Intervista a Eugenio Borgna: tra psichiatria e filosofia

Eugenio Borgna è primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Fra le più recenti pubblicazioni ricordiamo: Parlarsi. La comunicazione perduta (Einaudi 2015), L’indicibile tenerezza (Feltrinelli 2016) e Responsabilità e speranza (Einaudi 2016).
Ho l’occasione di incontrare il professore successivamente al suo intervento al Festival di Pordenonelegge. Si concede alle mie domande e ai microfoni dei miei due gentili colleghi e amici. Ci accoglie con la cordialità e la pacatezza dei gesti che lo contraddistinguono in ogni sua manifestazione, sia essa scritta o orale e con la coerenza di chi cerca di vivere i valori dei quali si fa portatore. Al termine di ogni domanda si sincera di aver esaudito le mie richieste. Una delicatezza autentica, di un uomo di grande cultura e profondità spirituale, che nella propria esistenza ha scelto di condividere la sua straordinaria sensibilità e umanità per avvicinare le ferite dell’anima ed alleviarne le sofferenze, attraverso l’ascolto, la comprensione e l’empatia.

Professor Borgna, nel suo ultimo libro Responsabilità e speranza lei afferma che «conoscere se stessi e gli altri è il modo più intenso di essere responsabili. Ma la vita è, insieme, proiezione di speranza». Può illustrarci quale rapporto intercorre tra responsabilità e speranza?

La speranza allarga la capacità che noi abbiamo di prevedere le azioni che esercitiamo sugli altri. Se la speranza non c’è in noi, vi è il rischio di esaurire il giudizio. Senza la speranza il futuro si chiude, si raggruma, si isterilisce. Finché la speranza vive in noi, come ha continuamente detto Leopardi, riusciamo a vivere. Senza speranza diventiamo delle monadi con porte e finestre chiuse, senza riuscire a intuire quello che c’è nell’animo delle persone. La speranza è memoria del futuro, è la premessa affinché si costruiscano relazioni umane autentiche fondate sulla corrispondenza, la concordanza e la pace; nonché la capacità di intuire, accettare e accogliere le nostre debolezze senza mai sottolineare e rimarcare quelle che sono le differenze negli altri.

Cerchiamo poi di cogliere il sorriso di un’anima anche quando le lacrime scendono senza fine. Ci sono lacrime che testimoniano un sorriso ancora più umano, ancora più creativo, ancora più capace soprattutto di oltrepassare le terrificanti barriere dell’odio, della violenza, del risentimento. La speranza va intesa come “nemica mortale” della violenza. Se si spera poi, si riescono a cogliere e intravedere scintille, apparentemente invisibili, che ci aiutano a dare un senso alla vita. Attraverso la speranza la nostra vita si fa più intensa, più capace di carità, di fede, più capace soprattutto di vivere e comprendere i dolori indicibili del sofferente. Senza speranza, potremmo anche essere giganti del pensiero, ma con i piedi di gesso.

Lo psichiatra Viktor Frankl sosteneva che l’uomo che non si proietta/progetta nel futuro facilmente smarrisce il senso della propria vita. Cosa ne pensa? E in che modo, secondo lei, la speranza ci apre al futuro?

Conosco molto bene i libri di Frankl. Credo che riescano a cogliere alcuni aspetti essenziali della vita dello spirito. Al contempo ritengo che lo psichiatra viennese sia però minato da quella che per me è stata la sua defaillance e cioè il pensiero di poter generalizzare situazioni, come quelle che lei mi ha descritto, che valgono solo in determinate circostanze e soprattutto con determinate personalità. Quindi, senza dubbio il pensiero di Frankl è un lume e una finestra aperta per uscire dai grovigli dell’egocentrismo e della solitudine. Tuttavia, eviterei di trasferire questa indicazione pratica e terapeutica in un sistema ideologico. Per cui, una tesi così secca come quella che lei mi ha espresso, non mi sembra sempre sostenibile. Riconosco comunque la qualità dei suoi scritti, tradotti anche dalla Morcelliana, che hanno senza dubbio un grande valore euristico.

In che misura la filosofia, e la fenomenologia in particolar modo, si sono integrate nella sua attività di medico psichiatra a diretto contatto con la sofferenza?

