioni che hanno fatto strada, diventando metafora di una condizione esistenziale: la vita come un viaggio, un percorso in cui l’uomo si trova a dover muovere dei passi, sicuri o incerti, soli o in compagnia. In fondo che cosa significa vivere se non viaggiare? Che si tratti di un viaggio fisico o mentale, l’uomo da sempre è spinto per propria natura al dinamismo, a percorrere vie che lo conducono a successi ed insuccessi, sperimentando strade sempre nuove.

Camillo Sbarbaro, in linea con le tendenze del secolo, rende il viandante, l’uomo camminatore, il protagonista della sua raccolta Pianissimo, rappresentando un personaggio che si muove, nel mentre si trova a riflettere sui profondi significati dell’esistenza: il dolore, l’amore, la solitudine, la vecchiaia.

«M’incammino/pei lastrici sonori nella notte./ Non ho rimorso e turbamento»1. L’io poetico vaga, va oltre le case, gli alberi, la folla, si insinua nelle vie più oscure e dimenticate della città, senza trovare una meta precisa al suo viaggio, quasi fosse un ubriaco che non conosce il fine dei suoi passi. L’uomo di Sbarbaro è un uomo privo di punti di riferimento, la vita lo sovrasta, non è lui a guidare il timone della sua nave, ma si lascia trasportare dalla realtà, dalle cose, spesso si trova in difficoltà lungo il percorso, è costretto ad affrontare l’aridità del vivere. Si tratta di una chiara metafora esistenziale, non molto distante dall’immagine che altri poeti, come Leopardi, ci hanno trasmesso nella storia della letteratura.

Ciò che Sbarbaro ricorda ai suoi lettori è la condizione di ognuno di noi: sempre in cammino, spesso travagliati da una serie di dolori, inconsapevoli di dove voltarsi o dove recarsi.

Quante volte ci sentiamo anche noi «come una nave senz’ancora né vela che abbandona la sua carcassa all’onda?» Quante perdiamo i punti di riferimento a noi consueti e vaghiamo come sonnambuli «sull’orlo di un burrone» senza nemmeno accorgerci dove ci troviamo?

Proprio queste situazioni sono, secondo il poeta, l’essenza del nostro vivere, lo spazio di tempo in cui alterniamo sonno e veglia, due condizioni che talvolta si mescolano tra loro, quasi a dire che

l’uomo non vive appieno la realtà, ma spesso non si accorge di vivere.

«Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo/come in sonno tra gli uomini mi muovo./ Di chi m’urta col braccio non mi accorgo»dichiarava l’io poetico, come se la meraviglia di scoprire la realtà fosse venuta meno, lasciandolo in uno stato di perenne torpore.

Si tratta di una condizione che spesso coinvolge anche i più attenti, tanto la nostra quotidianità ci spinge a camminare velocemente, incrociando le persone senza assaporare il loro carattere o la loro personalità.

Tuttavia, come capita talvolta in alcune narrazioni poetiche e non, anche la figura umana può in qualche modo trovare una forma di riscatto, in alcuni sentimenti eterni quali l’amore per la famiglia, il radicamento alla terra, la condivisione.

«Forse un giorno sorella noi potremo/ ritirarci sui monti, in una casa/ dove passare il resto della  vita./Sarà il padre con noi se anche morto»diceva Sbarbaro, quasi sognando un nuovo incontro familiare.

In conclusione dal libro Pianissimo emergono due importanti verità: l’uomo contemporaneo tende a muoversi con velocità tra gli spazi del reale, spesso inconsapevole di se stesso; contemporaneamente, in questo viaggio verso una meta sconosciuta, è possibile amare ed essere amati, riscoprire la natura, il legame profondo che abbiamo con le nostre origini.

 

Anna Tieppo

 

NOTE:
1. C. Sbarbaro, Pianissimo, a cura di Lorenzo Polato, Marsilio, Venezia 2001, p. 45.
2. Ivi, p. 60.
3. Ivi, p. 63.

 

[immagine tratta da google immagini]

 

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Dalla tradizione ebraica e celtica al cinema: l’albero della vita

Elegante e rigoglioso, l’albero della vita è un simbolo ed un archetipo che accompagna molte religioni e credenze, soprattutto la Cabala e la tradizione celtica. L’albero della vita viene generalmente considerato come sorgente dell’esistenza stessa, luogo in cui ogni forma di vita trae la propria sussistenza, seppur con qualche distinzione tra una cultura e l’altra. È ciò che dona ossigeno e permette ad ogni forma di vita di avanzare nelle sue diverse fasi di sviluppo e crescita.

La vita viene rappresentata dai quattro elementi che compongono l’albero e ognuno di essi indica un particolare momento o aspetto dell’esistenza stessa. Le radici, ciò che è invisibile all’occhio, si snodano in profondità per essere ben salde. Rendono immutabile il legame che unisce l’albero alla terra, che lo nutre e lo fortifica. Il tronco, solido e resistente, è il sostegno dei rami e delle foglie. A questi ultimi, che si protendono verso il cielo, sono associate proprietà curative. I frutti, abbondanti solo in taluni periodi, sono preziosi, nutrimento per il corpo e per lo spirito. Intrecciando questi elementi, si crea l’auspicio per una vita basata su solide e nodose radici. Radici che, come la famiglia e gli affetti più cari, avvolgono la persona creando un rifugio e una rete di protezione e di sostegno. Le numerose e rigogliose foglie, invece, custodiscono l’augurio per una vita piena e ricca, la cui intensità si rivela nell’opportunità di cogliere istanti od occasioni, tanto preziosi quanto i frutti maturi.

Talvolta l’albero della vita assume anche il significato di albero della conoscenza, il quale svolge un ruolo di mediatore tra il mondo terreno e quello ultraterreno o spirituale. È a quest’ultimo significato che il film Un monstruo viene a verme si ispira. Diretto da Juan Antonio Bayona e tratto dal libro Sette minuti dopo la mezzanotte (titolo italiano) di Patrick Ness, il film mostra con chiarezza come non tutte le storie siano per bambini e, al contempo, come ci siano narrazioni che i bambini farebbero meglio a non conoscere. O a non sperimentare. Eppure, ecco che Connor, a soli dodici anni, si ritrova ad affrontare la malattia della madre, la solitudine ed il bullismo dei compagni di scuola. Si rifugia così in un mondo che solo apparentemente è fantastico in quanto privo di un lieto fine. Non vi è nessun chiarimento e nessuna panoramica circa la vicenda in cui il giovane fanciullo si trova a muoversi: ogni accadimento, anche quello più insignificante, è visto attraverso i suoi occhi.

