La parola di una donna e la violenza epistemica

«Dire che la parola di una donna non è bastata a far calare la scure della legge su Harvey Weinstein è esatto ma incompleto. La verità è più sgradevole. Nella primavera del 2015 il produttore di Hollywood riconobbe di aver messo le mani addosso a una donna senza il suo consenso, ma per la procura non fu abbastanza per mandarlo a processo».

Questo l’esordio dell’articolo Cento donne contro Harvey Weinstein, traduzione italiana dell’originale pubblicato non molto tempo fa sul New York Magazine. L’articolo descrive i passaggi che hanno condotto a processo il produttore cinematografico, accusato di decine di stupri e molestie. Sappiamo che in seguito la condanna è stata fissata a ben 23 anni di carcere. Quindi, riguardo al caso, potremmo esserci messi tutti il cuore in pace. E invece no.

Nel leggere l’articolo, un’affermazione mi ha colpita più delle altre, ovvero quella pronunciata dall’avvocato di Weinstein: «Se non vuoi essere una vittima, non andare nella stanza d’albergo». Di più, mi ha colpita il fatto che tale avvocato sia una donna. Infatti continua: «Quando noi donne non vogliamo accettare certe responsabilità per le nostre azioni, ci comportiamo da bambine». Ripetere per l’ennesima volta che viviamo in un mondo ancora profondamente maschilista non sarebbe inutile ma mi preme, piuttosto, sottolineare un altro aspetto. Propongo infatti una breve riflessione su un concetto che non viene spesso evocato, ma che considero particolarmente efficace, ossia quello di violenza epistemica.

Il termine, coniato da Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa statunitense di origine bengalese a noi contemporanea, va a indicare la relazione che si instaura tra dominanti e subalterni, analizzandola da un punto di vista simbolico. In particolare, il meccanismo che si crea è quello di una introiezione delle categorie elaborate da chi domina all’interno degli strumenti cognitivi di chi viene dominato. Questa forma di violenza, secondo Spivak, è più pericolosa e subdola di altre, dal momento che non viene individuata come tale ed è dunque più difficile da estirpare. Facciamo un esperimento. Quanti di voi provano una sensazione di profondo fastidio ogni volta che sentono utilizzare la parola uomo per indicare l’intero genere umano?

La filosofia occidentale, antica, moderna e contemporanea, è costellata di affermazioni sull’uomo e la sua natura, il suo valore, la sua dignità. Vi è un’enorme portata epistemologica nella differenza che sussiste quando si parla di natura dell’uomo e di natura dell’essere umano; differenza che, nella lingua italiana, è particolarmente esplicita. Si tratta dell’assegnazione o meno dello statuto di soggetto a metà dell’umanità. Banalmente, nel nostro immaginario comune, si può definire soggetto colui che parla e che agisce. Chi parla quando ci si riferisce all’uomo? Chi ha compiuto le azioni che vengono riferite all’uomo? La risposta è scontata. Si potrebbe obiettare che, per quanto riguarda la storia e la storia della filosofia, è corretto parlare dell’uomo maschio come unico soggetto, dal momento che le donne hanno ricoperto un ruolo del tutto marginale nella storia. Ma è sufficiente non agire per non essere responsabili? Qui è il punto cruciale. Davvero non hanno nessuna colpa le donne che non hanno immediatamente denunciato i crimini di Weinstein, magari accettando una somma di denaro in cambio del silenzio?

Per il filosofo francese Gilles Deleuze (1925 – 1995) la gioia consiste nell’effettuazione di una potenza, intesa come attuazione di sperimentazioni vitali che eccedono l’individuazione personale. Potersi trasformare continuamente in qualcosa d’altro, facendo esperienza di tutte le sfaccettature del mondo e intrattenendo con esse una relazione profonda, proprio perché diveniente. Il che è molto diverso dall’idea che è penetrata all’interno del nostro immaginario comune e che è quella della potenza come sopraffazione sull’altro. Quest’ultima corrisponde invece, secondo Deleuze, al potere. Egli infatti sostiene che qualsiasi forma di potere è di per se stessa malvagia, dal momento che impedisce la realizzazione di quella stessa potenza vitale che prima citavamo, producendo debolezza. In questa concezione, dunque, ogni potere è intrinsecamente violento. Su quest’ultimo punto si potrebbe discutere in eterno, ma una cosa è sicura: è necessario riconoscere la violenza come tale, in qualunque modo essa si presenti, prima di poterla combattere. Questo compito è più difficile per coloro che detengono il potere, spesso inconsciamente avviluppati nel meccanismo di riproduzione della violenza stessa, che si perpetua a livello culturale e sociale senza guardare in faccia nessuno. 

Ma anche i subalterni hanno una voce, sebbene forse sia più comodo pensare di non poterla usare.

 

Petra Codato

 

[Photo credit Tim Mossholder via Unsplash]

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Piccole donne di Greta Gerwig. Rivisitazione cinematografica di un capolavoro

Esco dal cinema, gli occhi lucidi, perché? Jo March ha dichiarato il proprio amore a Friedrich Bhaer, Jo March interpretata da Saoirse Ronan – ovvero l’odiosa e cattiva Briony di Atonement (2008) per dimenticare l’impacciata e “frigida” Florence del ripugnante On Chesil Beach (2017) – tra le braccia di Friedrich Bhaer interpretato da Louis Garrel. E potrebbe bastare così, potrebbe bastare cioè che il proprio attore preferito in assoluto stringa a sé l’attrice che meglio di ogni altra riesce a calarsi – fino a essere identificata con esse – nelle parti più scomode e create appositamente per dare fastidio. Ma non basta: sono il décor e l’atmosfera ‒ la giornata in spiaggia con gli aquiloni, le corse sui pattini e sui prati, i riccioli d’oro e le trecce, gli abiti dell’epoca, corsetti e nastrini, i giochi in soffitta tra sorelle, la luce calda delle candele, le note del piano, la colonna sonora composta da Alexandre Desplat, il pennino e la carta, la guerra di secessione americana sullo sfondo, le case tra gli alberi, i balli – ricreati dalla protagonista di Frances Ha (2008) e regista di Lady Bird (2017), Greta Gerwig, che mi lasciano quel senso di bellezza e di grazia.  Non ricordo ahimè molto del libro, tra le mie scarse e svogliate letture da diciassettenne: di certo avevo odiato Amy, trovato relativamente simpatica Meg e provato un rapporto contraddittorio di amore e antipatia per Jo e vedendo Les filles du Docteur March – in inglese sottotitolato in francese esattamente dieci anni dopo aver letto apaticamente il capolavoro di Louisa May Alcott, Little Women (1868-1869), le mie sensazioni sono rimaste invariate.

