Minoranze: la potenza del divenire secondo Deleuze e Guattari

«Minoranza e maggioranza non si oppongono soltanto in modo quantitativo. Maggioranza implica una costante, d’espressione o di contenuto, come un’unità di misura in rapporto alla quale essa può essere valutata. Supponiamo che la costante o l’unità di misura sia un qualsiasi Uomo-bianco-maschio-adulto-cittadino-parlante una lingua standard-europeo-eterosessuale (l’Ulisse di Joyce o di Ezra Pound). È evidente che “gli uomini” sono in maggioranza, anche se sono meno numerosi dei moscerini, dei bambini, delle donne, dei Neri, dei contadini, degli omosessuali, ecc. Ciò dipende dal fatto che l’uomo appare due volte, una volta nella costante, una volta nella variabile da cui si estrae la costante. La maggioranza presuppone uno stato di potere e di dominazione, e non il contrario. Essa presuppone l’unità di misura, e non il contrario.»
(G. Deleuze e F. Guattari, Mille piani, 1980.)

La supposizione presentata da Deleuze e Guattari in questa pagina di Mille piani sembra oggi quantomeno fondata. Lo era anche nel 1980, quando l’opera venne pubblicata, ma ai nostri giorni, nei tempi più maturi del capitalismo avanzato, affermare il dominio dell’Uomo pare quasi scontato. La maggioranza ha talmente plasmato il modo in cui noi occidentali concepiamo il mondo che le voci delle minoranze iniziano a farsi ascoltare quando gli effetti di tale dominio sono ormai evidenti anche a chi ha cercato in tutti i modi di non vederli. Se le violenze perpetrate nei secoli al genere femminile, alle popolazioni indigene e non occidentali, agli omosessuali – solo per fare alcuni esempi – rimanevano in un certo senso all’interno del contesto umano delle relazioni, la crisi ecologica attuale apre a dimensioni ancora insondate dalle minoranze stesse. Solo negli anni più recenti, infatti, il confronto con le dinamiche ecologiche che minacciano la sopravvivenza del genere umano hanno acquisito quella rilevanza che non era più possibile occultare.

Per quale motivo il silenzio è perdurato così a lungo? Perché le minoranze coinvolte nella crisi ecologica parlano altre lingue rispetto a quelle che siamo stati abituati ad ascoltare nell’ambito delle contestazioni umane. Non a caso, il passo citato proviene dal capitolo Postulati di linguistica, presente in Mille piani. Assistiamo a un salto comunicativo che esula dalle forme consolidate di interazione linguistica: dobbiamo entrare in comunicazione con il non-umano attraverso altri codici che non siano quelli di una scienza impostata sulla coppia epistemologica soggetto-oggetto. Dobbiamo sperimentare altri idiomi e altri dialetti. La crisi ecologica ci impone perciò di ripensare non solo la natura delle relazioni che intercorrono tra le minoranze e tra queste e la maggioranza, ma anche il rapporto che sussiste tra maggioranza e minoranze umane, considerate assieme, e quel sottoinsieme sterminato che paradossalmente le comprende tutte: il non-umano (il cosiddetto “ambiente”).

Ma cos’è una minoranza? Minoranza è divenire, dinamismo, è il movimento che anima i cambiamenti di qualsiasi evoluzione. Mentre il potere esiste per perpetuare se stesso, la minoranza lavora nel sottosuolo attraverso vibrazioni dapprima impercettibili e poi sempre più potenti, fino a far crollare dalle fondamenta la poderosa fortezza che si trova in superficie. Per questo motivo, Deleuze e Guattari affermano che «Non vi è divenire maggioritario, maggioranza non è mai un divenire. Non vi è divenire se non minoritario» (ivi).
D’altronde, perfezione significa massima compiutezza, ciò che non può e non deve cambiare in quanto già completamente realizzato. La maggioranza è perfezione, e difatti la più alta raffigurazione dell’Uomo corrisponde al Vitruviano di Leonardo. Con questa immagine, Rosi Braidotti, allieva di Deleuze – oltre che di Foucault e Irigaray – e autrice di molti saggi di riferimento nel panorama della filosofia femminista e della nuova “svolta postumana”, inizia il proprio manifesto su quest’ultima corrente di pensiero, intitolato appunto Il postumano. L’eco di Deleuze è lampante:

«All’inizio di tutto vi è Lui: l’ideale classico dell’Uomo, individuato dapprima da Protagora come “la misura di tutte le cose”, poi innalzato dal Rinascimento italiano a livello di modello universale, rappresentato da Leonardo da Vinci nell’Uomo Vitruviano. Un ideale di perfezione corporea che, in linea con il detto classico mens sana in corpore sano, evolve verso una serie di valori intellettuali, discorsivi e spirituali. Insieme, fondano una precisa concezione di cosa dell’umanità sia umano.»
(R. Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, 2013)

A questo punto rimane da domandarci: ha ancora senso voler essere “la misura di tutte le cose?” Vogliamo davvero la perfezione?

 

Petra Codato

 

[Photo credit Kris Mikaele Krister via Unsplash]

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Antropocene, vespe e orchidee: uno sguardo sui divenire di Deleuze e Guattari

Quando, nel novembre 2019, visitai la mostra Antropocene1, rimasi profondamente colpita dalle immagini esposte. Ciò che mi impressionò non fu tanto la durezza delle situazioni raffigurate, come quella in cui gli abitanti di Nairobi smistano rifiuti nelle immense distese di plastica della città, bensì la loro dimensione. Ormai siamo infatti abituati al costante bombardamento di immagini feroci che descrivono situazioni ancora più brutali, ma le fotografie esposte in quella mostra narrano dimensioni ancora sconosciute perfino ai nostri mass media. Affiancate da pannelli esplicativi sugli effetti dell’Antropocene2, le immagini mi sembravano narrare il mondo da un punto di vista diverso, più ampio. Una prospettiva che non è quella degli astronauti, ma nemmeno quella di un qualsiasi essere umano coi piedi attaccati alla terra: sconfinate vasche per l’evaporazione del litio dagli splendidi colori azzurro e giallo in Cile, miniere di potassio in Russia, ma anche quelle di marmo a Carrara, la sterminata bidonville di Lagos in Nigeria. Sono tutte impressionanti visioni che oggi solo le tecnologie dei droni ci possono consegnare. Stiamo modificando a tal punto il pianeta da poterci ritenere una forza geologica. Stiamo divenendo Terra. Certo, in un modo il cui esito sarà con buona probabilità quantomeno quello di ridurre drasticamente la popolazione umana mondiale, ma stiamo divenendo Terra.

