Tutti pazzi per Hegel

Che lo sappiate o no, consapevoli o meno siamo tutti pazzi per Hegel, la filosofia hegeliana non è qualcosa di relegato a un passato ottocentesco, ma permea profondamente l’Occidente e ormai, in un mondo globalizzato, l’umanità intera in una unica e semplice idea al di là dello stile spesso complicato del nostro autore: la convinzione che la storia dell’umanità sia segnata dal progresso. Progresso è una parola che porta in seno etimologicamente pro-gradius salire di un livello, insomma per farla semplice l’intera storia di tutti noi sarebbe segnata dal salire una scala verso l’autocoscienza dello Spirito. La Fenomenologia è una enorme narrazione di come la storia proceda e di come l’umanità continui imperterrita nel suo sviluppo. E qui viene l’elemento di forse quella che è una follia, siamo tutti pazzi per Hegel perché di fronte alla popolazione mondiale che aumenta e le risorse che si riducono sempre di più siamo convinti che la storia non sia altro che un enorme sviluppo all’infinito dove ogni contrazione è solo un passaggio per una ulteriore espansione. Ne siamo convinti in economia, nella società a ogni livello pensiamo che la tecnica e l’ingegno umano siano destinate a incrementare il nostro benessere e al portarci ogni giorno un po’ più avanti rispetto al percorso che stiamo percorrendo nella storia di questo pianeta.

Di tutto un altro parere fu Thomas Robert Malthus il quale riteneva che un incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, con conseguente penuria di generi di sussistenza per giungere all’arresto dello sviluppo economico, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in progressione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescerebbero invece in progressione aritmetica. Questa teoria riferita a terreni coltivabili sembra oggi poco attuale, ma in realtà essa lavora nell’inconscio di teorie come la decrescita e l’esigenza di una maggior sostenibilità dei processi economici e sociali di fronte all’esaurimento di risorse come il carbone prima e il petrolio poi.

La crisi economica che sta investendo il mondo iniziata nel 2007 e che toccò il suo apice nel 2009 ci ha colpiti così profondamente non tanto nella riduzione della nostra possibilità di acquisto di beni, ma ha agito nella nostra psicologia profonda perché ha messo in crisi le nostre aspettative per il futuro e messo in discussione il nostro modo di vivere e di immaginare la società come qualcosa che tende sempre, o quasi, a un miglioramento. La distruzione della fiducia nel futuro e la distruzione della fiducia stessa è per certi versi la messa in crisi della promessa hegeliana del progresso. Tuttavia nemmeno la crisi o le crisi mettono in difficoltà il modello hegeliano del futuro incrementale perché le crisi non mettono in discussione il modello, ma vi sono ricomprese come momenti propedeutici ad altri scatti in avanti dell’umanità e così tanti economisti si sono prodigati nello spiegarci che “la crisi può essere anche una opportunità”.

L’apice della visione di Hegel, o se vogliamo della sua lucida follia, è l’immagine della grande opera nella sfera delle infrastrutture. La popolazione in difficoltà chiede che le risorse vengano ridistribuite invece i governi optano per convogliare quelle risorse in opere infrastrutturali mastodontiche con la promessa che esse restituiranno lustro al Paese, la promessa è sempre sul futuro. Questa logica può essere estesa anche ad altri ambiti, ad esempio perché investire tanto denaro pubblico in ricerca e sviluppo, perché creare il CERN di Ginevra quando nel mondo ci sono ancora così tanti problemi e in molte regioni si muore ancora di fame?

Da questo conseguono i molti movimenti del NO che vanno dalle Grandi Navi a Venezia, alla TAV e ad altri investimenti pubblici a livello infrastrutturale che vengono giudicati assurdi. Hegel cercherebbe di difendersi nella sua idea di sviluppo proponendoci qualche paradosso come “Quanto ci è costato inventare la lavatrice? Fare due pozzi in Africa costava troppo?”, come se un proprietario terriero dell’Ottocento ci dicesse “Cercate di trovare una soluzione alla pellagra nei miei mezzadri, invece di studiare l’elettricità!”, e ancora come se nel mondo antico qualcuno si fosse sollevato al grido “Scrittura..scrittura, ma invece di perdere tempo con queste cose inutili si pensasse a sfamare i poveri!”. Risulta evidente che tutte queste affermazioni sono paradossali e che se parte delle risorse non fossero state destinate allo sviluppo di nuove tecnologie, scrittura in primis, probabilmente l’umanità sarebbe ancora relegata all’età della pietra.

Spingiamo questo discorso fino ai giorni nostri in tema di grandi opere, se quando iniziarono a costruire le prime ferrovie si fosse applicata la stessa logica dei NO TAV gli argomenti avrebbero potuto essere:

 

“Ma perché non miglioriamo il sistema di trasporto con le carrozze a cavalli? Potremmo renderlo più efficiente! Aumentiamo le stazioni posta!”

“Aumentiamo il tiro dei cavalli!”

“Rendiamo le carrozze più confortevoli.”

“Non ci sono sufficienti passeggeri per spendere tanti soldi per costruire una ferrovia!”

Il tutto dimenticando che il miglioramento dei trasporti aumenta il numero di passeggeri e di merci, perché l’investimento infrastrutturale retroagisce anche sui flussi. Ogni balzo tecnologico è un investimento per il futuro esattamente come lo intende Hegel.

 

Ma continuiamo.

“Sul piano economico i cavalli costano meno delle ferrovie!”

“Prima di migliorare ferrovie per i “signori” bisogna migliorare le carrozze a cavalli per il popolo! Perché ad esempio i pendolari tra Venezia e Treviso non hanno sufficienti carrozze a cavalli e sono costretti a muoversi con i muli, quindi prima di pensare alle ferrovie dobbiamo puntare a far viaggiare tutti a cavallo!”

 

Gli ambientalisti dell’epoca avrebbero potuto incalzarci ancora dicendo:

“Perché sconvolgere il paesaggio con questi orribili binari, ponti e stazioni? In più il carbone è inquinante e quindi inciderebbe sulla salute delle persone!”

 

Se avessero avuto la meglio loro oggi non avremo le ferrovie…

 

Forse la maturazione dell’umanità passa proprio attraverso il non indulgere né nell’essere tutti pazzi per Hegel, né nel assolutizzare il monito di Malthus, ma nel cercare di ibridare le due teorie cioè nell’immaginare che si debba tendere al progresso tenendo però ben conto che le risorse disponibili sono finite e non chiedendo all’umanità sforzi insormontabili, ma dosando bene spinta all’innovazione con il benessere dell’esistente. E’ sicuramente più complicato, più difficile, meno immediato del dividersi subito in due squadre tra un Sì e un No che credo rispondano più alla logica binaria delle macchine che a quella dell’intelligenza umana.

 

Matteo Montagner

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Lavoro ergo sum…?!

Le istanze portate avanti dal “diverso” nell’ambito sociale esigono una presa di posizione decisa da parte dei ceti al potere, al fine di non veder rimessa in discussione la globalità istituzionale da essi stabilita.