Greta Gerwig sceglie di non rispettare la cronologia del romanzo, in due volumi, rispettivamente dedicati all’infanzia e all’età adulta delle sorelle, e di creare degli andirivieni tra i due periodi attraverso continui flashback il cui fil rouge è Jo, ideata come alter ego della Alcott. Film quindi che vuole farsi atemporale, una riflessione sull’identità femminile e sull’essere artista: da un lato Meg, interpretata da Emma Watson, signorina dolce e matura, si sposa per amore con John Broke e ha due gemelli, dall’altro lato Jo, un vero maschiaccio, determinata, ribelle e impulsiva, appassionata di letteratura, sogna di diventare una scrittrice, respinge il matrimonio con Laurie, interpretato da Timothée Chalamet – il triste e solitario vicino di casa che grazie alla loro amicizia diventerà socievole e frequenterà il college – e va a New York in cerca di se stessa, libera e indipendente, avverte però la solitudine e vorrebbe amare o forse le basterebbe essere amata, forse vorrebbe ancora Laurie ma alla fine sposerà Friedrich Bahr, insegnante tedesco a Plumfield, la casa ereditata dalla zia March, interpretata da Meryl Streep, e trasformata in una scuola sperimentale. C’è poi Beth – che rappresenta il côté più strappalacrime della storia – morta a diciannove anni di scarlattina, contratta per aver aiutato una famiglia vicina povera e malata, appassionata di pianoforte, timidissima e altruista.  Infine, il “piccolo Raffaello” ovvero Amy, appassionata di arte, goffa, spocchiosa e con il naso schiacciato, sempre la numero due: sarà lei ad andare in Europa con la zia March, che inizialmente aveva proposto il viaggio a Jo, e sarà lei che sposerà Laurie, che si era dichiarato a Jo, vivendo così nell’alta società.

Protagonista indiscussa del film Josephine che corre nella scena iniziale per far pubblicare un suo racconto e che nella scena finale tiene in mano una copia stampata di Little Women dopo aver sparpagliato insonne sul pavimento della soffitta centinaia di fogli riempiti di getto e dopo aver abilmente contrattato le royalties. E Jo così apparentemente forte, iperattiva e tenace, è in realtà una ragazzina fragile che non vuole crescere e che gioca a teatro, affronta la vita ma non con la stessa scioltezza di Meg, dovrà rinunciare a Laurie fedele al suo spirito libero ma piangerà il vuoto d’amore che lei stessa si è creata, si dichiarerà a Fritz sollecitata dalle sorelle e ormai in età matura. È attraverso lo sguardo di Jo che lo spettatore vede il film: la vita passa, restano i ricordi, gli eventi ciclici che inevitabilmente impongono i confronti con gli anni precedenti, la morte dei propri cari e la memoria dei momenti trascorsi insieme che si fissa come una bolla di sapone, gli oggetti (ad esempio la cassetta delle lettere in giardino) che trattengono attimi di vita svanita o che impolverati (i mobili di zia March) sono cullati dal silenzio.

«Vorrei che portassimo ferri da stiro sulla testa per impedirci di crescere. Ma disgraziatamente i boccioli diventano rose e i gattini gatti».

 

Rossella Farnese

 

[Nell’immagine di copertina: una scena del film]

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (Parte III)

Nei miei precedenti due articoli (parte I e parte II) è stata proposta, in sintesi, una narrazione storica della differenza di genere nell’ottica di spiegare come ancora oggi siano presenti iniquità in molti aspetti della vita delle donne. Uno di questi è quello della posizione delle donne nella scienza, che, come vedremo, è nata in un contesto storico già pienamente sfavorevole a una manifestazione emancipata del femminile.
L’estrema fiducia nella ragione come strumento della conoscenza, di matrice greca, accanto alla missione di governo e disposizione di tutte le cose della natura, secondo l’idea cristiana, si amalgamano come ingredienti che confluiranno, alla fine del Medioevo, nella rivoluzione scientifica. Mentre Galileo Galilei elevava la matematica a strumento principe e determinante dell’indagine scientifica, Francesco Bacone si distingueva come quel filosofo e teorico che diede indirizzo e forma alla nascente impresa scientifica. La sua idea di scienza si esprime molto chiaramente nella metafora della mente maschile che si appropria della natura, femmina da conquistare ed esplorare a piacimento, anzi, per Bacone è la natura stessa che abbisogna di essere domata, plasmata e soggiogata dall’intelletto scientifico.

Nel 1600 l’istruzione è ancora una prerogativa dei maschi, per quelli che se la possono permettere; le donne, se riescono a studiare, comunque non possono insegnare, come ben ci dimostra Elena Cornaro Piscopia, prima
laureata al mondo, a Padova nel 1678. Se le donne non possono studiare o insegnare, chi si occupa degli interessi e delle inclinazioni del 50% dell’umanità? Quasi nessuno. Infatti, solo per fare un esempio, tutti gli argomenti della medicina al femminile sono stati molto trascurati. L’apparato riproduttivo femminile ha sofferto a lungo della visione di mero substrato, tanto che solo verso la fine del 1600 viene ipotizzata l’esistenza degli ovuli. Addirittura, la tesi viene avversata in vari modi perché per secoli si era detto che la madre era solo una specie di forno di lievitazione, e solo a metà del 1800 si capì meglio la fisiologia del concepimento. Ancora oggi disconosciamo molti aspetti della riproduzione, soprattutto femminile.
Mentre Bacone e Galilei gettano le fondamenta della nascente scienza, l’Inquisizione si occupa di mettere in atto la più grande opera di persecuzione dell’eresia, in cui verranno messe al rogo migliaia di donne accusate di essere streghe, su istruzione del Malleus malleficarum (di Sprenger e Heinrich, 1487), che spiegava come ogni stregoneria nascesse dalla lussuria insaziabile delle donne.

Nel XVII secolo le donne erano ormai state allontanate da molti lavori e occupavano esclusivamente lo spazio della casa, concretizzando sempre più l’immagine borghese della donna dedita alla vita domestica e lontana dagli spazi pubblici. Le donne sono apparse in massa sulla scena pubblica solo recentemente, e ancora troppo parzialmente. Il contributo delle donne al mondo del sapere si sta facendo sentire in molti settori, tra i quali anche l’antropologia e l’archeologia, consentendo di svelare il contributo femminile nella storia delle società, che fino a prima era stato omesso. Infatti, fintanto che in tutte le discipline gli studiosi erano uomini, il risultato delle loro ricerche non poteva essere altrimenti che imperniato di un’ottica esclusivamente maschile. Ad esempio, il paradigma del primitivo uomo cacciatore è stato così a lungo enfatizzato da venire declinato come spiegazione di molti fenomeni squisitamente umani, come le abilità di pensiero logico-simbolico o il linguaggio, non tenendo conto del fondamentale contributo femminile all’economia di sussistenza familiare e dell’imprescindibile apporto della cura delle madri nel plasmare l’educazione e la cultura umana.

A proposito di negligenza dello sguardo maschile, nel campo della medicina è particolarmente importante la questione di quanto siano state trascurate le diversità sia anatomiche che fisiologiche del corpo femminile, e questo ha avuto ovvie implicazioni di salute. Finalmente, nel corso del ‘900, la possibilità di accesso alle aule universitarie per le donne, sia come studentesse che come docenti, ha permesso di costruire i presupposti per comprendere molte questioni che si caratterizzano diversamente in base al sesso. Ma non è ancora finita con le discriminazioni, perché ancora oggi la ricerca scientifica continua a privilegiare cavie animali maschi, sia per sperimentare farmaci sia per capire le malattie, ma farmaci e malattie non si comportano ugualmente nei maschi e nelle femmine. Su questo argomento è molto apprezzabile il contributo della rivista scientifica più prestigiosa al mondo, Nature, che più volte ha dato spazio a voci di denuncia alla gender inequality.

