Imparare a vivere dalle piante per arginare l’emergenza ambientale

Sapete cos’è l’EOD? Oppure è la prima volta che vedete e leggete questa sigla?
EOD significa Earth Overshoot Day ed è conosciuto anche come il “giorno del debito ecologico”. Viene calcolato ogni anno dal Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale no-profit con sedi in Svizzera e Stati Uniti. L’Italia e l’Europa hanno già superato per il 2019 il “punto di non ritorno”: è stato esattamente lo scorso 10 maggio. Fino al 2020, allora, noi consumeremo risorse del pianeta non rinnovabili.

Cosa significa? Per capirsi: che tagliamo gli alberi prima che diventino adulti; che emettiamo più carbonio nell’atmosfera di quanto le foreste siano in grado di assorbire; che peschiamo più pesce di quanto gli ecosistemi siano in grado di rigenerare.

Negli ultimi tempi l’emergenza climatica ha cominciato a diventare notizia. Sulla stampa, nei tg, sui social media si parla finalmente di cambiamento climatico, di quanto stia mutando il nostro pianeta, del rischio di estinzione che minaccia specie viventi e veri e propri ecosistemi. Tuttavia ancora in molti, per ignoranza, per superficialità o per la smania di una crescita che non è più sostenibile, non comprendono la portata drammatica e micidiale di questo fenomeno, di cui è proprio l’uomo la causa principale e che mette a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

«Attraverso la sua storia la Terra ha subito cinque estinzioni di massa ed un certo numero di estinzioni minori. […] Adesso siamo nel bel mezzo della sesta estinzione di massa. Un evento di una portata tale che percepirne le conseguenze non è per niente facile. […] Le passate estinzioni di massa di cui si ha conoscenza, sebbene veloci, si sono sempre manifestate lungo un arco di milioni di anni. L’attività umana al contrario sta concentrando la sua letale influenza sulle altre specie viventi in una manciata di anni»1. Essere consapevoli del disastro che i nostri consumi stanno creando, sottolinea Stefano Mancuso nel suo libro, dovrebbe renderci tutti più attenti ai nostri comportamenti individuali, ma anche arrabbiati verso un modello di sviluppo che per premiare pochissimi, distrugge la nostra casa comune.

Mettiamocelo in testa: il nostro pianeta ha risorse limitate. Mi sembra più che normale, essendo un pianeta finito. Non occorre essere dei geni della scienza per capire che il modo di agire e di vivere che l’umanità ha avuto e ha tutt’ora è totalmente insensato, a meno che l’obiettivo finale non sia l’estinzione. E se non invertiamo la rotta è molto probabile che ci arriveremo.

«Risorse limitate non possono sostenere una crescita illimitata. E badate bene: quando parlo di crescita illimitata, non intendo parlare di crescita della popolazione – tutt’altro – ma di crescita dei consumi. Il pianeta potrebbe tranquillamente ospitare una popolazione umana molto più numerosa di quanto non sia oggi, e anche ampiamente superiore ai 10 miliardi di persone che si prevedono per il 2050 o giù di lì. Potrebbe, appunto. Ma soltanto qualora l’umanità cambiasse radicalmente il proprio stile di vita, riducendo drasticamente l’uso di risorse non rinnovabili»2.

Esiste, quindi, una soluzione al problema? Un modello virtuoso da poter seguire? La risposta è sì ed è da sempre sotto i nostri occhi. Secondo Mancuso, infatti, dovremo semplicemente imparare dalle piante. Nel suo libro, lo scienziato ribalta completamente la prospettiva e per una volta, invece di essere l’uomo al centro di tutto, sono le piante ad esserlo: le piante, con il loro sistema di sviluppo, la loro organizzazione, le loro regole, che sono ovviamente completamente diverse dalle nostre, eppure, fa notare Mancuso, molto più funzionali:

«Il mondo vegetale segue la semplice regola di crescere fin che è possibile farlo, in accordo con la quantità di risorse disponibili. In altre parole quando i mezzi cominciano a scarseggiare , la crescita si riduce. L’insana idea che si possa crescere all’infinito con risorse finite è solamente umana. Il resto della vita segue modelli realistici. […] Non potendosene andare in giro, come fanno gli animali, alla ricerca di nuovi territori da sfruttare quando il cibo scarseggia, le piante hanno imparato a convivere con la finitezza delle risorse e a modulare lo sviluppo»3.

Le piante, quando necessario, riducono la loro taglia, si assottigliano, si avvolgono, si curvano, interrompono la loro crescita, «fanno tutto ciò che è necessario, perchè il loro equilibrio con l’ambiente sia il più stabile possibile»4. Non solo, c’è un’altra caratteristica che la “nazione delle piante” possiede, di cui lo scienziato mette in luce l’efficienza: la cooperazione. «Non potendosene andare in giro a cercare ambienti o compagni migliori, una pianta deve per forza imparare ad ottenere il massimo dalla convivenza con i suoi vicini. Quest’arte della convivenza la ritroviamo nella maggior parte delle relazioni vegetali»5.

La nostra idea di come funzionino le relazioni naturali è basata sulla semplicistica e arcaica nozione che in natura valga la legge del più forte. Una visione della natura come di un’arena, che Mancuso considera figlia di una grande ignoranza sui meccanismi che denotano il funzionamento delle comunità naturali. Le piante invece, collaborano tra di loro, vivono in simbiosi, uniscono i propri destini, cooperano per mantenersi in vita, evolversi, crescere e prosperare.
Anche con noi uomini hanno questo comportamento. Le piante che circondano le nostre case, i parchi, gli orti, hanno stabilito con noi un rapporto di cooperazione e domesticazione: una lunga relazione durante la quale due specie imparano a stare bene insieme e a trarre l’una dall’altra dei vantaggi. La cooperazione è la forza attraverso la quale la vita prospera e per la “nazione delle piante” è il primo strumento di progresso delle comunità.

Pensare che il problema ambientale sia qualcosa di lontano dalle nostre vite quotidiane, di cui non vediamo gli effetti sotto i nostri occhi, non ci dà più il diritto di pensare che non sia un nostro problema. Nel nostro piccolo, nella nostra vita, ogni gesto è importante per dare una mano al nostro pianeta e concedere a noi stessi e ai nostri figli di poter ancora godere della sue bellezze: cercare di sprecare meno acqua, farne un uso moderato, scegliere di bandire la plastica monouso dalle nostre tavole, andare a lavoro in bici invece che in auto, o magari utilizzare i mezzi pubblici, sono tutti piccoli gesti che ognuno di noi può introdurre nella sua quotidianità. Pensate alla potenza che potrebbero avere se tutti, tutti noi, tutta l’umanità andasse in questa direzione!

Come diceva Madre Teresa di Calcutta: «Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe. Importate non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo; bisogna fare piccole cose con grande amore».

 

Martina Notari

 

NOTE
1. S. Mancuso, La nazione delle piante, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 78.

