Un occhio triste ed uno felice

Occhi per vedere, occhi per percepire, occhi per controllare.

Questi occhi. Puntano l’uno in una direzione e l’altro nella direzione opposta.

Cosa vedono i miei occhi?

Iniziamo: cosa sto facendo ora? Sono seduta a questo tavolo. Intorno a me la luce del tramonto. Batto le dita, a tempo, sulla tastiera del pc. Sembra una musica, rintocchi di campane sempre uguali eppure le lettere che sto scrivendo e le parole che sto formando sono diverse.
I miei occhi vedono ciò che io sto facendo: i miei movimenti. Gli occhi vedono ciò che gli altri fanno. Cose e persone poste nello spazio. Gli occhi, diceva qualcuno, chiariscono il senso delle cose che sono.

Un albero ha gli occhi?
Perché un albero ha gli occhi?

La natura indefessa, rigogliosamente piena di vita vive.

Cosa vedo io?

Io vedo un albero con gli occhi che piange. L’occhio destro piange. Di fronte a me vedo la montagna bruciare e l’occhio dell’albero piangere.

La natura si esprime. Racconta il dolore che prova a bruciare e la gioia che prova a picco sul mare.

Forse questa è stata l’estate più brutta per la natura, e forse è per questo che vedo un occhio felice ed uno piangere. Forse è per questo che la chioma è fluente comunque, nonostante tutto ed il frutto è una mela a forma di cuore.

I roghi che hanno colpito e purtroppo colpiscono ancora le montagne del Lazio, della Campania e di tutto il sud Italia, sono il simbolo di questa estate rovente. Roghi, roghi ovunque ed opere incessanti di spegnimento. Ecco ciò che vedo: la natura risponde alla tristezza con le mele a forma di cuore, frutto del pezzato dell’uomo che ogni anno si manifesta in una piccola scintilla che incendia tutto, ogni cosa. Ovunque.

E cosa non riesco a vedere?

L’umanità.

***

Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

Anita Santalucia

Me stesso profondo, profondo, profondo

  • Occhi così grandi…
  • Forse, essere fino in fondo se stessi, è una sfida difficile da vincere;
  • Siamo pur sempre noi stessi anche se…
  • Perché siamo due facce della stessa medaglia

disegno-chiave-22-giugno-1Un occhio più grande ed un occhio più piccolo. Vediamo cose più grandi e cose più piccole. In questo senso il coefficiente di grandezza ha il senso dell’importanza. Se a me importa di qualcosa allora vedo quella cosa grande, spesso molto più grande di quanto sia davvero! Eppure se quella cosa non m’importa, la vedo piccola, anche quando dovrei vederla più grande.

Percepiamo alcune cose e ne vediamo delle altre, immaginiamo e poi scordiamo.

Conoscerci fino in fondo è davvero difficile. È per questo che abbiamo bisogno di sforzarci ad essere noi stessi: un esercizio da non trascurare. È un’abitudine.

EPPURE ESSERE NOI STESSI È COSÌ DIFFICILE!

Lasciamo agli altri la parte migliore di noi, quella che vogliamo far vedere. Mostriamo, spesso, ciò che non siamo e siamo, spesso, ciò che non mostriamo. Questo è il rischio che decidiamo di correre quando essere noi stessi è troppo difficile. Ed allora abbiamo unghie sottili e pungenti ma anche mani delicate e fraterne, sguardi impetuosi ma anche dolci carezze.

COSA DECIDIAMO DI ESSERE?

Cosa siamo veramente. Stretti nella morsa dell’apparire. Costretti ad essere altro. Alla fine di questo gioco, siamo noi stessi. Quell’altro da me che non sono io, diventa un me, diverso, ma pur sempre un me. Finiamo, quindi, per identificarci con chi non siamo davvero. Modifichiamo la nostra natura, amplifichiamo i nostri io affinché diventino un altro da me che non sono io…

O FORSE SÌ?