La scienza, così come il resto delle discipline, deve fare spazio anche alle donne, sia come oggetti di studio che come soggetti della ricerca, affinché entrino in gioco, perché è ormai evidente che possono e devono dare contributi brillanti e imprescindibili. A tale proposito ricordiamo che la prima persona a vincere due Nobel nella vita fu una donna (Marie Curie). Le donne possono contribuire enormemente alla conoscenza, mettendo in luce come spesso tutto il sapere che le riguarda, che è anche quello del 50% dell’umanità, è stato trascurato o mutilato. La subordinazione della donna è una condizione storica, dunque conoscerne la storia è la precondizione per cambiare il futuro, come già abbiamo iniziato un po’ a fare. È importante anche realizzare che il sistema patriarcale è così penetrato nelle nostre menti che, per imparare a pensare più equamente, abbiamo bisogno innanzitutto di riconoscere gli errori concettuali, distruggere gli stereotipi e costruire nuove mappe di navigazione, assieme, maschi e femmine.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
E. Fox Keller, Sul genere e la scienza, Garzanti, 1987.

 

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L’imprescindibilità dell’essere donne

Nel momento in cui penso a me stessa, cercando di definirmi, sento di dover anzitutto registrare che sono una donna. Probabilmente un uomo, quando riflette su se stesso, non comincia classificandosi come un individuo di un certo sesso: lui è un essere umano. Nel suo rapportarsi al mondo, può dimenticare la propria particolare anatomia. La donna, invece, sente incessantemente il peso del proprio corpo sessuato, che risulta costantemente implicato in ogni sua relazione con il mondo.

Aristotele diceva: «La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità. Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole»1; San Tommaso, riprendendo Aristotele, considerava la donna «un uomo mancato, un essere occasionale»2. Sembrerebbe che il corpo dell’uomo abbia un senso autonomo, indipendente, mentre quello femminile non avrebbe alcun senso se non rapportato a quello del maschio. In quest’ottica, è l’uomo a decidere ciò che la donna dev’essere. Appare al maschio immediatamente come un individuo sessuato, per lui ella rappresenta l’Altro.

Nelle società primitive si trova sempre una dualità: quella dell’Uno e dell’Altro (Zeus-Urano, Sole-Luna, Bene-Male, Dio-Lucifero). L’alterità si manifesta come una categoria costitutiva del pensiero umano. Hegel comprende la violenta importanza di tale categoria: il soggetto è capace di scoprirsi solo opponendosi a ogni altra coscienza, esso vuole affermarsi come essenziale e rendere l’Altro un inessenziale. La coscienza dell’altro, tuttavia, gli oppone a sua volta la stessa pretesa, rendendo obbligatorio il riconoscimento della reciprocità del loro rapporto. Nello scontro tra i sessi, invece, solo uno dei due termini si è affermato: l’uomo. Quest’ultimo, abolendo ogni relatività, ha definito la donna come pura alterità. Sorge spontaneo chiedersi perché la donna si dimostra così passiva, così incline a piegarsi, perché si fa porre come l’Altro, senza rinfacciarsi a sua volta come Uno?

I due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali; ancora oggi, nonostante la situazione sia nettamente migliorata, la donna versa in una condizione di inferiorità: anche se le sono stati riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine sembra ancora impedire che trovino nel costume la loro espressione concreta. Economicamente uomini e donne costituiscono due caste distinte: i primi solitamente godono di condizioni più favorevoli; inoltre, sono ancora loro a detenere la maggioranza delle cariche socialmente più importanti. Ormai è più che risaputo: la storia è stata fatta dai maschi, per questo le donne faticano ancora a partecipare alla costruzione dei fatti umani nel mondo.

Fin dall’antichità, legislatori, preti, letterati e filosofi si sono dilettati a descrivere la debolezza della donna e a dimostrare che la sua condizione subordinata è un dato naturale, voluta da Dio e utile per la terra. Tuttavia, alcuni punti di rottura si registrano con Montaigne, che sembra intuire l’ingiustizia del destino femminile, ma afferma contraddittoriamente che «è contro ragione e contro natura che le donne siano padrone in casa propria. Non lo è che governino un impero»3.  Solo durante l’Illuminismo si comincia a considerare lucidamente la questione. Diderot riconosce che le donne in ogni società «sono state trattate come esseri inferiori»4, perciò si adopera a mostrare che sono esseri umani come l’uomo. Poco dopo è la volta di Stuart Mill, che le difende con estremo ardore fino a sostenere «che la carriera delle donne debba rendere giustizia alle loro facoltà»5.
Ciononostante, il mito dell’Altro era ed è ancora caro a tanti, del resto come biasimarli se non lo sacrificano volentieri! Occorre, infatti, molta abnegazione per cessare di considerarsi il Soggetto assoluto e unico.

La maggioranza degli uomini oggi non afferma apertamente questa presunzione, non afferma l’inferiorità della donna. Probabilmente sono troppo «democratici» per non riconoscere astrattamente in tutti gli esseri umani degli uguali. Tuttavia, si sente spesso pronunciare che le donne sono in condizione di uguaglianza di fronte agli uomini e che non hanno quindi più niente da rivendicare, e contemporaneamente si sente dire che le donne non saranno mai in condizione di uguaglianza, per cui le loro rivendicazioni sono vane. Ciò perché l’uomo oscilla passando facilmente dalla semplice constatazione dell’inuguaglianza concreta e la tematizzazione dell’uguaglianza astratta, alla tematizzazione dell’ineguaglianza concreta e la tentazione di abolire l’uguaglianza astratta. Risulta ancora difficile misurare l’estrema importanza di certe discriminazioni sociali, che sono presentate come insignificanti, ma le cui ripercussioni sono così tanto profonde nella donna da farle credere che siano determinate dalla natura.

Dunque, cosa vuol dire percepire di essere donne? Molto si è detto e scritto e molto io stessa ho appreso vivendo, eppure la questione non è affatto giunta al capolinea, e probabilmente il suo scopo ultimo è non raggiungerlo mai. Non dobbiamo ignorare il fatto che sentiamo di non poter prescindere dal nostro corpo femminile per valutare la nostra esistenza; questo fatto così immediato può sembrarci ovvio e quindi aggirabile. Tuttavia, bisogna problematizzarlo costantemente, perché condiziona il nostro modo di vivere il mondo.

 

Giulia Castagliuolo

 

NOTE
1. Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.
2. T. d’Aquino, Summa Theologica, parte I questioni 92 e 99.
3. M. de Montaigne, Saggi, libro III, Milano, Bompiani, 2012.
4. D. Diderot, Sur les femmes, Paris, Gallimard, 2013.
5. S. Mill, la servitù delle donne, Roma, Savelli, 1977.

 

Giulia Castagliuolo, studentessa al terzo anno di filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Abbraccia l’idea di una filosofia come creazione che spinge a credere nella vita e ad agire nel mondo.

Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte II)

Nel mio precedente articolo, si è introdotta, seppur per sommi capi, la questione storica della differenza di genere, che, come abbiamo già detto, è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e ineluttabile dal punto di vista biologico. In questo articolo il focus viene posto sulla cultura greca e sull’immagine della donna da essa plasmata, sull’onda di quella che si era già in parte delineata nelle società precedenti.

La donna nella Grecia antica La donna greca, soprattutto quella Ateniese e salvo alcune eccezioni, era relegata agli spazi della casa, subordinata all’uomo e dedita alla vita domestica; era sconveniente che le donne facessero vita pubblica, salvo nelle occasioni dei rituali di culto e nelle celebrazioni di feste.