2. Ivi, pp. 100-101.
3. Ivi, pp. 108-109.
4. Ivi, p. 109.
5. Ivi, p. 138.

[Photo credit Noah Buscher  via Unsplash]

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Dizionario portatile di ecologia: la sempreverde attualità di Thoreau

È del 28 luglio 2019 l’istantanea1 scattata dai satelliti Copernicus Sentinel-3. Una prospettiva aerea che ha dato un nuovo volto agli incendi che stanno divorando milioni di ettari di distese verdi. Il soggetto di questa fotografia è la taiga siberiana. Eppure, la ribellione ecosistemica di oggi sta coinvolgendo anche Groenlandia, Canada e Alaska. Qui, il 4 luglio la temperatura ha toccato i 32°, ma è da giugno che l’estremo nord dell’emisfero boreale sta bruciando. L’Artide si sta riscaldando a un temperatura doppia rispetto al resto del pianeta. Il paesaggio si è seccato e, con l’aiuto di fulmini, le foreste del Nord hanno iniziato ad ardere, liberando nell’aria la quantità di biossido di carbonio che il Belgio immette in un anno: si parla di oltre 100 milioni di tonnellate. Il carbone, da secoli imprigionato nella torba, così come gli altri gas serra immagazzinati nel permafrost pronto al disgelo, sono ora i veri protagonisti di questo scontro tra l’uomo e la natura. 

«Terra. La terra non è un semplice frammento di storia morta, strato su strato simile ai fogli di un libro, ma poesia vivente come le foglie di un albero, che producono fiori e frutti […]»2.

Tessitore di un lessico della natura fatto di suoni e immagini, Henry David Thoreau è stato un camminatore instancabile. «Camminare. Camminando, ci dirigiamo naturalmente verso i campi ed i boschi: cosa sarebbe di noi se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino o lungo un viale?»3

Cittadino di una giovane America nord-orientale di metà Ottocento, questo giovane letterato (morto a soli 45 anni) ha saputo pensare il mondo che lo circondava raccontandolo per analogie. Ma anche per metafore, descrizioni fattuali e meditazioni intime, che descrivono figure tra loro diverse ma in continua comunicazione, ognuna portatrice di un significato specifico. Thoreau, così, ha esplorato l’infinito intorno a lui parlando di formiche, zucche, ginepri, querce, laghi e boschi. Ma anche di grilli e gufi che cantano il futuro.

«Gufi. Sono felice che esistano i gufi. Rappresentano il severo crepuscolo e i pensieri insoddisfatti che tutti hanno […] Per tutta la giornata il sole splende sulla superficie di una selvaggia palude, e una diversa razza di creature si sveglia per esprimere il significato della Natura»4.

Il Dizionario portatile di ecologia5, concepito in occasione del bicentenario della nascita del poeta di Concord (1817 – 2017), può diventare un nuovo lessico del nostro presente, della relazione tra l’ambiente e chi lo abita, della fluidità della natura che interagisce con una umanità in difficoltà. Una umanità che sembra essersi dimenticata che quella stessa natura non è un’entità astratta ma, anzi, una presenza che fa sentire sempre più la sua voce. Una voce che annulla il finto senso di onnipotenza dell’io.

A Ginevra, lo scorso 8 agosto, è stato diffuso il rapporto Cambiamento climatico e territorio del comitato scientifico dell’Onu sul clima (l’Ipcc). Stilato da 66 ricercatori provenienti da tutto il mondo, il documento, nero su bianco, ha posto (per nell’ennesima volta) all’attenzione della comunità internazionale gli effetti del riscaldamento globale. Ne è emerso che la desertificazione sta avanzando, divorando fette sempre più ampie di Africa, Medio Oriente, Asia e America latina. E la siccità, che accentua il rischio incendi, sta mettendo a rischio ettari di copertura verde in Nord e Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale. Ad oggi la temperatura del pianeta è aumentata di 1,5° rispetto all’età preindustriale; parallelamente, le precipitazioni annuali continuano a diminuire e, concentrate, a farsi più intense e estreme. In questo quadro poco rassicurante, sono le piante ad avere un ruolo chiave. Infatti, oltre a essere il “polmone” del Pianeta, tramite l’afforestazione6 possono immagazzinare anidride carbonica (CO2), sottraendola all’atmosfera, fino a un terzo delle emissioni totali. Ma, anche se scontato da dire, ovviamente non possono fare tutto da sole. 

«Natura. È più facile scoprire un nuovo mondo, come ha fatto Colombo, che entrare in una piega di questo […]; si perde di vista la terra, la bussola di sposta e l’umanità di ammutina; e la storia immobile si accumula come immondizia davanti ai cancelli della natura […]»7.

Thoreau ha aperto la strada ai pionieri dell’ecologia nordamericana. Ogni declinazione dell’ambientalismo contemporaneo (letterario, filosofico e politico) è in debito con lui. Il suo progetto era di conciliare individuo e natura, in una coesistenza fatta di incontri negli scontri.

«Umano. Se vogliamo veramente vedere la Natura, dovremo vederla in termini umani […]. Essa appare tanto più densa di significato a chi l’ama. Chi ama la Natura, ama in particolare l’uomo»8

Quella con l’ambiente è una interazione che non riguarda solo l’agricoltore, il poeta, il filosofo o lo scienziato. Anzi, la sua presenza forte e prepotente si rivolge a tutti quelli disposti a percepirlo. A testimoniarlo sono gli stravolgimenti naturali che da diversi anni, anche se solo per piccoli istanti, compaiono sui rotocalchi. Forse, però, il problema è che non riescono a raggiungere la coscienza umana. Non riescono ancora a farla vibrare. Sono suoni, immagini e parole che, come fumo, inizialmente la accecano ma, poco dopo, diventano evanescenti e finiscono per nascondersi tra nuvole di parole vuote. Svanendo in deboli echi.

 

Riccardo Liguori 

 
NOTE:
1. È possibile vedere l’istantanea in questione a questo link.
2. H. D. Thoreau, Walden. Vita nel bosco, Donzelli, Roma, 2005, p. 89.
3. H. D. Thoreau, Camminare, a cura di Franco Meli, SE, Milano, 1989, p. 19. 
4. H. D. Thoreau, Walden… op.cit, p. 228. 
5. H. D. Thoreau, Dizionario portatile di ecologia, Donzelli Editore, Roma, 2017.
6. Si tratta della conversione (realizzata per mezzo di piantagione, semina o intervento antropico) in foresta di un’area che non sia stata foresta per almeno 50 anni. Con l’adozione del protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’afforestazione è stata riconosciuta strumento indispensabile tanto per la rimozione del diossido di carbonio dall’atmosfera quanto per il relativo assorbimento di carbonio nella biomassa vegetale. 
7. A Week on the Concord and Merrimack Rivers, 1849 (a cura di Carl F. Hovde e altri, Princeton University Press, Princeton, 1980), p. 383.
8. Diario, 1852, in “Vita di uno scrittore”, Neri Pozza, Vicenza 1963, pp. 142-3.
 
[photo credits Steven Kamenar su unsplash.com]
 
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Prendersi cura della casa comune: l’Enciclica sempre attuale

Ultimamente di ambiente si sente parlare un po’ più spesso, anche se ancora mai abbastanza, ma soprattutto si diffonde sempre più l’idea che il singolo cittadino non possa che stare semplicemente a guardare mentre capi di stato, tecnocrati e grandi scienziati dibattono il tema.

Nulla di più sbagliato.

Ecco perché anche il Pontefice ha voluto spendervi delle riflessioni approfondite, utilizzando non a caso un mezzo come l’enciclica, una lettera apostolica scritta dal papa ai vescovi e ai fedeli mettendo letteralmente “in circolo” (dal greco enkyklos) delle riflessioni su di una particolare questione. La questione, per l’enciclica scritta nel 2015, è molto chiara nel sottotitolo, Enciclica sulla cura della casa comune: perché il pianeta Terra è la casa comune del genere umano, oltre che animale e naturale.

