Una citazione per voi: Cartesio e il dubbio sulla realtà

 

• COGITO ERGO SUM •

 

Cartesio (1596 – 1650) esprime questa formula all’interno di alcune sue opere – ricordiamo in particolare il Discorso sul metodo, prima pubblicazione del filosofo, del 1637.

La strategia che utilizza è quella del famoso «dubbio iperbolico» o «radicale», che rimette in discussione tutte le certezza che i filosofi precedenti avevano radicato: Dio, l’anima, il mondo; per questo, con Cartesio, si può parlare di un vero e proprio “nuovo inizio” della storia del pensiero.

Il filosofo riflette sul fatto che potremmo essere ingannati in merito alle nostre certezze: potrebbe esistere, infatti, un «demone maligno» che ci faccia credere come indubitabile ciò che in realtà non lo è (quindi anche le certezze matematiche). Per questo è necessario dubitare di tutto e utilizzare questo dubbio come metodo di ricerca della verità. Nella seconda delle Meditazioni metafisiche (1641), Cartesio illustra la prima certezza che si può trarre attraverso questo metodo: la mia esistenza è condizione di questo dubbio, perché io possa pensare devo necessariamente esistere. Quindi, potrò dubitare di tutto ma non del fatto che dubito (e quindi che penso), di qui la famosa frase «cogito ergo sum»: penso quindi esisto. Il fatto che dubito persiste come verità perché se volessi mettere in discussione l’esistenza del dubbio, ciò sarebbe possibile solo tramite un ulteriore dubbio: esso non è aggirabile. Tramite questo metodo, quindi, Cartesio ricava la prima sostanza del suo sistema filosofico: la res cogitans.

È fondamentale sottolineare come «cogito ergo sum» non rappresenti una dimostrazione: il «sum» non è dedotto dal «cogito», piuttosto è la condizione stessa del pensare. Questo significa che «ergo» non ha il classico significato dei sillogismi, proprio perché non si tratta di un ragionamento che deduce conclusioni da premesse; «cogito» e «sum» rappresentano, piuttosto, un unico atto di conoscenza: pensare significa immediatamente esistere. Altrettanto importante è affermare come il fatto che io esista, per Cartesio, non significa immediatamente che io possegga un corpo; il meccanismo che abbiamo appena mostrato, infatti, permette di ricavare solo l’esistenza del mio pensiero.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

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Siete certi di poter porre certezze?

«L’unica certezza nella vita è che non ci sono certezze».

Spesso e volentieri si risolve così il nostro scetticismo nei confronti della conoscenza e della presenza o meno di certezze, di qualche sorta di punto fermo nella nostra vita. So che ci pensate ogni giorno, che è un pensiero che può tormentarvi nelle vostre vite instabili, che mai trovano pace, evento dopo evento, problema dopo problema. Vorremo tutti avere un perno irremovibile, un’ancora di salvezza che ci dia qualcosa, anche solo un senso di sollievo e tranquillità.

Voi che state leggendo, assieme a me che in tutto questo voglio essere coinvolto al vostro stesso livello, che anche io mi sento di dovermi fermare a riflettere e leggere assieme a voi, noi facciamo parte di quel gruppo di persone che in tale epoca hanno tutto e niente. Abbiamo tutto a portata di mano, viviamo in una condizione di comodità inimmaginabile per chi ha vissuto ben altri periodi. Siamo provvisti di tante, troppe cose alla portata di un click, di una semplice domanda, arrivando ad una sbornia dal punto di vista dell’offerta. Vogliamo sempre di più e ci appare tutto come dovuto, tanto che alla prima mancanza di uno dei nostri tanti oggetti del desiderio ci riscopriamo incapaci di cambiare passo, di girarci e prendere un’altra strada per la soluzione. In questo nostro voler avere tutto, per assurdo, quasi perdiamo la concezione di volontà, di desiderio e dell’oggetto del desiderio stesso. La condizione in cui ci ritroviamo è quella di una massima instabilità, di vulnerabilità di fronte alla vita. Nulla stringiamo e nulla valorizziamo, invocando quella serenità, quella sicurezza che per noi sarebbe una ripresa di fiato, uno stop, una pausa in questa vita che ci chiede tanto e di cui non vediamo i doni, non li apprezziamo a causa del nostro essere viziati.

Una pausa non l’avrete mai, almeno per quel che posso modestamente pensare, sarete sempre in situazione e quei momenti di riposo non li vivrete allo stesso modo di quell’ideale che tanto invocate. Sarete sempre le solite persone problematiche che crederanno d’esser sole, d’essere abbandonate al mondo e alla vita, senza neanche l’ombra di una certezza, di un faro che si erga nella vostra esistenza. La soluzione, però, potrebbe essere proprio davanti ai vostri occhi, la quale viene ignorata perché troppo vicina, troppo semplice, troppo poco in questo immenso quadro di cui volete cogliere tutto, primo e secondo piano, prospettiva, punto di fuga ed ogni piccolo e minuzioso dettaglio. Voi pensate di non aver certezze quando date per scontate un’infinità di cose, non ponete interrogativo alcuno su argomenti che ne richiederebbero e che se analizzati risulterebbero infinitamente complicati. È il caso della filosofia che si oppone a tale superficialità e si propone di analizzare, di dare la giusta importanza ad ogni singola tematica, ogni singola componente del mondo. Con la filosofia, facendo filosofia, difatti, alziamo i nostri standard epistemici, parlando con la voce di Ludwig Wittgenstein, ponendo forse un dubbio su ogni cosa, iniettandoci questo sentimento scettico che di certezze non ne vuol sentir parlare.