Il “diverso” pone delle questioni alle quali si deve, che lo si voglia o meno, fornire una risposta; infatti trascurarne i comportamenti e le reazioni equivarrebbe a lasciar crescere a poco a poco dentro il corpo statale un’insoddisfazione crescente, una specie di infezione interna che potrebbe produrre delle corrosioni pericolose.

Meglio quindi porsi positivamente o negativamente nei confronti del “diverso”, ma comunque occuparsene dimostrando di riuscire a far fronte alle proprie responsabilità e allo stesso tempo fingendo un interessamento ed un’apertura mentale considerevole.

Su come la società cerca di prevenire ed eventualmente bloccare il “diverso” Deleuze sottolinea in particolar modo l’oppressione e la repressione esercitate sull’individuo e di contro la forza enorme e il pesante sforzo che all’individuo si richiede per non essere del tutto privato delle sue caratteristiche.

Nello sforzo che l’uomo attua, sostiene Deleuze, egli manifesta la propria volontà ma anche la propria superiorità, l’ostacolo diviene il tramite che pur non volendolo sviluppa la facoltà degli individui.

Di rilievo è il confronto compiuto da Deleuze tra questa teoria nietzscheana e la vita stessa di Nietzsche.

Il potere non ha alcun vantaggio, in situazioni di questo genere, a lasciar sfuggire al proprio controllo degli elementi potenzialmente pericolosi; il rischio di venire accusati di chiusura o di disinteressamento è troppo grande. Ecco allora che l’unica cosa utile da attuarsi nell’immediato è proprio venire incontro, far fronte in qualche modo alle esigenze del “diverso”, facendogli perdere molta della sua carica e d’altro canto non consentendogli di assumersi una sorta di vittimismo, che gli potrebbe far acquisire delle simpatie o almeno una parziale attenzione da parte di altri membri del corpo sociale.

Nel far fronte quindi al “diverso” la società borghese può scegliere a grandi linee tra due possibilità di intervento: “integrazione” ed “emarginazione”. La prima consiste nel tentativo di inglobare nel proprio ambito quanto pare generare critica e deviazione, la seconda consiste nel prendere in esame e considerare nelle radici più profonde la diversità per concludere poi che sia consentito al sociale un estraniare da sé il diverso.

Qualora il potere riesca a sviluppare in pieno una di queste possibilità o entrambe, rivela nella pratica la propria forza e sicurezza; esso palesa, non più solo a livello teorico, la capacità di riuscire a regolamentare oppure ad allontanare senza timore di reazioni l’altro.

L’”integrazione” nel sociale si verifica per i “diversi” in condizione di incoscienza oppure in condizione di abbastanza acuta consapevolezza.

Quando si parla di integrazione il riferimento non può che essere ad uno degli strumenti principali con cui nel sociale si attua la regolamentazione: il lavoro.

In proposito significative sono le affermazioni di Nietzsche:

Il bisogno ci costringe al lavoro, col cui ricavato il bisogno viene acquietato; il continuo ridestarsi dei bisogni ci abitua al lavoro. […]. E’ l’abitudine al lavoro in genere, che ora si fa valere come un nuovo, ulteriore bisogno.”.

Nell’esaltazione del “lavoro”, negli instancabili discorsi sulla “benedizione del lavoro” vedo la stessa riposta intenzione che si nasconde nella lode delle azioni impersonali di comune utilità: la paura, cioè, di ogni realtà individuale. […] il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce ad impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare; esso si pone sempre sott’occhio un piccolo obiettivo e procura lievi e regolari appagamenti.

Altri riferimenti di Nietzsche al lavoro sono contenuti in

La gaia scienza:

Esistono però uomini rari che preferiscono morire piuttosto che mettersi a fare un lavoro senza piacere di lavorare.

Lavoro degli schiavi! Lavoro dei liberi! Il primo è ogni lavoro che non viene fatto per noi stessi e che non ha in sé alcun appagamento.

Frammenti postumi (1887-1888):

“Eccesso di lavoro, curiosità e simpatia – i nostri vizi moderni.”

Umano, troppo umano I:

[…] ognuno desidera (prescindendo da ragioni politiche) l’abolizione della schiavitù e aborre nel modo più assoluto del ridurre gli uomini in questa condizione: mentre ognuno deve dirsi che sotto tutti i rispetti gli schiavi vivono più sicuri e felici del moderno operaio, e che il lavoro dello schiavo è molto poco lavoro in confronto a quello del “lavoratore”.”.

E’ possibile confrontare il discorso di Nietzsche con quello, fondato su un’analisi economica, di Marx in particolare per quanto riguarda l’automazione.

L’automazione pare essere il grande catalizzatore della società industriale che opera un mutamento qualitativo nella base materiale e che agendo sul processo sociale esprime infatti la trasformazione o meglio la trasmutazione della forza lavoro, la quale, separata dall’individuo, diventa un oggetto produttore indipendente e quindi un soggetto autonomo.

A proposito di automazione Nietzsche scrive:

La macchina insegna, attraverso se stessa, l’ingranarsi di folle umane in azioni in cui ognuno ha una sola cosa da fare: essa dà il modello dell’organizzazione di partito e della condotta di guerra. Non insegna invece la sovranità individuale: fa di molti una sola macchina, e di ogni individuo uno strumento per un solo fine. Il suo effetto più generale è di insegnare l’utilità della centralizzazione.”.

Essere senza lavoro equivale ad essere emarginati dalla comunità sociale e basti pensare a molte leggi promosse da svariati stati che associano in maniera netta integrazione sociale allo status lavorativo che si rivela niente di più che modo di omogeneizzare e disinnescare la carica innovativa del “diverso”. Il lavoro è la misura della nostra integrazione e a questo punto al di là degli stranieri alla ricerca di una speranza si potrebbe guardare a tante giovani donne e giovani uomini che oggi versano senza lavoro, possono dirsi davvero parte di una comunità? O dobbiamo invece ritenerli più liberi di ripensare un sistema  economico che sembra non stare più in piedi?

Oltre ai flussi migratori crescenti e alla crescente disoccupazione giovanile la società è chiamata a dare una risposta ai “diversi” o forse è affidato ai “diversi” il compito di portare una ventata di innovazione nel sistema sociale stesso, chi prevarrà?

 

Matteo Montagner

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Collaborazione, crescita e sviluppo: la sfida della sostenibilità nella decrescita per la sopravvivenza

Uno dei temi più controversi dei giorni nostri è il ruolo dell’economia, della moneta e, conseguentemente, del ruolo delle banche e dello Stato. Keynes diceva che “…la moneta non ha valore in sé (come pezzo di carta) ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale…”. Il valore del biglietto non è altro che la capacità di acquisto che esprime.

Ma come si fa a parlare di valore oggi? Come si fa a dare valore ad un bene se, sempre più spesso, ci troviamo di fronte ad enormi disparità e sprechi? Come si fa a dare valore a beni che non hanno più soltanto il fine ultimo di soddisfazione di un bisogno umano ma che, il più delle volte, sono connessi a dinamiche di accettazione sociale, quindi distanti dal vero valore venale? Dove risiede oggi il valore delle cose?

