“Perché il papà ha ucciso la mamma?”

“Perché il papà ha ucciso la mamma?”
Può essere solo questa domanda a scandire ogni singola giornata dei figli sopravvissuti alla morte delle loro mamme, uccise dai loro padri.

Questa società sarà anche stata protagonista della liberazione sessuale, del riconoscimento (almeno formale) di pari diritti, dell’avanzata del femminismo, ma i femminicidi, frutto di ideologie non troppo remote, non ancora sradicate, quelle antiche idee di onore legato alla proprietà del corpo femminile e all’affermazione della potestà maschile, sono ancora presenti. Nel femminicidio riaffiora ancora l’archetipo dell’ordine patriarcale violato.

Dei figli che restano si parla e si scrive poco. Se da un lato c’è l’intento di tutelarli, essendo nella maggior parte dei casi ancora minorenni al momento dell’assassinio della madre, dall’altro, nei confronti di questi orfani sussiste una negligenza colpevole, palesemente dimostrata dal fatto che i primi studi sul dramma vissuto da questi bambini e sulle conseguenti ripercussioni emotive risalgono a meno di una decina di anni fa.

È infatti nell’anno 2011 che, la psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry avvia il progetto europeo Switch Off del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli con il supporto dell’associazione nazionale D.i.RE (Donne in rete contro la violenza) e in collaborazione con le Università di Cipro e della Lituania, ponendo al centro dei suoi studi concernenti il femminicidio le vittime collaterali, ovvero i bambini sopravvissuti che hanno perso entrambi i genitori: la mamma vittima di femminicidio e il padre, autore dell’omicidio, rinchiuso in carcere o spesso morto suicida.

Nel 2016, le prime Linee guida di intervento per quelli che vengono definiti “orfani speciali”1: un sussidio a disposizione dei servizi sociali, dei magistrati, degli insegnanti, delle forze dell’ordine il cui obiettivo è utilizzare un protocollo di azione omogeneo e tempestivo perché queste vittime secondarie necessitano di sostegno concreto e cura. Diritti imprescindibili che le istituzioni non possono continuare ad eludere.

Questi bambini, che sono costretti a vagare da un’istituzione all’altra, nella maggior parte dei casi e nel tentativo di preservarne la continuità affettiva, vengono affidati ai parenti più stretti che faticano a far fronte alle innumerevoli esigenze psicologiche e materiali.

Gli “orfani speciali” si trovano a dover avanzare nella strada della vita nonostante il carico sconvolgente di un legame familiare che ha dato loro vita e morte, protagonisti di un’atrocità indescrivibile a parole, privati di quella base vitale e certa su cui fondare la propria forza psichica ed il proprio equilibrio. È innegabile l’obbligo dello Stato e di quella stessa società che si definisce civile provvedere a questi orfani, vittime non solo di un padre violento ma anche di Istituzioni che, in molti casi, non hanno saputo proteggere le loro madri che avevano già subito violenza e avevano più volte denunciato i loro partner o ex partner.

In Italia, da poco più di un anno, è in vigore la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 che, modificando il codice civile, il codice penale e di procedura penale e prevedendo altre singole disposizioni, introduce strumenti di tutela legale ed economica dei figli (di qualunque genere di unione, coniugale o equiparata), minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, rimasti orfani di un genitore a causa di un crimine commesso dall’altro genitore. Ma, come spesso accade nel nostro paese, la normativa approvata manca di adeguati fondi economici.

Questi “orfani speciali”, figli del ventunesimo secolo, sono nati in una società che si definisce inclusiva, liberale, emancipata e civile ma che sopporta che i bambini siano spettatori involontari di crimini efferati, violenza inaudita. Questi bambini in realtà non sono altro che figli di una società liquida in cui, per dirla con le parole del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è protagonista «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza».

A nulla serve introdurre nelle scuole un’educazione finalizzata al riequilibrio di genere se il legislatore non interviene in maniera urgente e decisa con leggi severe che sanciscano la gravità assoluta e la certezza della pena di un crimine che offende la nostra coscienza civile, riportandoci ad una barbarie già vissuta nel passato e ridestando un problema che credevamo di aver superato ma che in realtà l’umanità non ha ancora elaborato.

La donna, ancora e troppo spesso è considerata di “seconda classe”… poi, si arriva ai femminicidi e a non essere in grado di tutelare chi per tutta la vita, inevitabilmente, porterà le conseguenze del terrore, del sangue e del silenzio di quando quel maledetto giorno, in quell’istante tutto è finito.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE:
1. Il documento relativo alle “Linee guida di intervento per gli special orphans” è consultabile nel sito dedicato: www.switch-off.eu.

[Photo credits Tam Wai su unsplash.com]

banner 2019

La politica incontra il male per il bene: Machiavelli e il Divo di Sorrentino

“Lei ha sei mesi di vita”, mi disse l’ufficiale sanitario alla visita di leva. Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto. Ma era morto lui. È andata sempre così: mi pronosticavano la fine, io sopravvivevo; sono morti loro.

Inizia così Il Divo, film del regista Paolo Sorrentino su la vita di Giulio Andreotti.
Giulio Andreotti non era solo un politico, il Divo così soprannominato, fu l’immortale uomo di Stato, tra i maggiori esponenti della Democrazia Cristiana nel lasso 1948-1993 e pilastro indiscusso della Prima Repubblica, conclusasi in merito allo scandalo Tangentopoli.
Un uomo che ci viene raccontato magistralmente dal regista napoletano Paolo Sorrentino, in quello che lui stesso definisce il proprio capolavoro cinematografico, facendosi beffe del premio Oscar La grande bellezza.
Una pellicola dirompente tra realtà e menzogna perché tutto si è scritto sul Gobbo, ma nulla si è veramente compreso. Tutto nascosto dalla sua criptica mimetica, dall’impassibilità nel volto e dell’impenetrabilità della prassi politica. Non è bastata neppure la nota pop voluta nel film, per rendercelo familiare e neanche la maschera di Toni Servillo come interprete. Ma nei dialoghi e nelle citazioni desideranti di immedesimare l’ironia cronica del Senatore, è possibile delineare le dinamiche che lo hanno reso tale nella storia e la formazione politica che lo ha introdotto nelle istituzioni repubblicane.

