Intervista a Isabella Adinolfi: il non-tramonto dell’esistenzialismo

Prendo contatto con la professoressa Adinolfi lunedì 4 luglio, e per il giovedì successivo ho l’appuntamento per registrare l’intervista; mi reco all’udienza in un giorno afoso, infarcito di turisti: i volti bruciati dal sole o mangiati dalle zanzare, gli occhi colorati oppure nascosti sotto poderose lenti scuri, gli idiomi e gli stili di abbigliamento si fondono e si mescolano tra le calli, dando vita a un (leggermente) decadente anticipo del Carnevale che verrà; è Venezia; è casa mia. Lo è stata, perlomeno. Ma chi sa dove deve andare, lo fa senza troppo guardarsi attorno: gondolieri, avventori, ciceroni, consumatori di spritz od ombre de roso, (finti) intellettuali che sembrano aver come meta il Gran Teatro o qualunque altro luogo intelligente … sono anni che percorro queste vie e anche se, all’inizio, tutto poteva impressionarmi, ora mi lascia  indifferente; il carrozzone della vita di una città sommersa dalla sua gloria continua a procedere, senza bisogno che io vi presti attenzione.

Quando arrivo davanti all’ufficio della professoressa Adinolfi, provo un leggero senso di deja-vu; gli ultimi mesi della mia vita li ho trascorsi più in questo corridoio che a casa mia e tornar qui mi fa un certo effetto; sì, perché chi scrive ha avuto l’onore (e l’onere) di laurearsi con la professoressa Adinolfi, ed è per lui un onore (e un onere) tornare non più da studente, ma da “intervistatore”.

Arriva. Stiamo entrambi bene, non ci vediamo da mesi ormai, e ci siamo sentiti molto poco; l’intervista è frammentata da varie digressioni che riguardano solo noi due che non è il caso che riporti qui … devo tantissimo a questa donna, sia dal punto di vista umano, che accademico – e spesso le due cose, viste alcune esperienze dolorose avute proprio a ridosso della laurea, si sono fuse tra loro: non c’è stato un momento in cui mi sia mancata una sua parola d’incoraggiamento, soprattutto nel buio momento in cui i pensieri angosciati e i ricordi soffusi, ti bloccano innanzi a una cartella Word intitolata Tesi di laurea che resta, tragicamente, bianca come un cadavere per settimane e settimane.

Isabella Adinolfi è una delle maggiori studiose di Kierkegaard in Italia; si laurea a Ca’ Foscari nel 1989 con una tesi intitolata Kierkegaard. Uno scrittore a servizio del cristianesimo, poi pubblicata per la casa editrice Marietti; insegna all’Università di Venezia dal 1992 – attualmente è professore associato di Filosofia Morale; insegna Filosofia della Storia, Storia del pensiero etico-religioso e Storia della Filosofia Morale.

I suoi ambiti di studio comprendono, oltre al prediletto Kierkegaard, svariati autori (Pascal, Tolstoj, Weil ecc.) e tematiche diverse: la condizione della donna nella società e nelle religioni, i diritti umani, la tortura, il ruolo e il valore della letteratura nella formazione della persona, il misticismo, l’amore.

Le sue pubblicazioni sono numerosissime (5 monografie, 43 articoli, 14 curatele, 6 prefazioni/postfazioni), citeremo solo le monografie: Poeta o testimone? Il problema della comunicazione del cristianesimo in Søren Aabye Kierkegaard (1991); Il cerchio spezzato. Linee di antropologia in Pascal e Kierkegaard (2000);  Le ragioni della virtù. Il carattere etico-religioso nella letteratura e nella filosofia (2008); Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile. Un percorso etico-religioso nel dramma della Shoah (2011); Studi sull’interpretazione kierkegaardiana del cristianesimo (2012).