Possiamo così scorgere quella che lentamente si modella come la sua verità: la condizione esistenziale di isolamento dettata dalla malattia della madre, dal rifiuto del padre a portarlo definitivamente con sé oltreoceano, dal rapporto conflittuale con la nonna e dagli scontri con i bulli. È alla sua personale verità che fa riferimento il mostro originatosi dal tronco di un tasso una notte, appena sette minuti dopo la mezzanotte. Questi gli racconterà tre storie, al termine delle quali Connor dovrà rivelargli la sua verità, la sua storia. L’albero gigante sembra minaccioso, pronto all’ira. Nei suoi tre racconti − quella della morte misteriosa di un re, di uno speziale e di un prete, di un bambino che nessuno vedeva − non c’è una morale scontata e assoluta, il lieto fine non esiste. La lezione che vuole insegnare è difficile tanto da spiegare quanto da comprendere. E Connor non può capire se quel mostro sia lì per aiutarlo.

Questo albero-mostro, che mostro infine non è, nelle sue nodosità cela la formula complessa dell’esistenza. Seguendo la Cabala ed il misticismo ebraico, esso, formato da dieci nodi interconnessi tra loro, custodisce il segreto della creazione, il cui flusso si muove dal Divino alla Terra e presuppone il ritorno al Divino stesso.

Dal canto suo, il popolo celtico, nel suo stretto legame con la natura, definiva l’albero della vita come Crann Bethadh, composto da numerosi rami che si intrecciano, si avvicinano e si allontanano formando una trama complessa. Nella simbologia celtica, il tronco dell’albero della vita rappresenta il mondo in cui viviamo. Le sue radici sono la strada verso i mondi inferiori mentre i rami dell’albero rappresentano una guida verso i mondi superiori. I rami, che nel loro diramarsi indicano la complessa trama della vita, guardano ai propri nodi come ai diversi eventi che compongono l’esistenza e agli ostacoli che si frappongono lungo il cammino di ciascuno. Vi è un’intrinseca differenza tra i nodi e i rami. Mentre i nodi rappresentano gli ostacoli e le avversità che chiunque presto o tardi si troverà ad affrontare, il movimento e l’estensione dei rami denotano l’evoluzione spirituale della persona, la quale può elevare il proprio corpo e il proprio spirito dalle profonde radici fin dove l’aria diviene rarefatta ed ogni cosa cessa di essere tale.

L’idea di fondo, che il film fa propria, è dunque di un miglioramento della persona attraverso gli ostacoli da affrontare nella vita. È l’albero animato che, come coscienza universale, porta Connor a far nascere la sua stessa verità e, soprattutto, ad accettarla. Essa, come le tre storie precedenti, si struttura in perenne bilico tra gli umani compromessi, così estranei alla concezione fanciullesca fatta di dogmi precisi, di bianchi e neri, di assenza di grigi, di bene e male. Compromesso e contraddizione si annidano nel giovane animo di Connor, la cui verità altro non è se non la necessità di accettare quei sentimenti di dolore, collera e senso di colpa che richiedono lo sforzo maggiore: perdono e comprensione.

 

Sonia Cominassi

 

 

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Bene e male nel genio di Fëdor Dostoevskij: può il male permettere la vita?

Il nono capitolo dell’undicesimo libro de I fratelli Karamazov di Dostoevskij è forse quello più denso di significato di tutta l’immensa opera letteraria. Meriterebbe una pubblicazione a sé stante, tanto fecondo di concetti, riflessioni, ironia e teorie. Si passa da tesi teologiche a sociologiche, da filosofiche ad antropologiche, da scientifiche a psicologiche.

L’ambientazione è quella di una stanza, in cui il personaggio di Ivan sembra avere un’allucinazione che gli mostra, seduto sul divano, il diavolo pronto a conversare con lui. Il dibattito è carico di tensione in quanto il protagonista è convinto che si tratti di un’allucinazione, in un crescendo di collera verso quel gentiluomo modesto che cerca – almeno questo è ciò che Ivan pensa – di convincerlo della sua reale esistenza. Non dobbiamo infatti aspettarci una classica rappresentazione di Satana, in quanto è quello stesso particolare diavolo (da notare che non uso la d maiuscola) a dircelo:

«In verità te la prendi con me perché non ti sono apparso in un qualche bagliore rosso, ‘tonante e rilucente’, con ali di fuoco, ma mi sono presentato con un aspetto così modesto. Ti senti offeso in primo luogo nei tuoi sentimenti estetici, ed in secondo luogo nell’orgoglio; ‘Come,’ dici, ‘da un uomo di tale statura può recarsi un diavolo così volgare?’. No, in te comunque c’è questa vena romantica […]»1.

Una delle tesi più profonde è quella relativa alla “cattiveria” del diavolo – del male – collegata all’argomento della teodicea. È sempre il diavolo a dirci: «Io per natura ho un cuore buono e allegro […]. Per una qualche predestinazione fatta prima che il tempo avesse inizio, nella quale non mi sono mai potuto raccapezzare, io sono destinato a ‘negare’, mentre invece sono sinceramente buono e del tutto inadatto alla negazione. No, fila a negare, senza la negazione non ci sarà la critica, e che rivista sarà mai senza la ‘sezione della critica’? Senza critica si sentirà soltanto ‘osanna’. Ma per la vita la sola ‘osanna’ è poco, è necessario che questo ‘osanna’ passi attraverso il crogiolo del dubbio, e così va, roba di questo genere. io, d’altronde, in tutto questo non mi voglio immischiare, non sono stato io a crearlo, e quindi non ne rispondo nemmeno»2.

Già la prima, semplice, affermazione fa riflettere: per natura il diavolo è buono e allegro. Non per scelta, ma per natura, cioè per costituzione: per definizione. L’essenza del diavolo si scontra però con la realtà: il suo destino è quello di negare, di criticare, di distruggere. La sua essenza “buona e allegra” si concretizza in azioni tutt’altro che buone e allegre. Com’è possibile?

Ma il dialogo è ancor più radicale: «E mi hanno scelto come capro espiatorio, mi hanno costretto a scrivere nella sezione della critica, e ne è venuta fuori la vita. Noi comprendiamo questa commedia: io, per esempio, esigo in modo semplice e diretto l’annientamento. ‘No, vivi’, dicono, ‘perché senza di te non ci sarebbe niente. Se sulla terra tutto fosse sensato, allora non succederebbe un bel nulla. Senza di te non ci sarebbero avvenimenti, e invece è necessario che ce ne siano.’ Ed ecco che presto il mio servizio a malincuore, affinché ci siano avvenimenti, e su ordinazione creo l’insensato»3.