Tempo fa un frutto aveva un certo valore, oggi, spesso, le angurie vengono lasciate nei campi a marcire proprio a causa del loro basso valore.

La popolazione mondiale è in continuo aumento, si è sempre più sociopatici, più divisi, più intolleranti all’altro e alla natura, ma giocoforza solo la collaborazione e la socialità ci ha permesso di sopravvivere e solo la natura e la terra ci hanno consentito la sussistenza e l’evoluzione.

La divisione sta prendendo il sopravvento, il razzismo sta tornando più forte di prima nella completa stupidità di chi punta il dito contro il migrante, incitato da social e testate (molto poco) giornalistiche che sfruttano il malcontento per creare buzz su internet.

“Tornatevene a casa vostra” non deve esistere perché è sempre e solo un caso essere nati nella parte giusta del mondo, dove non ci sono guerre, dove l’acqua è potabile. Solo un caso che si è nati nella parte in “crescita” del mondo, nella parte che “produce”.

E quindi è opportuno definire cos’è la società della crescita, l’idea moderna di crescita è stata formulata circa quattro secoli fa in Europa quando l’economia, la società, hanno incominciato a separarsi. La nostra società ha legato il proprio destino a un’organizzazione fondata sulla accumulazione illimitata, questo sistema è condannato alla crescita, e non appena la crescita rallenta o si arresta è la crisi, addirittura il panico. Per questo si deve continuare a qualsiasi costo, a qualsiasi prezzo, anche sulla pelle di altre società e sacrificando qualsiasi risorsa naturale.

Il petrolio è un regalo provvisorio del passato geologico della terra, è inquinante, è deletereo e prima o poi dovremo fare i conti con la sua assenza e con la sua eredità di devastazione, fisica e morale. In suo nome si è ucciso, si sono create guerre e devastazioni più o meno materiali.

L’economia, dominata dalla logica finanziaria, si comporta come un gigante che non è in grado di stare in equilibrio, se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia tutto ciò che incontra lungo il suo percorso.

Per quanto la nuova economia sia meravigliosa sacrifica all’altare del consumismo e del futile, aspetti significativi della nostra vita e intere parti del nostro manage familiare, delle nostre amicizie della nostra vita collettiva, di noi stessi.

C’è questa convinzione secondo cui la nostra felicità deve obbligatoriamente passare per un aumento della crescita della produttività del potere d’acquisto, della moneta e dunque dei consumi.

La teoria economica neoclassica contemporanea nasconde sotto un’eleganza matematica la sua indifferenza per le leggi fondamentali della biologia della chimica della fisica per cui c’è l’impossibilità di una crescita infinita all’interno di un modo finito.

Abbiamo la necessità di una bio-economia ovvero di una concezione dell’economia che tenga conto della biosfera, dell’uomo, degli animali, del pianeta e dei suoi limiti.

Lo sviluppo sostenibile ha radici molto antiche più di quanto pensiamo e oggi si è perso.

I contadini dell’inizio 900 piantavano ulivi e fichi di cui non avrebbero mai visto i frutti pensando alle generazioni successive senza esservi costretti dal alcun regolamento ma semplicemente perché i loro genitori i loro nonni avevano fatto lo stesso.

L’attuale aumento dell’uso delle risorse naturali sembra aumentare i costi ecologici più velocemente dei vantaggi della produzione.

Lo spazio disponibile sulla terra è limitato e l’umanità ha già abbandonato il sentiero di un modo di vita sostenibile.

Se continuiamo così, nel 2050 saranno necessari 30 pianeti (e a quel punto i migranti saremmo tutti noi). Oggi ci spingiamo oltre il limite, certi che la scienza troverà una soluzione in futuro per tutti i nostri problemi attuali.

Bisogna partire dal livello locale per cambiare la società nel globale. I bisogni stessi, sia economici che reali, si costruiscono a livello culturale.

Il buon senso di oggi non è quello di ieri. Siamo in quel mondo assurdo in cui le valli alpine sono attraversate da un flusso di camion che trasportano dall’Italia alla Francia bottiglie di acqua di marca italiana, mentre i camion provenienti dalla Francia portano in Italia bottiglie di acqua francese.

Se si vivesse una vita più “vera” più connessa alle pulsioni del pianeta, della natura, senza dimenticare il progresso, si tornerebbe a perseguire fini artistici, di crescita sociale, che sono sempre stati i punti chiave delle società più evolute.

Abbandonando la crescita ad ogni costo e la gara per la ricchezza resterebbe più spazio che mai per ogni specie di cultura intellettuale e per ogni progresso morale e sociale.

È proprio qui sta la differenza: sostituire la ricerca della crescita della produttività pesante con la crescita artistica, spirituale delle società così da arricchire il mondo e farne un posto migliore. Sarebbe auspicabile spostare la nostra specializzazione da produzione di massa inquinante a produzione leggera e a fertilità ripetuta auto-stimolante. Ridare valore a ciò che veramente può contribuire al miglioramento della qualità della vità a lungo termine.

Possiamo affermare che bisogna partire dalla volontà del singolo di attuare un cambiamento e soprattutto mai come ora – è stato sinonimo di meglio perché la felicità dell’uomo non consiste nel vivere meglio ma nel vivere bene, semplicemente bene.

Liberamente ispirato al libro di Serge Latouche “La scommessa della decrescita”

Flavio Albano

Studioso, lavoratore di marketing territoriale, economia e gestione delle imprese, autore del testo tecnico “Turismo & Management d’impresa” adottato all’Università di Matera. Autore, inoltre, di diversi articoli scientifici.

Siate più Smart siate più schiavi

In treno un tale di una certa età chiede a un’altra persona più giovane nascosta dietro un computer “Mi scusi posso farle una domanda? Qual è l’ultimo libro che ha letto?”, l’interlocutore imbarazzato risponde un titolo che non ho capito e specifica che si tratta di un libro sulla cultura indiana. Il tale che ha fatto la domanda risponde sul pezzo e cerca di intavolare una conversazione, ma l’altro lo interrompe bruscamente dicendo con tono secco “Mi scusi devo lavorare!” e torna a nascondersi dietro al monitor del computer dove io che lo vedo so che sta facendo di tutto meno che lavorare tra Facebook e simili. Il tale delle domande si ricompone in silenzio e questa volta volge lo sguardo verso di me che intanto me ne sto qui a scrivere questo stato, fingendomi indaffarato col tablet. mentre intanto ogni tanto alzo lo sguardo e lo ritrovo lì con sguardo interrogativo e io sono sempre più in imbarazzo cercando di schivare la domanda. Perché nell’era in cui siamo tutti connessi abbiamo così paura di parlare con uno sconosciuto? I nostri dispositivi tecnologici ci hanno promesso “amici” come se piovessero dall’alto, ma ci hanno forse resi deficienti quando si tratta di parlare semplicemente con il prossimo? Una cosa è certa: sia io che il mio vicino forse ci stiamo perdendo una grande occasione di uscire arricchiti da una conversazione che non abbiamo il coraggio di sostenere, e di sicuro i nostri nonni non avrebbero invece perso l’occasione di far due parole con questo curioso signore che in fondo vuole solo parlare di qualche buona lettura…

In “Il Capitale” Marx ci parla di due fenomeni che possono tornarci utili per analizzare la situazione perché risulta evidente come abbiamo accolto nella nostra vita le nuove tecnologie in modo del tutto acritico e perseguendo un’idea diffusa nell’ascesa industriale di radice ottocentesca secondo cui progresso, etimologicamente pro gradius, abbia sempre e solo una accezione positiva.