Vi confesso che sono influenzato dalla lettura di “Della certezza” sempre di Wittgenstein, testo che mi ha fatto riflettere sul concetto di conoscenza e di certezza, il tutto incluso nell’immenso spazio della filosofia del linguaggio. Proprio per questo vorrei citare Bertrand Russel, maestro proprio di Wittgenstein, che afferma: «Ogni tanto è bene porre dei punti interrogativi su ciò che si è sempre dato per scontato». Fa al caso nostro, scettici o no, e siamo immersi in questo percorso conoscitivo che ci influenza e cambia rotta a seconda dei nostri standard epistemici, di ciò che decidiamo di dubitare e quanto siamo disposti a dubitare. A scuola vi avranno insegnato che la scuola dello Scetticismo poneva un freno alla conoscenza umana, affermando il dubbio universale e la conseguente epoché, ovverosia sospensione del giudizio. Eppure sarete d’accordo con me che non si può dubitare di tutto, come io non posso dubitare delle parole che sto usando per scrivere questo articolo, delle parole che uso per parlare con le persone. Non posso dubitarne, secondo Wittgenstein risulterebbe un non senso, come io la riterrei una grossa insensatezza per quel che è il mio vivere e stare al mondo, e persino la certezza con cui dubiterei di tutto ciò sarebbe meno forte della certezza con cui affermo e mi esprimo.

La soluzione dovrebbe essere quella di porre delle certezze, dei punti fermi nella nostra visione del mondo, quelli che Wittgenstein all’interno della filosofia del linguaggio indica come proposizioni “cardine”. I cardini per noi sono necessari, non potremmo aprire la porta senza gli adeguati cardini, come dall’altro lato non potrebbe esserci  una porta se ponessimo dei soli cardini, un insieme di punti fermi indubitabili scacciando completamente lo scetticismo. Il dubbio è forse per noi indispensabile, come forse lo sono anche quelle certezze che ogni secondo della nostra vita noi stabiliamo, diamo per scontate come l’aria che respiriamo, come l’esistenza del mondo esterno in cui stiamo. Siamo sempre nella solita situazione, nel solito punto di stallo in cui non sappiamo come comportarci, se affermare convinti o dubitare prudentemente. Forse la filosofia non ci dà la soluzione ma solo una sguardo a tutto ciò, uno sguardo che rivela qualcosa che prima ci appariva solo come insoddisfazione, come desideri inappagati, come mancanza di stabilità, mentre ora riscopriamo una stabilità che esiterei a definire tale, un equilibrio tra certezza e dubbio che ci tiene in sospeso e forse è proprio questo ciò che avevamo davanti agli occhi, forse è ciò che non volevamo, o che non volevamo vedere in tutto l’insieme. Siamo ancora una volta come la colomba descritta da Immanuel Kant, la quale è convinta che senza l’attrito dell’aria volerebbe meglio, non realizzando che è proprio quell’attrito che le permette lo sbattere delle ali.

Alvise Gasparini

Dubita e conoscerai

Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza.

Jorge Luis Borge

Il dubbio fa parte della nostra vita.

Difficile che la certezza caratterizzi la nostra esistenza.

Spesso, però, si confonde il dubbio con l’ignoranza, con l’incapacità di scegliere.

Il dubbio cos’è in realtà?

Il dubbio non compromette la ricerca della verità, anzi, è esso stesso che ci spinge verso un continuo bisogno di “trovare” dentro alle cose il significato primo.

In Filosofia il dubbio è proprio la premessa della ricerca sia della verità, dunque parliamo di dubbio metodico, sia della consapevolezza dell’impossibilità di trovare quello che si cerca, quindi ci troviamo di fronte ad un dubbio scettico.

Socrate è stato grande maestro del dubbio metodico, con il suo ricercare la verità dubitando delle asserzioni degli interlocutori che si ritenevano sapienti e riducendole all’assurdo.

Il dubbio di Socrate non è da considerarsi scettico in quanto in lui vi è una certezza, che invece manca agli altri, cioè quella di non sapere: proprio questa consapevolezza estranea agli altri rende Socrate più sapiente e in grado di ritenere ogni forma di sapere veritiera solo se innata e proveniente da se stessi.

Ma nel corso della nostra vita possiamo dubitare di tutto?

Assolutamente no, in quanto già del dubbio stesso non possiamo dubitare, si tratterebbe di una contraddizione!

Il dubbio sembra, dunque, unica fonte di sapere perché esso non esisterebbe se io non stessi cercando una presunta verità: il dubbio ci porta, così, ad una certezza, quella dell’errore.

Cartesio stesso afferma che l’attività del dubitare è ciò che permette di giungere all’essere.

Cogito ergo sum.

Nella nostra società, a mio parere, vige il dubbio scettico, cioè la convinzione di non poter conoscere la vera natura dei fenomeni. Oggi, infatti, il dubbio è considerato indizio di insicurezza e incapacità di prendere delle decisioni, a causa della fine delle certezze tradizionali, la consapevolezza che non esistono più verità privilegiate.

Ai giorni nostri il dubbio viene a coincidere con la «sospensione del giudizio», ma non ritenuta, come una volta, l’atteggiamento corretto perché solo in questo modo poteva nascere la tolleranza delle opinioni e dei comportamenti altrui, ma considerata come atteggiamento vigliacco di chi non è in grado di prendere una posizione.

Eppure, se pensiamo bene, i dubbi affiorano quando non crediamo a qualcosa che sentiamo e/o leggiamo, quindi da una nostra inconsapevole voglia di sapere e solo questa sete di conoscenza (inconscia) rende l’Uomo essere intelligente e ragionevole.

Valeria Genova


[Immagini tratte da Google Immagini]