***

Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

Anita Santalucia

 

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Il sole sei tu: riposizionarsi

  • «Non lasciare che i suoi desideri offuschino i tuoi. Lui è un sognatore ma non è il sole. Il sole sei tu». Grey’s Anatomy, stagione 10 episodio 24.
  • «Cade la pioggia e tutto casca e scivolo sull’acqua sporca». Cade la pioggia, Jovanotti e i Negramaro, 2012
  • Cuore: puntato. Colpito. Affondato?

Sei tu il sole.

Sono io il sole.

Ognuno è sole di se stesso e nessuno sarà il sole di un altro.

Essere il proprio sole. Porsi al centro della propria esistenza ed esistere solo in propria funzione senza dimenticare i raggi che sono capaci di diventare cose: una freccia, una farfalla, un ombrello. Oppure una radice. Gli altri hanno desideri, paure, insicurezze, perplessità, auspici e progetti che vorranno condividere al tal punto da mettere se stessi all’inizio.

Sei tu il sole. Sono io il sole. Sii il sole di te stesso. Se ogni cosa è al suo posto e ogni posto è una casa per qualcosa, allora anche il sole ha un posto e quel posto è il centro. Poi ci sono le radici.

COSA SONO LE RADICI?

Sono i raggi che toccano il suolo? Non infiniti ma con uno spazio stabilito e certo. Cosa sono le radici se non luoghi nei quali so-stastare, nei quali saper stare bene e nei quali trovare conforto. In effetti se tu sei il sole allora il sole è metafora della vita che ha un centro stabilito che ha raggi/radici e radici come raggi e poi raggi che non sono radici ma si distendono all’insù. Lì c’è la pioggia. L’acqua l’elemento che da l’opportunità di mettere in campo il pianto di gioia e di dolore, di passione e di difficoltà. Il pianto catartico che purifica nonostante l’ombrello ripari e copra.

POSSIBILE? 

La logica della possibilità. Quella che impone un possibile che accada ed un possibile che non accada. La freccia che colpisce il cuore rosso passione è un possibile che abbia colpito ed un possibile che non abbia colpito. La possibilità è da mettere in campo, sempre tenero ben presente il centro di tutto: il sole.

La cultura pop, la filosofia pop, quella che si esprime anche attraverso serie tv, Grey’s Anatomy, canzoni, Cade la pioggia di Jovanotti e i Negramaro, ispira sempre di più approfondimenti etici di spessore. La cultura si esprime in questo modo, adattandosi ai nuovi mezzi grazie ai quali sia arriva alla massa e la si conquista. È così che il sole fa venire in mente quella frase “il sole sei tu” o quasi. Google suggerisce la frase giusta, l’episodio, la stagione. È la cultura di massa che si esprime e la stessa cultura che l’accoglie.

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Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

Anita Santalucia e Daniela Lambiase

Da dove si inizia

  • C’è sempre un inizio. Ma inizio come? Come incomincio a fare cose?
  • Sì c’è un cuore. Il simbolo dell’amore e l’amore in un simbolo: si può? Perché chiudere?
  • Apertura di strade. Varie. Eventuali. E poi le direzioni. Le linee prendono direzione. In quale direzione sto andando?
  • È tutto sempre molto complicato. Il fiore è un groviglio concentrico di linee. Perchè perdersi? Chi ha detto che bisogna farlo per forza?

Il principio di tutte le cose è nell’acqua. L’acqua che dà vita e cresce inesorabilmente le cose. L’acqua consuma e corrode e poi è inizio. Sì, inizio di tutte le cose.

C’è sempre un inizio da qualche parte. Va visto. Il principio è tutto quello che c’è eppure non si vede perché è troppo facile dire l’inizio è la nascita. Ma quando inizio a fare cose esattamente come le voglio fare? Non è il luogo delle domande. Eppure le risposte non si trovano in luoghi stabiliti.

L’acqua è principio di tutte le cose ma non per tutti. L’aria, gli elementi, i numeri. L’ordine stabilito perché un inizio ci deve pure essere. Essere e stare nell’inizio di qualcosa.