I bisogni indotti: Marx descrive il fenomeno secondo cui vi sarebbero insiti nella natura umana due tendenze composte dai bisogni naturali che apparterrebbero alla sfera strutturale degli individui e i bisogni indotti che apparterrebbero agli aspetti sovrastrutturali. Per semplificare potremmo definire le due categorie come la distinzione sussitente tra Natura e Cultura, questa seconda categoria concepita all’interno del sistema capitalistico ridurrebbe l’individuo a consumatore in cui instillare bisogni eteronomi rispetto alla sua stessa natura. Se osserviamo la penetrazione delle nuove tecnologie nella nostra vita quotidiana non possiamo che notare questa tendenza, le nuove tecnologie si sono fatte strada negli ambienti di lavoro, nelle nostre case e nelle nostre tasche, all’interno della retorica delle cose “smart” e di quanto esse sarebbero straordinariamente fighe, ci hanno promesso di risparmiare tempo, che tutto sarebbe stato migliore e più fast, ma dietro a queste promesse non è forse vero che i ritmi di lavoro sono in realtà aumentati e che ci siamo esposti a un bombardamento cognitivo a discapito della nostra serenità e pagando un caro prezzo in termini di carico di stress? Pensate all’effetto della reperibilità permanente, siamo sempre raggiungibili, una connettività permanente che diventa simile a una droga quando si manifesta nella dimensione della dipendenza e dell’ansia quando vediamo le tacchette della nostra batteria scendere inesorabilmente verso lo 0% sugli schermi dei nostri dispositivi.

L’alienazione: in “ Il Capitale” di Marx vi è un capitolo emblematico: Le macchine. Un capitolo la cui profeticità risulta sconvolgente se pensiamo che esso è legato alla macchinazione industriale dell’Ottocento la cui pervasività nella vita era legata alla prossimità della macchina nelle fabbriche. Eppure già qualcosa allora nelle viscere degli uomini si muoveva, forse memori del racconto del Golem della cultura ebraica, una creatura generata da conoscenze esoteriche derivanti dalla Cabala all’interno della cultura ebraica, una creatura naturalmente portata a essere al servizio dell’uomo, ma destinata alla fine a ribellarsi a quest’ultimo cagionando vicende nefaste. Non a caso negli anni dell’industrializzazione si fece strada il Luddismo, un movimento di protesta operaia che si rifaceva a un mitologico operaio Ned Ludd il quale avrebbe distrutto un telaio meccanico in segno di protesta finalizzato alla riaffermazione della dignità dei lavoratori salariati rispetto all’introduzione di nuove macchine. L’alienazione è quel fenomeno che sorge nell’interazione delle macchine e dove la dimensione umana diventa funzionale alla macchina e non viceversa, dove gli uomini sono soggiogati dalle macchine e in funzione di esse. Scrive Marx a riguardo:

“Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere. Questo fatto non esprime nient’altro che questo: che l’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente”.

Ho visto persone più attente a prendersi cura del proprio Smart Phone, con le sue app, i suoi aggiornamenti e i suoi ultimi giochi che assomigliano più a delle catene di Sant’Antonio che a una esperienza ludica, che pronte a prendersi cura di un essere vivente, di un cane, di un gatto e perfino dei propri simili.

Ci sono famiglie che si ritrovano a cena intorno allo stesso tavolo dove l’unico suono che si ode è il ticchettio delle dita sui monitor di cellulari e tablet, e quante volte ci ritroviamo a stare insieme fisicamente senza esserlo davvero? Nell’epoca in cui tutti siamo più connessi nei nostri iperurani digitali siamo tutti più disconnessi dalla nostra prossimità tanto che diventa sensato chiedersi se non siano più reali i nostri avatar digitali, le nostre vite digitali di quanto non lo sia la realtà stessa che stiamo vivendo.

Fotografiamo quello che abbiamo nel piatto, fotografiamo i nostri figli, fotografiamo i nostri luoghi, fotografiamo e postiamo, come se le cose che mangiamo, le esperienze che facciamo non fossero sufficientemente reali così come sono, come se il loro statuto ontologico fosse deficitario al punto da necessitare un rafforzamento all’interno della condivisione. Le cose esistono solo se le vedono in tanti e così facendo perdiamo il qui e ora, la realtà di quelle esperienze che nessun dispositivo potrà mai campionare così come sono, demandando tutto a un mondo di illusorio dove “bisogna esserci” perché è solo nella rete, nella socializzazione esasperata che le cose si affermano.

Siamo tutti connessi e tutti infinitamente più soli, più insicuri, più fragili. In molti casi lo sappiamo, sappiamo che forse dovremmo avere più coraggio di vivere il presente al posto di affidarci a un limbo fatto a suon di chat, condivisioni e tweet eppure continuiamo a ingannarci scientemente perché questa è la legge del tutti e nessuno, della dimensione collettiva che è diventata prima di tutto la prigione della nostra stessa esistenza.

La tecnologia e i suoi araldi ci hanno promesso benessere e libertà, noi ci siamo caduti in pieno. E a questo punto bisognerebbe chiedersi se non siano le macchine i veri soggetti e se non siano esse a usare in qualche misura noi. E’ questa la dittatura delle cose.

Scrive Calvino in “Le Città Invisibili”:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Cosa dite cari lettori? Sì, in effetti anche io che vi sto scrivendo in fondo mentre vi scrivo sono soggetto alla stessa contraddizione di chi assomiglia a un cartello stradale che in effetti non va nella direzione che indica o forse, nel nostro caso, va perfino nella direzione opposta. Perché in effetti vi sto scrivendo attraverso un tablet, mi state leggendo su una piattaforma online chiamata La Chiave di Sophia che nasce proprio come uno strumento online che comunica tanto con Facebook quanto con Twitter.

Vi risponderò ironicamente che in realtà è tutta una strategia, non è forse Hegel che conia la definizione di “Critica immanente” e forse il nostro riscatto e la nostra liberazione non può che passare proprio attraverso gli stessi strumenti che ci hanno messi in catene…per quanto immateriali e digitali…pur sempre catene…

Matteo Montagner

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Il successo di far “succedere”: intervista a Oscar di Montigny

Spesso quando si pensa alla parola Banca, vengono in mente concetti per lo più aridi, fatti di numeri, concretezza e soldi.

E le persone che vi lavorano? Come le vediamo? Come le percepiamo?

Questa intervista realizzata al Direttore Marketing Comunicazione e Innovazione di Mediolanum, Oscar di Montigny, fa luce sull’aspetto persona, dimostrando quanto il pensiero conti nella vita privata dell’uomo e lo aiuti ad affrontare anche gli ambienti più ‘aridi’ con la passione del cuore.