 

La mia intervista non è neutrale, ma dettata dall’affetto e dal rispetto che provo per una mia maestra di vita – tra le più importanti che abbia avuto … il che non toglie che s’abbia avuto anche i nostri momenti di scontro, intendiamoci! Non sono ancora riuscito del tutto a perdonarle l’accusa di “maschilismo” che mi lanciò durante una sua lezione su Etty Hillesum (il corso era storia del pensiero etico-religioso) – accusa che mi fu mossa solo perché ebbi l’ardire di affermare che non si poteva trarre filosofia dal diario di una ragazza con problemi psicopatologici … incomprensioni accantonabili, comunque.

Lasciandoci, la professoressa Adinolfi mi dice: “Non perdiamoci di vista”.

Le rispondo ora, in queste righe: tranquilla professoressa. Un (ex)studente forse si perde, un amico no.

Professoressa, nel suo curriculum di studi e pubblicazioni spiccano nomi di primo piano della storia della filosofia: Pascal, Kierkegaard, Leopardi, Hillesum e Weil solo per citarne alcuni. Riguardo in particolare agli autori qui citati, si nota la loro comune appartenenza a quella che, volgarmente, si definisce “filosofia esistenzialista”. Intanto, le piace il nome esistenzialismo?

Il termine “esistenzialismo” appare oggi un po’ usurato. È stato di moda, molto di moda, troppo di moda, nel secolo scorso, nel breve intervallo tra le due grandi guerre e negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Si riferiva a un movimento filosofico che ha influenzato la letteratura, l’arte, il costume. C’era persino un modo di abbigliarsi esistenzialista; pensi a Juliette Gréco e ai suoi abiti neri, essenziali, severi.

Come ricorda Leopardi in una delle sue Operette morali, la moda è sorella della morte, entrambe sono figlie della caducità. Quel che è stato à la page a un certo punto stanca, sazia e passa quindi di moda. Comunque, per quanto riguarda l’esistenzialismo, credo abbia stancato soprattutto un certo gergo, fatto di giochi di parole, di improbabili etimologie ecc. Gergo di cui non si può imputare la responsabilità a Kierkegaard, ma ai suoi nipotini ed epigoni. Soprattutto a Heidegger.

Dalla sua domanda mi sembra però di capire che non si riferisce al termine esistenzialismo in senso tecnico.  Lei menziona alcuni nomi di scrittori di cui mi sono occupata, che non hanno un pensiero comune, né nelle tesi principali né nel metodo. Non sono dunque in senso stretto accomunati da una scuola di pensiero.

Se usiamo il termine “esistenzialismo”, in senso lato, più largo, per qualificare un pensiero caratterizzato da un’attenzione per la vita, una preoccupazione per i suoi problemi concreti, allora le rispondo che questo termine mi piace molto, lo uso spesso, e non credo possa mai stancare o venire  a noia.

Lei ritiene che, nella società di oggi, l’esistenzialismo abbia (o debba avere) ancora un ruolo di primo piano?

Se è passato di moda il gergo esistenzialista, e le confesso che non mi spiace quando ripenso ai saggi di alcuni colleghi in cui non c’era una sola parola che non fosse spazieggiata con uno o più trattini, un’esagerazione di cattivo gusto, l’esistenzialismo come riflessione sull’uomo non passerà mai di moda. L’esistenzialismo, inteso come quel pensiero che s’interroga sui problemi ultimi, quali il significato della vita, l’amore, la morte, si sottrae all’imperio delle mode effimere.

Kierkegaard le è particolarmente caro. Come giudica l’attuale situazione degli studi kierkegaardiani in Italia?

Mi sono laureata con una tesi su Kierkegaard, la prima tesi su quest’autore che sia stata discussa all’Università di Venezia. Leggendo l’Abbagnano, per preparare l’esame di Storia della filosofia moderna, ero rimasta fortemente impressionata dal pensiero del filosofo danese.

In Italia le grandi sintesi del pensiero kierkegaardiano appartengono al passato, penso a Fabro innanzitutto, a Cantoni, Perlini, Pareyson, Melchiorre, Giannatiempo Quinzio ecc. Ma alcuni studiosi e traduttori di Kierkegaard della mia generazione o più giovani sono molto interessanti. Penso alle traduzioni di Dario Borso, le sole che siano riuscite a rendere in italiano la raffinata eleganza della scrittura di Kierkegaard, agli accostamenti audaci e intelligenti proposti da Roberto Garaventa e Marco Fortunato, penso a Umberto Regina e Ettore Rocca, che molto hanno fatto per richiamare l’attenzione sulla produzione edificante dello scrittore danese, alla bravissima Simonella Davini, ai più giovani Sergio Fabio Berardini,  Ingrid  Basso, Laura Liva e ad altri ancora.