La Grecia portò le polis alla più alta forma grazie alle vittorie in guerra, rafforzando così la classe militare che poté mettere in discussione i poteri dell’aristocrazia. Questo era ovviamente fuori discussione per le donne, che non godevano di una situazione istituzionalizzata di vita in comune e di condivisione di interessi con le loro coeve. La vita militare e la guerra hanno certamente rafforzato la coesione maschile e fornito le basi fondamentali alla costruzione della vita politica. Eccezione in ciò la faceva Sparta: fin dal VII sec. la legge prevedeva l’addestramento militare anche per le donne, affinché fossero forti per partorire e crescessero figli vigorosi. L’iscrizione dei nomi dei morti sulle lapidi spartane era vietata, fatta eccezione per i morti in battaglia e per le morte di parto, due condizioni che ricevevano la medesima gloria. È interessante aggiungere che il governo spartano era oligarchico, mentre la democrazia fu inventata ad Atene, dove le donne erano totalmente escluse dalla vita pubblica.

Erodoto, nel VII sec. a.C. riscrive nelle “Opere e i giorni” il mito di Pandora, narrazione in cui è una donna, Pandora appunto, a essere causa di tutti i mali, mentre nella “Teogonia” racconta l’ascesa di Zeus al pantheon divino. Lo sfondo mitico è congruente con il panorama sociale: per il femminile non c’è più alcuna forma di potere. Un ultimo urlo di nostalgia del passato arriva dalla tragedia greca, le cui opere furono scritte nel V sec. a.C. principalmente da 3 grandi autori: Eschilo, Sofocle, Euripide. Tutti e tre hanno dato un po’ di voce al cosmo femminile legato alla passione, al mondo irrazionale, al primato della morale famigliare e all’antico culto ormai sull’orlo della rimozione: quello fondato su una teogonia al femminile. È possibile, grazie ad alcune tragedie, vedere i resti dell’antico scontro tra il sistema patriarcale e quello delle Dee Madri.

Quando la tragedia termina la sua stagione, muore anche Socrate. Platone ha 30 anni ed è il primo filosofo che fa della filosofia una materia non più esclusivamente orale, ma anche scritta, elaborata sia dall’insegnamento del maestro, ma anche grazie al contatto con altri sapienti. Particolarmente importante è il suo contatto con i Pitagorici, che avevano comunità di adepti costituita da maschi e femmine, cosa eccezionale per la società greca.

Sicuramente Platone si ispirò ai Pitagorici per la sua elaborazione del concetto di anima immortale e, dato che nella Repubblica prevedeva che il governo della città fosse affidato a dei guardiani, sia maschi che femmine, possiamo immaginare che Platone abbia avuto una visione positiva dell’esperienza pitagorica (anche se le donne pitagoriche non erano comunque uguali agli uomini). E’ importante sottolineare che Platone non riteneva la donna uguale all’uomo, semplicemente le destinava alcuni spazi. È interessante anche sottolineare l’attenzione che Platone dedica al mondo dell’irrazionalità, nonostante egli sia uno dei filosofi che ha eretto la ragione a baluardo del sapere, nonché della filosofia. Il mondo irrazionale è presente in ogni individuo e, se represso, può sfociare nelle manifestazioni più mostruose e aberranti, per questo necessita di spazi congrui alle sue manifestazioni. La religione tradizionale è il luogo che, nonostante in antitesi con la razionalità che sta diventando l’istituzione della filosofia, si pone come adatto a contenere l’irrazionalità. Platone è consapevole che la ragione è per pochi eletti, per il resto del popolo il freno sarà la religione con la superstizione. E nel mondo greco trovano ampiamente spazio i fenomeni che contengono l’irrazionale, come ad esempio i santuari degli oracoli, il più famoso e longevo quello di Delfi, in cui la Pizia emanava profezie su richiesta, dopo essere stata posseduta dal dio Apollo attraverso la trance.

Un altro momento catartico era quello del culto dionisiaco delle Baccanti, in cui le donne abbandonavano le case per lasciarsi possedere dal Dio che le portava alle manifestazioni più estreme, attraverso il ballo sfrenato, l’isteria collettiva e l’estasi dionisiaca. Le donne che rispondevano al richiamo di Dioniso erano le menadi, perfettamente narrate da Euripide nella tragedia delle Baccanti. La tragedia, in generale, afferma l’impotenza morale della ragione e dà voce a quella forza potente, misteriosa e paurosa che era in mano agli dei: la passione. Non a caso spesso gli ideali della passione sono incarnati da protagoniste femminili.

Arrivati a questo punto della storia, la dicotomia ragione/passione, è ormai obbligata. Le donne sono state escluse da tutti i campi applicativi della ragione, in particolare dall’istruzione e dalla vita politica. Il loro mondo è per forza quello delle passioni. La loro dimensione legata, per esclusione, esclusivamente alla fisicità accentua l’appartenenza all’irrazionale e alle sue manifestazioni più tipiche, come la medianità e la trance; anche le forze dell’irrazionalità vengono associate a divinità femminili. L’esclusiva fisicità della donna viene ancora più esaltata da Aristotele: la femmina appartiene alla categoria inferiore, che per Aristotele è la materia, mentre il maschio appartiene alla forma, che è la categoria che attribuisce il valore alle cose. Per Aristotele, quando il seme maschile feconda la donna, pone l’intero embrione, mentre la madre è solo substrato materiale che fornisce le risorse per crescere. Con la filosofia aristotelica la donna è definitivamente consegnata all’inferiorità attraverso le argomentazioni della ragione filosofica. La religione cristiana incorpora la metafisica aristotelica, investendo di autorità religiosa solamente i maschi, coerentemente con il pensiero aristotelico ed ebraico.

Nella prossima parte, che sarà conclusiva, si vedrà come le basi di una cultura ormai profondamente patriarcale, confluiranno in un progetto di scienza che ancora oggi pone ancora problemi e incomprensioni all’obiettivo di una cultura di genere più equa.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE

Cfr. N. Loraux, Il femminile e l’uomo greco, Laterza, Bari, 1991.

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Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte I)

Tra ragione e passione è il titolo di una conferenza organizzata dalla Chiave di Sophia lo scorso gennaio al museo di Asolo, in provincia di Treviso. Per chi non ha potuto esserci ma avrebbe voluto, abbiamo pensato di riportarvi gli interventi della conferenza dedicata ad alcune questioni legate alla differenza di genere in modo da trasformarli in articoli da leggere online.
Quella che vi proponiamo oggi è la prima parte: verrà introdotto un excursus storico della nascita delle prime forme di discriminazione di genere dal Paleolitico fino alla Mesopotamia.