La citazione dovrebbe veramente continuare fino alla fine del capitolo, perché ogni parola è dosata col contagocce in quanto a significato – sia in sé che in relazione alle altre – ma per ora concentriamoci su questo.
La vita nasce dalla costante opera di negazione prodotta dal diavolo. Cosa significa? Ontologicamente e semplicisticamente potremmo dire che sono le differenze a permettere l’esistenza. Ovvero il fatto che due enti – per esempio una casa ed un albero – possano esistere distintamente viene garantito dal fatto che quegli enti non sono lo stesso ente – una casa non è un albero – e quindi in questo modo la loro indipendenza ontologica reciproca viene salvaguardata, e ciò permette la loro determinazione.

Il punto è che qui la parola vita potrebbe non coincidere con esistenza (in senso ontologico). Ovvero si potrebbe pensare che il diavolo stia parlando proprio del dispiegarsi dei nostri “Io” nel tempo, del nostro viaggio su questa terra che inizia con la nascita e termina con la morte. In questo senso “l’insensato” potrebbe essere ciò che per l’uomo è insensato – o ciò a cui non sa dare risposta, che non è insensato perché contraddittorio o incomprensibile – ma che in realtà è proprio quello che dà sensatezza a quella che noi pensiamo essere la sensatezza. La scopriamo così intimamente dipendente da questo insensato, che non riusciamo totalmente a comprendere ma che sappiamo avere un senso da qualche parte.

E questi sono solo due superficiali inizi di possibili interpretazioni, che possono essere veramente infinite. Memorabili sono inoltre il discorso sulla specificazione dei saperi (ed in particolare della medicina), sull’esistenza o meno di Dio – è il diavolo stesso a confessare, in prima battuta, la propria ignoranza in materia –, il destino di un’ascia nello spazio, le leggende sulla Fede, il “palmo di naso”, la continua alternanza tra realtà e illusione, discorsi sull’uomo ammiccanti a Nietzsche e molte altre.

È un testo molto lungo, bisogna dirlo, ma almeno la ventina di pagine in cui consiste questo capitolo – anche se perdono qualche significato se estrapolate dall’opera completa – vanno assolutamente lette nella vita. Abbiamo di fronte un caso di Filosofia a disposizione della quotidianità che parla il linguaggio del romanzo consegnandoci alcune delle teorie e problematizzazioni – a mio modo di vedere – più belle della Storia, dobbiamo solo essere pronti a coglierlo.

 

Massimiliano Mattiuzzo

NOTE:
1. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Feltrinelli, Milano 2014, p. 882
2. Ivi, p. 875
3. Ivi, pp. 875-876

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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Possibilità empirica e possibilità logica

– Che cosa… è… questa? – Domandò l’unicorno alla fine.
– È una bambina! – Rispose Caifa […].
– Ho sempre pensato che fossero mostri delle favole! – Disse l’unicorno […].
– Sapete – irruppe Alice – anche io ho sempre pensato che gli unicorni fossero mostri delle favole! Non ne avevo mai visto uno vivo, prima d’ora!
– Bene, ora che ci siamo visti a vicenda – disse l’unicorno – se tu crederai che io esisto, io crederò che tu esisti. D’accordo?1

Così Alice accetta di credere nella possibilità dell’esistenza di una creatura con la quale, prima di cadere al di là dello specchio, non avrebbe mai immaginato di poter interagire.

Questo Gennaio il progetto didattico La valigia del Filosofo è approdato per la prima volta in una Scuola Primaria di Secondo Grado, con il laboratorio di filosofia e narrazione Le meraviglie che Alice trovò. E proprio al tema della possibilità, introdotto dal racconto dell’accordo tra Alice e l’unicorno e della loro reciproca perplessità iniziale, è stato dedicato ampio spazio nell’ultimo incontro. Pur immersi nell’atmosfera surreale del paesaggio-scacchiera in cui prendono vita le avventure di Alice, i ragazzi della 1A rimangono con i piedi per terra. La loro risposta negativa alla domanda, apparentemente scontata “è possibile ascoltare la voce di un unicorno?” fornisce lo spunto per renderne esplicito il presupposto teorico e per iniziare a comprendere alcuni meccanismi del pensiero che restano inalterati nel passaggio dal mondo reale a mondi raggiungibili soltanto con la fantasia.

Rimanere con i piedi per terra significa considerare il concetto di possibilità come possibilità empirica. In questo caso, per tracciare la linea di confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è, dobbiamo tenere presente che le cose, nel mondo in cui viviamo, stanno in un certo modo. Per quanto ne sappiamo, nel nostro universo gli unicorni non esistono e sarebbe un errore ovvio affermare la possibilità di ascoltarne la voce. I ragazzi si sono mostrati più propensi a trovare esempi di possibilità e necessità empirica sull’esistenza, ma il dibattito ha compreso anche alcuni casi riguardanti fatti ed eventi: “è necessario respirare”, “è impossibile che un corpo entri in acqua senza bagnarsi”, oppure “è impossibile che un uomo cada dal sesto piano e non si faccia niente” sono state alcune delle loro frasi. “E se cade su tappeti morbidissimi?” è la pronta osservazione. Se ci limitiamo a considerare la nostra esperienza e le leggi di natura, il discorso si sposta inevitabilmente sulle condizioni fisiche di partenza della possibilità di un fatto o di un evento. La discussione diventa molto concreta e si trasforma in una lunga catena di “sì, ma se…?”, in cui ciò che conta è riuscire a esprimere le condizioni iniziali di possibilità in modo preciso.

A fare in modo che la riflessione torni ad essere un po’ più da filosofi che da fisici è il riferimento alla storia di Alice. Seguire il suo cammino ci ha fatto volare oltre i confini di ciò che riteniamo possibile nel nostro universo. Abbiamo creduto a fiori parlanti e assistito agli effetti di un fungo in grado di rimpicciolire o ingrandire chi lo assaggia. C’era un gatto su un albero che a poco a poco è svanito! Se, a partire dalle avventure di Alice, ma anche dei protagonisti di tantissime storie per bambini, osserviamo in che modo la fantasia ci permetta di ampliare i confini della possibilità empirica, emerge una questione importante: quanto l’immaginazione si può svincolare dalla nostra esperienza concreta? Perché, per esempio, gli animali fantastici della mitologia, come la chimera, sono la composizione bizzarra di parti di animali realmente esistenti?

Nel giocare a costruire mondi fantastici possiamo inventare regole che li caratterizzino in modo necessario, costitutivo, e che limitino il campo della possibilità, come la nostra esperienza limita il campo di ciò che, nel nostro mondo, accettiamo come possibile o come necessario. “È necessario che, per avanzare di una casella, Alice attraversi un ruscello, prima di diventare Regina” è una frase che rimane vera in ogni situazione in cui Alice si trova al di là dello specchio. E chissà quante altre regole ha scelto Lewis Carroll per dare coerenza al suo racconto.