«La terra ci precede e ci è stata data. […] Proprio per la sua dignità unica e per essere dotato di intelligenza, l’essere umano è chiamato a rispettare il creato con le sue leggi interne. […] Le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono […] per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre»¹.

Il titolo invece, che per una enciclica corrisponde alle sue prime due parole, richiama il santo di cui il Pontefice porta il nome: Laudato si’ di san Francesco è un’ode alla creazione di Dio, della quale anche noi facciamo parte. Questo tuttavia non significa che questo scritto non possa essere letto anche da non-cattolici e da atei. Il papa anzi si prende l’incarico di esporre in modo semplice e chiaro i fatti, quegli inopinabili e terribili fatti: l’estinzione quotidiana di specie animali e vegetali, il surriscaldamento globale, l’emergenza idrica, la cultura dello scarto, la deforestazione, la distruzione degli ecosistemi, lo sfruttamento intensivo dei terreni – tutte cose di cui l’uomo deve necessariamente prendere «dolorosa coscienza», soprattutto perché è proprio l’uomo il denominatore comune della catastrofe.

Cioè, abbiamo trasformato la circolarità del mondo in una piramide e ci siamo piazzati sulla cima: così facendo abbiamo strappato via la dignità da tutto il resto e persino il significato stesso di tutto ciò che ci vive accanto (dovrebbe bastare anche solo questo, il fatto che vive!), dimentichi che «lo scopo finale delle altre creature non siamo noi»2.

La motivazione sarebbe in primo luogo lo sviluppo di un’economia volta al profitto e all’egoistico utilitarismo, nonché di una politica globale incapace di sottrarvisi; in seconda battuta (ed è probabilmente questo a risultare maggiormente allarmante), la disattenzione complessiva e quotidiana per le istanze ecologiche sarebbe semplice frutto di una crisi culturale ed etica:

«Il fatto è che “l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza”3, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza»4.

Il papa in effetti lo afferma molto chiaramente: la soluzione al problema non significa porre un freno all’attività dell’uomo, quanto piuttosto indirizzare tale creatività verso un nuovo corso. Soltanto riscoprendo l’interpretazione corretta del concetto proprio di essere umano, ovvero quello di «amministratore responsabile» dell’universo, egli può correre ai ripari di ciò che lui stesso ha ferito e danneggiato nel suo delirio di onnipotenza.

Proprio per questo motivo la tecnologia non può essere l’unica risposta contemplabile in quanto essa è di fatto “neutra” e resta uno strumento sottoposto all’umana decisione; ciò che occorre dunque è una rivoluzione culturale. Significa ampliare la nostra ristrettezza di vedute, rinunciare al beneficio immediato dal quale siamo stati sedotti e al quale ci siamo abituati talmente da abusarne; significa incanalare la voglia umana di progresso e la sua energia creativa in modo nuovo; significa infine una presa di responsabilità: la dobbiamo alle specie viventi in questo pianeta, compresi noi stessi. Io sono costretta a rimanere sul superficiale, ma leggendo l’Enciclica scoprirete che quelle di Francesco sono ben altro che parole astratte: offre invece moltissimi esempi concreti di ciò che si può fare, ed è proprio questo che ci aiuta a comprendere quante siano in realtà le possibilità che vengono ignorate.

Quando abbiamo smesso di crederci? Quando abbiamo smesso di fidarci della forza, della creatività, dell’amore che è insito nell’essere umano, ovvero in noi stessi? Non siamo superflui nella grande complessità delle cose, se agiamo in modo compatto, e anche i più piccoli accorgimenti quotidiani (il Papa stesso ne elenca una serie) possono dar luce ad uno stile di vita nuovo e più sostenibile.

Non è soltanto questo. Infatti, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Per il papa questo è un punto molto importante perché tutti gli sfruttamenti e gli sprechi operati in modo miope dal Nord del mondo hanno conseguenze catastrofiche sui Paesi più deboli, spesso privi dei mezzi per far fronte agli squilibri ambientali provocati dalle nazioni più forti. Oltre ad esserci autoproclamati (come uomini) padroni dell’universo, insomma, abbiamo anche cominciato a sentirci più umani di altri umani, cioè più umani dei deboli e degli svantaggiati.

«Non ne abbiamo il diritto»5.

In definitiva noi tutti stiamo soccombendo al male che ci siamo autoinflitti e perseveriamo illogicamente nel nostro «comportamento suicida» – credo nessuna espressione può risultare più calzante di questa. Abbiamo perso la speranza e la voglia di lottare, del tutto dimentichi del nostro valore individuale ma soprattutto dimentichi del fatto che ottenere un cambiamento costa fatica, impegno, dedizione, sacrificio. Credo sia proprio per questo che siamo così restii a prendere atto della realtà. Questa, però, è l’unica, vera soluzione, o meglio ne è la premessa fondamentale: per questo papa Francesco lo evidenzia più volte in questo messaggio che è davvero per tutti, e che è di vera speranza:

«Prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale ed educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione»6.

 

Giorgia Favero

 

NOTE
1. Papa Francesco, Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, 2015, n. 67, n. 68, n. 86;
2. Ivi, n. 83;
3. Romano Guardini, La fine dell’epoca moderna, Brescia 1987;
4. Papa Francesco, Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, 2015, n. 105;
5. Ivi, n. 211;
6. Ivi, n. 93

 

[Immagine di copertina: il progetto La Via dei Tigli: impronte d’anime di Chiara Lorenzetto, che raccoglie i frottage acquisiti dai ceppi di Tilia x vulgaris rimasti per diversi mesi lungo i bordi di una strada urbana a seguito di una operazione di abbattimento]

 

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Crisi ecologica e pensiero globale. La proposta di Edgar Morin

Nelle sue Sette lezioni sul pensiero globale, Edgar Morin afferma che il nostro è il tempo di una «politica interamente divorata dall’economia, asservita all’economia, e non a una qualsivoglia economia: all’economia che parla unicamente di interessi» e a causa della quale la povertà si sta rapidamente trasformando in «miseria di massa». Secondo Morin noi tutti viviamo sovrastati da un’economia selvaggia, che ha sviluppato «una sorta di tumore: il dominio del capitale finanziario speculativo». L’attuale sistema economico non solo impoverisce i più per concentrare la ricchezza nelle mani di pochi privilegiati, ma mette sempre più in pericolo l’ambiente e l’ecosistema, e quindi tutti i viventi. «L’eco­nomia detta di mercato, diciamo l’e­­co­­­no­mia capitalistica, ricopre ormai praticamente tutto il globo, compresa la Cina». L’e­mer­gen­za non è quindi locale, ma planetaria.

Morin ritiene che l’unico modo per risolvere alla radice i problemi della Terra sia prendere coscienza della «devastazione ecologica» che stiamo causando e ripensare al nostro posto nel mondo. Ciò che si tratta di capire è che noi crediamo di poter dominare la biosfera, ma «più la dominiamo, più la degradiamo e più degradiamo le nostre condizioni di vita». È quindi più che mai necessaria, per Morin, una «riforma della conoscenza e del pensiero, per delineare un pensiero “complesso” […]: un pensiero globale, mondiale», che tenga conto del «cordone ombelicale» che ci unisce a tutta la Natura.