Fuori dai confini italiani, in Danimarca per esempio, sono molti gli studiosi che stanno rinnovando la lettura dell’opera di Kierkegaard. Primo fra tutti, Joakim Garff, con SAK, la monumentale biografia dedicata a Kierkegaard tradotta in moltissime lingue.

Quanto ha pesato, a sua opinione, la Kierkegaard-Renaissance sull’ermeneutica contemporanea dei testi del filosofo danese?

Non  molto direi.

La “Kierkegaard-Renaissance”, ossia la corrente filosofica che ha dominato in Europa per tutta prima metà del ’900 con la filosofia esistenziale tedesca di Heidegger e Jaspers, e quella francese di Sartre, Whal, ha utilizzato alcune categorie kierkegaardiane, come quelle di possibilità, angoscia, disperazione ecc., per ripensare in termini nuovi il modo d’essere dell’uomo nel mondo, strappandole dal terreno religioso in cui erano radicate e da cui traevano alimento. Laicizzati e trasferiti nel registro speculativo della pura ragione filosofica, quei concetti hanno avuto un’ampia circolazione che altrimenti non avrebbero conosciuto. Ma questa operazione, come ha visto Fabro, aveva un vizio originario: immanentizzava delle categorie pensate per la trascendenza.

Oggi si tende a una lettura di quelle categorie più corretta dal punto di vista filologico. A leggerle sullo sfondo per cui erano state pensate originariamente.

Se davvero vogliamo dare all’esistenzialismo il ruolo che merita, non si può che partire dall’esistenza, cioè dalla vita umana. Ma prima dobbiamo capire cosa sia una “persona”. Professoressa, una domanda a bruciapelo. Cos’è una persona, secondo lei?

Non parlo mai di persona. La definizione di Boezio Individua substantia rationalis naturae non mi soddisfa. Preferisco la definizione kierkegaardiana di uomo che apre La malattia per la morte. Interrogarsi sull’uomo significa chiedersi: chi sono io? E la risposta del filosofo danese è nota, l’io è autocoscienza, coscienza di sé come sintesi di termini opposti, corpo e anima, necessità e possibilità, finito e infinito, tempo ed eternità. L’io poi non è solo consapevole ma responsabile della sintesi, non perché abbia posto la sintesi, ma nel senso che sta a lui cercare un equilibrio tra i termini opposti che la formano.  Sta insomma a lui conciliare l’infinità e la finitezza in se medesimo.

Ultimamente, notevole interesse hanno suscitato i suoi studi su Etty Hillesum. Le vorrei chiedere: cosa le ha fatto amare questa autrice, e quale ruolo ritiene che essa meriti, all’interno della storia della filosofia contemporanea?

Il Diario di Etty Hillesum mi è stato donato da una studentessa che si era laureata con me.  La frequentazione di questa giovane scrittrice ebrea, morta nel ’43 ad Auschwitz, è stata importante per la mia vita spirituale. La Hillesum mi ha insegnato a discernere e ascoltare la voce della gioia che non sentivo più in me, soffocata da altre voci, quella del dolore, dell’ira, della protesta… Solo se si dà ascolto a questa voce si riesce trovare un rapporto equilibrato, positivo con il mondo, con gli  altri uomini, con Dio. La gioia, in questo Nietzsche aveva ragione, è più profonda del dolore.Lei è una donna che studia le donne; in un suo articolo su Lo Straniero, commentando Sottomissione di Houellebecq, ha dichiarato che tutte le religioni hanno un fondo di misoginia, solo che alcune hanno saputo (o stanno cercando) di emanciparsi da essa. Parliamo dell’Islam. Lei crede che vi sia un modo per questa fede di uscire dal buio della misoginia?