Se poi decidiamo di escludere qualsiasi tipo di legge nel dare vita a uno scenario fantastico, ai massimi livelli di astrazione restano le leggi che definiscono la possibilità logica. Se a è una proposizione dichiarativa qualsiasi, il significato della proposizione “è possibile a” equivale a quello di “non è necessario non a”; viceversa, affermare “è necessario che a”, equivale ad asserire “non è possibile non a”. Il concetto di possibilità logica, così definito, è più ampio di quello di possibilità empirica. E la sua natura astratta fa sì che rimanga valido anche quando, con la fantasia, ci allontaniamo tanto dai meccanismi del nostro universo. Così i ragazzi vengono introdotti, nella prima parte dell’incontro di laboratorio, alle tematiche della possibilità empirica e della possibilità logica.

 

La valigia del filosofo

NOTE
1. L. Carroll, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, in D’Amico, M. (a cura di), Il mondo di Alice, BUR, Milano, 2006, pp. 177-178 (trad. lievemente modificata).

 

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L’infanzia come radicamento e riflesso dell’io: Saba e il piccolo Berto

«Berto – gli dissi – non aver paura./Io ti parlo così, sai, ma non oso, o appena, interrogarti. Non sei tu, tornato all’improvviso, il mio tesoro nascosto? Ed io non porto oggi il tuo nome?»1

A chi non è mai capitato di parlare con parole suadenti al piccolo bimbo che risiede in noi, come in questo passo di Saba? Quante volte il fanciullino, crucciato, ci ha spinto a comportarci oltre le convenienze, magari mettendo in atto atteggiamenti poco consoni?

Capita spesso che, difronte a realtà scomode, non piacevoli o semplicemente contrarie alle nostre aspettative, una parte di noi emerga prepotentemente, imponendo la sua voce e costringendoci ad agire o a reagire in maniera anticonvenzionale. Questa parte, eliminate tutte le forme sociali o culturali, spinge l’adulto a comportarsi in maniera tremendamente spontanea e sincera, talvolta mettendolo in un terribile imbarazzo, difronte al prossimo.

Se Freud pone le basi per l’analisi scientifica di tali realtà e dinamiche inconsce, già Pascoli aveva parlato di un “fanciullino” a cui tutte le cose appaiono nuove e che permane in noi anche in età adulta. Dopo di lui, anche Umberto Saba dedica una sezione intera della sua raccolta di poesie alla figura di Berto, il proprio sé bambino, a cui si sente profondamente legato. Egli chiama Berto «l’immagine di me, d’uno di me perduto»2, una parte dell’anima sepolta da anni, dunque, che ritorna alla luce scavando nelle profondità delle sue origini. Con lui parla, meglio, realizza un monologo, dato che Berto ascolta, intervenendo poco o niente, quasi fosse il riflesso di una realtà intangibile, un ricordo sbiadito che talvolta ritorna. Ma in questo dialogare Saba si riscopre, lasciando al lettore due quesiti curiosi: Quanto l’infanzia ha influenzato la sua persona adulta? Quanto di quel bambino è rimasto in lui?

Si tratta di due domande per nulla immediate, che coinvolgono una serie di altri elementi appartenenti a settori come la pedagogia, la psicologia dello sviluppo, il cognitivismo.

Ormai la maggior parte degli psicologi concorda nel ritenere che l’infanzia è un momento essenziale nella vita di una persona; un trauma subito da bambino è un trauma che l’uomo adulto si trascina per tutta l’esistenza.

Saba stesso era stato spinto dal proprio psicanalista ad indagare su se stesso bambino, perché lì dovevano essere presenti i nodi dei propri problemi, le fila di molti atteggiamenti inspiegati.

Un uomo come un bambino cresciuto, quello che ci presenta dunque l’autore, sebbene l’adulto si dimentichi completamente di essere stato giovane. «Perché, Berto, in volto t’oscuri? Parla. Io sono, rispose, un morto. Non toccarmi più»3.

Saba parla di un morto perché Berto è stato in un certo senso dimenticato, lasciato latente in una parte dell’uomo che non è possibile vedere, se non dopo un difficile e radicale lavoro su se stessi.

Ma attraverso questa autoanalisi, questa “messa a nudo” di realtà inesplorate è possibile capire molto di sè, l’autore lo mostra nell’ultima poesia della raccolta: Congedo, nella quale sostiene che il bimbo ha comunicato cose importanti all’uomo. L’infanzia, anche secondo Saba, viene dunque ad acquisire un valore portante, quasi i sentimenti provati da piccolo si riproponessero anche nell’adulto, dove in un certo senso vengono cristallizzati.

L’ultima riflessione è opportuno rivolgerla alla questione della permanenza del bimbo nell’adulto. Nonostante Saba più volte ripeta di parlare con un morto, una figura andata perduta, un soffio di vento in una realtà altra, nell’insistenza con cui cerca il dialogo con il fanciullo, egli stesso mostra di credere nella presenza di questa entità nell’uomo adulto. Vale a dire che, per quanto ci possiamo dimenticare di essere stati bambini, una parte di noi continua ad esserlo a suo modo; in alcuni questa parte è più evidente, in altri rimane coperta da uno strato di convenzioni, abitudini e obblighi tipici della vita contemporanea, senza tuttavia scomparire del tutto.

Saba concluderebbe forse con un invito: cerchiamo di rimanere nel profondo dei bambini, nella misura in cui questo significa conservare la propria spontaneità e i sentimenti genuini, non trascurando fino a dimenticare quella parte fanciullina che è in noi.

 

Anna Tieppo

 

NOTE:
1. U. Saba, Il canzoniere, Einaudi, Torino,ì 2004, p. 391.
2Ivi, p. 388.
3. U. Saba, op. cit., p. 392.

[immagine tratta da google immagini]

 

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Le Mur di Sartre e la rappresentazione sessuale della vita

Quando apparve nel 1939 (a pochi mesi da La Nausée), Le Mur provocò una ridda di commenti contrastanti, tanto in Francia quanto nel resto d’Europa; in generale, fu accolto meno favorevolmente del romanzo che lo precedeva. Non ne fu certo esente l’Italia, la nazione europea dove forse l’esistenzialismo ebbe meno presa e dove più pressante era la censura, anche giudiziaria, su testi e immagini.
L’accusa a questo libro fu, un po’ ovunque, la stessa: “oscenità”.

Prostitute, adultere, figli degeneri, galeotti: il peggio, il fondo del barile, condensato in un solo manuale a racconti, come un Index morum prohibitorum in cui lo “sporco” impersonava il ruolo da protagonista. Ma questo testo è, oggettivamente, così osceno?
In realtà, dipende da cosa s’intenda con quel termine.