«Una linea di divenire non è definita dai punti che essa collega né da quelli che la compongono: al contrario passa tra i punti, cresce solo nel mezzo e fila in una direzione perpendicolare ai punti che si sono prima distinti, trasversale al rapporto localizzabile da punti contigui o distanti»
G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani, 2017.

Così Deleuze e Guattari definiscono la “linea di divenire” nel capitolo di Mille piani intitolato, appunto, Divenir-intenso, divenire-animale, divenir-impercettibile... Le immagini della mostra Antropocene descrivono molto bene questo concetto: non siamo noi esseri umani e la Terra, congiunti da una linea che ci mette in relazione e che è dipendente da questi due punti distinti, bensì vi è un’unica linea che è il nostro divenire Terra, il nostro – di noi esseri umani e della Terra insieme – esprimerci come forza geologica. Mutiamo assieme, interagiamo nelle miniere di potassio, quando le scavatrici tracciano, sulle pareti cremisi dei tunnel sotterranei, linee che ricordano ammoniti. È un divenire che sta avendo esiti nefasti sulla biodiversità del pianeta, inclusa la nostra stessa specie. In fondo, diveniamo sempre Terra, la differenza sta nell’impatto di tale divenire su di noi e sugli altri esseri che la abitano.

Per aver maggiore presa sul concetto filosofico di divenire, lasciamo l’Antropocene e passiamo all’esempio più celebre proposto dagli stessi Deleuze e Guattari: quello che considera la vespa e l’orchidea come facenti parte di un unico blocco di divenire, all’interno del quale la prima funge da apparato riproduttivo della seconda, e la seconda «diviene l’oggetto di un orgasmo della vespa liberata dalla propria riproduzione» (ibidem). Gli autori proseguono: «La linea – o il blocco – non collega la vespa e l’orchidea più di quanto non le coniughi o non le intrecci: passa tra le due, le trasporta in una comune vicinanza dove scompare la discernibilità dei punti» (ibidem). La linea di divenire passa dunque in mezzo alla vespa e all’orchidea e le avvicina fra loro in una zona di contiguità che trasforma entrambe. Divenire è proprio questo esser travolti da una trasformazione, una velocità che investe e trasporta in uno spazio di prossimità prima sconosciuto.

Per quanto possibile, cerchiamo di orientare il nostro divenire Terra in un’altra direzione, e ricordiamoci che la Terra può divenire senza di noi, ma noi non potremmo divenire nulla senza di lei.

 

Petra Codato

 

NOTE
1. La mostra, ospitata in Italia dalla Fondazione MAST di Bologna dal 16 maggio 2019 al 5 gennaio 2020, è curata da Urs Stahel, Sophie Hackett e Andrea Kunard ed è organizzata dalla Art Gallery of Ontario e dal Canadian Photography Institute della National Gallery of Canada in partnership con la Fondazione MAST di Bologna.

2. Riporto la definizione del vocabolario Treccani: «Antropocene: l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera».

[In copertina: Saw mills #1, Lagos, Nigeria 2016. Photo credit Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milano / Nicholas Metivier Gallery, Toronto]

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Una citazione per voi: Eraclito e il divenire

Tutto scorre, dal greco Pánta rei, è l’espressione con la quale la tradizione filosofica ha voluto riassumere il pensiero del filosofo greco Eraclito, nato e vissuto ad Efeso tra il VI e il V sec. a.C. Benché diverse fonti sostengano che tale teoria sia da attribuire ai suoi discepoli, con essa si vuole rappresentare il punto di partenza della sua filosofia: la constatazione dell’incessante divenire delle cose.

Eraclito si accorse infatti che tutto, all’interno dell’universo, è soggetto a un continuo movimento: le stagioni, la vita, l’alternanza del giorno e della notte, proprio come se tutto fosse trasportato da un flusso che scorre senza mai fermarsi: «non è possibile discendere due volte nello stesso fiume né toccare due volte una sostanza mortale nello stesso stato; per la velocità del movimento tutto si disperde e si ricompone di nuovo, tutto viene e va», leggiamo all’interno del frammento 91, tratto dalla sua opera intitolata Intorno alla natura.

Oltre all’universo e al mondo, Eraclito si accorse che anche l’essere è in continuo divenire, in quanto soggetto al tempo e alla trasformazione, e che questo principio si poteva estendere anche a tutte quelle realtà che sembrano essere statiche e ferme ma che in realtà divengono.

Al contrario dei suoi predecessori, egli vide nel fuoco, l’Archè, ossia il principio nascosto dietro alle cose. Assunse quest’elemento mobile e distruttore per eccellenza per simboleggiare la sua visione del cosmo come energia in perpetua trasformazione, in quanto ogni fiamma non è mai uguale a un’altra, e per ricordare come tutto ciò che esiste provenga e ritorni, una volta compiuto il suo ciclo, al fuoco.

Egli infine capì che la legge secondo cui tutto poteva divenire era da ricercarsi all’interno di quell’eterno scontro tra opposti, nel Polemos, ossia in quel conflitto nel quale essi si trovano non solo a dover lottare, ma anche ad autoalimentarsi per produrre un equilibrio, un ordine razionale, un’armonia. Questo perché «l’uno vive la morte dell’altro, come l’altro muore la vita del primo», ma nello stesso tempo non possono stare l’uno senza l’altro, vivendo solo l’uno in virtù dell’altro. Di conseguenza, ciò che a prima vista può sembrare disordine e irrazionalità manifesta invece, a uno sguardo più approfondito, una sua interiore razionalità e armonia.

 

Edoardo Ciarpaglini

 

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Il volto dell’essere: “La struttura originaria” di Emanuele Severino

Emanuele Severino è ormai universalmente riconosciuto come uno dei più grandi pensatori del nostro tempo. Nel corso della sua lunga carriera e della sua vita interamente dedicata al pensiero, Severino ha portato alla luce una filosofia tanto complessa e rigorosa quanto originalissima.

