La risposta alla domanda sulla vita, l’universo e Tutto Quanto

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In un corso di laurea in filosofia prima o poi sorge, quasi inevitabilmente, quella domanda. LA domanda, per essere più chiari, il fatto di riuscire a dire tutto attraverso una risposta definitiva alla domanda per eccellenza per l’essere umano: qual è il senso della vita?

La tradizione metafisica occidentale, in fondo, al di là del linguaggio e delle proposizioni dogmatiche, ha sempre ricercato un fondamento di tale portata. Giungere alla formulazione ultima, giungere all’Assoluto immutabile e indiveniente, all’unità delle cose, la totalità dell’essere racchiusa, compressa e catturata dall’umano. Il dibattito filosofico cerca di porre le giuste domande come sottolinea Enrico Berti in In principio era la meraviglia (Laterza 2007) quali l’interrogarsi sull’origine delle cose, chi sia l’uomo, come possiamo raggiungere la felicità.

Il filo conduttore è thauma, l’angosciante stupore posto e riproposto più volte come causa scatenante della filosofia, la tensione dialettica tra fascino e turbamento provocata dalla destabilizzante indeterminatezza delle cose, le quali spianano la strada alla domanda più che a delle risposte. Nascono gli interrogativi sulle questioni – irrisolte – dell’esistenza umana. Attraverso il percorso ripetutamente scettico si può capire come tutto si risolva in una tendenza, o meglio una tensione verso un orizzonte più ampio, un orizzonte di senso. Ivi si eleva una domanda più importante, capace di racchiudere al suo interno il motivo della genesi di tutte le altre. La domanda sul senso ci fa ricordare di essere umani, di come a differenza dell’animale cognitivizziamo il nostro vissuto, le esperienze che facciamo significandole.

La deriva filosofica e metafisica, però, conduce ad un risultato altro rispetto al singolo gioco filosofico del domandare e dell’indagare pur permeati di indeterminatezza. Proprio questo grado di incertezza, di incapacità di risoluzione abbatte l’esperienza del pensare ludico e si proietta verso uno stato d’angoscia dato da una mancata realizzazione di sé. Timore e tremore davanti alla totalità della propria esistenza irrisolta, senza risposte a sempre più interrogativi. La questione del senso riesce così a spezzare il sentimento di stupore, pur nascendo proprio da esso, proprio per una cambio di rotta, una pretesa nata dalla weberiana razionalizzazione del mondo, dalla trasposizione logica degli enti e delle cose sensibili.

In sintesi si giunge ad una richiesta, ad un supplicare una risposta da qualcuno o da qualcosa. Pavese ne Il mestiere di vivere scrive

«Qualcuno ci ha forse promesso qualcosa? Dunque perché aspettiamo?1».

Dall’attesa – piacevolmente – indeterminata si è passati ad una pretesa razionale al fine di cognitivizzare anche quest’ultima cosa. Difatti sarebbe l’ultimo dato per l’abbattimento della logica probabilistica, delle scommesse pascaliane per consegnarci alla perfezione del calcolo, per realizzare la più grande e completa tassonomia conosciuta, assolutamente priva di difetti e mancanze. L’eco dell’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta nel Proslogion, ove vi è l’intento di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio come ente sopra ogni altro ente, come id quo maius cogitari nequit (ciò di cui non si può pensare il maggiore), si ripresenta confermando le intenzioni e volontà della metafisica occidentale.

Lo sviluppo della tecnica da parte dell’uomo – anche se ultimamente si potrebbe parlare della tecnica che si occupa dello sviluppo umano – porta con sé, in modo più o meno velato, questo obiettivo. Attraverso lo strumento tecnico, anzi fin dal primo utilizzato quale un arnese per arrivare ad un dato oggetto, si instaura un senso teleologico, ovverosia finalistico. Agire per, usare uno strumento per, la finalità si propone come nostra dominatrice, il mezzo usato per arrivare ad un determinato fine diventa il fine stesso come ricordato più volte dai critici della tecnica come Galimberti.

Lo sviluppo, dunque, è impregnato di questa malafede, di un spostamento del focus dallo sviluppo come possibilità e come ricchezza immateriale dell’umano ad una logica capitalistica dello sviluppo per lo sviluppo in virtù di una meta progressista presentata al pubblico, illusoria nella sua trasposizione secondo la prospettiva del benessere come fine. Il fine è il mezzo stesso e diviene sempre più insensata quella ricerca di senso che perde di vista i valori, il proprio stare che cerca di consolarsi da solo attraverso la tendenza alla perfezione (irraggiungibile, spero), perché una volta perfetti avremo attuato l’ultima follia del nichilistico problem solving, del risolvere per il puro gusto del risolvere e dell’archiviare l’ennesima risposta all’ennesimo quesito.

La verità è che in tutto questo non v’è emozione, non vi è quella sensibilità propriamente umana che può vedere il senso della vita in un volto, in un solo attimo, in una frazione di secondo come per il protagonista del romanzo Le notti bianche di Dostoevskij. La corsa sfrenata al senso porta irrimediabilmente al non-senso, a  scontrarci con l’incapacità, con la nostra imperfezione data da ogni risposta mai completamente soddisfacente. Forse abbiamo perso proprio il senso filosofico del domandare, forse abbiamo smesso di porci domande e di farle scivolare via come fumo nel vento.

In questo modo potremmo scoprire che la risposta che tanto vogliamo, la risposta definitiva, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e Tutto Quanto potrebbe essere una sola, come ad esempio 422.

(perché non abbiamo mai saputo quale fosse la domanda)

 

Alvise Gasparini 

 

NOTE
1 C. PAVESE, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino, 1974
2 D. ADAMS, Guida galattica per gli autostoppisti, Mondadori, Milano, 2017, p. 193.

 

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