E SE LA VITA FOSSE INIZIO?

Se l’inizio è la vita allora la vita è un continuo insieme di aperture in ogni direzioni, contrarie e limitrofe. Che direzione dare alla propria vita che è principio di tutte le cose.

Credo ci sia una differenza tra direzione e direttiva. La direzione è quella che diamo, alla vita ad esempio: è la parte o il punto verso cui siamo diretti verso cui qualcosa di muove. La direttiva è l’indicazione, la norma su cui basare la decisione. La differenza sta nell’atto di volontà che dare una direzione impone mentre ascoltare o meno una direttiva, no!

Forse è qualcosa che verrà naturale così come disegnare su un foglio le linee che da una linea passano e dall’altra no; forse sarà qualcosa di scontato perché, appunto, naturalmente avverrà e come tutte le cose che si comportano così, naturalmente sarà.

Ma ho la netta sensazione che la vita non sia poi così diversa e che gli inizi abbiano del naturale ma anche le direzioni non scherzano.

NATURALMENTE INIZIA E NATURALMENTE FINISCE?

No. Riappare.

La linea naturalmente nasce e naturalmente si perde e scompare. Così un inizio. Naturalmente inizia e naturalmente scompare per riapparire nelle direzioni che ha deciso di prendere. Poche certezza l’inizio porta dove inizio vuole; è per questo che appare sempre tutto molto complicato. Perché il fiore è un groviglio di cerchi concentrici che si incontrano in armonia e si conoscono perché fanno parte tutti degli stessi inizii ed in esso si perdono per poi ritrovarsi.

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Quello che avete appena letto è un esercizio su base filosofica. Il disegno ha rappresentato lo stimolo mediante cui ho verbalizzato i miei pensieri. Li ho elencati e li ho elaborati in forma scritta. Ho provato a dare forma e dimensione agli spunti che ho tratto dalla visione del disegno. Il risultato vuole essere un tentativo di calare la riflessione filosofica nel quotidiano, affrontando uno o più temi senza dare una giusta direzione perché il pensiero unidirezionale non è il pensiero personale. Scaricate il disegno e provate a fare l’esercizio! I pensieri in movimento sono l’unica cosa che non possiamo trascurare.

La tavola è di Daniela Lambiase, pedagogista ed illustratrice per popfilosofia.it, con cui ho condiviso la costruzione dell’esercizio.

Anita Santalucia e Daniela Lambiase

Call for Artists: realizza la Cover #3 della nostra rivista!

La Chiave di Sophia sta cercando nuovi illustratori, fotografi e artisti per realizzare la COVER #3 del prossimo numero cartaceo della nostra rivista.
Inviaci una tua idea all’indirizzo info@lachiavedisophia.com, potresti essere selezionato come autore della terza copertina della nostra rivista cartacea!

Chi siamo

La Chiave di Sophia è un progetto nato dall’esigenza di ridar luce alla Filosofia, materia molto spesso considerata astratta e poco pratica. Oggi La Chiave di Sophia è una rivista di Filosofia pratica registrata al Tribunale di Treviso. Una delle sfide che si propone è di tenere insieme la diversità, segno dell’autentica ricchezza del pensiero. Molteplici profili e discipline coinvolte nell’obiettivo di mostrare quanto sia permeabile lo spazio tra la filosofia e la quotidianità. È una rivista on-line ma anche cartacea (#1 clicca qui) oltre a porsi come organizzatore di eventi culturali.

Chi stiamo cercando

Cerchiamo artisti, illustratori, designer, fotografi che abbiano voglia di mettersi in gioco, illustrando la copertina del terzo numero della nostra rivista cartacea, dedicata al tema dell’viaggio: cosa potranno dire le discipline filosofiche, di pensiero autonomo, riguardo a questo tema?

Come partecipare

Invia la tua candidatura e la tua proposta di cover all’indirizzo email info@lachiavedisophia.com, corredata da una descrizione che possa restituire – seppur in poche parole – l’idea che sta dietro all’illustrazione; ed un breve profilo biografico.