Vi è, certo, in Sartre, un certo qual (macabro?, può darsi) gusto per la sessualità e le sue problematicità psicodinamiche, in particolare l’impotenza; ma chiunque conosca un po’ il Nostro, capisce perfettamente che sarebbe semplicistico tacciare questo interesse di sconcezza. Ciò che è osceno è ciò ch’è, in verità, immotivatamente esagerato. Ma come può essere turpe ciò che intende trasmettere verità filosofiche?

Ora, se Sartre ci insegna una cosa (in verità, ce ne insegna molte) è che la vita può essere studiata per immagini, e che essa, in quanto indiscutibile sconfitta, s’incarna in momenti e piccoli dettagli. Basta leggere La Nausée e L’âge de raison per capirlo.

Il sesso, dunque, come linguaggio privilegiato dell’esistenza umana, come la cosa che più ci fa uomini assieme alla morte. Come unica chiave ermeneutica del contatto del singolo col mondo e le cose, come luogo di studio privilegiato delle nostre (effimere) vittorie esistenziali – le sadisme – e delle nostre inevitabili decadenze – le masochisme.

Dal punto di vista filosofico, dunque, un pene che non s’alza, al pari d’una vagina che non s’inumidisce, non vogliono essere giochi logo-iconici per guardoni: sono eminentemente descrizioni di verità d’esistenza, incarnate (di volta in volta) da donne o uomini: la frigidità, insomma, non è altro che la trasposizione di una certa qual nullità della vita.

È dunque un’immagine filosofica, il sesso. Pene e vagina sono teoresi esistenzialista.

Certo, le descrizioni sartriane non mancano talvolta di volgarità:

– Apri le gambe.
Lei esitò un attimo poi obbedì; io le guardai tra le cosce e tirai su col naso. Poi scoppiai a ridere così forte che mi vennero le lacrime agli occhi. […]. Me ne andai, lasciandola nuda in mezza alla camera, col reggipetto in una mano e cinquanta franchi nell’altra. Avevo sbalordito una puttana.

Ma se leggessimo tutto il testo (dal racconto Erostrato), risulterebbe evidente che questa persino questa risata ha una spiegazione esistenzial-psicologica non secondaria: non la rivelerò.

Ma torniamo al sesso come immagine fattiva. Nell’economia generale di Le Mur esso rivela la verità d’un mondo senza valori, legami, sincerità. Insomma: un mondo di condanna alla solitudine.

È infine il sesso il luogo in cui le castranti costruzioni della nostra esistenza prendono forma: le nostre fisime diventano tendenze, i nostri desideri divengono perversioni, e le sconfitte si fanno impotenza.

È dunque, Le Mur, un libro pornografico? Assolutamente sì, perché usa la nudità e l’atto come un “linguaggio”: Le Mur (invero tutta la pornografia) incarna (chiamiamola) l’arte di esprimere un ragionamento attraverso l’amplesso.
Naturalmente, un film porno tenderà a veicolare l’immagine della possibilità d’un godimento fine a se stesso, mentre una narrazione esistenzialista metterà più decisamente in luce la vita come eterno scacco e sconfitta, e necessiterà quindi di una più lunga esposizione.
Differenti fini non negano la comunanza di mezzo: in questo senso, dato che si pone un certo obiettivo (sia esso l’eiaculazione, o l’idea in sé del piacere) neppure il pornografico è osceno.

Nel sesso, Sarte lo sapeva bene, e nell’uso che facciamo d’esso, emergiamo come verità. Conseguentemente, nel suo tentativo di veicolare razionalmente il sensum vitæ, tutto si può dire delle opere di sartriane, meno che siano oscene; molto più osceni sono quelli, per esempio, che affermano acriticamente (né potrebbe esser altrimenti) che la vita è bella. O quelli che dicono “ministra” e “sindaca”.

 

David Casagrande

[Immagine di copertina: Egon Schiele, L’abbraccio, 1917]

 

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Etica formativa o dar forma all’etica?

Sbagliando si impara. Neanche a dirlo. Un errore tira l’altro, come le ciliegie, e si fa esperienza di come vanno le cose nel mondo, quali sono le cose da rispettare, come è meglio comportarsi in date situazioni. Procediamo a tentoni, come in una stanza perennemente buia immersa nella statistica e nella speranza che le cose siano calcolabili. Così dovremmo, in teoria, diventare dei bravi umani.

Umani o calcolatori? La perfezione del calcolo in realtà non è propriamente nostra, non si addice ad un essere imperfetto che è continuamente manchevole. La tensione verso il controllo, il tentativo di dire il mondo in una formula sì, fino a volerlo dominare come scriveva Nietzsche in relazione alla Volontà di potenza. Il nostro è un procedere secondo induzione, ovverosia se una cosa solitamente succede in un modo si ipotizza che essa continuerà a seguire quella data logica portando a quelle date conseguenze. Se premo l’interruttore la luce si accenderà e non esploderà il pianeta. Questa è la nostra massima idea di certezza. Siamo completamente immersi nella logica probabilistica pur rifiutandola in nome di un vero e proprio rigore scientifico.

Eppure la stessa scienza ultimamente viaggia su terreni altrettanto pericolanti. Basti pensare all’introduzione della meccanica quantistica capace di spazzare via le certezze e precisioni che ci si aspetta dall’atteggiamento scientifico. Il fisico teorico Carlo Rovelli in Sette brevi lezioni di fisica (2014), nella seconda lezione sui quanti, ci espone in modo semplice e accessibile l’avvento dell’indeterminatezza nel mondo della scienza. Da Planck fino a Bohr, passando per Einstein si incomincia a pensare ad elementi quali l’energia della luce come qualcosa di discontinuo e caratterizzato da numeri finiti di quanti, descritte da Rovelli come mattoncini di energia. Dunque introducendo qui la discontinuità si potrebbe pensare di star abbandonando il campo scientifico per addentrarsi in una disquisizione filosofica. Ebbene grandi fisici del ‘900 come Einstein, Planck, Bohr e Heisenberg non disdegnavano la filosofia e il contributo che essa poteva e avrebbe dovuto dare più avanti alla scienza.

La sola possibilità di una discontinuità delle cose, delle energie che ci circondano e che formano quel reale che vediamo, sposta l’attenzione dell’uomo dall’atteggiamento di scientificità e dagli oggetti per come ci appaiono. Siamo forse abituati a considerare esistenti le cose che nominiamo e che si sono scoperte, ponendo in loro un essere continuo, eppure lo stesso Heisenberg è pronto a minare le nostre certezze ipotizzando che un elettrone possa non esistere sempre. «Ma come? Se una cosa esiste non può passare da un momento all’altro alla non-esistenza!» Direste voi o Parmenide. Ancora Rovelli scrive «Heisenberg immagina che gli elettroni non esistano sempre. Esistano solo quando qualcuno li guarda, o meglio quando interagiscono con qualcosa d’altro»1.  È la relazione che permette l’individuazione, seppur probabilistica di un dato elemento. Senza interazione con l’altro un elettrone non è in nessun luogo, come un albero che per noi sparisce se gli voltiamo le spalle. Non più oggetti ma relazioni. La vita può essere anche solo relazione.