Come accade di frequente nella vita certe strade si aprono così, improvvisamente, senza che vengano direttamente cercate. Inizialmente io in clinica universitaria mi occupavo di neurologia, ma di casi di psichiatria ce n’erano pochissimi e venivano considerati come non degni di uno studio scientifico, come invece avrebbero dovuto essere tutti i casi di neurologia. Tuttavia, incontrando alcuni pazienti, ospiti in questa clinica famosissima, mi sono accorto che gli aspetti materiali, organici, cioè neurologici, mi interessavano relativamente, mentre mi interessava il risvolto interiore, cioè come quei pazienti vivevano i propri disturbi, le proprie malattie, i propri handicap, la propria disperazione. Da lì, quindi, ho seguito i pazienti che non avevano problemi neurologici specifici, ma che invece erano pazienti depressi e ansiosi. Quindi, non i grandi pazienti psicotici, cioè non schizofrenici, ma depressi, ansiosi, ossessivi. Ho capito che volevo seguire quella strada, altrimenti non avrei combinato niente, anche perché non ho grandi attitudini mediche pratiche, chirurgiche.

Inoltre, essendo uno dei pochissimi psichiatri italiani che conoscono il tedesco, ho potuto leggere, nel 1955, Allgemeine Psychopathologie, grande libro di Jaspers (scritto quando aveva appena trent’anni e che ancor oggi si studia), uscito nel 1913 in Germania e tradotto in Italia nel 1964. Jaspers a trent’anni si ammalava di tubercolosi e non potendo più fare lo psichiatra divenne filosofo. Uno dei grandi filosofi, che introdusse un nuovo parametro di conoscenza della psicologia sulla base delle idee fenomenologiche che erano state introdotte da Husserl prima e da Scheler dopo, per cui l’oggetto della psichiatria non sarebbe più stato il cervello, come oggetto neurologico, ma l’anima, cioè i sentimenti, le emozioni, i pensieri, i comportamenti che si possono riconoscere però soltanto se noi cerchiamo di metterci nei panni di chi soffre. Sembra la scoperta dell’uovo di Colombo, eppure questo concetto dell’einfuhlung, cioè dell’immedesimazione, ha davvero cambiato il mondo. Infatti, immergendoci e cercando di ricostruire la storia e le vicende della vita del paziente ci si è accorti di come avesse grande importanza nella cura anche il sentire come proprie queste sofferenze e il capire che non appartenevano ad un altro mondo, anche se espressione di esistenze lacerate e sofferenti; spesso dotate di qualità umane superiori a quelle che noi nella nostra umanità raggiungiamo.

Per esempio, Jaspers ha scritto un libro su Van Gogh, applicando per la prima volta anche nella storia dell’arte la categoria dell’immedesimazione per capire il motivo di questi particolari gialli del pittore olandese, questa sua schizofrenia, l’orecchio tagliato e l’esito del suicidio.

Il concetto stesso di speranza sembra oggi molto lontano dal vocabolario di adolescenti e giovani, che si confrontano con una società che spesso non crede in loro, se non a parole, e che è priva di ogni genere di certezze e stabili opportunità. Quale consiglio si sente di dare loro affinché non perdano la speranza nel futuro e in particolare in un futuro migliore?

Questo è un tasto molto delicato perché tendo, anche con i pazienti, a non dare consigli, tendo a non fare domande. Tendo, se ci riesco, a fare in modo che chi sta male, riesca a dire le cose che sente e se le sente, perché non sono un poliziotto come tanti psichiatri o psicologi che fanno domande in continuazione perdendo di vista il rapporto terapeutico e la relazione. Per cui, i consigli possono essere solo quelli che vengono dalla testimonianza, dall’esperienza, dagli studi e dai libri di alcuni importanti psichiatri o filosofi fra i quali Basaglia o Jaspers (pur nella complessità dei suoi scritti) o magari qualcuno dei miei libri relativi alla speranza.

Alessandro Tonon

[Immagine tratta da gazzettadimantova.gelocal.it]

Riscoprire l’importanza dell’empatia per la propria umanità

Ho riletto da poco L‘eleganza del riccio di M. Barbery. Ho affrontato il romanzo con occhi diversi, alla luce di una domanda che mi perseguita ormai da tempo: in una realtà in cui il tempo e lo spazio hanno perso ogni corrispondenza possibile con l’ “umano” e dove la realizzazione del “Sé” è diventata la principale ossessione di ogni individualità, è ancora possibile parlare di un autentico ascolto e rapporto con l’altro?

All’inizio del romanzo la solitudine domina le vite delle due protagoniste: Paloma, una bambina che detesta la sua famiglia e l’ambiente borghese in cui vive e Renée, portinaia colta e sensibile costretta a dissimulare costantemente la propria identità per impersonare il ruolo che le è stato imposto dai condomini.