La differenza di genere è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e irrimediabile dal punto di vista biologico. L’umanità così, si spacca esattamente in due e non può essere diversamente, né nel tempo, né nello spazio. Questa spaccatura nasce nella notte dei tempi e da lì, seppur intralciati dalle tenebre più cupe, dobbiamo partire per osservare come la dicotomia da biologica si fa culturale.
Le origini
Gli esseri umani appartengono ai mammiferi, la cui caratteristica biologica cruciale è il fatto che le mamme partoriscono i neonati e li allattano. Nel caso degli umani, oltre al tempo di allattamento c’è ancora un lungo tempo di cure di cui il bambino necessita prima di diventare autonomo, ed è il più lungo in assoluto in natura. Questo lungo tempo aumenta la vulnerabilità della piccola creatura, che sopravvive meglio se sia la mamma che il papà si occupano di lui/lei. Vista la complessità della sopravvivenza, la strategia del gruppo deve essersi rivelata vincente, dato che le società umane sono andate crescendo. Le madri fin da giovani sono sempre state impegnate a partorire e crescere figli e, pur provvedendo loro stesse alla raccolta della maggior parte del cibo (nelle società di raccoglitori-cacciatori rimaste ancora oggi è così), avevano certamente bisogno di lasciare ai maschi altri ruoli. Per
gran parte del Paleolitico e oltre, fintanto che lo stile di vita era nomade, non esisteva la proprietà e il cibo si cercava in giro, le società umane si sono basate sulla cooperazione. Questo elemento fa credere a molti studiosi che tali società siano anche state piuttosto egalitarie. Con l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento si è abbandonato il nomadismo ed è iniziato quel lunghissimo processo che ha dato vita alle città prima e agli imperi poi. È in questa fase che si sono inseriti concetti come proprietà privata, surplus di produzione, ricchezza, dominio e subordinazione. Nel corso di questa lunga fase le donne si sono ritrovate, quasi ovunque, nella condizione di forte subordinazione al potere maschile. Non sapremo mai come è andata esattamente, possiamo ipotizzare che il fatto che le donne erano (e sono) risorse così fondamentali per la sopravvivenza della comunità, ad un certo punto e in concomitanza ai mutamenti sopraccitati, ciò le abbia fatte diventare oggetto di “attenzioni subordinanti”. Più donne voleva dire più bambini (non vale lo stesso con gli uomini) e dato che la mortalità per parto era alta, la numerosità delle donne era cruciale. È ritenuto ormai verosimile che la schiavitù sia iniziata con le donne, perché i prigionieri maschi più facilmente venivano uccisi, in quanto pericolosi, ma le donne e i bambini potevano arricchire i vincitori perché erano manodopera e/o futura prole. Uno dei metodi per assoggettare le donne era lo stupro e la minaccia alla vita dei figli, questi due elementi le rendevano vulnerabili e ricattabili. Solo in seguito la schiavitù divenne anche maschile. Parallelamente, sappiamo che nel Paleolitico e nel Neolitico erano diffusissime sculture,
dipinti e rappresentazioni varie di figure femminili (come quelle qui sotto) dai fianchi e seni molto accentuati: l’ampia diffusione e quantità di tali manufatti ci fa propendere per un’ampia diffusione del culto della fertilità e del riconoscimento di un sacro potere generativo femminile. Dopodiché, le cose sono andate lentamente cambiando.

La donna in Mesopotamia nell’antico regno ebraico
Dall’età del Bronzo in poi abbiamo vario materiale che ci narra di una dea madre o grande dea, a capo di svariate altre divinità e con nomi variabili da un popolo all’altro. Abbiamo documentazione della sua presenza innanzitutto in Mesopotamia, ma proprio qui, man mano che si sviluppano le città-stato e il potere si consolida nelle mani dei re, si deteriora la condizione della donna, che diventa sempre più subordinata al padre e al marito. Il Codice di Hammurabi (1750 a.C.) ben testimonia la condizione delle donne dell’epoca: i loro ruoli sociali erano limitati e le punizioni più severe che nei maschi. Moglie e figli potevano essere venduti o ceduti in pegno per debiti, le figlie date in spose ancora bambine. La prostituzione era regolamentata ed era la minaccia in cui ricadeva una donna che non aveva un marito.
Sul fronte religioso, la dea principale dei Sumeri era Inanna, che assieme al suo consorte governava il mondo e dava a costui la possibilità di comandare. L’influenza della dea fertile, potente e generativa è ancora alta all’inizio della storia mesopotamica, nei suoi templi sono presenti molte sacerdotesse; ne conosciamo una famosa, poetessa, figlia del re Sargon, che dedicò a Inanna un magnifico inno, del 2300 a.C., in lingua sumera. Il grande potere delle dee madri si andò deteriorando più lentamente della condizione della donna mesopotamica, ma le sacerdotesse divennero sempre meno e un codice successivo a quello di Hammurabi, del regno medio Assiro, enuncia leggi ancora più restrittive e violente per le donne; ad esempio, la punizione per l’adulterio femminile diventa la mutilazione della donna eseguita in pubblico. Gradualmente il controllo della donna passa dal capofamiglia fino a includere lo stato. La donna è proprietà di un uomo, la sua condizione sociale è dipendente dalla classe sociale dell’uomo con cui ha la relazione sessuale e questo legame deve essere riconoscibile, infatti
viene reso obbligatorio il velo per le donne coniugate, proprio per distinguerle dalle schiave e dalle prostitute. Tutta la società doveva sapere quali erano le donne per bene e quali no. Una donna legata a un uomo di alto rango poteva avere proprietà e schiavi, nonché potere decisionale, ma fintanto che il marito le accordava tali possibilità. Man mano che muta la condizione sociale femminile, muta, seppur più lentamente, il mondo religioso e simbolico a cui gli umani fanno riferimento.
In Mesopotamia le dee scendono dal pantheon delle divinità ma non scompaiono, come testimonia la dea Ishtar, ancora così importante per i Babilonesi che le dedicarono il nome di una delle porte di Babilonia (foto qui accanto della porta di Ishtar, museo di Pergamo, Berlino). Se le dee perdono potere, anche le sacerdotesse hanno vita più difficile, ma ancora resistono. Accanto alla Mesopotamia c’era un altro regno, il quale trasse ispirazione dai miti mesopotamici per elaborare un’innovativa religione e dei testi scritti che diedero vita all’antico testamento. La stesura del libro della Genesi, scritto a più mani, potrebbe aver avuto luogo dal X al V sec. a.C., rifacendosi ad avvenimenti che potevano risalire fino al XV sec. a.C. L’innovazione dell’Ebraismo è l’assoluto monoteismo, Jaweh è il solo dio, non ha un tempio ma i suoi fedeli si riuniscono in sinagoghe discutendo senza la necessità di un sacerdote. Questa flessibilità sarà decisiva nella sopravvivenza dell’Ebraismo, nonostante la sua storia di conflitti e sconfitte. Lo statuto patriarcale è assimilabile a quello mesopotamico, ma dal periodo monarchico in poi le donne ebree non possono essere ridotte in schiavitù, soltanto quelle straniere (che devono essere liberate al settimo anno, come gli schiavi maschi). La legge ebraica prevedeva che l’adulterio tra coniugi fosse punito con la morte, ma le donne avevano meno possibilità di difendersi dalle false accuse, inoltre, lo stupratore doveva sposare la sua vittima. Se la donna era sterile, una schiava la rimpiazzava nella questione riproduttiva col marito. Le donne non possedevano né gestivano beni su concessione del marito, ma vi era una forte enfasi al ruolo dei genitori: i figli dovevano onorare padre e madre. Il libro della Genesi elabora i simboli delle culture precedenti e adiacenti verso un totale predomini del dio come padre e scompare la figura femminile come simbolo creativo, semmai la sessualità femminile viene sancita come origine del male (tranne quella esclusivamente dedita alla procreazione). Il patto avviene tra Dio e Abramo, nessuna donna è inclusa. Il Dio Padre, creatore unico, si è definitivamente appropriato della potenza generatrice del femminile eliminando per sempre il millenario ruolo della Dea Madre e autorizzando l’uomo a dominare su tutto.
La storia prosegue, nel prossimo articolo, focalizzandosi su quella cultura storica che più di tutte ha plasmato la società occidentale: quella greca.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
G. Lerner, The Creation of Patriarchy, Oxford University Press, 1986.

 

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Voci e immagini per l’8 marzo

Volevo scrivere qualcosa di significativo e di interessante per la giornata dedicata alle donne, ma più riflettevo, più ricordavo e leggevo, più mi rendevo conto che di parole profonde, incisive, grandi e importanti ne sono state dette davvero tante. Allora ho pensato che la cosa più giusta da fare era diffonderle ancora, trasmetterle, farvele scoprire o ricordare. È vero, di parole nuove ne servono sempre, ma ricordare quelle del passato, forse, può darci più forza e farci sentire meno sole.