Ritornando ai grandi pensatori greci, in particolar modo Parmenide, Severino ha rischiarato l’autentico senso dell’essere dimenticato dalla filosofia successiva a quella parmenidea e dall’intera civiltà occidentale, colpevole di concepire il mondo e qualsiasi cosa sia parte di esso, come un qualcosa che «è fintanto che è» e che come viene dal nulla, è destinato a tornarci. L’Occidente si è formato sulla concezione platonica delle cose a metà tra l’essere e il non essere. Questa concezione nichilista viene smascherata da Severino dimostrandone l’impossibilità e portando alla luce la controintuitiva intuizione che «tutto è eterno» e che il passare delle cose non è il loro essere create e annullate, ma il loro apparire e scomparire rimanendo eternamente ciò che sono.

Attraverso opere di enorme spessore filosofico come Essenza del nichilismo, Destino della necessità e grazie anche ad un lungo filone di testi di più facile accesso, Severino è riuscito a coinvolgere molte persone con questioni solitamente inedite e per specialisti.

Da dove nasce però il pensiero severiniano? Quale opera ne pone le solide basi?

In più occasioni Severino ha rimarcato che la sua prima opera, La struttura originaria (1958), costituisce «il terreno dove tutti i miei scritti ricevono il senso che è loro proprio»1. Questa complessa opera, scritta e pubblicata da un Severino nemmeno trentenne, si è presto posta come punto imprescindibile del dibattito filosofico italiano. Da lì dipartono i concetti, i metodi, i presupposti che nei decenni a venire avrebbero impegnato il filosofo.

La struttura originaria descritta dall’omonima opera è quel «punto logico» che permette di intendere l’essere autenticamente e al di fuori dal nichilismo. Essa è in questo modo «l’essenza del fondamento»2 e le compete «quanto Aristotele rilevava a proposito del principio di non contraddizione: che la sua negazione, per tenersi ferma come tale, lo deve presupporre»3. La struttura originaria è dunque il presentarsi incontrovertibile dell’essere e di ogni ente. La pianta, la casa, l’uomo, questo attimo sono, ed essendo parte dell’essere hanno le qualità che all’essere competono: incorruttibilità, eternità, necessità. Il contrario di ciò che l’esperienza e la storia del pensiero sembrano mostrare. Chi garantisce però che ciò sia assolutamente vero?

L’essere si mostra attraverso qualsiasi ente. A questo essere compete dunque un aspetto fenomenologico (il mostrarsi) e il suo essere sé stesso in modo incontrovertibile, innegabile. Severino chiama quest’ultimo, l’ambito logico. Questo essere dunque, 1) è, e 2) è esso stesso e nient’altro. L’essere è quindi immediatezza fenomenologica e immediatezza logica, che comprova la sua incontraddittorietà e dunque l’esclusione del nulla nell’essere.

Se a ogni cosa compete questo essere innegabile, eterno, immutabile, come si spiega il divenire del mondo? Il divenire nuvoloso di questo cielo sereno non significa forse il mutamento – e quindi la negabilità – del secondo? O peggio ancora, l’annullamento del secondo in favore delle nuvole? Il cielo sereno è divenuto nulla?

Secondo la struttura originaria l’essere non diviene. Il divenire è un «comparire e uno scomparire dell’immutabile»4. Come una serie di fotogrammi incastonati nella bobina dell’essere, ogni attimo e cosa sono eterni che appaiono e scompaiono entrando e uscendo dal cerchio dell’apparire, ma mantenendo, concretamente e per sempre il loro essere. L’annullamento non è in alcun modo attestato dall’esperienza: solo l’apparire e lo sparire lo sono.

Questa riformulazione del problema ontologico non lascia Severino senza problemi. Come risolvere l’antica aporia del nulla? Come si rapporta l’essere che vediamo (ovvero una parte della totalità dell’essere) con la totalità che la trascende? Il suo manifestarsi parziale e il suo divenire non costituiscono una certa contraddizione interna all’essere immutabile?

Da La struttura originaria alle opere successive, queste e molte altre domande troveranno risposta. Il nulla e le contraddizioni, che non sono proprie dell’essere ma di quella «terra isolata» che è l’essere ancora inadeguatamente inteso dagli uomini, continueranno a fare capolino. La concreta comprensione della struttura originaria, ammesso che non sia quel «compito infinito»5 suggerito, ha forse ancora molto tempo davanti prima di apparire interamente al pensiero, ma ha gettato le sue solide e inespugnabili fondamenta.

 

Luca Mauceri

 

NOTE
1. E. Severino, La struttura originaria, [1958], nuova edizione, Adelphi, 1981, p. 13.

2. Ivi, p. 107.
3. Ibidem.
4. Ivi, p. 20.
5. Ivi, p. 555.

[Photo credit Aron Visuals via Unsplash]

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Appunti sul concetto hegeliano di libertà

Kierkegaard detestava Hegel, lo considerava «una parentesi chiusa all’interno di Schelling». Come tutti i nemici, tuttavia, Kierkegaard e Hegel hanno qualche affinità (non si può detestare chi non c’assomiglia almeno un po’). La più evidente, è che i due sembrano concordare sul fatto che la libertà non pertiene alla costituzione terrena dell’uomo, ma all’ambito spirituale della sua essenza. Scrive Hegel:

«L’essenza dello spirito è, quindi, formalmente, la libertà, la negatività assoluta nel concetto come identica con sé»1.

Cerchiamo di ricostruire i passaggi del ragionamento: la libertà è un negativo assoluto, ovvero il nulla. Definiamo tale nulla:

«Il puro essere è la pura astrazione, e, per conseguenza, è l’assolutamente negativo, il quale, preso anche immediatamente, è il niente. […] Reciprocamente, il niente […] è il medesimo che l’essere»2.

Da cui consegue che essere e nulla sono lo stesso, e dire libertà significa dire (il) nulla; naturalmente, la petizione d’identità tra essere e nulla non basta alla riflessione che, per sua natura, si mette alla ricerca di determinazioni precise per cui l’essere e nulla si dinguano. Ma non approfondiremo la questione: torniamo alla problematica della libertà.

Hegel, all’altezza delle Aggiunte al §87 dell’Enciclopedia, ci propone un’interessante annotazione sul sensum libertatis. Leggiamo:

«La più alta forma del niente-per-sé sarebbe la libertà; ma questa è la negatività in quanto si approfondisce in se stessa nella massima intensità ed è insieme essa stessa, anzi, assoluta affermazione»3.