I desideri e le emozioni di Renée e Paloma rimangono inascoltate fino al loro incontro. Le due protagoniste si muovono in totale autonomia al numero 7 di Rue de Grenelle, ma tutto intorno a loro sembra ignorarle. La piccola Paloma è una bambina molto acuta e intelligente per la sua età, ma proprio per questo rimane totalmente incompresa dai suoi famigliari che la giudicano “diversa” dalle altre bambine. Neanche i pensieri di Renèe vengono accolti, dal momento che nonostante la sua cultura e la sua sensibilità la rendano una donna interessante e unica, essa resta pur sempre agli occhi dei condomini la portinaia della palazzina e nulla di più. Ogni pensiero ed emozione di Renèe e Paloma non riceve ascolto, rimane nel silenzio della loro coscienza: esse possono dialogare soltanto con se stesse, il resto del mondo sembra non riconoscere la loro presenza, la loro autenticità.

Spesso l’“io” e il “tu” assumono significato solo all’interno di una dinamica di potere. La ragione strumentale ha reso tutti facilmente “intercambiabili” all’interno di un sistema dove sembra valere solo il principio dell’utile: tu esisti fintanto che servi al mio scopo. Anche dove sembra non attecchire, questa norma che regola l’ agire spesso manifesta indirettamente i suoi effetti sopratutto nei rapporti interpersonali.

Siamo ormai molto lontani da quell’imperativo categorico che Kant aveva formulato per fondare la sua etica:

Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di legislazione universale.

La cultura in cui siamo immersi ha reso l’oggettivazione lo specchio del reale. Ogni azione, emozione e comportamento non si compiono più all’interno di uno “scambio” reciproco. Ogni rapporto tra individualità, essendo appunto una relazione che si esplica solo attraverso un’autentica vicinanza tra l’Io e il tu, dovrebbe manifestare la reale profondità dell’uomo. Questo ormai è diventato difficile, dal momento che le stesse individualità vengono reificate e comprese solo “oggettivando”. Ciò che sei (il tuo vissuto, il tuo carattere e ciò che ti rende unico) è stato appiattito banalmente su ciò che fai, ovvero ciò che rappresenti e manifesti all’interno della realtà sociale. Questo ha coinvolto anche le relazioni interpersonali, generando una vera e propria trasformazione non solo delle singole individualità, ma soprattutto di come quest’ultime vengono percepite e comprese all’interno di un meccanismo dove la sofferenza, la fragilità e il limite non trovano posto. Ciò che cogliamo dell’altro non coincide con il suo vissuto, con il suo sentire e il suo essere, ma con ciò che fa, con la posizione che ricopre, con il ruolo che incarna all’interno del tessuto sociale. L’altro, da soggetto diviene così oggetto “disumanizzato”.

La comprensione e l’ascolto della soggettività estranea si trovano quindi subordinati all’utilità che l’altro riveste per me; in tal senso, ciascuno di noi, sempre più chiuso in uno spazio costruito ad hoc per se stesso, accetta di uscire difficilmente da sé per scandagliare quella separazione che lo allontana dalle altre soggettività.

Allora mi chiedo: si può ancora sperare in una comprensione empatica dell’alterità?

La filosofa tedesca Edith Stein aveva riconosciuto l’importanza dell’empatia, delineandone i tratti essenziali con originalità e acume. La Stein, partendo dalla metodologia fenomenologica, aveva descritto l’empatia come un rendersi conto della realtà psichica dell’altro. Tuttavia, questo “rendersi conto” non si presenta come originario, dal momento che la realtà psichica di chi mi sta di fronte non viene vissuta in prima persona dal soggetto che empatizza, ma soltanto ripresentato nella forma della riflessione. La filosofa tedesca mette in luce, non solo come l’altro sia indispensabile per la costituzione della mia identità (ciò che il suo maestro Husserl aveva riconosciuto come carattere fondamentale dell’empatia), ma come ciò che determini l’autentica comprensione empatica sia lo scambio vero e proprio fra due individualità. Solo l’empatia, infatti, permette la costituzione del “noi”, ovvero la possibilità di una vera coscienza morale.