Il film è ambientato tra il 1991 e il 1993, quando Giulio ancora occupava la vita politica nel Paese. Diventato per la settima volta presidente del Consiglio è in corsa per la successione a Cossiga al Quirinale. Gli ultimi ruggiti pacati del democristiano prima degli scandali giudiziari che lo videro imputato per presunte collisioni con la mafia.
Scene arricchite dai palazzi di potere, dalle correnti di partito, dalle cene e dai festini nelle più celebri palazzine di Roma. Tutto contrapposto alla perenne solitudine nella quale riversava e alle frequenti emicranie che gli impedivano lunghi periodi di lavoro.
Due soli anni per poter delineare, quello che oggi viene definito il politico di professione.
Tralasciando le sue peculiarità fisiche e intellettuali, è doveroso indagarne la formazione politica in termini di opere nelle quali è possibile collocarlo.
Uno di questi è Il Principe1 scritto da Machiavelli nel 1513 trattato di dottrina politica. Fu dedicato a Lorenzo de’ Medici, nipote del Magnifico e duca di Urbino, allo scopo di educare il giovane esuberante e ambizioso alla vita politica, che richiedeva non solo abilità intellettuali ma astuzia, scaltrezza, virtù e resistenza. Tutto per il bene della Repubblica seppur i mezzi da utilizzare possano essere definiti poco benevoli e dall’esito incerto.
Andreotti quest’opera la conosceva bene come la maggior parte della classe dirigente non solo della Democrazia Cristiana ma di tutto il mondo politico. L’ambiente d’allora lo esigeva. Infatti nella Prima Repubblica veniva attuata una democrazia puramente rappresentativa, ancora poco soggetta alle trasformazioni odierne di sistema e ad un’opinione pubblica onnipresente.

La sezione diciottesima intitolata Quomodo fides a principibus sit servanda2, ovvero in che misura i principi debbano mantenere la parola data, è uno dei capitoli più controversi del Principe, in cui Machiavelli affronta la delicata questione della possibilità o meno per il sovrano di comportarsi con astuzia e venir meno agli impegni sottoscritti ufficialmente.
Viene descritto come il principe d’allora potesse governare servendosi della forza e come dovesse essere per metà uomo e per l’altro bestia.
Una bestialità divisa tra volpe (astuzia) e leone (violenza), entrambe necessarie all’azione di governo. L’astuzia si manifesta soprattutto nella capacità di venir meno agli impegni presi e nel non mantenere la parola data, quando ciò è necessario per conservare lo Stato. Tema che si lega strettamente a quanto affermato nel capitolo XV relativamente alla necessità per il principe di comportarsi in modo non etico perché lo Stato è un valore assoluto da preservare a ogni costo, baluardo contro il disordine e l’anarchia.
Inoltre il concetto della simulazione e della dissimulazione rappresentano i mezzi utili al sovrano per, non avendo tutte le buone qualità che ci si aspetta da lui, parere di averle. Ciò non significa che il sovrano debba necessariamente compiere il male ma non deve rifuggire dal compiere azioni delittuose se necessitato e, al contempo, badare che non gli esca mai di bocca qualcosa che contraddica le migliori qualità che normalmente ci si attende dall’uomo di governo, per cui egli deve apparire pietoso, fedele, umano, leale, religioso. Un’immagine che identifica Andreotti con tutti i suoi segreti e ben è stata rappresentata nel monologo finale del film di Sorrentino.

“(…)Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute (…) Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. (…) Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta.”

La politica così rappresentata deve includere dentro di sé il male – nella simulazione e dissimulazione – per il bene. Il fine che giustifica i mezzi3 riutilizzando le parole di Machiavelli così che il Principe possa conservare lo Stato nei momenti di crisi.
L’epoca odierna della politica al cui centro risiede la trasparenza incondizionata, ostacola tutto ciò considerando il bene per il bene. C’è da chiedersi dove stia la verità e il buon ordine di governo. Comunque sia, il primo passo è prendere consapevolezza della realtà, agendo di conseguenza, senza dimenticare che la politica prima delle sue correnti è partecipazione.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE:
1. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti
2. Quomodo fides a principibus sit servanda, capitolo diciottesimo del Il Principe, N. Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti p.154
3. Il Principe, Niccolò Machiavelli, Feltrinelli, 2013, a cura di Dotti, cap. XVIII p.155

Immagine di copertina tratta da una scena del film.

banner 2019

Lo Yoga e il conflitto mente-corpo. La pratica della posizione dell’albero

Lo Yoga è una tecnica meravigliosa che ci permette di accedere ai più elevati livelli spirituali, ma è anche una tecnica molto pratica, che rimane sempre rigorosamente ancorata a terra.
Il termine yoga, per via della sua genericità, permette una grande varietà di significati. L’etimologia del termine sanscrito significa unire, legareFare Yoga significa realizzare un movimento, un’azione: l’azione del legare, unire, connettere.
Unire che cosa, potremo chiederci?

Lo yoga è una tecnica che permette all’uomo di connettere armonicamente mente e corpo, coscienza e consapevolezza, essere e universo, testa e cuore, respiro e sensazioni, psiche e memoria, attività e passività, volontà e abbandono.
Mi sono appassionata a questa pratica molti anni fa e, oltre a praticarla in vere e proprie “classi”, ho avuto il piacere di conoscere questo mondo da un punto di vista diverso: per un anno ho frequentato un corso per insegnanti che mi ha permesso di studiare questa tecnica da punti di vista nuovi e davvero interessanti.
Uno di questi è quello di cui vi parlo in questo articolo, che mi ha messa di fronte alla grande difficoltà di ascoltare corpo e mente senza permettere all’una di soffocare la “voce” l’altro e viceversa. Questo concetto viene ampiamente trattato da Andrè Van Lysebeth, uno dei pionieri di questa disciplina in Occidente, del quale vale la pena leggere I miei esercizi di yoga (Mursia, 1993); Imparo lo yoga (Mursia, 1987) e Pranayama, la dinamica del respiro (Astrolabio, 1978). A chi pratica assiduamente lo yoga non deve poi mancare la lettura de Hatha Yoga Pradipika, uno dei testi principali sulla filosofia dello hatha yoga.

In questa disciplina, il rapporto tra mente e corpo viene definito come un rapporto tra consapevolezza e coscienza. La mente è la consapevolezza: individua. Pensate, per fare un esempio pratico, ad un laser che illumina un punto preciso.
Il corpo invece è la coscienza: universalizza.
La relazione tra corpo e mente è, per usare un termine della filosofia cinese, yin-yang: la mente influenza il corpo e il corpo influenza la mente; ora prevale l’una, ora l’altro, nessuno dei due domina totalmente ma si fronteggiano in un eterno conflitto. Ed è proprio questa perenne competizione a non rendere così semplice la pratica.