L’artista selezionato sarà retribuito per il lavoro svolto.

Bando 2 – 2017

Il progetto grafico dovrà interpretare il seguente tema:
Oltre i confini del viaggio.
La complessità del mondo attuale ci spinge a indagare forme e significati del viaggiare: dal comune movimento alla ricerca di sé e l’incontro con l’Altro.

Per il tema completo e per leggere l’abstract clicca qui

Formato e layout
Il formato della cover dovrà essere di 20×27 e dovrà contenere lo spazio per alcuni degli elementi fissi: il marchio testata, numero, mese, anno, codici ISSN e codice e barre, titolo e sottotitolo e eventuali articoli in evidenza. A eccezione del marchio posto in alto, la disposizione degli altri elementi è a scelta dell’artista. Qualunque tecnica è ammessa purchè il lavoro poi venga consegnato in formato digitale (TIFF) con una risoluzione minima di 300dpi.

Scadenze
9.04.2017 – Invio della candidatura e consegna delle proposte grafiche
12.04.2017 – Comunicazione progetto selezionato
21.04.2017 – Consegna delle grafiche definitive

BANDO PROROGATO FINO AL 21 APRILE 2017

Comunicazione progetto selezionato 24.04.17

Per maggiori informazioni contattare l’indirizzo info@lachiavedisophia.com

Bando scaricabile: qui

Tatuaggi e bisogno di unicità

<p>Legendary Bowery tattooist Charlie Wagner tattooing an unknown woman. Don and Newly Preziosi<br />
Collection.</p>
<p>Bodies of Subversion was the first history of women's tattoo art when it was released in 1997, providing a fascinating excursion to a subculture that dates back to the nineteenth-century and including many never-before-seen photos of tattooed women from the last century. Newly revised and expanded, it remains the only book to chronicle the history of both tattooed women and women tattooists. As the primary reference source on the subject, it contains information from the original edition, including documentation of:</p>
<p>•Nineteenth-century sideshow attractions who created fantastic abduction tales in which they claimed to have been forcibly tattooed.<br />
•Victorian society women who wore tattoos as custom couture, including Winston Churchill's mother, who wore a serpent on her wrist.<br />
•Maud Wagner, the first known woman tattooist, who in 1904 traded a date with her tattooist husband-to-be for an apprenticeship.<br />
•The parallel rise of tattooing and cosmetic surgery during the 80s when women tattooists became soul doctors to a nation afflicted with body anxieties.<br />
•Breast cancer survivors of the 90s who tattoo their mastectomy scars as an alternative to reconstructive surgery or prosthetics.</p>
<p>Must link to: http://www.powerhousebooks.com</p>

Di tatuaggi, soprattutto in estate, se ne vedono a palate. Maori, disegni astratti, iniziali, frasi, veri capolavori dalle piccole definizioni, ce n’è per tutti i gusti. Avendone io stessa, mi capita spesso e volentieri di provare una sensazione alquanto fastidiosa quando scopro lo sguardo di uno sconosciuto mentre cerca probabilmente di indovinarne i significati. Per non parlare di quanti, con i quali non hai nemmeno un po’ di confidenza, il significato te lo chiedono prontamente con nonchalance. Per quanto mi riguarda, i tatuaggi li ho fatti per me e sebbene in certi periodi dell’anno diventino afferrabili dallo sguardo di chiunque, vorrei che restassero tali. Se me ne capita uno sott’occhio dunque, di solito lo guardo velocemente, e il più delle volte lo apprezzo tra me e me cercando di non farmi notare dal proprietario per non dover rischiare di apparire indiscreta.