Come si può intuire, il “pensiero complesso” che propone Morin è multidisciplinare e attento a cogliere le connessioni sussistenti tra le parti e il Tutto: «la parola complexus», ricorda Morin, «vuol dire “legato”, “tessuto insieme” e, dunque, il pensiero complesso è un pensiero che lega, da una parte contestualizzando, cioè legando al contesto, dall’altra parte tentando di comprendere che cosa è un sistema». Non a caso, Morin adotta come proprio motto personale il pensiero n° 72 di Pascal (ed. Brunschvicg):

«poiché tutte le cose sono causate e causanti, […] e tutte sono legate da un vincolo naturale e impercettibile che unisce le più lontane e le più diverse, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere dettagliatamente le parti».

Guardare al Tutto per capire il ruolo delle parti e osservare l’intreccio e l’interazione delle parti per comprendere la natura del Tutto: ecco gli obiettivi che si prefigge il “pensiero complesso” di Morin. La proposta di questo pensatore è senz’altro sensata, ma quali risposte offre, in concreto, il suo “pensiero globale” ai problemi del nostro tempo? Per Morin, ciò che andrebbe fatto per migliorare la situazione del pianeta è molto chiaro: in primo luogo «possiamo e dobbiamo concepire i limiti delle riserve energetiche esauribili, come quelle del petrolio e del carbone, privilegiando le risorse illimitate delle energie solare, eolica e delle maree». In secondo luogo, «bisognerà anche contenere la crescente urbanizzazione apparentemente illimitata», in modo da favorire il deflusso della popolazione «dalle città alle campagne».

Morin guarda inoltre con favore all’agro-ecologia e all’agro-silvicoltura: «malgrado l’attuale dominio dell’agricoltura e dell’allevamento industrializzati», scrive il sociologo francese, il diffondersi di pratiche ecologiche in campo agricolo «è uno dei segnali deboli che […] lasciano intravedere la possibilità di un futuro migliore per l’alimentazione delle città e la vita delle campagne». Necessaria sarebbe anche la creazione, in ogni agglomerato urbano, di «eco-quartieri», dotati di «sorgenti di energia pulita e di circolazione automobilistica sempre più elettrificata».

Nonostante Morin veda il mondo muoversi in direzione di una maggiore consapevolezza ecologica, egli ritiene che tali progressi avvengano solo su piccola scala e comunque troppo lentamente, e questo a causa della mancanza di una spinta decisiva, quella che dovrebbe imprimere la politica. Morin ritiene ad esempio che gli Stati non facciano abbastanza per promuovere l’agro-ecologia, e che dietro a questa mancanza di impegno si nasconda l’intenzione di favorire «le grandi monocolture e gli allevamenti industrializzati».

Questo disinteresse del mondo politico si estende poi a ogni altro tipo di iniziativa “verde”. Ciò che sembra mancare è la volontà di agire in modo globale e sistematico e di integrare tra loro i provvedimenti che potrebbero rendere il mondo più “pulito” e vivibile. Tutto ciò che riguarda le pratiche ecologiche, scrive Morin, «è molto disperso e non è ancora in confluenza. Nessun organismo, nessun partito politico, nessuna associazione si occupa di far convergere queste iniziative, di farle conoscere».

Secondo Morin, ciò che l’umanità deve fare per salvarsi dal baratro è rendere “ecocompatibile” non solo la propria tecnologia, ma la propria intera economia, intervenendo alle sue radici per sanarla:

«ciò che deve crescere è un’economia ecologizzata, un’economia della salute, un’economia del bene pubblico, un’economia della solidarietà, una nuova educazione».

Morin non è comunque un sognatore o un pensatore che propone facili utopie e sa bene quanto sia arduo fare dei reali passi avanti nella direzione da lui indicata. Non a caso, a proposito del futuro del nostro pianeta, egli afferma che è necessario portarsi “oltre l’ottimismo e il pessimismo”: «l’ottimismo ci acceca sui pericoli; il pessimismo ci paralizza e contribuisce al peggio. Bisogna pensare oltre l’ottimismo e il pessimismo. Da parte mia, sono un otti-pessimista». Questa dichiarazione ha come sfondo la consapevolezza che il futuro del mondo non è predeterminato e prestabilito, ma ancora tutto da decidere e quindi aperto a una molteplicità di esiti, che possono essere drammatici ma anche lieti. Il miglioramento della situazione globale non è quindi scontato, ma nemmeno impossibile.

Certo, se l’umanità prosegue sulla strada che finora ha imboccato, il futuro non sarà roseo, ma nulla impedisce agli esseri umani di “cambiare rotta” e veleggiare verso lidi migliori. Ecco perché Morin afferma che la «lotta» per costruire un mondo migliore – a cui tutti noi, nel nostro piccolo, possiamo contribuire – «non è totalmente disperata». Ma dato che il “lieto fine” non è affatto scontato, solo se ci impegniamo veramente «l’incredibile può accadere, e accadrà». Morin stesso ricorda a questo proposito l’antica sentenza del filosofo greco Eraclito: «se non cerchi l’insperato, non lo troverai».

Gianluca Venturini

 

BIBLIOGRAFIA:

E. Morin, Sette lezioni sul pensiero globale, a cura di M. Ceruti, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016 (1a ed. franc. 2015)

[L’immagine è una rielaborazione digitale di immagini tratte da Google immagini]

 

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Antropocentrismo e crisi ecologica: un nesso inscindibile

Affermare che la crisi ecologica non sia semplicemente una delle molteplici sfide che l’uomo contemporaneo deve affrontare, ma la più importante, la questione fondamentale, la più eminente ed urgente, al punto tale che tutte le altre sono contenute e si propagano da questa, credo sia oggi un dovere imprescindibile se si ha a cuore la verità.

Due sono i motivi fondamentali − essenzialmente connessi, in quanto l’uno segue l’altro − che danno alla questione ecologica il carattere della priorità. Il primo dei due è un accadimento, sublime e terrificante nello stesso tempo: la Vita, nella forma in cui s’esprime sul nostro pianeta, in tutte le sue sfaccettature, sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista spirituale, si trova nella condizione di essere in pericolo. E questa condizione di pericolo in cui versa la Vita è dettata dall’uomo stesso! Tolte di mezzo le catastrofi naturali, nessun ente sino ad ora è stato capace di un’azione modificatrice nonché distruttrice dell’essente di immane portata: l’uomo si è fatto, così, il problema della Vita. Il secondo motivo, effetto del primo: il farsi dell’uomo come il problema della Vita, genera un terremoto spirituale mai avvenuto prima, che scuote con violenza le fondamenta dei saperi e delle credenze che egli ha avuto sino ad ora su se stesso, sulla Natura e su Dio. In gioco, in definitiva, è l’intero orizzonte culturale entro cui abbiamo interpretato l’esistenza, orizzonte caratterizzato nella sua essenza da una visione antropocentrica.