Infatti uno yoga consapevole determinerà uno squilibrio verso la mente, facendoci perdere l’elemento della coscienza e quindi della corporeità, dell’ascolto del corpo e dei suoi limiti; uno yoga cosciente, invece, ci squilibrerà verso il corpo, facendoci perdere l’elemento della consapevolezza e quindi della mente, della presenza, della concentrazione.
Lo yoga quindi dovrà riproporre un rapporto armonico tra le due polarità, mente e corpo.
Quando si pratica yoga dobbiamo essere bravi a dosare corpo e mente: non possiamo essere o tutta mente o tutto corpo, ma semmai l’interazione tra i due.

Per questo, quando lo pratichiamo, dovremmo cercare di indirizzare la pratica nel senso della conoscenza consapevole, ovvero osservare con distacco la realtà e partecipare ad essa senza giudicare quanto ci accade. Semplicemente osservare.

Solo così è possibile comprendere che ognuno di noi è il campo di azione di mente e corpo. In altre parole, siamo una polarità in azione, ora mente, ora corpo, ora ascoltiamo l’una, ora ascoltiamo l’altra. Prenderne coscienza ci libera dall’obbligo di interpretare l’uno o l’altro ruolo e ci rende liberi. Ho provato ad osservare la competizione mente-corpo praticando alcune posizioni e oggi vi propongo una pratica molto semplice, che tutti potete fare, con una delle mie asana (lett. posizioni) preferite: Vrikshasana, la posizione dell’albero.

Il primo impulso mentale che mi arriva è quello di realizzarla al massimo del suo potenziale. Secondo la mia mente, quindi, devo portare la pianta del piede sull’alto dell’interno coscia, stendere le braccia verso l’alto, chiudere gli occhi, restare immobile. Se decidessi di ascoltarla, senza prestare attenzione al corpo, cercherei di realizzare una posizione probabilmente perfetta, dritta, impeccabile.

Ma sarebbe yoga questo? Avrei ascoltato il mio corpo? Avrei rispettato i miei limiti corporei? Sicuramente sarebbe una bella prova di resistenza ginnica, ma non yoga. La posizione sarebbe forzata, non riuscirei a tenerla se non per qualche secondo e sicuramente mi stancherebbe terribilmente. Non sarebbe la mia posizione, sarebbe solo una maschera perfetta delle mio vero io. Allora mi fermo e ascolto il mio corpo.

Cosa mi dice?

Mi dice di alzare il piede piano, uno step alla volta, in modo che il piede che rimane a terra inizi a giocare col pavimento e trovi il suo equilibrio. Mi dice che non importa che la pianta del piede arrivi fino all’alto dell’interno coscia, ma che devo trovare il mio limite e rispettarlo. Mi insegna che non è doveroso neppure alzare le braccia verso l’alto. Posso tenerle sui fianchi o davanti al petto, se in questo modo sento che la posizione non diventa forzata, scomoda e dolorosa. E ascoltando il corpo ritrovo anche la mia mente, che, non più preoccupata della perfezione, comincia a giocare con lui e si ingegna non più a tirarlo e forzarlo, ma a trovare insieme al corpo il modo per stare in equilibrio: si concentra sul bacino, trova il suo centro. Corpo e mente non più antagonisti, ma complici.

Il risultato è un albero assolutamente imperfetto, con la pianta del piede bassa, con le mani davanti al petto, un pochino tremolante, ma è il mio albero. E soprattutto, mentre sono nella posizione, sorrido.

 

Martina Notari

 

[Photo credit Marion Michele]

cop_06

La ricerca di un equilibrio interiore: “Nessuno si salva da solo”

C’è chi, nella vita di coppia, ama lasciarsi cullare dall’emozione del momento, chi preferisce mantenere un certo grado di razionalità, chi ancora sceglie di ritagliare ampi spazi per se stesso o chi, invece, sente di essere sufficientemente appagato impiegando la totalità del proprio tempo con il partner. In tutti questi casi essenziale è ritrovare un equilibrio interiore, una coerenza con se stessi e con l’altro che permetta di vivere con serenità il tempo quotidiano e le relazioni sociali, pur nell’infinita dinamicità che caratterizza l’esistenza. Non sempre questo è possibile, anzi al giorno d’oggi appare come una lontana chimera, questo lo spettro delineato da Margaret Mazzantini nel romanzo Nessuno si salva da solo, dove l’autrice riflette sul dramma di tante coppie contemporanee nelle quali vengono spesso a crearsi fratture che si trasformano in irrimediabili voragini.

«Eppure lui non era così cambiato. Lo stesso sguardo disponibile a ogni negoziazione possibile pur di essere amato e accettato. Gli stessi imbrogli. Era lei che lo guardava da una prospettiva diversa»1. Non c’è più affinità nella coppia, manca l’empatia, cadono gli elementi che rendevano la loro relazione unica e i due interessati finiscono per guardarsi l’un l’altro come dei perfetti estranei… perché? Che cosa è andato perduto? Cosa è cambiato?

Difficile rispondere a queste domande ma, guardando con sincerità all’interno di noi stessi, possiamo notare come nessuno di noi è immobile, bensì in evoluzione, un’evoluzione data dalle esperienze quotidiane, dal passare del tempo, dalla vita stessa. Se ci fermiamo a riflettere e osserviamo l’ “io” di qualche anno fa ci accorgiamo che è diverso dall’ “io” attuale, alcune vicende lo hanno mutato e magari alcuni aspetti si sono accentuati e altri invece nascosti. Così talvolta il cambiamento ci allontana e chi ci è accanto diventa estraneo, fa parte del nostro passato anche se quel passato ritorna sempre e sembra attuale.

«Non si possono dire le cose. Le parole salgono dal fondo ma restano lì come pesci morti. Non ci sono veri responsabili. Puoi ritenerti innocente. È semplicemente andata così»2.

L’equilibrio si è rotto, ciò che era unitario ora è diviso, ciò che era vero è diventato puro ricordo.

Proprio su questo punto, sulla necessità di staccarsi dal passato, un passato che sembra attaccato a noi come un filo, la Mazzantini indaga, mettendo in risalto la difficoltà contemporanea di avere una percezione reale di se stessi, di capire cosa fa parte di noi e cosa no. Si tratta di un aspetto riscontrabile in molte coppie e in molti uomini d’oggi: è difficile essere in equilibrio con se stessi, convivere con i propri piccoli e grandi drammi senza rinchiudersi in una egoistica contemplazione del proprio fabbisogno. Laddove la bilancia comincia a pesare troppo verso il proprio ego, laddove l’apertura verso l’altro viene meno, i pesi e le misure vengono scombussolati e la struttura oscilla pericolosamente: si è rotto l’equilibrio.