Qualche giorno fa, però, il tatuaggio di una ragazza seduta in treno di fronte a me, mi ha dato da pensare: era una parola in greco, bibliophile, ben tatuata sul suo avambraccio. Bibliofilo, amante dei libri. Quella ragazza prova probabilmente un interesse così forte verso libri, lettura e scrittura, da arrivare a scrivere questo suo interesse, con inchiostro indelebile, sulla propria pelle. Quella ragazza ha voluto scritto su di sé non un disegno che le piace, ma una sua passione. Ha saputo andare oltre il piacere visivo ed estetico, ha voluto scrivere su di sé una parola che la descrive. Ha reso il suo corpo un veicolo per comunicare un messaggio.

Certo, ciò può avvenire ogni giorno in maniera del tutto naturale, in base a come ci pettiniamo, a come ci trucchiamo, a come ci vestiamo. Spesso questi elementi manifestano i nostri pensieri o i nostri stati d’animo, la nostra idea di noi stessi. Il tatuaggio dunque non fa altro che accentuare questa nostra naturale e legittima volontà. Come se vestiti, trucco e parrucco, ad oggi, non bastassero più. Vogliamo esporci agli altri e farci conoscere. E il tatuaggio è diventato un mezzo per rispondere a questa nostra esigenza senza farci fare troppa fatica. Il tatuaggio permette di attirare l’attenzione e la curiosità. Il tatuaggio ci descrive; in maniera più o meno diretta parla di noi; spiattella davanti agli occhi degli altri ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere, o addirittura ciò che vorremmo essere. Il tatuaggio risponde al nostro bisogno di unicità. Perché quello di sentirci unici non è soltanto un desiderio, ma è un vero e proprio bisogno. Non ci basta sentirci unici, ma vogliamo anche essere riconosciuti come tali. Non ci basta sentirci unici per i nostri cari, ma vogliamo essere unici agli occhi di tutti.

Rispondendo al nostro bisogno di unicità, il tatuaggio riesce a rimediare ad una problematica ed esso intrinseca: se riesce a parlare direttamente del suo portatore, infatti, il tatuaggio si mantiene segno distintivo senza rischiare di essere marchio di conformismo. Il che vuol dire: unici e non omologati! Cosa c’è di meglio?

In conclusione sarebbe da chiedersi non le motivazioni alla base del nostro bisogno di unicità; questo è pienamente legittimo, e a dirla tutta ci consente di relazionarci in maniera positiva con la vita e le varie difficoltà che questa si porta appresso. Per provocazione, sarebbe invece da chiedersi: perché ci affanniamo tanto alla ricerca di espedienti vari per manifestare quell’unicità della quale siamo già portatori?

«L’uomo è a se stesso il più prodigioso oggetto della natura; perché non può comprendere che cosa sia il corpo, e ancor meno che cosa sia lo spirito, e meno di qualunque altra cosa come un corpo può essere unito con uno spirito.»
Blaise Pascal, Pensieri

Federica Bonisiol

[Immagine tratta da Google Immagini]

Luca Cambiaso: un anticipatore del Cubismo nel Cinquecento

Credo che chiunque abbia una discreta conoscenza della storia dell’arte, alla lettura del titolo di questo articolo provi inizialmente la vaga impressione di essere vittima di una bufala, o quanto meno di una lettura critica volta ad esagerare alcuni aspetti artistici di un pittore antico volendoli forzatamente ricondurre ad altri appartenenti alla contemporaneità. Come è possibile che nel lontano Cinquecento, secolo del Rinascimento e della figuratività classica, un artista potesse avventurarsi a soluzioni così anticipatorie di forme artistiche fiorite nel XX secolo?

Luca Cambiaso - La chiave di Sophia

Eppure, il disegno raffigurato nell’immagine che vedete qui sopra ed in copertina è opera di un pittore genovese vissuto in pieno Cinquecento, Luca Cambiaso (1527-1585), nome non molto noto al di fuori della cerchia di studiosi e appassionati d’arte, ma importantissimo nella cultura figurativa del capoluogo ligure in età manierista. Autore caratterizzato da una ben consolidata formazione classica, i suoi grandi affreschi che decorano interni di chiese e palazzi genovesi non suggeriscono nemmeno lontanamente uno stile così essenziale e razionale nella pratica del disegno. D’altronde c’è da premettere che la storia del disegno percorre una strada che risulta in parte indipendente da quella della pittura, con la conseguenza che un suo studio approfondito può mettere in evidenza peculiarità stilistiche che rimangono ovviamente nascoste nelle grandi opere ad affresco o su tela. Infatti i disegni venivano usati, nella maggior parte dei casi, come studi di composizione, in cui l’artista sperimentava soluzioni che si adattassero a essere poi riportate, con dimensioni ampiamente maggiori, in una o più opere pittoriche finite.