In cosa consiste quest’antropocentrismo? Nell’idea che «l’uomo è la misura di tutte le cose» e che tutto l’essente, finendo addirittura a coinvolgere il Principio primo d’ogni cosa, esista in funzione dell’uomo. Tutto, per questo, diventa anche antropomorfo. Ma proprio la sofferenza e la distruzione prodotta dall’uomo alla Natura ci dimostra, incontrovertibilmente, il contrario e l’errore di fondo di questo paradigma: l’uomo non è assolutamente il signore indiscusso della Terra, il dominatore incontrastato, che ha il potere di assoggettare l’intero «creato» a suo uso e consumo; che la Natura non è un oggetto o solo una macchina regolata da leggi del meccanicismo che l’uomo può conoscere e utilizzare a proprio piacimento senza un agire etico, né una riserva infinita di energie del quale l’uomo può servirsi senza conseguenze negative; che Dio, in ultimo – ed è per me il punto della questione più importante –, non è stato ancora conosciuto dall’uomo, ed egli non è né il Dio della teologia cristiana, che ha un rapporto esclusivo con la sua creatura preferita («l’uomo creato a sua immagine e somiglianza»), di cui già da tempo si è annunciata la «morte»; né il Dio del panteismo, incatenato anch’egli alle leggi ferree del determinismo che nega ogni forma di libertà. Entrambe le divinità non sono in grado di partorire delle teodicee capaci di dare una ragione esaustiva alla presenza del male e della sofferenza nel mondo in senso generale, come del male e della sofferenza prodotti dall’agire umano. L’inconsistenza della riflessione filosofica sulla divinità si mostra con evidenza proprio nel nostro tempo, dove il male e la distruzione dell’agire umano hanno raggiunto un livello generalizzato e profondo da porre seriamente a rischio il futuro del nostro pianeta. Per questo, il fallimento della civiltà occidentale e del suo paradigma antropocentrico, è qualcosa capace ora di interessare ogni persona, proprio per la spaventosa estensione dei suoi effetti.

È la crisi ecologica, dunque, a renderci consapevoli (se vogliamo) di questi accadimenti: il fallimento della concezione della divinità – oramai in maniera conclamata! –, che è in ultima istanza il fallimento dell’uomo e del suo rapportarsi alla Natura. È quest’evento dalla portata terribile a costringerci a re-interrogarci. Mai come nell’epoca contemporanea, dinanzi alla distruzione e alla desertificazione della Vita da lui prodotta, l’uomo si è fatto anche un problema a se stesso, un punto interrogativo su di sé: «chi è l’Uomo?»

Nella sua storia l’umanità si è trovata più volte, in maniera ciclica, a dover rispondere alla domanda in cosa consista la sua essenza ultima. Potremmo dire che la storia del pensiero occidentale è stata scandita dalle varie risposte date a questo quesito e, come effetto di queste, dalle caratterizzazioni diverse date alla Natura e a Dio. Seppur nella diversità delle risposte, a volte anche completamente opposte, tutte, salvo rare eccezioni, hanno in comune l’avere una discendenza antropocentrica. La novità del quesito posto nella nostra era sta nel fatto che l’uomo è costretto a dare una risposta veramente nuova su di sé, non più all’interno di questo paradigma. Più precisamente: l’uomo è obbligato a costruire una nuova e fondata interpretazione dell’esistenza, a partire dai suoi errori ed orrori – ne va della suo stesso futuro!

A ben guardare, la problematicità che sorge con l’uomo nel seno dell’esistenza nasconde in sé qualcosa di più essenziale che la precede, perché la fonda e la permette: l’uomo è per essenza (ontologicamente) l’ente contro-naturale, colui che trascende la Natura e, in un senso generale, la Vita. Per questo, potremmo definire l’uomo come il paradosso dell’esistenza. Di questa nostra paradossalità siamo sempre stati chiamati a rispondere, ma nell’era del nichilismo compiuto e della crisi ecologica, questa paradossalità si fa finalmente e completamente manifesta e ci interroga da vicino, senza lasciarci respirare. Noi dobbiamo, una volta e per tutte, comprendere se questa nostra paradossalità sia stata una scelta libera o un destino inesorabile. La risposta, di riflesso, segnerà la conoscenza del Fondamento Primo di ogni cosa.  

Veramente chi siamo, cosa sia la Natura, chi sia Dio, e quale sia la relazione tra i tre, possiamo comprenderlo nuovamente oggi a partire dal grido di sofferenza di Madre Natura che esige giustizia. Questa è una rivoluzione senza precedenti!

 

Davide Maranta

Nato a Napoli, laureato alla triennale in filosofia all’Università Federico II con una tesi sull’interpretazione cristologica in Nietzsche, con il massimo dei voti, al momento lavoro alla tesi magistrale in filosofia sul concetto di “Dio in divenire” nel filosofo Max Scheler. I miei studi vanno in due direzioni ma strettamente connesse e alla fine coincidenti:da un lato la rivalutazione della sfera emozionale umana, come vera e propria facoltà conoscitiva che ha una propria “legalità” diversa da quella della ragione e, quindi, non sfera dell’irrazionale come la si è bollata sino ad ora; dall’altro il riproporre la domanda, che caratterizza da sempre la ricerca filosofica, sul fondamento ultimo di ogni cosa. Entrambe le direzioni partono da una sentita riflessione sulla crisi ecologica ed hanno come ultimo fine il superamento della stessa, a partire dalla fondazione di un nuovo rapporto uomo-Natura.

 

[Photo credits: Evan Kirby on Unsplash]

Curare il nostro territorio: intervista a Giacomo De Luca di Savno Servizi

Perché praticare la raccolta differenziata è così importante?
La questione dell’inquinamento e del riscaldamento globale è solo una parte della risposta. Il vero motivo riguarda infatti il territorio: consideriamolo alla scala che vogliamo, ma ce ne dobbiamo prendere cura, con tutti i mezzi che sono in nostro potere.
Questo è quello che ci racconta Giacomo De Luca, presidente di Savno Servizi, azienda che gestisce il servizio integrato dei rifiuti solidi urbani per 44 comuni della Provincia di Treviso e che si occupa del servizio di raccolta delle principali frazioni merceologiche dei rifiuti, del loro trattamento e/o smaltimento. Un’attività sicuramente importante nel mondo d’oggi e che rende il nostro impatto sul pianeta e sul territorio un po’ meno gravoso e che, soprattutto, ci fa sentire orgogliosi del nostro ruolo di cittadini.

 

Negli ultimi due secoli l’uomo ha corso verso il progresso considerando solo molto marginalmente l’impatto della sua evoluzione nei confronti dell’ecosistema in cui egli stesso viveva e vive. Secondo lei in che modo progresso e cura ambientale possono andare di pari passo?

Progresso e cura ambientale devono andare di pari passo perché sono complementari. Il progresso è ora e deve continuare; se però, dopo aver preso in considerazione l’idea di progresso, si trascura l’ambiente, si rischia di tornare indietro anziché andare avanti. Perché se non c’è la cura dell’ambiente cosa progrediamo a fare? Tutto deve essere in funzione dell’ambiente, perché senza cura ambientale non si va avanti. La dimensione umana è chiamata in prima linea, è uno dei tasselli principali, altrimenti non c’è progresso.

mezzi_3La cosiddetta mentalità dello scarto, della quale il saggista americano Alvin Toffler parlava già all’inizio degli anni Settanta, si è profondamente radicata nella nostra società ed è la modalità di consumo alla quale da allora siamo abituati e con la quale siamo cresciuti. Nel momento di necessità ecologica che oggi stiamo vivendo più che mai, sono state sviluppate tecniche con cui anche tali scarti possono diventare una risorsa. Con quali modalità Savno si inserisce in questo modello?