Di fatto ciò che la Mazzantini ci riporta in questo romanzo è una contemporaneità che ricerca ma non trova questa concordia, uomini che si interrogano in continuazione sui propri errori senza trovare una risposta che li appaghi.

Da questa riflessione si apre un’altra difficile parentesi: quale risposte l’uomo contemporaneo è in grado di trovare sulla propria esistenza? In un mondo che sembra ormai rispondere a qualsiasi esigenza fisica e fisiologica c’è una vera risposta alle intime domande umane?

Delia e Gaetano sembrano non trovare tregua: chiedono a se stessi, chiedono all’altro, ma gli interrogativi si accumulano fino a diventare una sorta di montagna che riempie la coscienza e non li lascia respirare. Anche la ricerca di un senso nell’ambito religioso sembra vacillante, non una via d’uscita valida che possa dare una risposta al proprio dramma.

Tuttavia «Nessuno si salva da solo», afferma la Mazzantini in chiusura: l’uomo ha bisogno di sentirsi in equilibrio, ha bisogno di trovare una via su cui contare e in cui credere, una via che può essere la sua guida.

Cercando bene questa soluzione, questo equilibrio forse è raggiungibile, così come sembra per Delia alla fine del romanzo; non smettiamo di cercare, non smettiamo di credere e di avere la forza di ricominciare, perché un appoggio da qualche parte è sempre possibile.

Anna Tieppo

NOTE:
1. M. Mazzantini, Nessuno si salva da solo, Milano, Mondadori, 2011, p. 96
2. Ivi, p. 31

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

A che gioco stiamo giocando?

Leggere attentamente le istruzioni e seguire i seguenti passaggi. I giochi si compongono sempre così? Sorretti da regole, da istruzioni che appositamente leggiamo e cerchiamo di seguire per dar forma ad uno svago, ad un nostro bisogno di estraniarci e non pensare a ciò che sta fuori dal gioco. Entrare in una bolla ludica, ritagliarsi uno spazio, un mondo se vogliamo, per divertirci da soli o in compagnia.
Mi direte che queste sono le caratteristiche di un gioco da tavolo, una semplice descrizione di una pratica che si sta perdendo. Sono sempre di meno le persone che decidono di sedersi, magari proprio attorno ad un tavolo, condividendo questo processo che trova il suo senso nell’esecuzione e nella preparazione più che nelle soluzioni e nei risultati.

Il mio intento, però, è ben altro che la rievocazione nostalgica di questa pratica. Il problema − come ormai mi piace evidenziare riguardo ad ogni argomento − risiede in un luogo più profondo rispetto alla superficie associazionista della regola e del gioco da tavolo. Scomponiamo in fattori, dividiamo il materiale che abbiamo, compiamo proprio quell’operazione che non siamo abituati a compiere. Prendiamo le cose per come sono, le frasi per come sono state scritte e spesso non riusciamo a scoprirne i lati nascosti, le contraddizioni, i segreti di cui sono impregnate. Questo stesso testo ne può contenere, come ne contiene un indovinello che richiede un procedimento logico. Alcuni sono più capaci di risolvere tali quesiti, altri non riescono a modellare l’indovinello, a cambiarne la forma per risolverlo.

Prendiamo, per esempio, l’argomento del falsificazionismo di Popper, il quale afferma che «una teoria per essere scientifica deve correre il rischio di essere confutata». Avete compreso? La maggior parte di voi probabilmente no, io invece che studio filosofia so benissimo che cosa intende significare. Falso. Continuo a non cogliere in modo semplice ed immediato l’affermazione di Popper e non me ne vergogno, l’ho dovuta studiare ed approfondire ma non riesco ancora a coglierne quel lato segreto, celato di cui vi parlavo, come se fosse una logica non in linea con quelle che sono le mie procedure di ragionamento.

Vediamo le cose in un modo, il nostro modo, una nostra personale visione del mondo e ci riesce difficile l’esercizio di cogliere altri aspetti, le sfumature che non stanno nel nostro campo visivo. Il gioco di cui vi parlavo prima non si ferma a ciò che avete inteso precedentemente, chi in modo più ragionato e chi più superficialmente, non è una domanda sui giochi da tavolo o sul giocare, bensì riguarda IL gioco.
Ditemi, cari lettori, secondo voi a che gioco stiamo giocando? Cosa vediamo veramente di tutto quello che ci è offerto e non? Quando ci rechiamo in un ufficio per un colloquio di lavoro facciamo il gioco del dirigente e dell’azienda, quando andiamo a sostenere un esame all’università facciamo il gioco dell’università stessa e del professore che ci troviamo davanti, il tutto al fine di ottenere il risultato che vogliamo. Niente complottismo, nessuno potere forte da condannare, qui si chiamano in causa tutti i giocatori, tutte quelle persone che fanno parte di questi accordi segreti, quelle regole lette una volta nel foglietto illustrativo e poi acquisite e replicate attraverso la solita risposta sempre corretta. In questo modo va tutto bene, siamo tutti d’accordo e ogni accordo mira all’equilibrio, e tutto viene cullato da quest’armonia eletta da tutti. Questa è la pace, questo è il mondo che va bene e che vogliamo, che abbiamo costruito, quel sistema così perfetto da non volere falle, tanto che nessuno intende più vederle. A chi conviene veramente disfare questa struttura, questa rete di accordi subliminali? È conveniente abolire ciò che ci fa alzare la mattina, andare al lavoro o a scuola, arredare la casa con più ornamenti possibili, vestirsi come si vestono tutti quelli che condividono il tuo status, dire quelle cose ci gli altri si aspettano che tu dica? Perché uscire da tutto ciò? Per arrivare in cima bisogna prendere questa strada, non vorrete mica prendere il sentiero che non viene segnato sulla mappa?