Dunque la logica probabilistica entra di prepotenza nelle teorie scientifiche, ora precise, domani magari non più.

Ritornando all’esperienza umana il collegamento è servito da quel fattore imperfetto e assolutamente impreciso, forse ignorante come esposto sempre da Rovelli nell’ultima lezione, ovverosia Noi. Siamo esseri umani e l’indeterminatezza ci domina ma su di essa abbiamo costruito modelli, teorie, palazzi e vaccini. Per prove ed errori, si costruisce il nostro edificio esperienziale, assolutamente aperto all’imprecisione e alla possibilità che esso non sia rappresentazione fedele e affidabile. Ma noi poco filosofi rispondiamo “chi se ne frega!”. Potremmo ricadere in errore nel nostro percorso eppure è l’errore stesso la condizione del nostro percorso, la ragione del suo avanzamento e miglioramento.

Sbagliare per imparare o imparare per sbagliare dunque?

Ad ogni modo, qualunque sia l’esito di una nostra azione l’apprendimento sarà sempre parte delle conseguenze. Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione scriveva che la filosofia è sempre teoretica. Un amico filosofo una volta mi disse che per lui invece la filosofia è sempre morale, sempre etica. Ricollegandomi al discorso sull’apprendimento sempre presente, credo che da una filosofia sempre etica se ne ricavi sempre un valore formativo, poiché l’etica è essenzialmente formativa nella sua determinazione attraverso conflitti, dibattiti e opposizioni. Etica come percorso, come processualità che necessita di contraddizioni, momenti che al suo interno vogliono essere superati e interiorizzati. La derivante formazione, però, non è una composizione immediata, bensì, anch’essa, un processo che si compie nell’arco di tutta la vita, richiamando alla prospettiva del lifelong-learning, ovverosia apprendere per tutta la vita. Dunque come miglioramento e sviluppo della persona ad essa se ne dà man mano una forma. Ivi si compie la continua realizzazione di una persona secondo il suo darsi forma, dar forma all’essere, non a caso lo stesso Aristotele poneva nella forma la caratteristica fondamentale della sostanza. Forma per cui la materia è una determinata cosa, aprendo alla particolarità di ciascuno secondo il proprio modo e non un altro.

Il risvolto pedagogico-formativo si fa carico di un atteggiamento morale e risolve la sua indeterminatezza, la sua potenziale fallacia superata dal coraggio del porre, consci della propria imperfezione, tendenti verso il massimo a cui si possa tendere.

Qual è dunque il valore della filosofia o dell’etica così lontane dalla precisione e considerate di inferiore portata rispetto a scienze che comunque non ci danno risposte certe, e ancora di più non riescono a soddisfare quella fame, quella curiosità e voglia di realizzarsi definitivamente?

Credo che ognuno si sia già risposto da solo (o almeno cercherà di farlo fino a quando… fino a quando?)

 

Un grazie all’amico Emanuele Lepore

 

Alvise Gasparini

NOTE
1 Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica.

[Immagine tratta da Wired]

 

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Spesso il mal di vivere…

Una delle caratteristiche più interessanti delle scienze umane è la permeabilità: filosofia, letteratura, musica, pittura non costituiscono discipline separate, ma realtà complementari.

In questo senso, bisogna dire che v’è una strana alleanza tra esistenzialismo e poesia novecentesca; uso l’aggettivo “novecentesca”, nella volontà di ricondurre all’interno d’esso tutta una serie di correnti letterarie tra loro anche molto diverse.

La questione su cui vorrei concentrarmi è: se la permeabilità tra discipline umanistiche esiste, è possibile che la poesia del ‘900 (italiano), abbia risentito della temperie esistenzialista che, come si sa, fu la più importante corrente di pensiero del secolo scorso?

L’aria che si respirava in Europa (almeno dal 1943, anno di pubblicazione di L’Être et le néant di Jean-Paul Sartre) era esistenzialista de facto.
L’esistenzialismo divenne addirittura un fenomeno di massa, la cui diffusione giocò un ruolo da protagonista ovunque e in ogni campo artistico.
Naturalmente, la filosofia che sottintendeva (a volte molto vagamente) le espressioni artistico-culturali europee tra gli anni ’40 e ’60 era conosciuta (sul fatto che fosse compresa, ho dubbi) se non altro perché, nel secondo dopoguerra, sembrava essere la linea ermeneutica che più si adattava all’esplicazione d’un presente difficile in un’Europa prima in crisi, e poi in crescita socio-economica quantomeno problematica. Senza contare che gli esistenzialisti erano, per la maggior parte, d’ultra-sinistra… e questo piaceva.

Conseguentemente, le questioni tipiche dell’esistenzialismo erano non solo importantissime per la vita culturale, ma addirittura divennero moda: è dunque più che comprensibile che la poesia risentisse di questo modus vivendi atque cogitandi, e ne assumesse le tematiche.
E la tematica principale dell’esistenzialismo − in particolare sartriano − è ben nota: la vita è dolore, nausea, ostilità.
Ora la poesia, rispetto alla filosofia, non intende dare soluzioni a, né tantomeno spiegare la sofferenza; i poeti che si interrogavano sulla vita dell’uomo, si limitavano a prendere atto della verità del dolore, senza analizzarlo.

Ovviamente, non tutti i poeti parlano allo stesso modo.
Ognuno di essi, infatti, parla del dolore a seconda del grado di espressività che, d’esso, hanno la convinzione di poter dare.
Di varie modalità espressive e di sterminati autori, ne scegliamo tre che ci sembrano rappresentativi di altrettanti modi di poetare la sofferenza.

 

CLASSICISMO

Montale è il maestro della poesia muta: innanzi alla verità-del-dolore, il premio Nobel guarda senza commentare, ma parla ampiamente e con parole cristalline:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

[…]
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Un vero e proprio canto negativo.
Ciò che colpisce in Montale è la chiarezza vivida, i paragoni e le metafore evidenti. Il dolore non è, per Montale, un trascendentalis inesprimibile; è quotidianità, e la mente poetica, pur rifiutandosi di comprendere, verbalizza:

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

ERMETISMO

Vi sono, tuttavia, anche poeti che, pur comprendendo (e incarnando) il dolore, non riescono a comunicarlo completamente, ma solo attraverso immagini misteriose, richiami ancestrali, accostamenti reali e assurdi: pensiamo a Quasimodo, che del dolore fa la magia del verso:

Grato respiro una radice
esprime d’albero corrotto.

Io mi cresco un male
da vivo che a mutare
ne soffre anche la carne.

