Meravigliarsi per tornare a vivere

Chi non sa più provare stupore né sorpresa è come morto; i suoi occhi sono spenti

Albert Einstein

Nessuno nel nostro tempo sembra più capace di stupirsi di fronte allo spettacolo del mondo in tutte le sue molteplici manifestazioni. Gli individui sono letteralmente assorbiti dalla frenesia della vita. Il mito della velocità e della produzione risucchia le nostre esistenze nel proprio vortice. Una spirale senza luce, senza scopo, vuota di senso e priva di bellezza. Sembra non ci sia più nulla in grado di affascinare e scuotere la presenza individuale. Assuefatti da immagini di morte, violenze e sofferenze che fluiscono davanti ai nostri occhi. Costantemente bombardati dai mezzi di comunicazione di massa e dai social network, i quali propongono una visione del mondo acromatica. Una condizione che anestetizza la mente e il cuore dell’uomo, incapace di meravigliarsi sia di fronte al male sia al cospetto del bene e del bello.

Affidandosi al già dato e a quanto gli viene quotidianamente imposto, l’uomo moderno smarrisce lo stupore e di conseguenza l’amore per la vita. Egli non si concede più un momento per fermarsi, osservare, contemplare l’esistente nelle sue molteplici e inesplicabili sfumature. Non è assenza di tempo, come si vuol far credere. Spesso è il timore che suscita fermarsi a pensare, a riflettere, ad ascoltare la vita e quanto essa ha da rivelarci. Per questo motivo Umberto Galimberti sostiene che viviamo in una società psico-apatica dove la mente non ha la risonanza delle proprie azioni e dei propri sentimenti.

All’interno di un simile scenario, è ancora una volta la filosofia che può rieducarci alla contemplazione del mondo e al pensiero, proprio perché essa ha la meraviglia come propria sorgente. Già Aristotele nel primo libro della Metafisica sottolineava questo aspetto, affermando che “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia[1]. Il thauma (parola greca che significa appunto meraviglia, timore) è il vero e proprio movente dell’esercizio della filosofia, ed uno dei grandi motori della vita. È opportuno sottolineare come il thauma non sia solamente lo stupore positivo che desta la nostra curiosità indagatrice, ma pure l’angoscia che viene a delinearsi di fronte a ciò che non si conosce e che, in quanto tale, è imprevedibile. Per questo, thauma è anche “lo stupore attonito di fronte a ciò che è strano, imprevedibile orrendo e mostruoso”[2]. Ecco perché lasciarsi stupire dal mondo significa accoglierlo in tutte le sue sfumature di gioia, dolore, vita, morte, ai quali è sottesa, come sosteneva Eraclito, una profonda armonia.

Se impariamo a porci di fronte a quanto esiste con un atteggiamento contemplativo, se ci lasciamo sorprendere, cogliamo che la vita non è riducibile e non è semplificabile secondo alcuna categoria prestabilita. La vita stupisce sempre. In essa c’è sempre qualcosa che evade la prigione del concetto. Che rimanda all’oltre. Quell’oltre nel quale è custodita la bellezza che può inondare di senso la nostra esistenza. Ecco perché il filosofo Pavel Florenskij scrive: “la filosofia esige un osservatore vivo – cioè mobile – della vita e non di un’immobilità rigida e convenzionale. La filosofia, insomma, afferma la vita e la sua ricchezza[3]. La vita dunque dovrebbe essere stupore sempre giovane, ricerca, domanda mai paga. Essa è unione e movimento profondo fra l’uomo e il reale. È dialettica. E come afferma lo stesso Florenskij:

La dialettica è relazione viva con la realtà. […] La dialettica è un esperimento ininterrotto sulla realtà per giungere all’intimo dei suoi strati più profondi. Dice il saggio: “Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire” (Ecclesiaste I, 8). La dialettica è la contemplazione mai paga della realtà e l’ascolto mai sazio della sua parola[4].

Lasciamoci dunque guidare dalle parole educative della filosofia. Voci che possono aprire l’orizzonte di senso della nostra vita. Esercitiamoci allo stupore, recuperiamo questa preziosa dimensione per vivere attivamente nella realtà. Se “lo stupore è il nocciolo della filosofia[5], significa che in esso è celato il senso del mistero che abita le profondità della vita. Per questo l’essere umano necessita di tornare a sorprendersi di fronte alla propria singolare presenza, per evitare di “sopravvivere” e tornare a vivere.

Il vero e proprio miracolo dinanzi al quale il filosofo – e quindi l’uomo –  viene a trovarsi è il mistero, il fenomeno originario della sua propria esistenza. In quanto filosofo, resto stupefatto perché io sono, perché io sono io[6]. Facciamo risuonare dentro di noi questo monito di Viktor Frankl come un mantra per ridestare le nostre coscienze, troppo spesso sopite rispetto all’incanto e al pensiero.

Riprendiamo dunque a meravigliarci, usciamo a contemplare la volta del cielo e con Leopardi chiediamoci: “A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?[7].

NOTE

[1] ARISTOTELE, Metafisica, tr. it. di G. Reale, Bompiani, Milano, 201412, p. 11.

[2] E. SEVERINO, La filosofia contemporanea, Rizzoli, Milano, 1986, p. 7.

[3] P. FLORENSKIJ, Stupore e dialettica, tr. it. di C. Zonghetti, Quodlibet, 2011, p. 47.

[4] Ivi, p. 49.

[5] Ivi, p. 76.

[6] V. E. FRANKL, Homo patiens, tr. it. di E. Fizzotti, Queriniana, Brescia, 20012, p. 73.

[7]G. LEOPARDI, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in Canti, a cura di G. Ficara, Mondadori, Milano, 2015, pp. 167-168.