Scriveva Oriana Fallaci ne Il sesso inutile (1961): «I problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne. Non alludo solo a una certa differenza anatomica. Alludo ai tabù che accompagnano quella differenza anatomica e condizionano la vita delle donne nel mondo».
E poi ancora: «Per quanto possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire […] un argomento a parte […]. Il padreterno fabbricò uomini e donne perché stessero insieme, e dal momento che ciò può essere molto piacevole, checché ne dicano certi deviazionisti, trattare le donne come se vivessero su un altro pianeta dove si riproducono per partenogenesi mi sembra privo di senso».

Vera e propria pietra miliare del femminismo è il Secondo sesso di Simone de Beauvoir, un tomo di oltre 700 pagine dato alle stampe nel 1949 e dove si legge: «Certamente, se si mantiene una casta in stato d’inferiorità, essa rimane inferiore: ma la libertà può spezzare il cerchio […]; così gli uomini si sentono indotti, nel loro stesso interesse, a emancipare parzialmente le donne: esse non devono fare altro che seguire la loro ascesa, e i successi che ottengono le incoraggiano in questo senso; sembra più o meno certo che prima o poi raggiungeranno una perfetta eguaglianza economica e sociale che porterà con sé una metamorfosi interiore». Questo è ancora vero e va tenuto presente in una società come quella di oggi in cui, contrariamente ai nostri stessi desideri, spesso sono proprio alcune donne (e spesso per ignoranza) le peggiori nemiche della causa delle donne. A questo lego una famosa frase attribuita a Mary Wollstonecraft, filosofa settecentesca, perché stupisce come le cose a volte sembrino non cambiare: «Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse».

Tante parole e pensieri, molto profondi e molto belli, nonché storie e curiosità, le hanno condivise anche le mie colleghe de La chiave di Sophia: Sara, Greta, Pamela, Fabiana, Sonia, Francesca.

Parole sì, ma anche immagini. Forse è scontata e banale ma per me, che ho concluso il mio percorso di studi in architettura arte e design con una tesi sulla cartellonistica italiana degli anni ’50, resta ancora straordinariamente incisivo il ricordo di questo fazzoletto rosso a pois, di questo sguardo serio, di quelle semplici parole: possiamo farlo.
Restando nel mondo delle immagini, mi piace citare le opere di Anne Taintor, di cui ho già parlato anche in questo articolo, per affrontare il tema anche con un po’ di sana ironia.
Una delle immagini più potenti, ma anche un po’ inquietanti, la rilevo nella Giuditta di Gustav Klimt: ci si può vedere un urlo di guerra nei confronti degli uomini in quella testa di Oloferne, ma messa lì nell’angolino buio a me fa pensare che la cosa più importante è lei, quella donna che sfida la società, che si prende finalmente il suo spazio, e che se costretta è in grado di usare anche le maniere forti.

Per minare poi l’oggettivazione della donna nel terreno più adatto, quello del corpo, vi propongo le opere di Jenny Saville, artista classe 1970: niente corpi statuari o bellezze mozzafiato, basta modelli irraggiungibili e largo spazio invece alla totale imperfezione, alla violenza, l’obesità, la gravidanza, la carne nuda e cruda.

Tante poi sono state le donne che nel corso della storia, per quanto ad esse antagonista, sono riuscite a lasciare un segno e ad aprire uno spiraglio sempre più ampio al lavoro, al genio, alla creatività e al potere femminile. Accennerò solo ad alcuni esempi del tutto casuali, andando a cercare in ambiti diversi. Hatshepsut, sovrana (faraona? La faraone? Donna faraone?) tra i più grandi della storia dell’antico Egitto secondo gli storici ma soggetta, per motivi controversi, a damnatio memoriae dai suoi successori. Murasaki Shikibu, pseudonimo di una ignota dama di corte vissuta durante la dinastia Heian e autrice attorno all’anno Mille di uno dei capolavori della letteratura giapponese, il Genji Monogatari. Rosalba Carriera, artista e intellettuale veneziana: nella prima metà del Settecento non c’era viaggiatore che se ne andasse da Venezia senza essersi fatto fare un ritratto a pastello dalle sue mani abili. Freya Stark, viaggiatrice inglese e fondatrice del travel writing novecentesco, che nel 1927 si imbarca da sola verso il Medio Oriente per imparare l’arabo e che racconta più volte di come le persone che incontra non si capacitino del suo essere lì, non maritata, solo per interesse verso la grammatica. Amelia Earhart, aviatrice americana scomparsa nelle acque del Pacifico nel 1937 ma con il primato di prima persona ad aver sorvolato sia sull’Atlantico che sul Pacifico. E poi certo, per fortuna ce ne sono state (relativamente tante), Elisabetta d’Inghilterra, Indira Gandhi, Marie Curie, Malala Yousafzai, Florence Nightingale, Artemisia Gentileschi, Saffo, Benazir Bhutto, Maria Montessori, Emmeline Pankhurst, Anna Politkovskaja e l’elenco continua. Le “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, scritto da Elena Favilli e Francesca Cavallo è stata forse una grandissima operazione mediatica ma evidentemente ce n’era il bisogno.

Concludo con piacere con quella che a prima vista può sembrare la meno “femminista” di tutte: Jane Austen. Dal suo mondo di ricami e di carrozze, di chaperon e di matrimoni combinati, di etichetta e di costrizioni, arriva illuminante il suo monito, scivolato in una lettera alla nipote Fanny, aspirante scrittrice: «Niente donne perfette, per favore: come sai, mi danno il voltastomaco».

 

Giorgia Favero

 

[Photo credits Tomoko Uji su unsplash.com]

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Alterità femminile, soggettività dimenticata. Intervista a Adriana Cavarero

 

Filosofa italiana e docente di filosofia politica all’Università di Verona, Adriana Cavarero è tra le esponenti di spicco del pensiero della differenza sessuale e tra le massime studiose di Hannah Arendt in Italia. Si è occupata di gender studies, teorie femministe e filosofia politica, mantenendo un dialogo costante con la filosofia antica. 

L’abbiamo raggiunta telefonicamente quest’estate nel suo rifugio in montagna ed ha avuto la grande gentilezza di dedicarci del tempo per discutere di temi quanto mai attuali e pregnanti. Questa intervista completa quella pubblicata sulla nostra rivista cartacea La chiave di Sophia #7 dedicata alle molteplici esperienze che il concetto di bello è in grado di generare. Con queste ultime domande cerchiamo di analizzare quei fenomeni che incontriamo quotidianamente e che pongono in relazione il linguaggio, il corpo femminile e la sua alterità, la libertà e la consapevolezza della propria soggettività.

 

Il termine femminicidio, nella sua accezione di forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, è al centro di un dibattito ancora aperto. Da una parte c’è chi ne sottolinea la necessità, dal momento che definisce un fenomeno ben preciso, dall’altra c’è chi non ne comprende l’utilità, non identificando in esso la specificità della violenza perpetuata dagli uomini nei confronti delle donne. Qual è la sua posizione a riguardo?