– Se non conoscessimo il suo cognome, dunque il suo lavoro e la sua vita, come definirebbe l’ “anonimo” Oscar?

Un viandante.

– Cosa avrebbe fatto l’ “anonimo” Oscar se non fosse diventato Direttore Marketing di un colosso bancario?

Probabilmente sarei stato un attore di teatro e un viaggiatore con zaino e sacco a pelo.

– La chiave di Sophia ha lo scopo di dimostrare quanto la filosofia sia presente nella nostra quotidianità e, leggendo il suo blog omonimo oscardimontigny.it, mi viene da pensare che nella sua vita ma anche nel suo lavoro la Filosofia la faccia da padrona. Conviene con me?

La filosofia è molto importante nella mia vita, insieme ad arte, scienza ed economia. Intendo la filosofia soprattutto come disciplina che si occupa del “bene”, l’arte quella che si occupa del “bello”, la scienza del “vero” e l’economia quella che si occupa del “giusto”.

– Che significato può avere per un uomo che lavora in un mondo fortemente concreto, fatto di numeri, di bilanci, di guadagno, la Filosofia? Può questa essere considerata ancora una materia importante nella nostra società?

Sì, la filosofia è la prima disciplina con cui noi esseri umani ci misuriamo. È lo strumento di cui ci siamo dotati per indagare il concetto di “bene”, per poter osservare e interpretare noi stessi e quello che ci accade intorno. E quindi ha un ruolo centrale nella vita di ognuno di noi. In realtà la filosofia, in quanto “amore per la sapienza” è alla base di ogni altra disciplina e ci rivela al contempo il nesso tra l’amore e ogni forma di conoscenza.

– Nel suo blog pone una domanda: Stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti o un vero e proprio cambiamento d’epoca? Lei è riuscito a rispondere?

Dopo tante epoche di cambiamenti, abbiamo la fortuna di vivere un vero e proprio cambiamento d’epoca. Si tratta di una grande fortuna perché credo sia un momento bellissimo e interessantissimo per essere vivi. Tuttavia, al tempo stesso è un passaggio caratterizzato da una grande pressione psicologica, per cui la filosofia ci può essere di grande aiuto.

– In Italia la cultura è allo sbando, pochi vogliono investire su di essa, eppure lei afferma che la sfida delle aziende è soprattutto culturale: cosa intende? Lo crede davvero possibile?

Credo sia un cambiamento possibile, anche se non facile. È una sfida culturale perché il cambiamento richiesto deve accadere, più che nelle aziende, nella coscienza delle persone, che nelle aziende lavorano ogni giorno. È necessario cambiare prospettiva in una fase storica in cui stanno cambiando i paradigmi della nostra società. È in corso d’opera un’evoluzione dei meccanismi che finora hanno regolamentato il tessuto sociale ed economico. Per questo ognuno di noi deve capire se vuole essere protagonista attivo di questo cambiamento oppure subirlo passivamente. Le aziende sono grandi agglomerati di persone e non hanno la pesantezza degli apparati statali – che si traduce in lentezza dei processi e incapacità di prendere decisioni. Di contro, non hanno la reattività della società civile, che tuttavia sconta la sua frammentarietà e mancanza di identità unitaria. Per questo trovo che le aziende siano un’eccellente mediazione tra la società civile e l’apparato statale, un soggetto cruciale per far accadere le cose e guidare questo cambiamento. Per far sì che sia un’evoluzione positiva le aziende devono iniziare ad occuparsi non solo del proprio vantaggio, ma anche del vantaggio della comunità a cui fanno riferimento. Il futuro è di quelle aziende che riusciranno a prendersi cura di se stesse, dei propri clienti e al contempo anche della collettività.

– L’uomo, quindi il pensiero come arte di profonda riflessione, oserei dire, deve essere posto al centro. Quali sono, a suo avviso, le potenzialità dell’uomo, oggi, soggiogato dalla tecnologia e accecato dall’ambizione?

L’uomo oggi può andare a una velocità impensabile fino a poco tempo fa. È stato capace di inventare tecnologie in grado di consentire in breve tempo la soluzione di problemi prima considerati insormontabili e che al contempo possono produrre enormi vantaggi personali. Oggi il tema centrale non è più quindi quello dell’accelerazione, ma la necessità di dare il giusto orientamento a questa straordinaria velocità. Per questo, oggi più che mai, l’uomo e il suo pensiero devono stare al centro, in cabina di comando: ci sono grandi opportunità ma anche il rischio concreto di uno schianto, se si continua a procedere nella direzione opposta al bene comune.

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– Lei ha avuto la fortuna e soprattutto l’onore di incontrare molte personalità, alcune delle quali, credo, assolutamente in grado di trasmettere una visione di essere umano autentico, capace di forza, entusiasmo e coraggio puri. Quale l’ha commosso di più, quale le ha dato un motivo in più per combattere nella vita di tutti i giorni e quale le ha fatto pensare “quanto sono fortunato”?

Ognuno di loro mi ha fatto pensare a quanto fossi fortunato. Innanzitutto perché avevo la possibilità di poterle incontrare di persona e non limitarmi a dover leggere storie, libri e autobiografie, o sentire racconti. La premessa importante è che ho voluto fortemente incontrare ciascuno di essi, non è semplicemente successo: questo perché credo che ciascuno di noi secondo la propria possibilità – e in questo sono più fortunato di altri – deve cercarsi dei modelli. E, se possibile, conoscerli. Tutti questi individui straordinari esprimono – nella loro carne e nelle proprie azioni quotidiane – i valori che raccontano. Penso a Patch Adams per l’amore, Yoani Sanchez e Lech Walesa per la libertà, Tara Gandhi per la pace, Simona Atzori per il superamento del limite, Miloud Oukili per il donarsi agli altri, Jetsun Pema – sorella del Dalai Lama – per la compassione, i tanti atleti olimpici che ho incontrato per l’impegno. Tutti mi hanno insegnato tanto e mi hanno reso migliore.

– Che significato hanno per lei, nel 2015, le parola “economia” e “potere”?

Della parola “economia” ho riscoperto il valore del significato originario, che possiamo trovare su ogni dizionario: “arte di reggere e amministrare bene le cose della famiglia e dello stato”. Per me l’economia è proprio questo: un “arte” che sono felice e orgoglioso di praticare, laddove la parola chiave è “bene”. Infatti tutto ciò che è antieconomico, che non produce un risultato positivo è tale perché non sta funzionando bene. Oggi il capitalismo è fortemente e giustamente sotto attacco perché ha perseguito scopi sbagliati nella maniera sbagliata. Non è il capitalismo ad essere sbagliato di per sé, ma sono errate le modalità utilizzate per raggiungerne gli scopi. Anche riguardo al “potere” è utile una riflessione sul significato originario della parola, ovvero la capacità di far accadere delle cose. Credo che ogni uomo occupi un proprio luogo di potere, in ragione della propria sfera di influenza: un genitore ha un potere sui figli, un insegnante sugli allievi, un manager sui collaboratori. Per me il potere è l’espressione di un orientamento, che tutti gli uomini possono esprimere all’interno di un gruppo e che può contribuire a far sì che qualcosa accada.