Ora, che significa che il nulla “per-sé” è la libertà? Che vi è un nulla-in-sé e un nulla-in-sé-e-per-sé distinti dalla libertà. Dato che ogni determinazione è dialettica, e si svolge in tre momenti (auto)esplicativi, occorre studiare il concetto di nulla in questo suo movimento.

Partiamo, dall’in-sé del nulla, e torniamo indietro per affermare di nuovo che esso è:

«Puro nulla. È semplice simiglianza con sé, completa vuotezza, assenza di determinazione di contenuto, indistinzione. Esso è l’assenza di determinazione, lo stesso che il puro essere»4.

ovvero lo stesso inconsapevolmente dell’essere, in quanto il nulla non si è ancora rapportato all’altro-da-sé, che a dire il vero è lo stesso di sé, perché non è ancora uscito da sé.

Nel suo per-sé, il nulla si mostra, dunque, nella figura della libertà. Resterebbe da chiedersi di qual forma di libertà parliamo. Analizziamo la questione. In questo momento antitetico, il nulla penetra in sé stesso, reclama la propria “positiva significanza”, proclama la propria autonomia –  un’autonomia che la riflessione (e non la ragione) gl’accorda: esso si crede altro-dall’-essere e in questo senso, dunque, è libertà, nel senso cioè di “volontà di autoaffermazione”.

Nel suo in-sé-e-per-sé, il nulla è:

 «La verità comune tanto dell’essere quanto del niente è l’unità di entrambi, ovvero è il divenire»5.

Il divenire, in altre parole, è (teleo)logicamente unità di necessità e libertà, e lo possiamo chiamare storia e vita-del-mondo; ora, il fatto che la libertà si leghi a mondo e tempo, sarà un dato che ci tornerà utile più tardi.

Sinora ci siamo mossi nel campo della Scienza della Logica e lì, la libertà risiede in quanto astratta: la logica tuttavia, lo sappiamo, si evolve e l’Idea, che inizialmente è addormentata in sé, fuoriesce in Filosofia della natura. Nella natura, la libertà muore del tutto:

«La natura non mostra, nella sua esistenza, libertà alcuna, ma solamente necessità e accidentalità»6.

È interessante notare che, in Hegel, la libertà nasce come negativo, progredisce come negativonegato, e giunge al positivo dialetticamente. Cosa ci sia di particolare è evidente: di solito, la quidditas iniziale d’una dialettica è un positivo, negato, indi riaffermato. Nel caso della libertà questo processo, pur non mutando nelle tappe, assume ben altre forme a causa 1) della negatività di partenza, 2) della negazione particolare antitetica e 3) della sintesi come sussunzione di “negazione della negazione del negativo”: non nuova-negazione, bensì positiva-posizione, libertà-in-quanto-bene-vivente.

S’è visto che Hegel definiva l’essenza dello spirito con il termine libertà: conseguentemente, la branca più adatta allo studio della libertà-in-sé-e-per-sé, è la filosofia dello spirito. Hegel afferma:

«L’elemento spirituale è terreno del diritto, e suo punto di partenza è la volontà libera, così che la libertà costituisce la sua sostanza»7.

La libertà-in-sé-e-per-sé quale oggetto precipuo del diritto è sintesi di libertà-astratta (negativa) e di necessità-naturale: la libertà-in-sé-e-per-sé è bene vivente proprio in quanto «forma infinita, e non solo libertà-in-sé, bensì parimenti libertà per sé – verace idea»8.

A livello di filosofia dello spirito, e precisamente spirito oggettivo, la libertà ha fatto i conti con sé, ha compreso che la necessità non è suo contrario, ma la stessa cosa di sé medesima: è sé allo stesso modo in cui il nulla, nel divenire, comprende di esser lo stesso dell’essere.

La libertà autentica sussume su di sé le negatività della necessità e della libertà astratta, rendendole vive ed effettive e reali. In questo senso, il luogo ove la libertà astratta (individuale) e la necessità (naturale) s’incontrano, inverandosi reciprocamente, è lo Stato, il quale è:

«La realizzazione della libertà, […] secondo la sua divinità»9.

Nello Stato:

«La libertà perviene al suo supremo diritto di fronte agli individui, [comprendendo anche] il supremo dovere di questi di essere membri dello stato»10.

Essere liberi, dunque, significa inserirsi in una comunità plurale, questo almeno secondo il maestro di Stoccarda; questa opinione, tuttavia, trova Kierkegaard (e colui che scrive) in disaccordo. La comunità serve (per) la verace libertà, ma non rende veracemente liberi. Ognuno di noi si veda chiamato a sciogliere questo paradosso come meglio crede (ecco. Questa è libertà).

David Casagrande

NOTE:
1. G. W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, trad. it. di B. Croce, Milano-Bari, Laterza –  Biblioteca Universale Laterza, p. 374.
2. Ivi, pp. 102 e 104.
3. Ivi, p. 103.
4. G. W. F. Hegel, Scienza della logica, tomo I, traduzione di C. Cesa, Milano-Bari, Laterza –  Biblioteca Universale Laterza, 1974 (201110), p. 70.
5. G. W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, ed. cit., p. 104.
6. Ivi, pp. 247 e 248.
7. G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio. Con le aggiunte di Eduard Gans, a cura di G. Marini, Milano-Bari, Laterza – Biblioteca Universale Laterza, 1999 (20106), p. 27.
8. Ivi, p. 38.
9. Ivi, p. 201.
10. Ivi, p. 216.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Viaggiare humanum est

Intraprendere un viaggio può essere considerato un atto filosofico?

Fin dall’antichità, l’uomo ha sentito come una sua propria caratteristica la pulsione a muoversi. I primi grandi flussi migratori hanno dato vita a quelle che ora sono le varie civiltà e culture, declinando una razza in particolarità che oggi formano una pluralità di stili di vita che hanno sicuramente arricchito e potenziato il punto di partenza primordiale. Proprio in questo consiste il viaggio: lasciare alle spalle la propria esistenza e volgere lo sguardo dritto davanti a sé; mettersi in gioco, scoprire le proprie forze ed i propri limiti, potenziandole e superandoli.
Esistono infinite modalità di viaggiare: da una semplice vacanza, passando per un Erasmus fino ad una vera e propria vita in un altro luogo. Tutte – però – sono accomunate da un minimo comun denominare: la voglia di avventura, il rompere gli schemi, la necessità di cambiamento. Perché – a mio modo di vedere – è proprio la stabilità ad essere pericolosa. Una vita votata alla routine, all’abitudine, non fa altro che paralizzarci e costringerci ad un’esistenza che non fa parte del nostro Essere.
Utilizzando categorie ontologiche, si può intendere il discorso come un percorso nel Divenire. Non però quel divenire parmenideo che distrugge l’Essere, ma quel divenire aristotelico che trasforma le Potenzialità in Atti, che conferisce Forma alla Sostanza, che – in parole semplici – realizza la nostra Essenza.