Il termine femminicidio non è solo utile, ma è anche molto sensato, perché è semplicemente il modo di nominare un fenomeno che esiste. Le parole non sono mai colpevoli, il colpevole è il fenomeno che esiste. È un dato di fatto che molte donne vengono uccise dagli uomini, mentre non c’è un fenomeno altrettanto diffuso di donne che uccidono uomini. I dati di fatto richiedono dei nomi. In questo uccidere, dove le vittime sono donne, vi sono costanti empiriche, riconoscibili, studiabili e in ultima analisi innegabili e oggettive. Le costanti sono che è l’uomo a uccidere la donna e per lo più si tratta del marito, di un parente, del fidanzato. Qui a entrare in gioco è l’idea di possesso, che viene esercitata massimamente quando puoi distruggere la persona che desideri possedere o pensi sia in tuo esclusivo possesso; ossia a entrare in gioco è l’idea, tradizionalmente e tipicamente maschile, del potere come possesso dell’oggetto. Un potere appunto assoluto e perciò distruttivo.

In questo modo il nome di questo fenomeno viene da sé: è una composizione di due vocaboli latini. Quelli che ritengono inutile questa parola semplicemente proibiscono che il linguaggio faccia il suo corso e “dica” la realtà specifica del dato di fatto. Se non esistesse il vocabolo, il fenomeno sarebbe “coperto”, non nominato e quindi non compreso.

 

Il sistema pornografico è un altro tema al centro del dibattito femminista. Una tesi radicale è quella di Catherine MacKinnon, che vede la pornografia non solo come principale istituzione dell’ineguaglianza di genere, ma anche causa diretta di violenza sulle donne. Al contempo però si è ultimamente affermata una pornografia che si definisce “femminista”, in quanto allontanandosi da rappresentazioni mainstream, vuole raccontare la sessualità dal punto di vista del desiderio femminile. Secondo lei è veramente possibile una pornografia “dalla parte delle donne”?

È necessario intendersi sul concetto di pornografia. Credo che la pornografia si debba condannare in sé, come fa la MacKinnon. Diciamo che la si può intendere come l’espressione più esplicita e bieca della riduzione della donna a un oggetto. Al di là della condanna in sé, bisogna però anche capire dove la pornografia compare. La pornografia è vero, compare in pubblicazioni, in siti pornografici specifici ed espliciti, dedicati al tema: e questo è già fortemente discutibile. Il problema è che il costume e l’industria culturale offrono la pornografia anche in siti decontestualizzati. Ciò, per lo meno, non è raro in Italia, mentre lo è negli altri Paesi, dove trovare riviste di cultura e di politica che hanno sulle proprie pagine immagini pornografiche di donne scosciate (tanto più attraverso la pubblicità) non è frequente. Questa è la pornografia che è preoccupante, perché è più sfacciata, dal momento che viene dato per scontato che la donna sia oggetto, pezzo di carne, violabile. A essere più ingiuriosamente pornografiche, quindi, possono essere anche le riviste di cultura, di politica, di moda. Anche per questo io ritengo che sia senz’altro liberante e interessante la pornografia “femminile”, ovvero l’impresa di presentare e immaginare la sessualità femminile senza remore, come una specie di contraccolpo dell’oggetto che mostra il suo desiderio. Tuttavia questa operazione non mi entusiasma perché rischia di essere imitativa, mimetica.

 

Una volta raggiunta la consapevolezza riguardo la pretesa neutralità di un linguaggio che assimila e assolutizza, nascondendo la differenza e cancellando l’alterità del soggetto femminile, com’è possibile costruire una narrazione che dia conto di questa soggettività dimenticata, restando pur tuttavia all’interno di un linguaggio storicamente sedimentato, che in tal senso costitutivamente non potrà mai comprendere l’alterità femminile?

Credo, da un lato, che il linguaggio sia falsamente neutro e, dall’altro lato, che la sua sostanza virilista e patriarcale non solo sia stata ampiamente smascherata dagli studi femministi ma che gli studi femministi medesimi – intesi in senso ampio: dalla filosofia alla letteratura, passando per mille altre discipline, comprese l’arte e la musica – abbiano prodotto un linguaggio che dice già l’alterità del soggetto femminile. Oso inserire in questa produzione anche i miei lavori ma vorrei attirare l’attenzione soprattutto sul vasto dibattito internazionale che da decenni concorre nel creare un immaginario e un ordine simbolico femminile, ovviamente variegato negli stili di pensiero e nella molteplicità, anche geopolitica, delle voci. Il fatto è che non dobbiamo ricominciare sempre da capo oppure continuare a macerarci nella critica al patriarcato: questa critica è ovviamente benvenuta, soprattutto di fronte a fenomeni quali il femmininicidio che abbiamo sopra menzionato, ma bisogna andare oltre, recuperare un immaginario positivo che transiti continuamente dall’esercizio della liberazione a quello della libertà, ossia bisogna affermare e riaffermare una soggettività femminile che ha già avuto modo di dispiegarsi e attende altre disseminazioni nel mondo delle pratiche e delle culture. Personalmente mi riconosco in un atteggiamento creativo e post-critico. Non sono fra quelle che dicono che il patriarcato non c’è più perché è stato sconfitto, bensì sono fra quelle che funzionalizzano la critica del patriarcato – che ancora c’è, e in Occidente risorge, oggi, insuperbito dall’onda populista – alla produzione di un immaginario che celebri la soggettività femminile nelle sue molte forme. L’appetito di significato, di una ri-significazione del dirsi donna, giovane, ragazza, è la molla per una reinvenzione rivoluzionaria della visione del mondo e dei suoi linguaggi. Tanto per non stare nel vago, e attenendomi necessariamente ai limiti della mia disciplina, credo che l’affermazione di una soggettività relazionale, altruista e pacifista sia un passo innovativo nell’ambito della filosofia attuale.

 

La maternità: destino o scelta? Ancora oggi molte donne si sentono costrette direttamente o indirettamente a considerare la maternità più come un destino (legato alla loro sessualità e quindi proprio alla differenza sessuale), piuttosto che a una libera scelta. Un tema attuale molto discusso e dibattuto dai movimenti femministi, che lega il tema della libera scelta al problema del corpo e delle sue forme di controllo è quello che riguarda la gestazione per altri. Qual è la sua posizione in merito?

Sul tema della maternità e del controllo del proprio corpo, nella cosiddetta società occidentale, si sono fatti tanti passi avanti, sui cui si spera di non dover tornare a discutere, nonostante l’epoca presente stia mandando segnali inquietanti. Per quanto riguarda la gestazione per altri, io sono assolutamente contraria a questo fenomeno. È un fenomeno dove la donna viene considerata un corpo “contenitore” che per nove mesi porta avanti un lavoro di gestazione e di produzione del bambino, idea riconducibile ad Aristotele. Su questo, poi, vengono costruite delle narrazioni incredibili, insensate e per lo più ipocrite: narrazioni secondo cui le donne sarebbero felici di prestare il proprio utero. Per quanto mi riguarda, una narrazione del genere non sta in piedi perché, come ben sappiamo, nessuna può essere felice di stare nove mesi incinta per poi partorire e lasciare il bambino. Non è un caso che spesso queste donne le troviamo in paesi poveri, in paesi dove tutto ciò si fa per denaro, costrette dal bisogno o dal marito che vuole guadagnarci. Dire che una donna è libera di fare denaro con il proprio utero è un discorso sostanzialmente male impostato. Dà i brividi pensare che una persona sia costretta per sopravvivere a vendere il proprio utero: credo appunto che ci sia molta ipocrisia a riguardo. Se veramente si vuole un bambino, si può per esempio considerare tutti i bambini che aspettano di essere adottati. Il femminismo ci ha insegnato a dubitare dei sogni di onnipotenza del soggetto sovrano e ci ha invitato a praticare un’etica del limite: il desiderio di maternità (o di paternità) non è assolutizzabile perché ha dei limiti.