Secondo la filosofa tedesca, “essere empatici” significa, quindi, allargare la propria esperienza, accettare e accogliere le emozioni dell’altro ed esperirne in forma non originaria la gioia e il dolore, poiché solo così l’alterità può attraversare l’orizzonte della mia coscienza. La partecipazione emotiva è una fattore che può subentrare anche in un secondo momento. Ciò che è importante e che determina l’atto empatico, invece, è il voler “disporsi all’altro”, voler riconoscere e relazionarmi con qualcosa che mi trascende e che mi sta di fronte, ma che non è semplicemente oggettivabile, dal momento che questo “altro da me” è anch’esso un uomo e non una res. Ciò con cui io entro in relazione è la realtà psichica dell’altro. Proprio per questo, l’empatia si differenzia dalle altre forme di conoscenza: non corrisponde né a una conoscenza di tipo intellettuale, né a una semplice “riproduzione” di un proprio dolore vissuto in precedenza. Tutte queste forme di conoscenza, infatti, rimanendo per così dire legate al Sé, non trascendono l’esperienza soggettiva e non si aprono alla conoscenza empatica dell’altro, restano lontane, quindi, da quella costruzione del noi che sola può definire l’autenticità di ogni rapporto che scandisce la nostra esistenza.

È evidente che il concetto di empatia analizzato dalla Stein e da sempre al centro di numerose ricerche psicologiche e filosofiche, non sia del tutto ancora comprensibile e afferrabile nella moltitudine delle sfumature che porta con se.

Ciò che però possiamo cogliere immediatamente dalla sua analisi dell’empatia, è che il rapporto intersoggettivo si rivela cruciale per l’arricchimento e la completezza della nostra individualità. Non bisogna tentare di dare un senso solo al proprio microcosmo, è necessario invece aprire gli occhi e raccogliere nell’altro ciò che può costituire un significato per la comprensione di me stesso. L’empatia, infatti, cogliendo le forme specifiche delle altre individualità psichiche, permette un confronto sempre aperto tra la struttura della mia persona e quella degli altri. Ciò significa che solo il processo empatico permette una reale apertura alla psiche dell’altro che può rendermi pienamente consapevole di ciò che non sono e forse di ciò che potrei essere.

Io credo che l’empatia come autentica accettazione e profonda apertura all’alterità sia uno degli aspetti fondamentali che ci rende propriamente umani. Ecco allora che Paloma e Renée, distanti per età e per appartenenza sociale, si incontrano e si riconoscono reciprocamente senza alcun fine, riuscendo a sperimentare quella “vicinanza empatica” che sconvolge le loro vite, cambiandole per sempre. I pensieri e i sentimenti che fino ad allora erano rimasti celati nel silenzio della loro coscienza ora si rivelano nel dialogo con l’altro.

Greta Esposito

Nata a Bologna nel 1989, mi sono diplomata al liceo classico Marco Minghetti di Bologna e laureata in Scienze Filosofiche all’università di Bologna. Appassionata di arte e letteratura, viaggio, scrivo e fotografo cercando sempre di esplorare con attenzione quel che mi circonda, per poterlo poi tradurre in immagini e parole. Mi sono occupata e mi interesso principalmente di ermeneutica filosofica e di fenomenologia, con un occhio di riguardo per la psichiatria fenomenologica. Non comprendo chi ritiene che ogni azione o pensiero debba essere rivolto a un fine tangibile e possibilmente quantificabile, perché credo che non sia tanto la destinazione ciò che conta, ma il cammino che si compie per raggiungerla: “filosofando cerchiamo di tenere una direzione senza conoscerne la meta” (K. Jaspers).

Piangere come funzione sociale

Non vi dico di non piangere perché non tutte le lacrime sono un male”, una citazione tratta dal Signore Degli Anelli ed è Gandalf che sta parlando a conclusione del libro nel momento degli addii. E’ proprio così!

Apparentemente incomprensibile il piangere è però una delle azioni di cui socialmente ci vergogniamo di più. Eppure nelle nostre case piange chiunque e soprattutto chi assiste al pianto degli altri. Con la fatidica domanda che, guarda un po’, parla di vicinanza e condivisione, se non proprio di capacità di risolvere il problema che angoscia l’altro: “Perché piangi?”. Varrebbe forse la pena trovare davvero il momento di “celebrare” socialmente i nostri pianti, quasi come in un rituale liberatorio: dare loro spazio, per raccontarci a vicenda tutta l’intensità dell’emozione positiva o negativa che sia, che l’altro sta sperimentando. Recuperare in qualche modo la funzione “comunicativa”, così empatica e intensa come solo le lacrime sono capaci di esprimere.

Lacrime che sanno di sale sembrano riportarci al ricordo di lontani Oceani ancestrali che meritano la semplicità dei nostri gesti quotidiani: come l’essere asciugate con delicatezza dal fazzoletto di una madre o dal movimento intenso delle dita della persona amata, perché nessuna lacrima dovrebbe andare persa. Perché ogni pianto merita l’ascolto e la nostra attenzione: da quello del neonato, a quello della figlia adolescente innamorata delusa, a quello dello sfogo degli amanti, nessuno escluso, che si sentono esclusi dalle attenzioni del partner.