Affidiamoci alla nostra mappa che non può mentirci, chi l’ha disegnata ha a cuore la nostra situazione e vuol farci arrivare in cima senza alcuna ripercussione. È il percorso che hanno preso tutti, che ci promette tanto spettacolo, e sono davvero tante le cose da vedere, così da dimenticarci della malsana idea di prendere il percorso alternativo; d’altronde che cosa poteva serbarci se non insicurezza e pericoli? Quindi non ha senso preoccuparsi, guardare soluzioni alternative, andare al di là di una semplice frase per com’è posta, non farebbe altro che sconvolgere gli equilibri che amiamo, ai quali siamo tanto attaccati. Non è nell’interesse di nessuno, è un compito troppo difficile, un bagaglio troppo pesante, un mondo troppo libero. Rintanati in questo pensiero, in queste righe così calde ed accoglienti per noi, quasi non dobbiamo aggiungere altro. Quasi. Questo dipende da noi. Questo dipende dal voler o meno una risposta la prossima volta che ci domanderemo: a che gioco stiamo giocando?

Alvise Gasparini

[Immagine tratta da Google Immagini]

Spirito apollineo e dionisiaco nel processo penale: l’estetica del giudizio criminale

Il processo penale contemporaneo, per il vero come anche quello antico, medioevale e moderno, suscita interesse, pulsioni sociali, contesa emotiva; tende all’odio verso il colpevole e compassione verso la vittima. Basta pensare ai casi di cronaca più recenti per rendersi conto di quanta enfasi popolare accompagni la storia dei processi. Ne cito solamente alcuni: la strage di Erba, gli omicidi di Garlasco, Perugia e, da ultimo, il processo a Massimo Bossetti. Questo tuttavia accade anche per vicende giudiziarie meno cruente e sanguinose, ma ugualmente “sentite” dall’opinione pubblica, come i procedimenti contro l’ex premier Berlusconi, “mafia-capitale” o gli scandali per i conti esteri di questo o quel personaggio pubblico.

La tensione che si crea tra l’aula di giustizia e la società è palpabile e sostenere, come talvolta ha fatto la Corte di Cassazione, che tutto questo non possa incidere sul giudizio tecnico è un’illusione. Lo è per due motivi fondamentali: l’uno perché l’essere umano non è una macchina, il secondo perché è il diritto stesso che attribuisce al giudicante una funzione sociale attraverso lo scopo general-preventivo della pena che consiste nella portata educativa della pena stessa, non solamente nei confronti del reo, ma di tutta la società. Già l’antropologo e sociologo Émile Durkheim aveva categorizzato quest’esigenza laddove affermava che il delitto causa una frattura nel tessuto sociale che viene rimarginata proprio attraverso la sanzione penale e dunque il processo. La collettività ha bisogno del colpevole per emendarsi dal delitto e per essere sicura di poter vivere in pace, senza pericolo.

Persino l’avvocato cavalca questo istinto allorquando, sostenendo l’innocenza del proprio assistito, crea pressione emotiva sostenendo che “il colpevole è ancora in libertà”. Il caso di Bossetti è paradigmatico in questo senso: il rapimento e l’omicidio della giovane Yara ha sconquassato la quiete della ristretta e civilissima comunità della provincia bergamasca ed il bisogno di sapere “chi è stato” è un’esigenza di vita quotidiana. Nel caso oramai quasi dimenticato dell’omicidio di Milena Sutter (Genova, anni Settanta) accadde qualcosa di molto simile: una bellissima ragazzina fu “prelevata” all’uscita dalla scuola, tenuta non si sa dove per alcuni giorni e poi gettata in mare. A Genova la “terra di nessuno”, dove far ritrovare un corpo esanime, è il mare; a Bergamo un campo incolto. A quel tempo i genitori avevano paura a mandare i propri figli a scuola, oggi accade lo stesso. E’ il “pericolo dell’accettare le caramelle dagli sconosciuti”.

Il processo, chiamato a giudicare di vicende così emotivamente devastanti, è, al contrario, un laboratorio scientifico di regole, di eccezioni, di cavilli che non sono perversioni da Azzeccagarbugli ma garanzie contro gli abusi, regole che garantiscono la logicità delle decisioni, strumenti per evitare che i protagonisti del processo operino da vittime dell’impulso e dell’emozione invece che da algidi tecnici. La toga rappresenta, metaforicamente, proprio questo: la necessità di far trionfare il diritto, cioè dire la scienza giuridica. L’errore cognitivo che “stacca” il ragionamento giuridico, per offrirsi all’impulso della sola general-prevenzione e quindi la necessità di ristabilire l’ordine e soddisfare la collettività con la sua “sete di giustizia” è manifestazione della “pop justice” e dunque del prodotto giudiziario “per la collettività”, come le opere pop, rispetto a quelle della tradizione, sono nate per essere trasfuse nei manifesti e nei posters, alla portata di tutti e per tutti. Il diritto tenta di cautelarsi contro questo rischio attraverso la “rimessione del processo” che impone lo spostamento del luogo dell’udienza quando le condizioni ambientali non consentono un giudizio sereno. E’ del tutto evidente la difficoltà di capire quando il processo travalichi così tanto nel “pop” da incidere sulla terzietà del giudice.

Ancora una riflessione sul caso Bossetti: quanti possono comprendere l’anomalia di quella prova del DNA ritrovata sull’indumento intimo di Yara e quanto, proprio quella dislocazione della traccia sul suo indumento, diviene una rappresentazione estetica capace di portare ad errori di prospettiva rispetto al migliore giudizio (va ricordato che altre tracce genetiche di soggetti non identificati sono state trovate altrove ma ad esse non è stata data importanza). Com’è possibile che il Tribunale di Brescia abbia, durante l’indagine, dichiarato che è necessario fare chiarezza su quella prova e la Corte di Assise di Bergamo abbia potuto bypassare questa indicazione ritenendo quell’indizio “preciso”, oltre che “grave” e quindi pienamente capace di provare la colpevolezza di Bossetti? I giudici di Brescia si sono espressi in base ad una valutazione tecnica, che esigeva persino meno approfondito (perché la fase processuale era diversa) rispetto a quella del primo grado; eppure hanno stigmatizzato quella prova, dando le indicazioni, in diritto, di come rimediare al dubbio. Senza il rimedio suggerito quel dubbio resta come un macigno sul futuro del processo. In linguaggio giuridico il dubbio sulla prova si chiama “ragionevole dubbio” e porta all’assoluzione.