Nella consapevolezza che ogni gioia è del tutto effimera, che non esiste nulla che possa glorificare l’esistenza in quanto tale, l’uomo tenta di comunicare la sua sofferenza ma non vi riesce se non con dizioni che, purtroppo, solo lui comprende. Resta, quindi, tremendamente solo, e quando cerca conforto, non lo trova se non in se stesso. La grande sofferenza è dunque l’incomunicabilità:

Non una dolcezza mi matura,
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.

E dunque, unica ancora di salvezza, si apre la certezza che il mal-di-vivere, è una volontà di Dio:

Non m’hai tradito, Signore:
d’ogni dolore
son fatto primo nato.

 

MINIMALISMO

Il grado di massima inesprimibilità del dolore si raggiunge con Ungaretti:

La mia squallida
vita si estende
più spaventata di sé

In un
infinito
che mi calca e mi
preme col suo
fievole tatto.

L’uomo soffre così tanto, che l’unica cosa che può dire è, di fatto, e mi scuso per il francesismo, che la vita fa schifo.
E non occorrono tante parole per dirlo: una “squallida vita”, credo (e così il poeta soldato), è espressione ben più che sufficiente a chiudere ogni discorso.
Ma otto versi sono ancora molti, si può esser ancora più brachilogici:

VIE

corruption qui se pare d’illusions.

 

L’esistenzialismo tenta di dare una spiegazione a tutto questo indicibile dolore. Non è compito della poesia, mi sembra chiaro, far tesoro della sua lezione. Il punto di partenza tematico sarà uguale, ma le destinazioni dei due viaggi (poetico-puro e filosofico-puro) sono evidentemente diversi.
E tuttavia, nulla impedisce a un poeta d’esser filosofo (e viceversa) e di tentare di spiegare.
Ebbe a dire Alda Merini:

«La vita non ha senso, anzi è la vita che dà senso a noi, basta che la lasciamo parlare, perché prima dei poeti parla la vita […] È bello accettare anche il male, non discutere mai da che parte venga il male».

In fondo, un filosofo esistenzialista non credo aggiungerebbe molte altre parole.

 

David Casagrande

[Immagine di copertina di Kevin Saint Grey]

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Uomo a che punto sei

<p>Chalk writing - Where are you now?</p>

«Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta».
Martin Buber

 

Un piccolo libricino accompagna da diversi anni la mia quotidiana ricerca filosofica e psicologica intorno all’uomo. Si tratta de Il cammino dell’uomo. Un’opera molto breve ma al contempo di rara profondità, frutto di una conferenza che il filosofo austriaco Martin Buber tenne a Bentveld nel 1947 e pubblicata con questo titolo che esprime benissimo un esito importantissimo della ricerca che il filosofo condusse sull’uomo e la sua educazione nel corso dei propri studi.

Il libro muove dalla domanda che nel Genesi (3,9) Dio rivolge all’uomo: “Dove sei?”. Questo interrogativo, alle radici della sapienza giudaico-cristiana e della nostra cultura in generale, si riallaccia perfettamente al domandare filosofico. Socrate infatti, alle origini della filosofia, incalzava l’uomo, proprio l’uomo, affinché vivesse con consapevolezza la propria esistenza, ricercando incessantemente il bene, la giustizia, la verità. Nel testo biblico, dopo aver mangiato insieme ad Eva il frutto che Dio aveva proibito, Adamo si era nascosto, prima che agli occhi di Dio, ai suoi stessi occhi. È lì che la domanda “Uomo, dove sei?”, si fa urgente e vitale, richiama l’uomo alla responsabilità verso se stesso e verso la verità. Un uomo che si nasconde, perde il rispetto per se stesso e ferma il proprio cammino, la propria crescita, scivolando inevitabilmente verso la falsità. Proprio da questa domanda il filosofo austriaco, naturalizzato israeliano, ritiene che l’uomo debba ripartire per la sua crescita, per il cambiamento, verso l’autenticità, verso la parte migliore di se stesso.

La vita va dunque intesa come un cammino, che inizia quando l’uomo si lascia colpire intimamente dalla domanda “dove sei?”, cioè “a che punto sei nella tua vita?”, “come stai con te stesso?”, “cosa stai facendo della tua esistenza?”. La vita dell’uomo rimane immobile, priva di un cammino, finché egli non affronta queste domande, non sceglie di mettersi in discussione e ripartire. Il cammino inizia proprio da se stessi, da un’indagine profonda della propria interiorità, pertanto «Il ritorno decisivo a se stessi – scrive Buber – è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino»1. Non c’è un’unica via, ve ne sono molteplici, tante quanti sono i singoli uomini. Ognuno è tenuto ad intraprendere il cammino irripetibile, alla ricerca del suo sé autentico, nel quale sono presenti bellezza e verità. Ciascun uomo è diverso, unico per essenza. Così, altrettanto irripetibile dev’essere ciò che porta a compimento nel lavoro, nell’amore, nell’atteggiamento verso l’esistenza. «È infatti la diversità degli uomini – scrive Buber –, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano»2. Solo facendosi interpellare dalla domanda posta alle origini della nostra cultura è possibile conoscere il proprio compito e rendere generativa quella differenza, prospera quell’alterità, che vince il conformismo contemporaneo (tutti fanno ciò che fanno gli altri e vogliono ciò che vogliono gli altri) che appiattisce le esistenze all’omologazione di massa e che inibisce la ricchezza unica e differente di ciascun singolo. Mentre, «ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere»3.

Il fondamentale ritorno a se stessi, non conduce ad una chiusura solipsistica, ma è la condizione necessaria affinché ci si possa aprire all’incontro con gli altri uomini e la realtà esterna, con maggiore consapevolezza, profondità e fecondità. Per questo Buber precisa: «cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta»4.

Il tesoro è già nella nostra esistenza quotidiana, è da sempre presente, lo possiamo scoprire solo qualora riprendiamo il cammino verso una vita ricca di significato. E la vita la possiamo inondare di senso solo se portiamo a termine l’opera che ci spetta, il compito che abbiamo scoperto appartenerci, rispondendo alla domanda “uomo, dove sei rispetto a te stesso e alla responsabilità verso il tuo desiderio?”.

Nell’inconsapevolezza e nella superficialità dilagante dell’esistere contemporaneo, quest’opera, che occupa uno spazio fisico così limitato, è una sorgente inesauribile di luce per mente e cuore ed ha un inestimabile valore educativo. Essa è la dimostrazione di come la parola filosofica sia parola pedagogica che s’innesta in maniera decisiva nell’esistenza di ciascuno, apportando un cambiamento positivo in chiunque si accosti ad essa. La riflessione di Buber, infatti, esorta l’uomo a prendersi per mano, a fermarsi per ripartire, comprendendo dov’è, per scoprire il proprio desiderio, il solo che può animare la vita sino all’ultimo respiro, perché è la via del cammino che ci corrisponde, è la scoperta del posto che noi, e nessun altro, possiamo occupare nel mondo. È la sola, possibile risposta alla domanda “Uomo, dove sei?”.