– Il successo ha cambiato l’ “anonimo” Oscar? Se sì, in che modo? 

Non so cosa si intenda per “successo”: ormai se ne sarà accorta, ma a me piace insistere sul significato delle parole. “Succedere” significa far accadere le cose, quindi un uomo di successo è qualcuno che fa accadere qualcosa, consapevolmente. Negli ultimi anni mi sono effettivamente impegnato molto per far accadere diverse cose: la differenza sta non tanto nel “successo” ma proprio nella consapevolezza di poter far accadere qualcosa a vantaggio mio, dell’azienda, dei clienti, della collettività. Quando ci sono riuscito, mi sono sentito una persona di successo.

– Da utilizzatore di Social Network, per lei, come possono interagire, se possono farlo, le “relazioni umane” e le “visualizzazioni di profilo”?

Il mondo digitale non è virtuale. Spesso si confonde la digitalizzazione con la virtualità. Io credo che il mondo digitale sia un nuovo ambiente in cui accadono le stesse cose che si verificano dalla notte dei tempi: la gente cerca relazioni di diverso tipo: sentimentali, commerciali, “sociali” in genere. Sono solo cambiati gli strumenti e i linguaggi: oggi in tutto ciò che è digitale – come i profili nei social network – vedo semplicemente un nuovo linguaggio, certamente con le proprie regole, che sono pronto ad accogliere e a utilizzare per comunicare con gli altri.

– Ad un giovane che vorrebbe diventare Manager, cosa direbbe? A quali compromessi dovrebbe scendere per realizzare questo sogno?

Nessun compromesso. Piuttosto, la capacità di trovare una consonanza tra le proprie aspirazioni e le proprie capacità, l’umiltà come abilità di sapersi posizionare in ragione di ciò che si è. A un giovane direi: “Se sai fare tanto, datti subito grandi obiettivi. Se sai fare poco dati degli obiettivi alla tua portata e al tempo stesso impegnati per poter fare di più.” Fare il manager significa gestire persone e progetti, per cui credo che il requisito fondamentale sia quello di essere sufficientemente responsabili per sé e per gli altri. Bisogna lavorare sul senso di responsabilità, ovvero sull’abilità di dare le risposte. Tutti noi ogni giorno dobbiamo rispondere a delle domande: il bravo manager è colui che sa dare le risposte giuste.

– ​Non le ho chiesto nulla del suo lavoro perché sono convinta che la maggior parte del suo lavoro stia nella sua estrema capacità di riflessione e di analisi della vita e, credo, sia proprio questo il segreto del suo successo. Mi vuole smentire?

Qui torniamo al significato di “successo”. Quello che posso dire è che sono certamente una persona riflessiva, molto di più di quanto sicuramente sarei stato se non mi fossi educato ad esserlo, ma al contempo molto meno di quanto aspiro ad essere. Se questa mediazione produce dei buoni risultati ne sono felice, ma è molto meno di quanto vorrei.

 

Far accadere le cose non è mai semplice e spesso l’uomo vive inseguendo questo obiettivo senza mai centrarlo veramente.

Il “far succedere” significa non sottomettersi al destino, ad un’impostazione deterministica della realtà; trova il suo senso nella libertà di esprimersi andando alla ricerca di ciò che può migliorarci.

Ricadere nell’indeterminismo non vuol dire rifiutare un disegno prestabilito o, peggio ancora ricadere nel caos, ma significa lottare con i propri mezzi affinché quel destino che ci spetta possa essere plasmato dalle nostre azioni, dalle nostre scelte che non sono infinite ma che ci lasciano intravedere uno spiraglio di libertà.

Oscar di Montigny, in questa intervista, ha dimostrato la capacità dell’ “uomo semplice ma non banale”, cioè di ricerca personale del giusto, del vero, del bello per potersi spogliare delle etichette che il lavoro impone e per questo sentirsi libero di essere persona in mezzo a persone, Soggetto di fronte all’Altro.

Grazie ad Oscar di Montigny per questa sua testimonianza.

Valeria Genova

[Immagini di proprietà di Oscar di Montigny]

L’essenza della nazione nella contemporaneità

La contemporaneità. Un’epoca relativamente semplice. Un’epoca che usa gli specchi sociali, la credenza più ignota ed il miglior Napoleone sul campo per manifestarsi sulla terra. La potenza di una nazione, oggi, è ben rappresentata dal mercato e della finanza: perché prendersi la briga di un travaglio, quando si può rendere un po’ più “Comune” ogni diversità?!

L’essenza della nazione sfuma per mezzo della materia: l’immagine, il make-up e gli stereotipi sono le leve che azionano la produzione post-idealistica e post-moderna di uomini del futuro. L’equilibrio dell’economia sollazza e decanta la classe politica; tutto il corpo dirigenziale si rende amabile, sempre relativo e sempre meno universale.

Il contrappeso alla spersonalizzazione soggettiva è un livellamento oggettivo: la realtà muta così velocemente rendendosi invisibile al soggetto, svuotandolo di ogni virtù elitaria, livellandolo al suo prossimo. Il soggetto, forzato o corrotto dai suoi bisogni sociali e materiali, muterà per spirito d’adattamento. Ogni tensione sociale all’interno del tessuto post-statale, viene consacrata ad una guerra: il Bene fornisce aiuti umanitari, il Male bombe e pugnali.

Ah l’umanità di oggi! Senza pudore né morale, né filosofia; realtà e rappresentazione concertano con le belle parole che abbiamo in bocca. Il grasso cola da ogni immagine dell’uomo: la bellezza è tangibile; riconosciamo in essa sia tragicità che comicità.

Grasso che cola dai nostri occhi e dai nostri sogni ad occhi aperti. Il grasso della contemporaneità non sta sulla brillantina sulla giacca, né in un colpo di tosse, né nell’improvvisazione; la parola d’ordine è “niente emotività”: ogni opportunità che si presenta va studiata, calibrata e dissolta.

Il fallimento è bandito dalla contemporaneità, non vi è spazio per i sogni e tutto deve compiersi nell’immediato. In questa epoca tutto è sia Bene che Male e i “Perché” non si esprimono ma si confutano ed il tuo problema non sarà mai il mio fintanto ho legna da ardere. Il mondo non è più manicomio, ma ospedale.

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google Immagini]

 

Da Nietzsche alla musica: quando la società non sa ascoltare

Qualche sera fa sono stato ad ascoltare un concerto del Duo Symphonia per ricordare Bach. Quello che mi ha più colpito è l’accostamento di due strumenti solisti, una formazione di Organo e Pianoforte che suonano insieme, un mix apparentemente antitetico che però rivela all’ascolto sorprendenti e piacevoli sonorità. La musica trae la propria forza dalle differenze timbriche in una convivenza di “mondi opposti”. Il tutto era poi condito dall’utilizzo di ICT per riprodurre alcune sonorità dell’Organo e spartiti digitali.

Possibile che anche il mondo della musica riesca a dimostrare più innovazione e creatività della società e del mondo della politica? La differenza è percepita sempre come qualcosa di negativo e quasi mai come dialettica positiva ed è così che le persone se ne stanno rinchiuse in piccoli mondi, con le loro etichette, stando sempre a guardare le poche cose che ci dividono rispetto a quelle che ci uniscono.