Io credo che il processo, anche quello contro Bossetti, viva e sia vissuto con questa doppia natura: una tecnica, complessa e scientifica, l’altra emotiva, passionale, general-preventiva e sociale. Tutta la vita vive di questa dicotomia, dunque anche il diritto. Lo ha spiegato al mondo il grande filosofo Nietzsche nella sua opera La nascita della tragedia, laddove ha raccontato dell’eterna lotta tra lo “spirito apollineo” e lo “spirito dionisiaco”: il primo rappresenta la perfezione delle forme, l’armonia, la logica, ed il secondo la passione, l’emotività, l’irrazionale. Il processo è come l’arte, deve trovare l’equilibrio tra il diritto apollineo e la società dionisiaca, tra il giudice apollineo e il coro (la pubblica opinione) dionisiaca. La vicenda di Bossetti è anche questo e forse, proprio per questo, appassiona la gente (il coro della tragedia greca).

Luca D’Auria

[Immagine tratta da Google Immagini]

Abbi cura del mondo, abbi cura di te

<p>Dettaglio della statua equestre bronzea dell'imperatore Marco Aurelio (161-180 ad). eretta nel mezzo della piazza del Campidoglio sin dal 1538 quando la piazza fu ristrutturata da Michelangelo.</p>

Negli ultimi anni si fa un gran parlare di ecologia e stili di vita green, cioè rispettosi dell’ambiente in cui noi esseri umani siamo chiamati a vivere. Si sono accumulati volumi e volumi di prescrizioni da osservare per vivere in maniera sostenibile, col minimo impatto possibile sul nostro habitat. Se, per un verso, è indispensabile agire sui comportamenti di ciascuno, correggendone quegli aspetti che danneggiano maggiormente l’ecosistema, è pur vero, per altro verso, che tutto ciò non è sufficiente a provocare un cambiamento radicale del nostro modo di vivere la Terra e, in senso più ampio, la Natura (la maiuscola vuole qui indicare la totalità naturale organicamente intesa, compreso dunque il principio che riposa al cuore di ogni singola entità naturale). L’autentica trasformazione di cui c’è bisogno, a ben vedere, non può non prendere le mosse da un’attenta analisi di sé e dei rapporti che continuamente costruiamo con la Natura, tramite le nostre azioni.

Pur continuando a ragionare su quali determinati comportamenti siano in grado di giovare o, al contrario, di nuocere al nostro eco-sistema, bisogna indagare la fonte originaria dell’inquinamento che ammala la Terra e, ancor più a fondo, capire che non è fatto solo di COo di residui d’altro genere, questo miasma che, forse troppo tardi, è diventato uno degli oggetti principali delle nostre preoccupazioni.

Per questa riflessione, proponiamo come interlocutore un uomo d’altri tempi, che dedicò tutta la sua vita a indagare se stesso e la natura delle proprie azioni, a edificarsi secondo i principi del dominio di sé e del costante esercizio di autocoscienza. Si tratta di Marco Aurelio, a cui gli dèi diedero in sorte di essere a capo dell’Impero Romano dal 161 al 180 d.C.

Nei suoi Pensieri (il titolo originale è Ta eis eauton, “A se stesso”), al paragrafo 16 del libro II, Marco Aurelio scrive che «l’anima dell’uomo si copre d’infamia, innanzi tutto quando diventa, per quanto dipende da lei, come un ascesso e un tumore del mondo».

L’anima dell’essere umano ha in comune con ogni singola altra entità che vive nel cosmo, il partecipare di una natura universale, di un qualcosa di divino che innerva tutta la realtà. Scavando in se stesso, l’essere umano scopre che la propria intima natura è data dalla sua appartenenza ad una Natura principiale, che fa della sua vita singolare, una determinazione della vita del Tutto.

L’uomo retto è dunque capace di prendersi cura della Vita, curandosi del proprio sé più profondo (la parola originale è daimon, sulla cui traduzione si possono scrivere trattati. In un senso generico, si può tradurre come “spirito”: nulla ha a che vedere con l’italiano “demone”, che ha un’accezione notoriamente negativa), seguendo i principi di una ecologia interiore per cui, alla fine della vita mortale, ciascuno riconsegnerà alla Natura il proprio spirito, intonso e puro, così come l’ha ricevuto al momento della nascita. L’essere umano ha sin da sempre ciò che gli occorre per prendersi cura del proprio sé: l’introspezione dà la conoscenza necessaria al raggiungimento dell’equilibrio; l’esercizio costante permette il suo mantenimento, nonostante gli accidenti della vita che si mostrano, per quanto gravi, esterni a ciò che di meglio c’è nell’essere umano: il suo daimon, appunto.

Chi non volesse prendersi cura di sé, pur se a fatica – perché è difficile, sia chiaro, conoscersi e curarsi –, non danneggerebbe soltanto se stesso ma la Totalità; o meglio: danneggerebbe se stesso e, allo stesso tempo, la Natura. Marco Aurelio è attento a definire, infatti, l’anima lorda dell’uomo inconsapevole come “tumore del mondo”, un agglomerato di cellule malate che, proliferando, infettano tutto il corpo – anche simbolico – di cui sono parte. L’anima che si maltratta, che non rende onore a se stessa, spreca la propria vita e inietta errore nell’organo della Totalità e rischia di non aver occasione di rimediare: mai distogliere l’attenzione da sé. Disonorare il proprio sé significa, ipso facto, disonorare la Natura di cui si è parte.

L’inquinamento più pervasivo è dunque quello delle intenzioni, in forza del quale ci lasciamo distrarre da ciò che è veramente importante: dal compito che ciascuno di noi ha, di prendersi cura di sé e del mondo, di sé nel mondo.

Ecco, dunque, uno degli insegnamenti che possiamo trarre dalle parole di Marco Aurelio: tra ciascuno di noi e la Natura esiste un inscindibile legame di doppia implicazione, che è posto nel profondo dell’essere umano. Se inquiniamo il nostro sé, inquiniamo la Natura di cui siamo particelle, inevitabilmente. E ciò, a prima vista, appare sconcertante: chiunque abbia mai provato a farlo, sa bene quant’è difficile prendersi cura di sé, non violentare la propria anima con ciò che non vorremmo fare – almeno così pare – eppure ci ritroviamo a fare; con ciò che – lo sappiamo bene – ci arreca danno, eppure continuiamo a cercare spasmodicamente. Ma laddove c’è il problema, si cela anche la soluzione. È su questo legame, infatti, che dobbiamo ritornare a riflettere, se vogliamo che qualunque correzione dei nostri comportamenti (privati o pubblici, industriali o familiari) raggiungano autenticamente il grado di sostenibilità richiesto dalla pericolosa situazione in cui ci ritroviamo, tutti. È nel ripensamento di noi stessi che possiamo trovare la cifra del nostro rapporto con la Natura, la tonalità giusta in rapporto con la quale accordare le nostre pratiche quotidiane, i nostri sistemi economici e politici, la nostra vita interiore, che devono tornare ad essere naturali: «non v’è nulla di male – scrive il nostro autore in chiusura del II libro – in ciò che avviene secondo natura».