 

Alessandro Tonon

NOTE:
1. Buber, Il cammino dell’uomo, Magnano, Edizioni Qiqajon, 1990, p. 23.
2 Ivi, p. 28.
3 Ivi, pp. 29-30.
4 Ivi, p. 50.

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Il suicidio e quella continua ricerca di senso

Inevitabile che mi passi tra le mani in queste ore, di fronte al susseguirsi di tanti suicidi di cui veniamo a conoscenza quasi settimanalmente, anche di amici personali, il famoso volume di Albert Camus, Il mito di Sisifo:

«Vi è un solo problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».

È con questo inquietante quanto affascinante problema che il filosofo francese si interroga, tanto da scrivere un ampio volume tutto incentrato sul suicidio.

Si lancia nel vuoto un’adolescente perché stanca di vivere, si uccide un padre perché senza lavoro, si impicca un figlio perché ha mentito ai suoi genitori e amici, si toglie la vita un imprenditore perché non riesce più a pagare il salario dei suoi dipendenti.

Ma allora per parlare del suicidio dobbiamo fare un passo indietro e interrogarsi prima sul senso della vita. Ci si suicida, oggi, per mille motivi, ma un unico filo sottile sembra accomunare tutte queste morti: sono i desideri ultimi e supremi di libertà e liberazione.

Libertà dai condizionamenti sociali e familiari, libertà dal dolore fisico e psicologico, libertà dall’oppressione politica e militare.

«Libertà vo cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta»1, scrive il sommo poeta a proposito del suicidio. Gli fa eco il filosofo franco-rumeno Emil Cioran in Sillogismi dell’amarezza: «Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea di suicidio, mi sarei ucciso subito».

Il suicidio diventa, quindi, un inno alla libertà, la fine da ogni costrizione della vita e dalla sua drammatica finitudine. Suicida sembra oggi colui che non vuole più scendere a compromessi, che non vuole più rimanere all’interno di steccati ben definiti, che non accetta più certe regole e la “schiavitù” a cui è sottoposto, colui che non accetta più la finitezza e cerca l’infinito a tutti i costi. È il coraggio dell’impossibile, è sfidare qualcosa che altri non vogliono o hanno smesso di sfidare, è cercare quella luce in fondo al tunnel, è cercare un senso in un’altra dimensione.

«Soltanto gli ottimisti si suicidano, gli ottimisti che non possono più esserlo. Gli altri, non avendo alcuna ragione per vivere, perché dovrebbero averne una per morire?» continua freddamente Cioran.

I suicidi di oggi sono dunque quelli in cui si sperimenta l’Assurdo e si cerca di andare oltre: si fugge per sempre da quell’incoerente mancanza di valori, di ragioni, di verità, di uguaglianza, di equità. L’Assurdo nasce quando nasciamo e muore quando moriamo. E allora perché continuare a vivere nell’Assurdo? Meglio andarsene prima ritrovando senso e significato all’esistenza stessa riconciliandosi con il mondo ed eliminando così ogni impurità di cui è contaminata la terra, rifugiandosi per sempre in una dimensione asettica.

Ma è proprio qui che sta il problema: anche il suicidarsi diventa uno degli atti dell’Assurdo, quindi anche il togliersi la vita rientra in quell’assurdo vortice di non senso, è uno degli atti più materiali e pregni di non-vita che l’esistenza umana ci offre. L’uomo di oggi non deve compiangere il suo destino, non deve eliminarlo, ma deve affrontarlo, deve essere più forte di esso. Alcuni di fronte a queste morti dell’Assurdo si chiedono: “Dove sei Dio?” Io mi chiedo: “Dove sono gli uomini? Dov’è la politica?”. Noi dobbiamo diventare Dio, dobbiamo riappropriarci della nostra vita, senza illusioni ed effetti speciali, dobbiamo lottare, a volte senza illuderci. Ecco il compito delle istituzioni, della politica, della religione: aiutarci a dare senso al nostro sudore, ai nostri passi stanchi, alle nostre lacrime che non potranno non esserci, ma che dobbiamo riconoscere come costitutive del nostro essere e per questo non da eliminare, ma da superare per raggiungere anche in questa dimensione un vivere meno inquinato.

«Bisogna amarsi molto per suicidarsi», scrive ancora Camus ne I giusti. È questo che non hanno ancora capito nostri politici, i nostri genitori, i nostri superiori, i nostri insegnanti, la chiesa: noi vogliamo amarci, noi vogliamo il meglio, vogliamo cambiare e se non ci è data questa possibilità allora è meglio morire.

Solo se aiuteremo l’uomo a superare il pessimismo facendogli sperimentare una sorta di metafisica dell’entropia, allora il suicidio non sarà più visto come negazione della volontà, ma come redenzione dell’esistenza, come capacità di guardare negli occhi l’Assurdo e il Nulla e vincerli per sempre.

 

di Gianbruno Cecchin

 

Gianbruno Cecchin, 46 anni, di Galliera Veneta (PD), dove “dormo”. 
Filosofo.
Laureato in filosofia a Padova con un tesi in filosofia della religione.
Ora, invece, mi occupo di filosofia della scienza e bioetica.
Collaboro all’Interno di alcuni progetti (master, corsi di specializzazione e altri corso come ad esempio P4F) con il dipartimento FISSPA dell’Università di Padova (in particolare con il gruppo di ricerca sulla pedagogia speciale). 
Sono professare a contratto in alcune università italiane ed estere dove insegno “etica e deontologia professionale”, nonché bioetica e storia della medicina.
Ho scritto numerosi articoli in riviste di settore e come editorialista in quotidiani locali e nazionali. 
Da libero professionista svolgo docenza di materie inerenti il mondo della comunicazione all’interno di corsi finanziati dal FSE e non e collaboro con alcuni enti di formazione professionale del Veneto ed Emilia Romagna.
Ho un “blogger” tutto mio dove annoto appunti di vita: “unfilosofoelavita” su WordPress. 
Single per scelta, adoro viaggiare, leggere (soprattutto saggistica), ascoltare e andare al cinema. Amo la buona tavola, adoro i mercatini dell’antiquariato e i festival del vintage (non ne perdo uno e acquisto l’impossibile!!).
Concludo con una citazione a me cara di William Hazlitt: “Una parola delicata, uno sguardo gentile, un sorriso bonario possono plasmare meraviglie e compiere miracoli”.

 

NOTE:
1. Dante, La divina commedia, Purgatorio, I, 71

[Immagine tratta da Google Immagini]