È innegabile che un fondo di misoginia sia presente in tutte le religioni. La religione è anche una forma di potere e il potere è sempre stato ed è gestito dagli uomini.

Houellebecq è un intellettuale di destra, che auspica il ritorno a una società patriarcale, naturale, e vuol servirsi della religione, in particolare dell’Islam, che gli offre maggiori garanzie per il suo disegno rispetto a un Cristianesimo ormai troppo poco virile, come di uno strumento per attuare questa restaurazione. Lui, dicevo, è un intellettuale di destra, i miei valori sono quelli di una sinistra non ideologica, quelli dei movimenti di liberazione e emancipazione della donna. Può dunque immaginare quanto sia stato per me irritante leggere Sottomissione!

Per quanto riguarda l’Islam ne so troppo poco per rispondere alla sua domanda, per fare previsioni sul suo futuro. Mi pare una buona regola parlare soltanto di ciò che si conosce.

Adinolfi Foto studioLei si interessa anche di diritti umani, un argomento di strettissima attualità e incredibile problematicità, in questi giorni di paura, anzi di terrore. Una domanda brutale: i diritti umani oggigiorno, a sua opinione, effettivamente hanno ancora senso di esistere o sono diventati solo pie aspirazioni?

Quindici anni fa, assieme ad alcuni studiosi di primo piano del diritto, della politica, dell’etica, e della storia delle tradizioni religiose, Casavola, Tronti, Possenti, Bori, Pace, ho pubblicato un volume che fin dal titolo poneva la domanda: i diritti umani sono una realtà o un’utopia? Oggi correggerei molte cose del saggio che avevo scritto per quel volume, ma non cambierei di molto la risposta che in quelle pagine avevo dato alla domanda che mi ero posta e che lei ora mi ripropone. I diritti umani sono una realtà dal punto di vista giuridico, ma non si può dire che essi lo siano dal punto di vista del vivere comune, che cioè ispirino e influenzino concretamente l’agire degli individui, dei popoli, degli stessi organismi attraverso cui si governano.

Essi sono dunque, dal mio punto di vista, per un verso realtà, per altro verso utopia; sono insieme l’uno e l’altro. Ora il problema è capire perché si dia un divario così evidente tra teoria e prassi. Non solo: si tratta anche di capire in quale maniera eliminare tale scarto o almeno ridurlo.

La sicurezza dei cittadini e delle nazioni, intesa come bene politico in sé, giustificano la (usiamo parole kierkegaardiane) sospensione teleologica del diritto umano? In altre parole: la tortura è giustificabile?

Nessuna situazione di tensione o di crisi giustifica secondo me la sospensione dell’etica, cioè dei diritti fondamentali. Purtroppo lo stato d’eccezione viene ancora invocato dai governi per avere le mani libere, per esercitare il potere senza vincoli, per giustificare la violenza.

Il diritto umano all’autodeterminazione del proprio sé, se posto al vertice della gerarchia dei diritti individuali, giustifica – secondo alcune letture – il diritto all’eutanasia, al suicidio assistito, all’aborto; come giudica questa lettura radicale?

Su questo punto, sottoscrivo parola per parola, quanto ha scritto di recente Mario Tronti. Occorre imparare a distinguere tra desiderio e diritto. Non tutti i desideri sono diritti.

Lei collabora con Il manifesto e L’indice dei libri del mese. Vorrei un suo giudizio sulla situazione dell’editoria italiana, in questo particolare momento storico. Che futuro aspetta, a sua opinione, la carta stampata? È davvero destinata alla morte?

Amo leggere. Ogni giorno mio marito acquista almeno due quotidiani e la domenica, a colazione, leggiamo e commentiamo insieme le notizie della settimana e le recensioni dei libri sul domenicale del Sole, Alias, La Lettura, ecc. Le pareti dei nostri studi sono completamente tappezzate di libri. Anni fa abbiamo comprato una casa più grande proprio perché non sapevamo più dove metterli.