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

Albert Camus: alla riscoperta del “pensiero meridiano”

Nonostante i cambiamenti culturali e politici che hanno interessato la realtà  nei cinquant’anni che ci separano dalla morte di Albert Camus, credo ci siano nella  vita e nel pensiero del filosofo francese alcuni aspetti da riscoprire nella loro attualità.

La coerenza fra il pensiero e l’azione che si riscontra all’interno della vita del pensatore francese fa da cornice a ciò che si ritrova nelle sue opere filosofiche e letterarie: la rivendicazione di un linguaggio chiaro e semplice e il rifiuto di qualsiasi mistificazione che tradisca la realtà.

Sono probabilmente le umili origini a far nascere in Camus la riflessione filosofica sulla condizione umana e l’idea di poter cambiare la storia attraverso un’azione politica che abbia come unico criterio la dignità dell’uomo. Egli rifiuta l’utopia in ogni sua forma, appellandosi al concreto, alla realtà che quotidianamente egli trova di fronte a se.

Il “pensiero meridiano” a cui giunge l’intellettuale francese, si fonda sul concetto di “misura”, idea che Camus riprende dal pensiero greco. L’armonia, la proporzione e il limite erano infatti alla base della religione, dell’estetica e dell’etica greca. Anche la giustizia nel pensiero arcaico era legata all’idea di equilibrio e métron: chi infrange l’ordine divino e i limiti di questo, macchiandosi di hybris, può ristabilire il giusto ordine del fato solo attraverso la punizione divina.

Ma cosa si intende per pensiero meridiano? Perché dovremmo oggi riscoprirne l’importanza?

Se si ammette una realtà e un pensiero senza mediazioni, si tradisce la realtà, che invece è multiforme e dotata di mille sfumature che non si possono semplificare e banalizzare in visioni “assolute”. É proprio la coscienza di vivere all’interno del “limite” ciò che abbiamo smarrito e che dovremmo ritrovare:  ideali come la giustizia e la libertà sono realizzabili a condizione di perdere il loro carattere assoluto, trovando un limite nel confronto dell’una con l’altra. Ciò che può essere realizzato, infatti, mantenendo integra la dignità e la libertà dell’uomo è solo un’approssimazione al regno della giustizia perfettamente compiuto, ovvero una giustizia solo relativa.

É  proprio questa forma di  “misura” e coscienza del limite secondo Camus ad opporsi a una politica conservatrice, alla morale borghese dei princìpi astratti che mistifica il reale e alla politica del socialismo rivoluzionario, che rinunciando ad ogni morale, sfocia in cinismo. Il pensiero meridiano è l’espressione della tradizione libertaria. I totalitarismi del Novecento, influenzati dal pensiero tedesco, hanno sacrificato la natura e la bellezza in nome dell’azione e della potenza, affermate attraverso la dismisura. La riappropriazione della natura e della bellezza, che erano state eliminate nel delirio storicista, è il primo compito per l’uomo che voglia recuperare la fede nella rivolta autentica e nei valori scoperti con essa. In questo modo, la storia, che pretendeva di cogliere l’Assoluto, e la politica, che si affermava come religione, perdono il loro carattere puramente dogmatico. Anche di fronte al problema del male, elemento da cui origina l’intero pensiero del filosofo francese, è la misura a offrirci un’ipotetica spiegazione: l’uomo è un “uccisore innocente”, poiché non è totalmente colpevole, in quanto egli non ha dato inizio alla storia, né totalmente innocente, in quanto con le sue azioni egli la porta avanti. Vi è sicuramente un male che nasce dalla dismisura dell’animo umano e dal desiderio di unità, ma vi è inoltre un male di cui l’uomo non è responsabile e davanti al quale egli si rivolta e chiede giustizia. Coloro che hanno cercato di dare una spiegazione razionale o irrazionale del male lo hanno giustificato o ne hanno moltiplicato la diffusione, aggiungendo al male già presente, il male di cui la smania di assoluto si è resa responsabile.

L’attacco de “L’uomo in rivolta” alla sinistra marxista e alla società comunista fa appello alla stessa coerenza di fondo: egli rivendica una società e una politica a misura d’uomo, la cui realizzazione non deve sacrificare i valori più alti. La dura replica della sinistra rivoluzionaria francese porta alla rottura definitiva con Sartre e con gli intellettuali de “Les temps Modernes”. A causa del rifiuto camusiano dello storicismo e del terrore connesso alla prassi rivoluzionaria, il pensiero del filosofo francese viene interpretato come quietismo moralista e borghese.

La condanna di Camus era invece rivolta a ogni forma di degradazione dell’uomo in carne ed ossa, sia contro la politica borghese, di cui il colonialismo francese era un’espressione evidente, sia contro la politica comunista, all’interno della quale le atrocità staliniste venivano in qualche modo giustificate o addirittura ignorate.

Le ragioni politiche del distacco fra Sartre e Camus possono essere comprese anche alla luce di una differente concezione dell’uomo.

La soluzione che Camus trova per fronteggiare e superare il nichilismo si discosta nettamente dai presupposti dell’impegno sartriano. Affermando che l’essere non si identifica con la sola esistenza, egli ammette un’essenza umana che l’esistenzialismo sartriano esclude del tutto e su quest’ultima fonda il valore prescrittivo della rivolta. Partito dalla constatazione del non senso dell’esistenza, Camus sfugge al nichilismo contemporaneo e attraverso il ripristino di un’essenza umana trova l’unico elemento che può garantire un senso all’essere.  Per Sartre, invece, l’essere non può precedere l’esistenza, in quanto l’esistenza lo precede e lo crea. Se non esiste Dio, l’uomo è l’essere che si crea e non si può definire se non alla fine, quando da niente è divenuto qualcosa: “L’uomo non è altro che ciò che si fa”1.

Per Sartre, l’universalità dell’impegno si costruisce in quanto l’uomo impegnandosi in un determinato progetto, sceglie i valori non solo per sé, ma per l’intera umanità, ovvero crea l’umanità che desidera. Ma come fondare una morale e un impegno stabili sull’arbitrio di ogni singolo uomo? Se non vi sono valori comuni, se l’uomo non è fine in sé, poiché se ne ammette la provvisorietà e si risolve nell’insieme delle sue azioni, come può difendere la propria dignità, ciò che dovrebbe essere la base dell’impegno politico e morale?