 

Nei suoi scritti, tra i pensatori e le autrici di cui ha trattato maggiormente, si ritrova la filosofa Hannah Arendt, che con le sue opere continua a donarci chiavi di interpretazioni fondamentali per leggere il nostro presente. Quali sono secondo lei, gli aspetti del suo pensiero che maggiormente ci ha lasciato in eredità?

Ci ha lasciato in eredità, in primis, la categoria di nascita come concetto fondante della politica, una politica, attiva e affermativa, basata sulla condizione umana della pluralità: il che vuol dire che il modello arendtiano di politica evoca una democrazia diretta, radicale e partecipata. Oltre che incarnata e corporea, come ha notato giustamente Judith Butler. Arendt inoltre ci fornisce un quadro speculativo basilare per diffidare dei totalitarismi o, per dirla con il linguaggio attuale, dei populismi sovranisti o nazionalisti. Non mi pare poco!

 

Con la nostra attività della Chiave di Sophia, cerchiamo di far capire ai lettori come la filosofia non sia una disciplina legata solo esclusivamente all’accademia, ma come sia necessario che entri in relazione con tutti gli aspetti della società e del nostro vivere in comune. In che modo secondo lei la filosofia può avvicinarci sempre di più a un pubblico eterogeneo, mostrando il suo valore al di là dello studio accademico?

È ciò che ho cercato di fare tutta la vita. La filosofia è semplicemente una ricerca di senso. Hannah Arendt, la mia autrice preferita, distingue il significato dalla verità. Lei dice che la verità è qualcosa che ha a che fare con la certezza, come per esempio in 2+2=4. Il significato, invece, è qualcosa che è oggetto di “appetito”. Si ha appetito di significato, perché ci sono dei dati di fatto che creano il bisogno di dare loro un senso, pretendono una significazione nell’ordine del simbolico. La filosofia è appunto quella disciplina che riflette sui significati, ne combina e ne trova di nuovi. Nessuno di noi, mi pare, vive nel puro dato, ma siamo sempre immersi, immerse, nel significato. L’ordine simbolico – ovvero la rete dei significati – provoca e accompagna le nostre scelte, le nostre emozioni e i nostri desideri. Per questo, avere una capacità di riflettere criticamente sui significati e sui valori che ci circondano credo debba essere necessariamente un’attività quotidiana.

 

Greta Esposito

 

[Fotografia di proprietà di Adriana Cavarero]

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Film selezionati per voi: settembre 2018!

A settembre si rientra a lavoro e si torna a scuola? Non solo: si apre anche la nuova stagione cinematografica! Vi proponiamo ovviamente alcune nuove uscite per riscoprire il piacere di una serata in compagnia del maxi schermo, ma anche classici del cinema per una serata a casa sul divano. Buona visione!

 

NUOVE USCITE

chiave-di-sophia-ragazza-dei-tulipaniLa ragazza dei tulipani  – Justin Chadwick

Dramma in costume diretto da Justin Chadwick e sceneggiato da Tom Stoppard, La ragazza dei tulipani, ambientato nella Amsterdam del XVII secolo, è la storia della passione clandestina tra il pittore Jan van Loos e la giovane Sophia, interpretata dalla grazia impeccabile di Alicia Vikander. Voce narrante, sulla scia della tradizione classica del servo plautino, la cameriera e aiutante Maria. Un film melò che indaga la condizione femminile di un’epoca in cui la donna era considerata alla pari di un raro tulipano: come un fiore prezioso, infatti, Sophia, cresciuta orfana in un convento, viene comprata dagli agi e dalle promesse di un ricco mercante, interpretato da Christoph Waltz, vedovo e desideroso di ricostruirsi una famiglia. Ma, nella spasmodica attesa dell’erede, i due posano per un ritratto davanti al pittore Jan van Loos e le loro vite cambiano per sempre. USCITA PREVISTA: 6 settembre.

chiave-di-sophia-casa-dei-libriLa casa dei libri – Isabel Coixet

Inghilterra, fine anni Cinquanta. Nella provinciale e culturalmente depressa Hardborough, Florence Green, dopo la morte del marito nel secondo conflitto mondiale, ha scelto di aprire una libreria, tra mille ostacoli ma con la collaborazione di una bambina e di un appassionato lettore anziano. Un film che fa sentire il piacere della lettura, della carta, delle parole impresse e delle emozioni che accompagnano lo scorrere delle righe e un film che riflette sulla diffusione della cultura “non allineata”, sull’effetto dirompente della letteratura, trattando di romanzi “scandalistici” tra i benpensanti, quali Fahrenheit 451 e Lolita. USCITA PREVISTA: 27 settembre.

chiave-di-sophia-un-affare-di-famigliaShoplifters Un affare di famiglia  –  Kore’eda Hirokazu

Palma d’oro al miglior film al Festival di Cannes 2018, Shoplifters è una riflessione sulla famiglia: la famiglia per definizione non si sceglie ma la vera famiglia è quella che si ha la rara facoltà di scegliere. Il regista colloca in un umile appartamento una comunità di persone che sembra unita da legami parentali ma così non è, nonostante la presenza di una “nonna” e di una coppia, un’impiegata di lavanderia, Nobuyo, e un operaio, Osamu. Un film che indaga la dialettica legge morale/legge sociale, buoni/cattivi, giusto/sbagliato attraverso un tema già trattato da Hirokazu, ad esempio in Father and Son e Little Sister: il libero arbitrio parentale. Quando Osamu trova infatti una bimba che sembra abbandonata per strada decide di accoglierla in casa. USCITA PREVISTA: 13 settembre.

 

UN FILM D’ANIMAZIONE

si-alza-il-vento_la-chiave-di-sophiaSi alza il vento – Hayao Miyazaki

Jirō è un ragazzo giapponese d’inizio Novecento che, non potendo diventare pilota a causa della sua miopia, decide di seguire il suo grande sogno d’aviazione diventando un progettista di aeroplani. Senza essere esente da momenti di grande lirismo tipici del maestro giapponese, il film è anche ritratto del suo pacifismo utopico e della sua posizione dualistica nei confronti della tecnica: lo stupore e la creatività della creazione e la sete di potere che porta al suo uso sconsiderato. Un impegno etico si rende dunque necessario: vivere appieno nel proprio tempo la propria esistenza senza diventarne vittima, seguendo l’imperativo del poeta Paul Valéry che attraversa il film: Le vent se lève!… Il faut tenter de vivre! (si alza il vento! Bisogna cercare di vivere!).

 

UNA SERIE TV

la-casa-di-carta_la-chiave-di-sophiaLa casa di carta – Álex Pina

Otto rapinatori guidati a distanza dal grande capo “il Professore” entrano nella Zecca di stato a Madrid per il colpo del secolo: non rubare i soldi, ma stampare dei soldi nuovi (milioni) senza quindi tecnicamente rubare a nessuno. Serie spagnola molto amata dal pubblico ma anche molto discussa (e certamente non per l’etica), La casa di carta è ormai sulla bocca di tutti, ma la critica si divide tra chi la considera un disastro inguardabile tra scrittura da telenovela, dimenticanze e sovracitazionismo, e chi invece decide di chiudere un’occhio qui e lì ma di apprezzarne lo stile incalzante e concitato. A ciascuno per sé lasciamo l’ardua sentenza.

 

Rossella Farnese, Giorgia Favero, Alvise Wollner

 

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