Savno si inserisce ai primi posti di questo modello, tant’è vero che l’azienda è stata premiata dall’Università  di Roma e dall’ARPAV perché è stata in grado di chiudere il cerchio del rifiuto organico. Ciò significa che raccogliamo il rifiuto organico delle famiglie, lo portiamo nel laboratorio del centro di raccolta. Da questa lavorazione ricaviamo energia, calore, e soprattutto il biogas per far funzionare i nostri camion. I camion che vanno a fare la raccolta funzionano a biogas, combustibile naturale prodotto appunto dai rifiuti che andiamo a raccogliere: questa è la grande novità. Va detto però che da parte delle persone c’è un’attenzione particolare verso la raccolta differenziata. I nostri risultati derivano dall’educazione di gran parte dei cittadini, sebbene non di tutti purtroppo, perché senza il loro apporto non saremmo riusciti a fare nulla. Però c’è ancora molta strada da fare; quel che va capito è che il bene che deriva dalla raccolta differenziata è di gran lunga superiore ai suoi costi di gestione. Per fortuna i mezzi di comunicazione hanno preso atto di questa situazione e ne stanno parlando sempre di più. Io spero che continuino per spronare l’attenzione della gente verso una buona raccolta.

A quali nuovi progetti vi state dedicando/quali nuove strategie siete in procinto di attuare in termini di ecologia?

Il nostro sforzo più evidente è quello di riuscire ad eliminare del tutto le discariche. A mio avviso queste sono state uno degli errori più grossi del nostro passato, viste le conseguenze deleterie che provocano all’ambiente. Dovremmo cambiare mentalità ed imporre per legge l’eliminazione delle discariche, perché è chiaro che con la discarica non si hanno costi di smaltimento, ma i costi appaiono dopo! 

Voi puntate molto del nostro futuro nell’educazione dei bambini all’interno delle scuole. Come si approcciano i bambini alle tematiche ambientali? Pensate siano capaci di ampliare anche le vedute degli adulti?

Io devo dire che sono i bambini ad insegnare ai più grandi, soprattutto a casa, perché sono in grado di coinvolgere gli adulti, di correggerli, e di destare la loro attenzione, magari sgridandoli quando hanno comportamenti non idonei. In particolare i bambini hanno capito il riutilizzo degli oggetti, forse grazie anche alla loro ampia creatività. I progetti scolastici si muovono proprio in questa direzione, dunque riteniamo che il nostro finanziamento di queste attività sia un vero investimento per il futuro. Nello specifico durante questi laboratori i bambini imparano il concetto di riciclo, per essere poi chiamati a creare un nuovo oggetto partendo da uno scarto.

raccolta-differenziata_savno-servizi_la-chiave-di-sophia-01Il territorio veneto e nello specifico quello della provincia di Treviso è da anni premiato come territorio in cui viene riciclata la più alta percentuale di rifiuti urbani; ciò naturalmente fa onore anche alla vostra azienda. Secondo lei, com’è possibile che esista ancora una tale disparità all’interno del territorio italiano e con quale modalità lo Stato e i media – a cui ha già accennato in precedenza – potrebbero intervenire maggiormente?

Lo Stato e gli Enti Locali dovrebbero imporsi, adottare delle buone pratiche e imporle. La provincia di Treviso è ai primi posti non solo in termini di raccolta differenziata e porta a porta, ma anche per quanto riguarda il costo della raccolta. I nostri costi di gestione sono infatti tra i più bassi in Italia. Anni fa si pensava che il costo della raccolta porta a porta rendesse la questione inaccessibile. Ebbene, questa teoria è stata smentita dalla pratica. Mi sembra che alcuni non vogliano sforzarsi di capire quanto il porta a porta sia invece accessibile e praticabile. L’aspetto economico non è un limite, si tratta soltanto di migliorarsi e di darsi da fare.

Il cambiamento climatico sembra un fenomeno così devastante ed inevitabile che forse probabilmente il singolo cittadino non sente minimamente di poter fare la differenza. Quali parole vi sembrano le più efficaci per convincere le persone che anche il singolo può fare la differenza?

Oggi i cittadini sono abbastanza consapevoli di tutte le questioni sopra enunciate, ed orgogliosi di aver contribuito a raggiungere un risultato incredibile. La raccolta differenziata ha sicuramente minore rilevanza rispetto ai grandi sconvolgimenti ambientali, ma anch’essa ha il suo peso. È la modalità attraverso la quale ciascuno di noi può contribuire alla conservazione dell’ambiente che ci circonda. Dobbiamo capire che il territorio ha bisogno di essere curato.

Veniamo ora a qualche consiglio pratico: che cosa sbagliamo più spesso nelle nostre abitudini rispetto al riciclo dei rifiuti?

Bisogna stare attenti innanzitutto ai rifiuti che buttiamo nel secco, sebbene questo venga poi trattato e selezionato prima di essere smaltito negli impianti di macerazione. Inoltre sarebbe necessaria qualche piccola attenzione in più, come quella di sciacquare i contenitori di alluminio prima di gettarli nel bidone.

Noi de La chiave di Sophia pensiamo che la filosofia riguardi molto da vicino la nostra vita quotidiana. Qual è la vostra concezione di filosofia?

La filosofia è la disciplina che ci ha aiutato a pensare e che ci dà idee per il futuro. La nostra filosofia è quella di capire qual è la richiesta non solo del cittadino, non solo del portafoglio, ma anche e soprattutto del territorio.

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www.savnoservizi.it

 

Elena Casagrande e Giorgia Favero

Antropocene: una via da intraprendere

Come umanità, di fronte alla sconfinata vastità dell’essere e della sua sovrabbondanza muta di significato, ci siamo, dalla notte dei tempi, protetti da questa tempesta del senso con l’uso della parola per-formatrice di mondi.
Introdurre un neologismo in un sistema di riferimento linguistico-culturale, perciò, non significa addizionare tout court un nuovo termine ad una sommatoria di vocaboli, bensì disvelare le proprietà emergenti correlate a tale voce.

Così, ora che anche in Italia si sentono le prime timide avvisaglie di un serio dibattito sul concetto di Antropocene, occorre spazzare via l’impasse di chi ritiene questo neologismo una mera licenza poetica per meglio reiterare l’idea di crisi ecologica.

Alcune parole sono destinate a scuotere profondamente le fondamenta del pensiero a causa di una loro intrinseca, ma anche contingente, capacità di fungere da iper-medium: “volano veloci di bocca in bocca” sino a sedimentarsi nel background culturale di una società.
Così Antropocene, assieme a numerosi vocaboli epigoni (Eremocene e Capitalocene per citarne due particolarmente significativi), è diventato un veicolo culturale e topic di ampio dibattito ancor prima di essere validato in quanto realtà geologica.

Attualmente la scienza ha più interrogativi che certezze sul passaggio da Olocene a Antropocene e questa era (o epoca?) resta sospesa in un limbo: da un lato sia la International Union of Geological Sciences sia la International Commission of Stratigraphy rifiutano di accettare questa nozione e, per contro, un gruppo di ricercatori, guidati da Jan Zalasiewicz, premono per la sua ufficializzazione. Se ad un tempo profondo geologico corrispondono i tempi lunghi dei geologi nel trovare fondamento a questo breaking point, nell’ambito delle humanities Antropocene è divenuto, con crescita esponenziale, una semiosfera in grado di avvolgere ogni seria discussione circa il ruolo ed il destino dell’uomo contemporaneo e futuro.