Un viaggio può cambiare totalmente la nostra esistenza. Può farlo in maniera impercettibile come l’incontro con nuovi stili di pensiero, come anche mettere in discussione l’intero patrimonio conoscitivo che in precedenza si deteneva, sia del singolo, sia di una comunità (come la scoperta delle Americhe o il viaggio di Marco Polo).
Viaggiare non significa solamente spostarsi da un luogo ad un altro, e non significa neanche, banalmente, conferire importanza al viaggio in sé. Viaggiando ogni singola categoria del nostro vivere e del nostro pensare viene messa in discussione.

Anche i viaggi nascondono insidie. Ognuna è superabile ma è necessario prestare attenzione a ciò a cui si va incontro.
La malinconia della vita precedente, la mancanza degli affetti o l’insicurezza di un futuro incerto sono le più comuni problematiche con cui si può avere a che fare.
Ma la più pericolosa è la riproposizione di ciò da cui ci stavamo inizialmente allontanando, ovvero la paralisi, il pervenire ad un nuovo immobilismo.
È paradossale e spaventoso come una fuga possa ricondurci al punto di partenza, come l’arricchimento che ci investe durante il movimento sfoci in un nuovo isolamento derivante dalla successiva stabilità.
La soluzione sta nel mantenere in movimento il pensiero, nel rinvigorire i contatti con le scoperte fatte, nel rafforzare le modalità di approcci alla vita con cui ci si è imbattuti.

Il viaggio, in poche parole, è solo il punto di partenza. Il resto, come in ogni esperienza vitale, sta a noi.
La necessità dell’incontro con l’altro e con la Natura è fondamentale. Esso permette la creazione di ideali e di esperienze uniche, che sono il veicolo dei nostri giudizi e delle nostre opinioni.

La tecnologia attuale ci aliena dall’esperienza reale con ciò che sta al di fuori di uno schermo di un computer o dai pixel di uno smartphone. Essi ci costringono a dare importanza solo alla visibilità che un pezzo estraniato dalla verità della nostra esperienza vitale può avere sui social network, dimenticandoci del qui ed ora ed obbligandoci a pensare solamente alla condivisibilità virtuale.
Un panorama va vissuto, un tramonto sul mare apprezzato per ciò che ci comunica, una valle faticosamente raggiunta va amata per la sua immediatezza emozionale.
Altrimenti ci troviamo nuovamente nella riproposizione dell’immobilismo.

Il viaggio è condizione e veicolo di conoscenza, e nella situazione di crisi mondiale – culturale, economica e terroristica – in cui viviamo oggi, forse il viaggio può darci una mano.
Chi ha visitato un Paese estero, ne ha conosciuto gli usi, ha vissuto i suoi costumi, ha respirato i suoi odori ed è entrato in contatto con i suoi abitanti avrà molta meno probabilità di innescare un movimento d’odio e repulsione che può poi mutare – ovviamente insieme ad altre cause, stimoli e vicissitudini – nel paradigma terroristico.
Inoltre, la conoscenza è la prima discriminante che può aiutarci a sconfiggere la paura dell’Altro; e solo vivendo, viaggiando e sperimentando in prima persona si posso acquisire conoscenze fondamentali per il dialogo con altre culture.

L’importante, insomma, sta nell’alzare la testa e tenere la mente allenata. Sicuramente anche un buon libro o un bel film possono costituire una particolare forma di viaggio, ma nella vita è necessario soprattutto vivere intensamente ogni singolo momento che attraversa la nostra esistenza. Consapevoli della sua unicità e del patrimonio di conoscenze, idee e ricordi che ad esso si accompagnano, fluttuando in quell’immenso oceano così minuscolo rapportato al Tutto che noi chiamiamo Vita e che costituisce il Viaggio con la V maiuscola che tutti noi siamo – volenti o nolenti – costretti a fare.

Massimiliano Mattiuzzo

[Immagine tratta da Google Immagini]

Un illogico teorema di incompletezza

In quel corridoio ho lasciato una parte di me. È rimasta lì, come anche sui banchi, su ogni foglio utilizzato, ogni riga scritta, ogni parola proferita. Sono tante piccole parti che in un qualche modo mi mancano, sento la loro mancanza, come se fossero tasselli del puzzle che sono e che lentamente sto smontando. Sento di avere delle parti mancanti, sento questo desiderio nostalgico, il pensiero di qualcosa che avevo, che ho vissuto e altro non è che un ricordo, una cosa passata che non può tornare. Nel ricordare un’esperienza come il mio esame di maturità quando è ormai già passato un anno, mi sento quasi come un Ulisse consapevole di non poter tornare alla sua Itaca, consapevole di aver intrapreso un viaggio più grande di lui. Ricordo con piacere o con un’invariata emozione ogni singolo dettaglio, ogni singola scena di quel che è stato, di quel che ho fatto in quel periodo per me così importante, mentre per altri era un semplice ed indifferente mese di giugno, proprio come dovrebbe esserlo per me ora.

Il tempo passa e non lo possiamo fermare, non possiamo relegare noi stessi in una forma congeniale, in un corpo e in una mente che non siano soggetti al divenire, non me ne voglia Parmenide. Siamo costretti ad andare avanti anche se alla nostra testa piace voltarsi per guardare ciò che ormai è stato, ritrovandoci spesso in un’impossibilità, in un paradosso da noi creato per andare contro al mondo, alla vita stessa piena di regole preimpostate. Siamo noi questo paradosso, ci rinchiudiamo da soli in una gabbia di ricordi, pensando di poterci trattenere nel passato, nelle emozioni che già abbiamo vissuto e che sempre vorremo aver presenti. È un desiderio capace di distruggerci, di lacerarci nel nostro io più profondo, un io che non si sente a suo agio e vaga nella temporalità, che tende al passato apparentemente paradisiaco. Ciò che già abbiamo superato, che ormai ci è lontano e si presenta come ricordo è una figura subdola, non poi così veritiera come può apparirci. Nel nostro criticare la realtà, cercando di fuggire dalla scomodità del presente, dimentichiamo così velocemente la medesima condizione che caratterizzava tutte le altre esperienze che non sono più attuali per noi. Non ci toccano più nelle loro particolari difficoltà, nella loro pesantezza nel viverle, perché ormai distanti dalla nostra percezione. La falsificazione del ricordo qui rischia di essere effettiva, causata soprattutto da una mentalità attualizzante che nell’andare a ritroso elegge sempre il passato e ogni sua immagine come i momenti più belli da noi vissuti, la condizione migliore in cui sentiamo di non esserci crogiolati abbastanza.