Sento ripetere in continuazione che l’editoria è in crisi, che non si comprano più né giornali né  libri. Si dice che è perché si guarda la tv o si naviga in rete alla ricerca di informazioni… perché comprare il giornale o il libro se le stesse notizie possono essere trovate in internet o se basta ascoltare il telegiornale? A me sembra che giornali e libri siano insostituibili. E preferisco il libro stampato a quello elettronico. Dunque spero che la carta stampata non sia destinata all’estinzione.

Cosa si augura per il suo futuro, professoressa? E cosa augura a noi giovani?

Mi piacerebbe scrivere qualcosa di mio, nella forma letteraria di un racconto o di un romanzo autobiografico. Quando ero un’adolescente ho amato moltissimo Natalia Ginzburg, Le piccole virtù e soprattutto Lessico famigliare, di recente ho scoperto Geologia di un padre di Valerio Magrelli che consiglio a tutti di leggere. Mi auguro di scrivere un libro così, mi piace molto quel tipo di scrittura che sento anche mia.

Cosa augurare ai giovani? Di realizzare i propri progetti di vita, in amore e nel lavoro. Mi pare l’augurio migliore.

Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensa della filosofia?

La filosofia è per me una necessità. Non posso farne a meno. Non potrei fare un altro mestiere. Mi rendo conto che la mia risposta è molto personale, e forse lei si attendeva qualcosa di diverso. Provo ad accontentarla.

Evidentemente, la filosofia è per me una necessità anche perché la intendo in un certo modo. Mi colpì molto, quando la lessi qualche anno fa, un’affermazione di Fichte a questo proposito che può forse aiutare a intenderci. Fichte scriveva a Jacobi che aveva iniziato a filosofare per orgoglio, e si era accorto così della propria nudità, sicché da quel momento in poi aveva filosofato solo per il bisogno di salvarsi.

Orgoglio, nudità, salvezza. Mi riconosco in queste sagge, profonde parole di Fichte. Riconosco il mio modo di intendere e far filosofia.

Sè come un altro

Quella dell’alterità è una questione che attraversa lo spazio storico e teoretico della modernità, da Husserl a Heidegger, da Sartre a Lévinas: chi affronta la questione mette in campo sempre una retorica dell’altro, dell’alterità, che, però, acquista validità di discorso a patto che si mettano in evidenza gli attori che lo animano: l’io, l’altro e il piano in cui ci si muove: sia esso gnoseologico, etico, linguistico, politico o ontologico.
Molteplici sono i contributi volti a comprendere la natura del legame che unisce il soggetto alla figura dell’altro, come molteplici sono le declinazioni che la categoria dell’alterità ha assunto nel corso della storia della filosofia.

La scelta di considerare, tra le diverse voci, la proposta e l’analisi che Paul Ricoeur elabora circa l’alterità, con particolare riferimento all’opera Sè come un altro, rinvia non solamente al fatto che egli occupa una posizione rilevante all’interno del panorama moderno, ma alla posizione di mediazione che ha saputo intraprendere, come alternativa alle due tendenze filosofiche opposte che hanno dominato dopo Cartesio: da una parte la posizione idealistica di un soggetto esaltato, la cui categoria dell’alterità viene sempre ricondotta al proprio; dall’altra parte la posizione nietzschiana di un soggetto umiliato e ridotto a una pura illusione.

La filosofia pratica di Ricoeur delinea un soggetto che agisce, patisce e si interpreta, nell’atto di interpretarsi e interrogarsi si scopre attraversato in modo costitutivo della figura dell’alterità che egli incontra nel cammino della proprio esistenza.

Al fine di capire a quale grado l’alterità sia costituiva dell’ipseità, dobbiamo ripercorrere l’analisi che Ricoeur opera circa la nozione di identità.
In Sè come un altro Ricoer distingue chiaramente due diverse sfacettature dell’identità: Ricoeur stesso dichiara che è nel termine soi-même che si costruisce la struttura ambigua e paradossale della soggettività umana; il termine même infatti, nella lingua francese, possiede una doppia valenza, a seconda che intendiamo l’identico al corrispondente latino di idem o dell’ipse. Ricoeur precisa come soi-même