Ridurre l’essere a creazione interamente umana significa permanere nel nichilismo e giustificare un realismo politico, che lungi dal difendere la dignità umana, la elimina, riducendo l’uomo a strumento nelle mani di un’ideologia. La dignità rappresenta un limite che l’uomo pone alla storia e a ogni azione umana, compresa la prassi politica. Proprio per questo motivo, essa preesiste all’azione e non può essere in alcun modo definita al termine di essa. Camus evidenzia come sia necessario porre alla base della propria prassi politica, sia essa rivoluzionaria o meno, una riflessione morale che stabilisca dei chiari confini, oltre il quale l’azione non può essere legittimata.

Egli rivendica per l’attività politica la riappropriazione di una morale, da intendersi non come vuoto formalismo, ma come la riaffermazione di valori quali la giustizia e la libertà presi nel loro significato concreto. L’originalità del pensiero di Camus sta qui: egli ha sentito l’esigenza, in un periodo storico culturale segnato dall’affermazione del materialismo storico e del realismo politico, di condannare una politica sempre più machiavellica e di esprimere la necessità di un ritorno a un umanesimo autentico. Il rifiuto della menzogna in nome dell’onestà e della chiarezza, anche a prezzo dell’ostracismo intellettuale, fa di Camus una delle personalità più libere del Novecento. Libero da pregiudizi e ideologie, egli intende la libertà politica come legata alla rivolta contro ogni forma di conformismo e alla necessità di spirito critico nei confronti di ogni sistema politico. Qualsiasi attività umana, anche una politica che abbia di mira l’eguaglianza sociale, non può risolversi totalmente in prassi, ma deve essere sempre accompagnata dalla riflessione e dalla contemplazione. Solo recuperando il momento della riflessione l’uomo può perdere l’aspirazione al potere assoluto, riacquistando quel potere relativo che permette la riconciliazione con il mondo circostante e la riconquista della dignità nella sua totale interezza.

Note

1- Sartre J. P., “L’esistenzialismo è un umanesimo” (1946), trad. it. Giancarla Mursia Re, Milano: Mursia, 2010.

2- Camus A., “L’uomo in rivolta” (1951), trad. it Liliana Magrini, Milano: Bompiani, 2010.

Greta Esposito

Uno, molti, Goethe

Di Goethe si sono scritte montagne di libri, di conseguenza il mio articolo non vuole soddisfare lo studioso quanto pungolare il curioso. Per fare ciò mi occuperò di un tratto particolare di una delle innumerevoli tematiche possibili, ossia la dialettica fra unità e molteplicità, vale a dire tra arte e vita, nel poeta e nella poesia. Si avverte infatti una tensione forte che attraversa non solo il contenuto degli scritti ma anche la forma, non solo il gusto del poeta ma anche le scelte. Lo stile, in ogni opera consolidato e guidato da mano esperta, varia; si alternano la prosa, ponderata dal ritmo audace e insieme sobrio, e la poesia, dalla vocazione universale, grandiosa ed eternante. Questa è la chiave della grandezza di Goethe, grandezza che investe in tutto l’uomo e le sue mille forme.

 
Goethe miscela con studiata sapienza elementi provenienti da molteplici tradizioni spingendo le sue radici più a fondo. Dapprima, come si narra nel romanzo di formazione ”Gli anni di pellegrinaggio di Wilhem Meister”, viene l’interesse per il dramma e il teatro, per Shakespeare, per la classicità greca e latina accompagnato da una storicamente precoce sensibilità a leggende e miti tedeschi ed europei, fino ad approdare in oriente. Questa eterogeneità di modelli può risultare di difficile utilizzo persino da colui che se ne serve, esponendolo sempre al pericolo dell’eccesso, ossia del kitsch. Ad esempio, un orecchio mediamente allenato può notare l’intrinseca disorganicità del Faust eppure deve ammettere che l’insieme è di felice riuscita come poche opere dello spirito umano. L’opera, che nasce come parodia di un certo ambiente accademico, subisce nei sessant’anni di gestazione l’influsso delle mille forme assunte dal poeta, venendo a rassomigliare al frutto di un popolo più che di un solo uomo, di un’esplosione di forze più che di accumulo. Di contro abbiamo i dolori del giovane Werther, opera giovanile, scritta di getto in uno sforzo quasi estatico di sole quattro settimane: ferita d’amore ancora brutalmente aperta. E ancora le liriche, i trattati di estetica, scienze naturali e architettura. Chi mai si aspetterebbe che il grande poeta stimasse tanto Pacioli da definire la sua scoperta, la partita doppia, un massimo risultato dell’umanità [1].

 
Se finora si sono mostrati gli elementi di molteplicità mostriamo ora la tendenza accentratrice: Goethe fu al contempo colui che tuonò “non devono prevalere” in riferimento alle nascenti tendenze romantiche: come un Giove respingeva e vinceva l assalto dei giovani titani portandoli al silenzio. Poiché l’arte è ciò che si erge solida sul tempo, essa non può permettere di essere superata. La maledizione contro i romantici, esula il diretto obiettivo e minaccia la possibilità estetica del nuovo. Desertificando l’arte contende a sé il mondo, e la forza del poeta diviene sommo pericolo. Questa tendenza totalitaria è in lui accompagnata talvolta da una tolleranza che sa poco di umanesimo e rassomiglia più al silenzio dell`icona del dio invocato nella preghiera; ai molti giovani adoranti che gli si presentavano, egli non volle dar la soddisfazione del consenso e al più si limitava con un certo imbarazzo ad esortare ad uno studio frequente e solerto.

 
Goethe, l’uomo preso da questa tensione, dovette sforzarsi all’armonia e all’equilibrio, fu abbastanza savio da scindere il Werther da sè, ossia l’arte dalla vita, si servi dell’ironia per autodifesa. Il poeta uscirà vincente: sprezzante potrà invitare l’umanità a seguirlo senza rompersi il collo.

Francesco Fanti Rovetta

[immagine tratta da Google Immagin]

 

NOTE

[1]Fra Luca Benedetto da Pacioli (1445-1517), si occupò di teologia, matematica e teoria economica. In quest’ultimo campo fu inventore della partita doppia, tecnica che agevola il conto di entrate ed uscite, adottata oggi in tutto il mondo.