Sarà sempre così, nella nostra impossibilità o non accettazione di vivere il presente appieno, questo istante irripetibile in ciò che può darci nel qui ed ora, finiremo sempre a rimpiangere il passato. La nostra condizione risulterà essere sempre quella di una figura incompleta per sua volontà, un puzzle che, come ho detto ad inizio articolo, si sta smontando lentamente lasciandosi deficitario dei propri tasselli. Ed è pur vero che non possiamo fermare quest’inesorabile scorrere, questo tempo fluido che tutto si porta appresso, ma non ne possiamo neanche rimanere in balia. Possiamo accettare tutto ciò, accettare il tragico nella nostra vita e diventare ciò che siamo, parafrasando Nietzsche, rendendoci conto che ciò che veniva visto come il lento declino, la costante perdita di qualcosa, di una parte di noi è sempre compensata da qualcosa che deve ancora arrivare. Come costruttori di questo puzzle che noi stessi siamo, dobbiamo poter accettare di inserire nuovi pezzi ad una sagoma che altrimenti rischierebbe di rimanere vuota, andando addirittura a cancellare la sagoma stessa.

Alvise Gasparini

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Sul senso etico della storia

La storia è strettamente collegata al divenire, essendo questo quel movimento delle cose, regolato dal principio di causalità e procedente in avanti nel tempo, ossia, detto in breve, il susseguirsi di tutti i fatti (fenomeni),i quali costituiscono poi la materia di studio della storia.

Naturalmente nella comune accezione con “storia” è intesa la sola analisi dei fatti umani; chiaramente, l’ottica storica, l’interesse per il passato, può focalizzarsi anche su tutti i fenomeni precedenti l’uomo, come ad esempio le ere geologiche, o la storia dell’evoluzione animale (darwinismo) e di quella vegetale. In questo senso, la storia sarebbe l’analisi di tutta quella parte del divenire già venuta in essere. Di tutto ciò che ci ha preceduto. Ma l’associazione storia-divenire non esaurisce la relazione tra storia e filosofia; anzi, è solo il punto di partenza di un fruttuoso rapporto: la concezione lineare della storia ci porta inesorabilmente verso un concetto-chiave così potente da abbracciare la natura intera: quello di “sviluppo”; la nostra storia non può essere concepita se non come una strada, una lunga strada che si chiama progresso: evoluzione dei corpi animali fino all’uomo, poi della cultura ,della tecnica, della società, il tutto volto al raggiungimento di forme vitali-culturali sempre più abili e capaci. È tipico della natura incarnarsi in forme di vita via via più evolute: questa è la verità generale del divenire, cui perveniamo inevitabilmente mediante la considerazione della storia. Sembra che la natura abbia come degli obiettivi, e che lavori senza sosta nel suo perseguirli: questa vicenda ci riguarda a priori, essendo noi non solo parte della natura, ma anche l’ultima novità nel campo nell’evoluzione, l’ultima grande innovazione della volontà naturale. Possiamo considerare che se la natura si accontentasse di generarsi in animali irrazionali e spietati, che si uccidono a vicenda come orribili e letali macchine, avrebbe tranquillamente potuto fermare la propria mutazione ben prima dell’uomo; avrebbe potuto ad esempio accontentarsi di incarnarsi nei dinosauri, mentre invece si è riprodotta negli uomini, la più recente versione della vita animale, estremamente intelligente (salvo eccezioni ovviamente), razionale, empatico; tutto ciò sembra gravido di conseguenze etiche per noi umani; non possiamo ignorare che tutto questo sviluppo mira precisamente a sviluppare un’intelligenza sempre più potente: e a questa appartiene poi l’empatia e lo stesso sentire etico in generale. Il tutto volto ad un’esistenza sempre migliore, volto a togliere il male dal mondo, almeno nella misura nella quale ciò risulterà effettivamente possibile. Ognuno compie il proprio destino solo adempiendo a ciò per cui nasce (Nietzsche diceva: “Diventa ciò che sei”) ; in generale, noi uomini siamo nati per progredire nella civiltà: è questo il nostro vero imperativo etico, questo è il senso etico della nostra storia.

Chiaramente noi dovremmo aspettarci dal futuro l’avvenire di una potenza tecnica tale da eclissare ogni malessere del mondo; questo è sempre stato il destino dell’intelligenza umana, ciò verso cui noi tendiamo; ne potremmo fare altrimenti, essendo la ricerca del piacere e la fuga dal dolore tutto lo scopo della nostra vita, come rilevava Leopardi nello Zibaldone:

Tutti gli esseri viventi desiderano la felicità: ricercare il piacere ed evitare il dolore sono fenomenologie tipiche di tutti gli enti senzienti.¹

In realtà la questione non concerne il solo grado di potere tecnico in possesso dell’uomo; il vero problema, infine, è il genere umano stesso: già oggi disponiamo di tecnologie potenzialmente sufficienti a garantire un tenore di vita accettabile per ogni singola persona sulla faccia di questo pianeta. Il fatto è che noi non rendiamo un buon servizio alla natura, e neppure a noi stessi; in fondo la storia dell’uomo è quasi interamente una lunga vicenda di sfruttamento e guerra: i rapporti tra i popoli si sono sempre stabiliti sulla base della reciproca potenza militare, gli uomini si sono sempre scannati a vicenda, proprio come quelle belve feroci che hanno evolutivamente superato. Non siamo poi così diversi dai dinosauri. Abbiamo usato la nostra intelligenza per fare il male, siamo stati nichilisti, ci siamo sempre annientati vicendevolmente. Anzi è sempre stata la guerra a trainare il carro dell’innovazione tecnologica; probabilmente si tratta del più grande business dell’economia umana. Tutto questo perché non abbiamo intravisto quel senso etico che ci suggerisce la nostra storia, quel valore positivo del progresso indirizzato verso il puro miglioramento della vita.