Tutto questo mi ha riportato alla mente il rapporto sussistente tra musica e innovazione, perché come aveva ben osservato Nietzsche, qualche volta il mondo della musica anticipa quello della storia dell’uomo e della filosofia, una comprensione così profonda da condurlo al rapporto amore-odio con il celebre compositore Richard Wagner.

Tutto questo apre una opportunità di fare una bella riflessione su follia e innovazione: essere pazzi, essere visionari significa anche essere innovativi. Mettere accanto un Organo e un Pianoforte come fanno i Duo Symphonia sarebbe stata ritenuta una vera eresia per la concezione classica degli strumenti, ma allora come mai tale accoppiata risulta vincente? Che cosa non riuscivano a vedere i predecessori di Roberto Scarpa e Giuseppe Iampieri?

Come segnalato da M. Clark1, la definizione dell’uomo come animale razionale è troppo ottimistica: per lo più per ignoranza o per impazienza le persone tendono a trarre conclusioni affrettate e a fraintendere l’evidenza.

Tutti siamo portati a costruire le nostre credenze sulla base di motivazioni e per questo le credenze tendono a generarsi in modo non obiettivo, in modo quasi disonesto, perché spesso dietro alle nostre credenze si cela anche la nostra poca autostima2. In questo senso penso che Nietzsche sia stato indubbiamente un precursore nel denunciare questo genere di fenomeno descritto da Clark e da altri autori successivi.

Prendendo in considerazione gli aspetti più propriamente legati alla salute mentale di Nietzsche nella fase terminale della sua vita, è da rilevare che una diagnosi sul quadro clinico di un paziente dipende anche dallo sguardo degli osservatori, dalle categorie concettuali, dagli strumenti diagnostici e, in ultima analisi, dalla “filosofia” che essi adottano3.

Spesso quelle che vengono definite come patologie sono in realtà “disturbi mentali” dovuti all’incapacità di osservare la realtà da un approccio convenzionale, omologato e supinamente guidato dalle convenzioni sociali.

Purtroppo la psichiatria dei suoi tempi era piuttosto rozza e i medici non riscontrarono in Nietzsche con certezza caratteri psicopatici, né è provato che abbia contratto la lue, ma la diagnosi fu che egli soffrisse di una nevrosi, essenzialmente alimentata da conflitti psicologici; la sua malattia mentale è stata probabilmente una paralisi progressiva4.

La “notte” dell’ottenebramento psichico di Nietzsche calò su di lui tra il 28 dicembre 1888 e il 3 gennaio 1889, senza che nessun testimone potesse poi chiarire cosa avvenne in realtà nel suo appartamento di Torino dove alloggiava5.

Probabilmente Nietzsche nell’ultimo tormentato periodo della sua vita, prima di rassegnarsi al silenzio, si sentì abbandonato, sentì di essere rimasto solo, senza nessuno su cui poter contare veramente:

«noi siamo dalla nascita gli amici giurati e gelosi della solitudine, della nostra più profonda, più notturna e più meridiana solitudine – una tale specie di uomini siamo noi, spiriti liberi!»6.

Forse in un momento che egli stesso giudicava certamente critico comprese che per affrontare quanto ci attende fosse necessario sempre fare i conti con ciò che si è stati e con ciò che non si sarà più, e in questo può essere compresa anche la riflessione sull’Eterno ritorno dell’uguale7.

In un suo aforisma dice:

«Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te»7.

Forse Nietzsche nell’ultimo periodo di lucidità volse semplicemente lo sguardo caustico che lo caratterizzava non al di fuori, ma verso l’interno, decidendo di scrutare e saggiare il suo stesso animo. Forse riteneva che, sollevate tutte le maschere sotto le quali si celava il vero volto della società, fosse giunto il momento di verificare quanto di quel vecchio mondo che aveva tentato di superare continuasse a vivere nei meandri più reconditi della sua anima. Di addentrarsi cioè in quei «prosceni e quinte che nessun piede riuscirebbe a percorrere sino alla fine»9.

Egli quindi intraprese un cammino di decostruzione della sua stessa identità. Ritenendo la riflessione su ciò che lo circondava ormai esaurita a questo punto iniziò quella verso se stesso e questo è fattibile solo nel raccoglimento dato dalla solitudine.

Zarathustra, il viandante sotto la cui maschera si cela lo stesso Nietzsche, dice:

«Io sono un viandante che sale su pei monti, […] io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo. […] adesso mi trovo davanti alla mia ultima vetta, a ciò che più a lungo mi fu risparmiato. Ahimè, ahimè sono obbligato a salire su per il più duro dei sentieri! Ahimè, ho dato inizio alla più solitaria delle mie peregrinazioni! […]. Tu però, Zarathustra, hai voluto vedere il fondo e il sottofondo di tutte le cose: e già questo ti obbliga a salire al di sopra di te stesso – sempre più in alto, finché anche le tue stelle si trovino al di sotto di te! Sì! Guardar giù verso me stesso e persino verso le mie stelle: solo questo può voler dire la mia vetta per me, questo mi è ancora rimasto come la mia ultima vetta! […]. Conosco la mia sorte, disse infine con mestizia. Orsù! Io sono pronto. Or ora è cominciata l’ultima mia solitudine»10.

Nietzsche ben comprese l’importanza di mettersi sempre alla prova e che la stasi equivaleva a una morte prematura, un dissiparsi delle potenzialità creative. Infatti il filosofo, prima professore di straordinario talento a Basilea dove raggiunse una cattedra stimabile in età molto giovane, una volta resosi conto di aver espresso tutto quello che aveva da dire in quell’ambito, decise di dedicarsi completamente alla cura ed elaborazione delle sue Opere attraverso le quali esprimere le proprie idee.

Dove Maurizio Ferraris scorge megalomania e pazzia io scorgo il continuo tentativo di superarsi, di affinare le tecniche in grado di esprimere la complessità di un linguaggio completamente da ricostruire dopo che egli stesso aveva contribuito a decostruirlo, cosa invece colta con grande acume come un nodo tematico fondamentale da K. Galimberti11.

Non è quindi così fuori luogo pensare che Nietzsche comprese che se il potere è controllo allora solo chi è incontrollabile, chi è pazzo, è oltre il potere. Fu forse per questo che si incamminò su quella via dalla quale non fece più ritorno:

«talvolta la follia stessa è la maschera per un sapere infelice e troppo certo»12.

Come rilevato da R. Escobar il destino di Nietzsche è stato quello di naufragare nella follia a conclusione del suo tentativo di intraprendere un disperato e lucido esperimento esistenziale ed intellettuale13.

La ricerca, la biografia, la creazione di nuovi sensi e la riscrittura di linguaggi che continuano a rigenerarsi in milioni di sfumature diverse, Nietzsche le note di Bach di quella sera e in generale il nostro bisogno di attribuire continuamente nuovi sensi alle cose non è forse la più intima natura del nostro modo di esistere?