Guardando attentamente all’etimo di questo vocabolo possiamo notare come ambedue i termini coinvolti nella composizione ἄνθρωπος (uomo) e καινός (nuovo) siano estremamente problematici e ambigui.
Se si vuole denotare un’era con l’appellativo di “uomo-nuovo” bisogna tenere presente di quale umanità si sta parlando e cosa la renda differente.

Generalmente gran parte del dibattito antropologico-filosofico si è speso per dare un identikit a questo anthropos. Da qui l’idea di Jason W. Moore di utilizzare il termine Capitalocene onde mostrare come il vero responsabile “celato” dietro al generico “uomo” sia l’Homo oeconomicus capitalocentrato1.

Mettendo tra parentesi questa problematica “etnografica”,  in certo senso, voglio qui suggerire un’altra strada per il pensiero, un percorso di possibilità che guardi all’anthropos come ad una entità liquida e capace di un polimorfismo inaudito rispecchiato da un fenotipo estremamente plastico. È l’assoluta policromia dell’umano nei suoi modi di manifestazione, sperimentati nel corso dei suoi 200 mila anni di specie, a lasciarci intravedere, oltre l’opaca coltre dell’uomo moderno globalizzato e capitalista, la possibilità di un approdo etico-antropologico. La domanda da porsi, forse, non è cosa vi sia di nuovo in questo “uomo-nuovo”, ma cosa vi debba essere di nuovo.

Preso atto dell’attuale stato di crisi ecologica, di cui il termine Antropocene funge da cornice di senso e da collante teoretico, occorre cogliere l’istanza di cambiamento che ogni crisi-trauma porta seco. Siamo di fronte ad un punto di svolta, l’Antropocene come insieme degli effetti antropici su Gaia suona il monito della fine dell’uomo. Occorre un differente modus vivendi per abitare questo luogo cangiato non più la “gentile” Terra dell’Olocene, ma Terraa un pianeta più ostile per colpa dei sapiens.

La storia e l’antropologia culturale ci insegnano che l’umano si è saputo incarnare in esseri-nel-mondo biologicamente affini, ma cognitivamente molto distanti. Questo fatto può farci sperare che dalle ceneri di una catastrofe (capovolgimento-rovesciamento) cognitiva possa emergere una consapevolezza etica capace a guidare le nostre prassi in un mondo ecologicamente più ostile e fragile.

È veramente possibile approdare ad un ἄνθρωπος-καινός che sappia ergersi, con forza ma modestia, di fronte alle sfide di un futuro non più promessa?

Non lo sappiamo, ma si tratta di un rischio che non può non valere la pena correre.
Come insegna la biologia evolutiva, se non si può più migrare l’unica alternativa all’estinzione è il cambiamento adattativo.
Così, tenendo in conto il rischio di un possibile naufragio, urge salpare per nuove rotte dell’ethos, poiché volendo o nolendo dietro di noi non resteranno che macerie.

Non ci resta che imboccare la via dell’Antropocene con coraggio e audacia del pensiero.

Natan Feltrin

NOTE:

1. J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, trad. it. Barbero A. e Leonardi E., Ombre corte edizione, Verona, 2017.

 

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Per il futuro del pianeta: intervista a Rossella Muroni, Presidente Legambiente

<p>ROSSELLA MURONI</p>

I festival a cui abbiamo partecipato questo autunno sono stati per noi una fonte inesauribile di informazioni, visioni del mondo, conoscenza ed anche incontri. Dopo un dibattito molto interessante sul nostro pianeta-ambiente ed il nostro rapporto con esso, offerto dal festival della rivista Internazionale a Ferrara lo scorso ottobre, ho avuto modo di chiacchierare personalmente con uno degli ospiti: Rossella Muroni, classe 1974, sociologa, Presidente Nazionale di Legambiente, associazione ambientalista senza fini di lucro fondata nel 1980.
Per me è stato particolarmente emozionante poter dialogare con lei e condividere le reciproche prospettive sulle tematiche ambientali, parlare di quell’amore (perché non potrei definirlo diversamente) che condividiamo per la natura e per l’ambiente in senso lato, che comprende ogni essere vivente inclusi anche gli animali e naturalmente anche l’uomo, con le tematiche sociali ad esso annesse.

Ecco dunque un estratto della nostra conversazione.

 

Da quasi un anno lei ricopre la carica di Presidente Nazionale di Legambiente, ma è da ben vent’anni che lavora all’interno dell’Ente, cominciando come volontaria. Dopo tutto questo tempo, qual è l’idea dietro la parola “ambiente”?

L’ambiente è un tema vasto da una parte, ma che riguarda moltissimo anche la dimensione individuale; è infatti il luogo in cui noi necessariamente dobbiamo essere in equilibrio, soprattutto perché è un luogo che non ci appartiene, dove noi siamo degli ospiti: da qui l’idea di rispettare con pari dignità lo spazio che ci ospita. Parafrasando un famoso detto ambientalista, noi questo ambiente ce lo abbiamo in prestito dai nostri figli e dobbiamo assolutamente restituirglielo addirittura migliore di come l’abbiamo trovato, dunque c’è questa concezione a 360 gradi che si coniuga con un’idea di protagonismo individuale nella difesa dell’ambiente.

Quali sono i principali frangenti in cui Legambiente ad oggi si sta impegnando?

Sicuramente noi abbiamo una tradizione molto forte per quanto riguarda la qualità della vita in città, ma anche la qualità del mare. Abbiamo sempre contraddistinto la Legambiente per un contributo scientifico: abbiamo infatti un fortissimo comitato scientifico, facciamo analisi, dossier e studi proprio perché pensiamo che la scienza possa essere il fattore dirimente su cui fare ambientalismo, poiché riteniamo che la risposta scientifica sia una risposta edulcorata dalle opinioni – o almeno teoricamente dovrebbe essere così – e che quindi guidare l’opinione ambientalista tramite la scienza possa essere un fattore utile alla crescita e al cambiamento delle cose che ci circondano. Contemporaneamente però la Legambiente ha sempre voluto essere anche una forza molto popolare, per cui l’ambientalismo non è solo per pochi, per una élite: si punta invece ad un ambientalismo che possa coinvolgere tutti. L’altro nostro elemento molto forte è questo volontariato ambientale per cui ognuno può rimboccarsi le maniche, andare a pulire una piazza, una strada o una città, perché questo di fatto ci rende cittadini responsabili.

Negli ultimi mesi dell’anno numerosi Stati mondiali hanno siglato gli accordi internazionali stilati a Parigi nel dicembre 2015, ratificati ad inizio settembre anche dai due colossi dell’inquinamento, Stati Uniti e Cina. Nel frattempo però l’Earth Overshoot Day è stato anticipato ancora di qualche giorno rispetto all’anno precedente, attestandosi sull’8 agosto. Lei ritiene possibile un’inversione di tendenza?