Tutto ciò si rivela estremamente preoccupante soprattutto se pensato nell’ottica evoluzionistica: è tipico della natura scartare, distruggere ciò che non adempie al proprio scopo, e sostituirlo con forme di vita più adatte: è questa la legge dell’evoluzione. È necessario un rinnovamento etico del genere umano intero. Posto che ciò sia poi veramente possibile.

Alessio Maguolo

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Siamo tutti universalisti, con noi stessi

Uno dei fenomeni sociali più importanti, se non il più importante, con cui ci confrontiamo oggi e che le prossime generazioni studieranno sui libri di storia, è quello delle migrazioni di massa. È un tema estremamente complesso da affrontare e sul quale esiste una nutrita bibliografia internazionale; a tal proposito si potrebbe iniziare ad approcciarlo tramite il libro di J. Carens, Ethics of Immigration, 2013, già un classico in materia, o quello di E. Greblo, Etica dell’immigrazione, 2015, densa introduzione al dibattito internazionale.

Non è mia intenzione in questa sede riassumere i termini del tema e del dibattito intorno ad esso, per farlo anche solo maniera sintetica occorrerebbe molto spazio. Vorrei invece proporre qui delle considerazioni che si possono intendere come preliminari, un modo per rimuovere dal tema stesso possibili fraintendimenti che lo falserebbero in partenza, e che si sentono con una certa frequenza nei discorsi politici. La convinzione di chi scrive è che solo nelle interazioni, negli “inquinamenti” interculturali vi sia un potenziale arricchimento e progresso umano (insomma, così come la saggezza popolare sa, ci sarà pure un motivo se i cani meticci sono sempre più svegli di quelli di “razza pura”). Certamente queste interazioni culturali necessitano di una supervisione, che non sia però finalizzata a limitarle ma a permetterle in maniera ragionevole. Passiamo allora in rassegna, in maniera sintetica e schematizzandoli in 4 tipologie, i più popolari motivi immotivati della paura del meticciato e dell’apertura alla diversità, in base ai quali si predicano e attuano politiche di chiusura, più o meno netta, dei confini statali.

I. Ci si deve chiudere per questioni di sicurezza interna.
I, a. Innanzi tutto, generalizzare criminalizzando gruppi a priori anziché individuare singoli responsabili a posteriori è un po’ come dire che poiché in Italia (o in qualsiasi altro Paese) ci sono criminali allora tutti gli italiani sono preventivamente criminali potenziali, e sta a loro l’onere della prova di dimostrare il contrario. Inoltre, il modo migliore per superare criminalità e terrorismo, non è con stereotipi razzisti di criminalizzazioni di gruppi e con bunkerizzazioni, ma attraverso l’integrazione che, sia chiaro, non è quella cosa che dice “ti accolgo ma fai quello che dico io”, quello è dominio, ma è una guida consapevole dell’ineludibile cambiamento reciproco, di tutto e tutti, ossia del divenire. In altre parole, lo scontro di civiltà esiste solo se e quando qualcuno pensa che esista.

II. Va difesa l’economia e il welfare locale.
II, a. A parte il fatto che una simile affermazione può essere pronunciata solo da uno Stato, o una comunità, che abbia già fatto tutto quanto è in suo potere fare per alleviare le sofferenze dei bisognosi, nativi o meno che siano, fino al limite del collasso del proprio welfare, altrimenti non sarebbe (come di fatto spesso non è) un’affermazione credibile, ci sono almeno due considerazioni da fare su questo punto. Primo, si può benissimo immaginare un sistema di accesso progressivo al welfare, proporzionale al contributo dato dall’individuo. Secondo, e soprattutto, se il welfare è uno strumento di giustizia sociale, per chi è allora la giustizia se non per i più deboli, i più poveri, i più disperati? Se il welfare si riduce ad un servizio in cambio di un contributo non è una faccenda di giustizia ma un bene di commercio e/o un privilegio.

III. Vanno tutelati in primis i propri connazionali.
III, a. A parte l’immediato problema pratico che si pone, ossia come fare con i connazionali all’estero, sottoposti ad un’altra sovranità, il punto cruciale è qui il seguente.

Viviamo in un’epoca che ha codificato i cosiddetti diritti umani, la cui esistenza è ormai accettata da tutti, intendendoli come universali. Eppure, quando si deve passare dalle formule alle azioni, l’accesso a questi diritti (per inciso, formalizzare un diritto senza garantirne l’accesso significa di fatto negarlo) è riservato agli appartenenti a specifici club (tribù?) e quello che oggi va populisticamente per la maggiore è quello dei connazionali; i diritti umani sono così (ancora) legati alla cittadinanza, il possesso di un passaporto “che conta” è quindi un privilegio, e quella sedicente universalità si trasforma in particolarismo. Si svela così anche lo scomodo sottointeso dell’origine, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, infatti, così come scritto da L. Ferrajoli, quando «i rivoluzionari dell’89 parlavano di hommes pensavano evidentemente ai citoyens francesi e declamavano i diritti fondamentali come droits de l’homme anziché come droits du citoyen per conferire a essi, a parole, una più solenne universalità»; lo stesso autore nello stesso libro (Dai diritti del cittadino ai diritti della persona) afferma come questo imbarazzante non detto che persiste a tutt’oggi possa essere superato solo trasformando «in diritti della persona i due soli diritti di libertà oggi riservati ai cittadini: il diritto di residenza e il diritto di circolazione nei nostri privilegiati paesi». Insomma, predicare l’universalità dei diritti rendendoli però disponibili solo per alcuni, è ipocrisia e frode.
E allora, delle due l’una. O si dichiara esplicitamente che l’autodeterminazione (della quale i diritti umani dovrebbero essere la chiave) non è cosa per tutti ma solo per alcuni, e quindi si rifiuta l’universalismo dei diritti umani e dell’egalitarismo e il cosmopolitismo, e conseguentemente si dice a chi, e perché, l’autodeterminazione va concessa e a chi, e perché, no. Oppure, si ammette una possibile limitazione all’universalismo dei diritti umani solo come ultima ratio, ma intendendo sempre tale limitazione come un fallimento per tutti che deve quindi essere superato il più velocemente e il più radicalmente possibile. Il che non significa che un soggetto (ad es. un individuo o uno Stato) debba necessariamente andare a portare i diritti umani in giro per il mondo (quante strumentalizzazioni abbiamo già visto in tal senso), ma che debba operare per garantirli a chi viene a bussare alla sua porta. E in un’ottica universalistica solo un soggetto globale può assolvere questo compito. Esempi di soggetti del genere già esistono, dalla UE all’ONU, e il fatto che siano ampiamente perfettibili non significa che debbano essere abbandonati ma, appunto, perfezionati.