Forse la società e il mondo dell’economia dovrebbero mettersi in discussione recuperando in accezione positiva l’elemento della follia come quella capacità di mettere insieme cose apparentemente incongruenti che non si limitino a essere la somma di singole parti, ma nell’interazione e nel mescolamento del tutto si genera qualcosa di nuovo. Non è forse questa la chiave più intima della creatività?

Nella musica i Duo Symphonia ci stanno provando, la società e l’economia staranno a guardare o sapranno trarre una importante lezione?

 

Matteo Montagner

 

NOTE

1. M. CLARK, I paradossi dalla A alla Z, trad. it. di A. Pedeferri, Milano, Cortina, 2004.
2. Ivi, pp. 15 – 18.
3. Cfr. H. WULFF, S. A. PEDERSEN, R. ROSENBERG, Filosofia della medicina, trad. it. di A. Parodi, Milano, Cortina, 1995.
4. Diagnosi del Dott. K. Hildebrandt del 29/08/1900 (Nietzsche era morto il 25/08/1900) in F. NIETZSCHE, Epistolario (1865-1900), a cura di B. Allason, Torino, Einaudi, 1969, p. 345.
5. Cfr. H. ALTHAUS, Nietzsche, op. cit., p. 545.
6. F. NIETZSCHE, Al di là del bene e del male, op. cit., p. 51.
7. Cfr. F.NIETZSCHE, Il nichilismo europeo, trad. it. di S. Giametta, Milano, Adelphi, 2006.
8. F. NIETZSCHE, Al di là del bene e del male, op. cit., p. 79.
9. Ivi, p. 50.
10. F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, op. cit., pp. 177 – 179.
11. Cfr. K. GALIMBERTI, Nietzsche una Guida, Milano, Feltrinelli, 2000.
12. F. NIETZSCHE, Al di là del bene e del male, op. cit. p. 194.
13. Cfr. R. ESCOBAR, Nietzsche e la filosofia politica del XIX secolo, op. cit, p. 217.

 

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Fenomenologia dell’aperitivo e del vivere fuori

Assistiamo a una rivoluzione silenziosa, ma non poco significativa perché cambiano il paesaggio delle nostre Città e il nostro modo di vivere. Una rivoluzione che pone molti interrogativi: come mai, in un momento di crisi come questo, mentre i giornali ci annunciano che si stanno contraendo anche i consumi alimentari, tante persone sono disposte a sborsare soldi per andare a mangiare fuori? Certo, si preferiscono locali a basso costo, dove comunque si spende di più che a casa. E come mai i giovani, in gran parte disoccupati, che non guadagnano e vivono a carico delle famiglie oltre i 30 anni, si possono permettere tali spese? La risposta non è ovviamente semplice. Probabilmente la tendenza a “vivere fuori” ha a che fare con la crisi della famiglia e con l’aumento dei single, che escono per sfuggire alla solitudine. Ma dipende anche dal fatto che molte ragazze e ragazzi oggi non lavorano e quindi la sera non devono rincasare presto, sono liberi di andare in giro e fare tardi. La nostra società ha privato del futuro le nuove generazioni che, prigioniere di un presente che non passa, si ritrovano costrette a una perenne adolescenza forzata. E non è un caso che il modello dei locali da aperitivo si stia estendendo, con i loro cibi veloci ed economici, e siano frequentati soprattutto da adulti. E’ difficile che chi ha figli piccoli esca a mangiare, perché in fondo l’esperienza si presenta faticosa, e i bambini sono più facili da gestire a casa, con i loro giochi, i loro cibi usuali e, soprattutto, la televisione.

L’abitudine a “mangiare e vivere fuori” è segno di una società senza bambini, quindi con poco interesse per una vita familiare, e rivela una radicata abitudine al consumo, che probabilmente in passato si realizzava attraverso spese impegnative: dai ristoranti ai viaggi, dalle moto ai vestiti firmati. Ora che si compra più volentieri all’outlet e si viaggia poco frequentare luoghi di aggregazione come bar e chioschi sembra rimasto l’unico sfogo dell’abitudine al consumo.

Certo anche questi nuovi esercizi creano posti di lavoro, probabilmente molto poco pagati, e sono un modo come un altro per far girare l’economia. Se però ci pensiamo bene essi evidenziano la scarsa inventiva della nostra società che non produce niente di nuovo, ma si limita ad allargare un po’ la possibilità di spesa a basso livello; una spesa che contrae il risparmio, il quale in pochi anni è passato dall’essere una virtù a rappresentare uno dei peccati capitali dei nostri tempi, la fine della progettazione futura, degli investimenti produttivi. In altre parole questi “nuovi” locali che invadono i nostri centri abitati sembrano solo segnalare che abbiamo un popolo che vive “a basso cabotaggio” e cerca vie facili per dimenticare le difficoltà del presente.

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Il Capitale Umano: scippo ben riuscito

A questo punto possiamo chiederci: come mai gli economisti si sono impadroniti di questa forma linguistica che sembrerebbe essere più competenza di filosofi, psicologi e pedagogisti? Gli economisti hanno ben capito quello che altri non avevano messo sufficientemente in rilievo, vale a dire che esiste una stretta correlazione tra benessere collettivo e Capitale Umano, che tutti gli investimenti che una comunità fa per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini si traducono col tempo in un aumento del reddito pro-capite. Insomma, il Capitale Umano viene considerato un investimento in un bene che produce rendimento.Molteplici studi a livello internazionale ci dicono che a un anno di istruzione in più dei lavoratori corrisponde una crescita del prodotto pro capite del 5%; e ancora, che le persone in possesso di una laurea specialistica guadagnano almeno il 50% in più di coloro che hanno soltanto un diploma. Ma non basta. Il Capitale Umano riduce anche la propensione a delinquere e produce effetti positivi sulla salute.

Perché un investimento sia produttivo è necessario, però, agire prima che i giochi siano fatti puntando decisamente sui processi educativi ai quali l’individuo viene sottoposto, quindi su scuole efficienti, docenti preparati e aggiornati, buon livello culturale familiare, supporti e iniziative per i giovani, e molto altro. Tutte cose che gli studi filosofici hanno più volte sottolineato e che sembrano sfuggire troppo spesso all’ambito dell’Economia e di chi se ne fa portavoce. Basti pensare alle numerose ricerche sull’incidenza positiva che la frequenza al nido ha sui bambini piccoli ad esempio per capire come “Il Capitale Umano” associato tendenzialmente a persone adulte sia invece strettamente legato a tutte le fasi dello sviluppo della persona, in quella sede i più piccoli non si limitano a stare fisicamente in un luogo diverso, ma esperiscono soprattutto a interagire con altri che non siano i familiari, vivendo ruoli e esperienze stimolanti. Sembra addirittura che il futuro dei cittadini dipenda, almeno in parte, dalle opportunità di apprendimento di cui hanno goduto nei primissimi anni di vita.

Nonostante a livello economico venga troppo spesso inflazionato il termine Capitale Umano è anche vero che possiamo facilmente accorgerci di come le nuove generazioni crescano spesso in una situazione di povertà educativa dove i beni materiali proliferano, ma mancano investimenti sugli aspetti dei valori che andranno a costituire la parte più intima della persona.

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