«non è che una forma rafforzativa di soi, nella quale l’espressione même serve ad indicare che si tratta esattamente dell’essere o della cosa in questione»

Da una parte dunque identità-idem, nel significato di ‘medesimo’, sta a indicare il permanere identico e immutabile nel tempo da parte del soggetto, dall’altro identità-ipse, nel significato di ‘stesso’, indica il processo dinamico cui il soggetto è sottoposto temporalmente nell’operazione di identificazione. Con il concetto di identità-medesimezza Ricoeur intende esprimere il lato statico del processo identificatorio, cioè «il nucleo permanente del sé, sede da un lato dei tratti innati della personalità (carattere), dall’altro dei tratti acquisiti nell’arco dell’esperienza della vita temporale, e assimilati in forma di sedimentazione contratta».
Per carattere l’autore intende proprio l’insieme di quegli elementi distintivi che consentono di reidentificare un individuo come il medesimo anche col passare del tempo, scrive Ricoeur: «esso designa in modo emblematico la medesimezza della persona» attraverso quella che lui definisce l’identità numerica, qualitativa e la permanenza del tempo; prosegue sempre Ricoeur: «proprio in quanto seconda natura, il mio carattere sono io, io stesso, ipse, ma questo ipse si annuncia come idem», così ogni abitudine acquisita diventa una disposizione permanente e va a costituire uno dei tratti distintivi tramite i quali riconosciamo una persona come la medesima anche a differenza di anni. Il carattere per Ricoeur risulta essere proprio il che cosa del chi.

il doppio segreto
Il concetto di identità-ipseità invece fa riferimento al lato dinamico del processo di identificazione, aprendo il soggetto all’esperienza dell’altro da sé. Emblematica è la figura della promessa, utilizzata da Ricoeur come esempio del permanere di sé nel tempo attraverso la capacità di mantenere la parola data nonostante il cambiamento: il soggetto infatti deve mantenersi fedele alla parola data a partire dall’istante della formulazione della promessa al momento della sua attuazione, fedele nel significato quindi di identico a se stesso.
Dalla prospettiva così delineata è chiaro come l’identità per Ricoeur non sia totalmente chiusa e di per sé già formata, ma risulti essere un reale processo sempre in corso, che si costituisce in modo dinamico nel tempo tramite la costante dialettica tra medesimezza e ipseità, la quale rende l’io da un lato una totalità chiusa e compiuta, l’io-idem appunto, dall’altro lato invece, una totalità aperta soggetta a mutamenti ed evoluzione, l’io-ipse
Ricoeur sottolinea come identità-medesimezza e identità-ipseità non vadano pensate l’una distinta dall’altra o di per sé autonome, quanto invece nella loro reciproca relazionalità:

«un ente è identico a se stesso soltanto rispetto a ciò che è altro da esso e nel corso del mutamento temporale».

Tale dialettica rappresenta alla fine un soggetto che oscilla perennemente tra la tendenza all’uscire fuori di sé aprendosi all’altro e il bisogno di una chiusura stabilizzante dall’altra; un soggetto tensionale quindi, in costante conflitto tra due tendenze apparentemente contraddittorie, un soggetto che pur aprendosi all’altro vuole proclamarsi autosufficiente. Questa costante tensione e inquietudine, agli occhi di Ricoeur, non è semplicemente uno stato emotivo quanto invece la struttura ontologica stessa dell’essere umano: il soggetto deve imparare, durante il cammino della proprio vita, a riconoscersi quale soggetto finito e abituarsi alla costante tensione rispetto alle molteplici possibilità di diventare se stesso nel rapporto con l’altro.

Elena Casagrande

[immagini tratte da Google Immagini]

La coscienza: un altro me stesso

La coscienza è il caos delle chimere, delle brame, dei tentativi; la fornace dei sogni; l’antro delle idee vergognose; il pandemonio dei sofismi; il campo di battaglia delle passioni.