Alla luce di ciò, è chiaro che ciascun autore disegnava seguendo le proprie esigenze, senza sentirsi vincolato al volere di altri e scegliendo tecniche e stile il più possibile adatti ai propri obiettivi e alle proprie abilità. Il caso di Cambiaso è senza dubbio uno dei più singolari e affascinanti: in moltissimi dei suoi disegni preparatori sceglie di rappresentare le figure mediante un susseguirsi di linee spezzate che ne definiscono in modo essenziale i volumi, evitando l’inserimento di dettagli fisici e mantenendosi su un livello raffigurativo atto solamente a costruire la futura composizione e a metterne in luce le volumetrie. Ma se, da un lato, tutta la produzione grafica di Luca Cambiaso risulta caratterizzata da una resa tendenzialmente geometrica delle figure, il disegno della foto (conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi) supera qualsiasi confronto e si impone come un unicum nella storia dell’arte, rendendo evidentissima un’anticipazione della corrente novecentesca del Cubismo.

Qualcuno potrebbe obiettare che tale anticipazione, oltre a essere un caso palesemente isolato, sia soltanto una mera questione stilistica basata su una vaga somiglianza tra il disegno stesso e i risultati pittorici di artisti quali Cézanne, Picasso e Braque. In realtà anche i presupposti teorici combaciano: non c’è dubbio che l’intento di Cézanne, nei suoi esperimenti che avrebbero influenzato la nascita del Cubismo, fosse quello di scomporre l’oggetto rappresentato presentandone l’essenza, e ciò mediante la sua riduzione a un insieme di masse volumetriche di forma geometrica. Ciò ovviamente rappresenta la base concettuale su cui si fonda anche l’opera di Picasso e degli altri pittori cubisti, ma pure il punto di partenza per l’arte grafica di Cambiaso: cos’è questa se non scomposizione della figura per ottenerne la forma pura, per studiarne le proporzioni e per ricavarne i volumi al fine di sottolinearne la massa e il suo imporsi nello spazio della composizione?

Come conseguenza di queste considerazioni, si può pertanto giungere ad affermare che il Cubismo ha avuto un precedente storico e che Cézanne e Picasso, di fatto, non hanno inventato nulla, in quanto il primo artista a utilizzare questa forma artistica fu il genovese Luca Cambiaso. Con questo, tuttavia, non si devono perdere di vista la portata dell’avanguardia di inizio Novecento, da una parte, e i limiti dell’esperimento dell’artista ligure dall’altra: i pittori cubisti hanno fatto della scomposizione geometrica dell’oggetto il manifesto della loro arte, con la quale rispondere coerentemente al bisogno di rinnovamento da parte del mondo artistico a loro contemporaneo, mentre Cambiaso ne fece uno strumento utile ai propri studi, limitato nell’uso alla pratica del disegno e perciò non destinato a essere visto dagli occhi del pubblico, che certo non avrebbe mai potuto concepire un disegno come questo come opera fine a se stessa. Ed è qui che emerge la distanza incolmabile tra le due simili esperienze artistiche: da una parte la consapevolezza e il supporto filosofico-culturale, dall’altra un atto geniale non destinato ad avere un seguito immediato, parentesi visionaria che, pur inconsapevolmente, supera la fantasia dell’arte contemporanea e ne anticipa largamente i risultati, sottraendole il primato sull’originalità e togliendole la convinzione di aver esplorato un territorio ancora vergine.

Luca Sperandio

[Immagini tratte da Google Immagini]