IV. Va difesa la propria identità, specificità culturale.
IV, a. A codificare in cosa consista tale identità culturale è sempre un potere, pertanto difendere quell’identità significa in realtà difendere il potere che la pone; si badi inoltre che il potere può difendere se stesso non solo vietando l’ingresso sul suo territorio a chi identifica come minaccia, ma anche espellendo le minacce dal suo territorio. Quindi, indipendentemente dalla provenienza, solo chi farà parte di un certo discorso culturale istituito da un certo potere sarà accettato.
Si potrebbe qui forse ammettere che gli Stati che più si adoperano per garantire condizioni di vita dignitose ovunque nel mondo siano quelli più legittimati a potersi chiudere. E tuttavia, da una parte, anche quando cose del genere avvengono, si riducono a mere operazioni di facciata che non cambiano l’andamento delle cose, dall’altra, e soprattutto, anche qualora tutto questo avvenisse in maniera seria, non spiegherebbe né perché il diritto di avere una vita dignitosa da parte di chi nasce nel Paese X dovrebbe essere superiore a quello di cercare una vita migliore per chi nasce nel Paese Y, né perché, anche a parità di condizioni di vita tra i Paesi X e Y, a qualcuno dovrebbe essere impedito di andare a respirare l’aria che più gli piace. In questi termini, l’unico modo per decidere su ciò diventa la violenza, quella della spada così come quella della Legge.

Ma c’è soprattutto una ragione, filosofica, per cui la difesa dell’identità culturale ha lo stesso spessore intellettuale di una barzelletta: il divenire. I paladini dell’identità culturale pensano di vivere in una dimensione culturale uguale a quella del passato o del futuro? O ritengono di vivere alla fine della storia? Vivendo (e addirittura anche morendo) non si può non divenire. Quando A incontra B, il che avviene ad ogni istante su diverse scale, non ne deriva una loro mera somma aritmetica o il primato dell’uno sull’altro, ne deriva C. Il punto non è quindi arrestare il divenire, pretesa teoreticamente assurda e, per fortuna, praticamente irrealizzabile, ma guidarlo in forme che ci sembrino ragionevoli, altrimenti se ne viene semplicemente travolti, senza neanche capire da cosa.

Federico Sollazzo

[Immagine realizzata dall’autore]

Un passato che ritorna

A volte il passato torna a bussarti alle spalle. Ti volti, lo riconosci, può scapparti un sorriso come può farti sentire una fitta al cuore.

In alcuni casi ci lasciamo piacevolmente trasportare dai momenti importanti e felici della nostra vita, con un velo di nostalgia amiamo ricordarne i dettagli e il loro corso e talvolta riusciamo anche rievocare le medesime emozioni e sensazioni come se non si fossero spente mai.

In altri casi guardiamo al passato con angoscia, come se questa ne avesse fatto il suo territorio di appartenenza, temiamo certi ricordi dolorosi, certe scelte infelici, certi eventi negativi, temiamo che questi possano ripetersi in futuro con la stessa carica devastante.

Molto spesso quando viviamo in un perenne stato di tensione e ansia, rimaniamo paralizzati; con la paura di intraprendere progetti futuri, di scegliere e perfino di desiderare, passiamo la nostra esistenza in un costante stato di inerzia: non rischiamo, non ci esponiamo, aspettiamo che qualcuno magicamente possa mettere fine a questa nostra continua agonia.

Kierkegaard definisce l’angoscia come quel sentimento del possibile che non si riferisce ad alcunché di preciso, a differenza del timore il quale si riferisce invece a qualcosa di determinato.

«Nell’intimo cuore, nel segreto più segreto della felicità, abita l’angoscia, che è disperazione: questo è il luogo più caro alla disperazione, quello che preferisce fra tutti: profondamente dentro la felicità».

Se l’angoscia è il sentimento del possibile, e se il possibile è connesso con l’avvenire, allora l’angoscia è strettamente connessa al futuro. Perché quindi proviamo angoscia nei confronti di ciò che è passato? Il passato può angosciare solo quando può ripresentarsi come una possibilità di ripetizione nel futuro.

Secondo Kierkegaard, la categoria della possibilità sembra essere costitutiva della condizione umana e con essa anche quella dell’angoscia perché legata alla possibilità.angoscia

Ciò che è possibile è ciò che non è ma può essere; può essere che il passato ritorni, come può essere che questo non ritorni mai più. Angoscia dinanzi alla libertà del corso degli eventi di potersi ripetere come no.

Se l’esistenza del singolo è il regno della possibilità, del divenire, del contingente e quindi della libertà: l’uomo è ciò che sceglie di essere, ed è ciò che diventa.

Possiamo scegliere se rimanere ancorati al passato e ingabbiati negli eventi dolorosi della nostra vita, precludendoci la possibilità di vivere il presente e il futuro con entusiasmo; oppure possiamo scegliere se affrontare il passato in modo costruttivo, perdonando i nostri errori, accettando una volta per tutte ciò che è successo, smettendo di voler cancellare l’incancellabile e di voler cambiare l’incambiabile.

Possiamo scegliere di vivere la vita con tutte le sue infinite possibilità, affrontando di volta in volta il corso degli eventi e non ripiegandoci nella paura di poter soffrire ancora

«Sia il passato come realtà, sia il futuro come potenzialità, guidano il nostro comportamento presente».
Carl Gustav Jung

Essere consapevoli di ciò che abbiamo vissuto e di ciò che vorremmo diventare è fondamentale per dare un senso e una direzione al nostro presente.

Il passato non è un nemico da dover sconfiggere, ma un vecchio amico ferito e umiliato da comprendere. Più lo respingeremo più questo tornerà a tormentarci, se invece lo accetteremo, non gli daremo lo spazio per ripetersi nel futuro, né attraverso di noi né attraverso gli altri.

«Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere».
Winston Churchill 

Elena Casagrande

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