Victor Hugo

La coscienza è senza dubbio uno dei concetti più difficili nel vocabolario dell’etica. Se chiediamo a noi stessi cosa la coscienza possa significare, questa ci appare già così viva e presente, come lo è la stessa sensazione di esserci. Non vi è dubbio che ciascuno di noi sente e percepisce di essere gettato, situato, presente all’esistenza, molto più difficile risulta sentire di essere presenti a se stessi, o meglio essere coscienti di sé e delle proprie azioni.

Quello che sembra essere un elemento condiviso quando si parla di coscienza è l’idea che questa sia il prendere consapevolezza di qualcosa o qualcuno, l’essere consapevoli di, rendersi conto di; molto spesso utilizziamo i due concetti come se fossero sinonimi, tant’è  sottile la differenza tra i due.

Penso sia necessario recuperare un significato di coscienza che non sia ridotto a semplice ‘capacità’ o ad una ‘facoltà’ della mente umana e componente parziale dell’uomo.

Molto spesso anche in ambito filosofico la coscienza viene ridotta a proprietà dell’uomo, in particolare a quella facoltà di conoscenza o autocoscienza; se pensiamo al Novecento il problema della coscienza si è allargato ulteriormente con l’introduzione dell’approccio psicanalitico di Freud: non è possibile ridurre la coscienza a consapevolezza di sé.

A questo si aggiunge poi il contributo in ambito scientifico ad opera delle neuroscienze e della psicanalisi, portando la questione sul piano ‘meccanicistico’ della dinamica della vita mentale e psichica. Per non rischiare che la questione si mantenga esclusivamente in ambito epistemologico o che venga ridotta all’analisi della relazione tra mente e corpo, dobbiamo porre attenzione più che alla conoscenza dei processi mentali, all’interpretazione dell’esperienza che viviamo, esperienza che rivela la sua natura di attività-passività; secondo la prospettiva fenomenologica infatti, ciò che è importante è che la prima attività del soggetto consiste nell’essere passivo rispetto all’oggetto. Sembra che la passività, intesa come alterità, come altro rispetto a noi, sia a fondamento delle nostre molteplici esperienze e così anche della nostra identità. Se la coscienza è sempre ‘coscienza di’, essa è sempre in rapporto ad un qualcosa che le è dato nella polisemia delle esperienze di vita.

Paul Ricoeur in Sé come un altro, individua tra le diverse figure di ciò che altro rispetto a noi, anche la coscienza: la coscienza come luogo del dialogo tra sé e se stessi, espressa dalla metafora della voce, è una passività senza paragone poiché essa è interiore e superiore a me. Ciò che per Ricoeur caratterizza la coscienza è il suo manifestarsi sia nella forma dell’attestazione sia in quella dell’ingiunzione morale. La coscienza proietta sulle diverse esperienze di passività che il soggetto incontra nel suo cammino, la sua forza di attestazione. Dal punto di vista ontologico, l’attestazione è la testimonianza ad opera del soggetto della sua radicale passività, del suo essere originariamente gettato nel mondo. L’ingiunzione morale invece costituisce

il momento di alterità propria al fenomeno della coscienza, conformemente alla metafora della voce. Ascoltare la voce della coscienza significherebbe essere ingiunto all’Altro ”

Paul Ricoeur – Sè come un altro

Altro che richiama il soggetto alla sua responsabilità morale attraverso la voce della coscienza.

Per Ricoeur questa passività che la coscienza incarna “consiste nella situazione di ascolto che a lui è rivolta alla seconda persona”.

Se la nostra identità è originariamente costituita di passività, proprio perché da sempre viviamo nel rapporto con ciò che altro rispetto a noi, la coscienza è la figura di passività più alta, poiché attesta, nel tessuto della nostra vita, ogni nostro modo di rapportarci all’altro, alle relazioni che instauriamo, alle situazioni che viviamo, attesta come percepiamo e riviviamo le esperienze, come affrontiamo i problemi, come giudichiamo le nostre azioni e quelle degli altri. Coscienza è molto più di consapevolezza o di autoconsapevolezza, la coscienza identifica ciò che siamo, identifica il soggetto nella sua totalità e nella sua unicità singolare.

Coscienza come Sé, come il racconto della nostra storia.

Elena Casagrande

[Immagini tratte da Google Immagini ]