Vedere piangere, è molto più che piangere.
Antonio Porchia, Voces

Il pianto ci dice soprattutto che nella nostra vita, personale e famigliare, c’è anche il dolore, l’insuccesso, la delusione. E ciò non è né bene né male: è la nostra vita. E far finta di niente o nascondercelo non aiuta. Eventualmente siamo chiamati, anche in questo caso, a compiere un’operazione tipicamente umana. E cioè aprirci alla speranza, alla condivisione della sofferenza nella consapevolezza che solo insieme si superano le difficoltà che incontriamo nella vita. Il pianto è un richiamo perché nessuno venga lasciato da solo in balia della propria sofferenza.

In quante situazioni della vita passa la morte portandosi via i nostri cari? Ce ne sarebbe da piangere per tutti di fronte a tutta la sofferenza del mondo, per il dolore, la delusione e il senso di impotenza che sperimentiamo. Ma anche perché di fronte alla morte anche la persona più di fede vacilla, quante volte abbiamo sentito “Siamo arrabbiati con Dio, che prima ci ha dato quella persona e poi se l’è ripresa senza pensare a noi!”. La società non dovrebbe rifuggire il piangere come funzione sociale, ma si dovrebbe comprendere che è bene che tutto il dolore del caso meriti di essere espresso e vissuto, senza sconti, nemmeno quello che esperiamo partecipando a un funerale in cui la funzione sociale emerge nel socializzare tra chi resta in vita la sofferenza. Dovrebbe essere chiaro che è bene per tutti “stare” in quei dolori che ci attanagliano piuttosto che evitarli o banalizzarli. Accettare i nostri pianti non ci può che rendere più abili a cogliere quelli degli altri. Che sia questa la “consolazione” dell’umanità? La consapevolezza che ogni nostra lacrima non andrà sprecata. Fare i conti con la propria sofferenza ci rende più capaci di entrare in risonanza con quella degli altri.

C’è pianto e pianto. E tutti vanno accolti. Le uniche lacrime che non vanno bene sono quelle di chi si piange addosso. Anche se abbiamo speranza che pure queste, tra le mani di un’altra persona che le sappia comprendere possano diventare altrettanta consolazione.

Improvvisamente iniziò a piangere, in quel modo che è un modo bellissimo, un segreto di pochi, piangono solo con gli occhi, come bicchieri pieni fino all’orlo di tristezza, e impassibili mentre quella goccia di troppo alla fine li vince e scivola giù dai bordi, seguita poi da mille altre, e immobili se ne stanno lì mentre gli cola addosso la loro minuta disfatta.
Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia

 

Matteo Montagner

[Immagini tratte da Google Immagini]

Nemiche Amiche

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Cara Amica mia, inizio così la mia lettera, perché oggi – come mai prima – sento di poterti chiamare Amica.

Non è iniziata esattamente così tra noi due, non è stato “amore a prima vista”, non c’è stata intesa da subito e non c’è stata nemmeno quella che di solito mi piace chiamare empatia.
Siamo state nemiche, cara Amica mia. Siamo state nemiche per anni, potrei dire. Ne ricordo il motivo con precisione, ricordo quanto era difficile sopportare la presenza l’una dell’altra.

Ricordo il male che devo averti fatto e ricordo le parole pesanti che mi hai rivolto. Insulti e disprezzo, apparentemente il nostro “rapporto” si limitava a questo. Qualcosa non ci permetteva di esserci simpatiche; qualcosa o qualcuno, questo lo sai perfino meglio di me.
Ma non è questo ciò che oggi voglio raccontarti; quello di cui mi interessa parlare, infatti, è la seconda parte della nostra conoscenza.

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L’empatia come comprensione dell’altro e di sè

Empatia, come il suo equivalente tedesco, Einfühlung, è una parola complessa, da usare con cautela perché molto spesso viene usata a sproposito, equivocando e inducendo in equivoco. Simpatia, compassione, comprensione, partecipazione, sono espressioni che si avvicinano molto ma possiedono un senso decisamente più debole.

Empatia sembra indicare un qualcosa in più, un qualcosa di più profondo, un “entrare dentro” negli stati d’animo degli altri, più che un semplice partecipare.

Con Husserl l’empatia “viene a costituire la via per mezzo della quale il soggetto sperimenta l’esistenza di soggetti altri” definendo la parola un penoso enigma. Read more