Io credo assolutamente che l’inversione di tendenza ci possa essere, sicuramente dobbiamo smettere di accelerare le dinamiche riguardanti i mutamenti climatici. Il fatto di muoversi in un contesto di accordi internazionali credo sia l’unica chance che abbiamo, perché se stiamo alla volontà dei singoli governi noi questa battaglia la perdiamo; muoversi in una dimensione di rete internazionale guidata addirittura dagli Stati Uniti d’America e dalla Cina ci può invece aiutare a combattere questa battaglia. L’Italia ancora non ha ratificato gli accordi di Parigi, quindi arriviamo con colpevole ritardo; proprio ieri l’Unione Europea ha deciso di ratificarli come Unione Europea1, ci sarebbe molto piaciuto che l’Italia lo ratificasse per prima perché pensiamo che sia importante svolgere (almeno da questo punto di vista) un ruolo di leadership territoriale2. Gli accordi internazionali sono dunque fondamentali, ma è anche necessario che ogni Paese faccia la sua propria parte, altrimenti non possono funzionare.

Quali potrebbero essere i tre principali provvedimenti a livello internazionale su cui puntare per giungere a tale inversione di tendenza?

Sicuramente lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dunque abbandonare lo sviluppo dei fossili; una gestione attenta dei rifiuti che si fondi sul principio dell’economia circolare, dunque rifiuti che non vengono ri-immessi nell’ambiente ma vengono invece riutilizzati oppure riciclati, quindi la circolarità delle produzioni affinché la produzione dei rifiuti diminuisca; e poi sicuramente promuovere l’idea di muoversi in maniera diversa, nonché offrire concretamente una mobilità più sostenibile, poiché essa è uno dei bisogni storici atavici della popolazione umana e quindi dev’essere assolutamente risolta in maniera sostenibile.

Papa Francesco, nella sua più recente enciclica legata alle tematiche ambientali e sociali (Laudato si’, 2015), sostiene la necessità di rispondere alla «grande sfida culturale, spirituale ed educativa» che il nostro stesso comportamento nei confronti dell’ecosistema ci ha condotti ad affrontare. Quale ritiene possa essere dunque il peso di una “rivoluzione dal basso”, dunque che coinvolga l’azione del singolo, rispetto agli accordi internazionali come quelli di cui abbiamo parlato prima?

E’ un peso fondamentale, anche perché dimostra che c’è una desiderabilità sociale delle ricette ambientaliste, cioè il fatto che le persone siano disponibili a cambiare i propri stili di vita e i propri consumi dimostra il fatto che le ricette che noi proponiamo non sono ricette punitive ma riguardano il futuro del mondo e come noi intendiamo costruirlo, quindi è assolutamente dirimente. Per altro il fatto che le persone consumino in maniera diversa ci aiuta a orientare il mercato, perché è la domanda che fa l’offerta, e quindi se tutti iniziano a domandare qualità ambientale prima o poi l’offerta di qualità ambientale aumenterà.

E quindi quali potrebbero essere a suo parere le tre abitudini o i principali accorgimenti da adottare per diventare cittadini più ecologicamente attenti e responsabili?

Si può mangiare in maniera più sana e più sostenibile, ci si può muovere in maniera più sana e più sostenibile – in definitiva, farsi un bell’esame di coscienza su quello che mangiamo e su come ci muoviamo – e poi si può consumare molto di meno i prodotti, sprecare di meno, che siano essi i prodotti stessi o i materiali, e quindi per esempio quando si va al supermercato scegliere cose con meno imballaggi. Quando mi sento dire che il biologico costa troppo, suggerisco sempre di comprare dei prodotti che abbiano meno imballaggi, perché quello è davvero un modo per contribuire. Naturalmente poi è importante fare la raccolta differenziata, scegliere di riutilizzare delle cose, magari invece di buttarle in discarica portarle ad un mercatino dell’usato, e quindi farle riutilizzare da qualcun altro… Sono delle cose banalissime, ma che secondo me sono alla portata della vita di ciascuno, cioè non esiste “non ho tempo”, queste cose si possono benissimo fare, e per quanto piccole danno un grande contributo, anche perché appunto dimostrano l’attitudine al cambiamento che le persone possono avere.

C’è e c’è sempre stata molta filosofia nell’uomo che osserva il mondo (anche naturale) attorno a sé. Lei crede che la filosofia possa effettivamente aprire delle soluzioni alle problematiche ambientali?

La filosofia può aiutare tantissimo, perché secondo me può accompagnare un’analisi dei processi in corso, anche per combattere questo scetticismo, questo fatalismo, che è il più grande nemico del cambiamento. Invece dal punto di vista anche filosofico e della speculazione filosofica, è importante approfondire il ruolo del singolo, l’importanza del suo ruolo, e la capacità di cambiamento e rivoluzionaria che ciascuno ha nella pratica pacifica e nello scegliere; io credo che questo potrebbe essere un grande contributo che la filosofia possa offrire per dare dignità a questo tipo di pensiero e a farne capire la grandezza; in questo caso si tratta di trasformare delle pratiche in pensiero condiviso, approfondire e fare analisi rispetto a quanto questo procedere abbia una sua storicità da una parte, e dall’altra possa davvero dare un contributo fondamentale al progresso dell’umanità. Questa è una battaglia che ha bisogno di tutte le scienze, non è vero che ha bisogno solo delle scienze matematiche e dell’ingegneria – sì, sicuramente c’è bisogno di questo, però anche le scienze della mente hanno un ruolo fondamentale; io penso alla sociologia, oppure alla psicologia, perché noi spesso sottovalutiamo quanto le persone soffrano in un ambiente inquinato, quanto un privato cittadino influenzi in negativo la serenità delle persone. Davvero c’è bisogno di ogni scienza per dimostrare che la sostenibilità è una ricetta valida per l’umanità.

 

Sta diventando sempre più difficile che il singolo possa scegliere: la situazione ambientale è così preoccupante che essere più ecologicamente responsabili finirà col divenire una legge per tutti. Fintantoché si può ancora scegliere i comportamenti da adottare, il mio consiglio è di provarci: sapere di limitare il male inflitto dalla mano umana sul mondo, anche se in piccola, piccolissima parte, ci restituisce una libertà ed una sensazione di benessere davvero inaspettate. Riporto una frase che non smetto mai di condividere, perché penso che racchiuda tutto, davvero tutto:

«Sii quel cambiamento che vuoi veder accadere nel mondo», Mahatma Gandhi.

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1. Il Parlamento di Strasburgo ha definitivamente approvato (con maggioranza schiacciante) la ratifica della COP21 il 4 ottobre 2016.
2. Il 22 aprile 2016 presso la sede delle Nazioni Unite a New York, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha firmato, insieme a molti altri rappresentanti dei Paesi del mondo, gli accordi internazionali di Parigi. Ai sensi del diritto internazionale, però, la firma non implica direttamente la ratifica: essa rappresenta una conferma, da parte degli Stati partecipanti l’accordo, del testo da ratificare. In questo caso la si può anche considerare un vincolo a procedere, tramite il Parlamento italiano (e così per ogni Stato in base alla propria Costituzione), alla ratifica, ed obbliga lo Stato a non porre in essere attività contrarie al trattato. La Camera ha effettivamente ratificato i trattati il 19 ottobre 2016, mentre il 27 dello stesso mese c’è stata l’approvazione in Senato: in forte ritardo, dunque, ma con voto quasi unanime.

Intervista rilasciataci dalla Presidente Muroni il 2 ottobre 2016 durante il festival di Internazionale a Ferrara.

[Immagine di copertina fornita dall’intervistato]

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