L’imprescindibilità dell’essere donne

Nel momento in cui penso a me stessa, cercando di definirmi, sento di dover anzitutto registrare che sono una donna. Probabilmente un uomo, quando riflette su se stesso, non comincia classificandosi come un individuo di un certo sesso: lui è un essere umano. Nel suo rapportarsi al mondo, può dimenticare la propria particolare anatomia. La donna, invece, sente incessantemente il peso del proprio corpo sessuato, che risulta costantemente implicato in ogni sua relazione con il mondo.

Aristotele diceva: «La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità. Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole»1; San Tommaso, riprendendo Aristotele, considerava la donna «un uomo mancato, un essere occasionale»2. Sembrerebbe che il corpo dell’uomo abbia un senso autonomo, indipendente, mentre quello femminile non avrebbe alcun senso se non rapportato a quello del maschio. In quest’ottica, è l’uomo a decidere ciò che la donna dev’essere. Appare al maschio immediatamente come un individuo sessuato, per lui ella rappresenta l’Altro.

Nelle società primitive si trova sempre una dualità: quella dell’Uno e dell’Altro (Zeus-Urano, Sole-Luna, Bene-Male, Dio-Lucifero). L’alterità si manifesta come una categoria costitutiva del pensiero umano. Hegel comprende la violenta importanza di tale categoria: il soggetto è capace di scoprirsi solo opponendosi a ogni altra coscienza, esso vuole affermarsi come essenziale e rendere l’Altro un inessenziale. La coscienza dell’altro, tuttavia, gli oppone a sua volta la stessa pretesa, rendendo obbligatorio il riconoscimento della reciprocità del loro rapporto. Nello scontro tra i sessi, invece, solo uno dei due termini si è affermato: l’uomo. Quest’ultimo, abolendo ogni relatività, ha definito la donna come pura alterità. Sorge spontaneo chiedersi perché la donna si dimostra così passiva, così incline a piegarsi, perché si fa porre come l’Altro, senza rinfacciarsi a sua volta come Uno?

I due sessi non si sono mai divisi il mondo in parti uguali; ancora oggi, nonostante la situazione sia nettamente migliorata, la donna versa in una condizione di inferiorità: anche se le sono stati riconosciuti dei diritti, una lunga abitudine sembra ancora impedire che trovino nel costume la loro espressione concreta. Economicamente uomini e donne costituiscono due caste distinte: i primi solitamente godono di condizioni più favorevoli; inoltre, sono ancora loro a detenere la maggioranza delle cariche socialmente più importanti. Ormai è più che risaputo: la storia è stata fatta dai maschi, per questo le donne faticano ancora a partecipare alla costruzione dei fatti umani nel mondo.

Fin dall’antichità, legislatori, preti, letterati e filosofi si sono dilettati a descrivere la debolezza della donna e a dimostrare che la sua condizione subordinata è un dato naturale, voluta da Dio e utile per la terra. Tuttavia, alcuni punti di rottura si registrano con Montaigne, che sembra intuire l’ingiustizia del destino femminile, ma afferma contraddittoriamente che «è contro ragione e contro natura che le donne siano padrone in casa propria. Non lo è che governino un impero»3.  Solo durante l’Illuminismo si comincia a considerare lucidamente la questione. Diderot riconosce che le donne in ogni società «sono state trattate come esseri inferiori»4, perciò si adopera a mostrare che sono esseri umani come l’uomo. Poco dopo è la volta di Stuart Mill, che le difende con estremo ardore fino a sostenere «che la carriera delle donne debba rendere giustizia alle loro facoltà»5.
Ciononostante, il mito dell’Altro era ed è ancora caro a tanti, del resto come biasimarli se non lo sacrificano volentieri! Occorre, infatti, molta abnegazione per cessare di considerarsi il Soggetto assoluto e unico.

La maggioranza degli uomini oggi non afferma apertamente questa presunzione, non afferma l’inferiorità della donna. Probabilmente sono troppo «democratici» per non riconoscere astrattamente in tutti gli esseri umani degli uguali. Tuttavia, si sente spesso pronunciare che le donne sono in condizione di uguaglianza di fronte agli uomini e che non hanno quindi più niente da rivendicare, e contemporaneamente si sente dire che le donne non saranno mai in condizione di uguaglianza, per cui le loro rivendicazioni sono vane. Ciò perché l’uomo oscilla passando facilmente dalla semplice constatazione dell’inuguaglianza concreta e la tematizzazione dell’uguaglianza astratta, alla tematizzazione dell’ineguaglianza concreta e la tentazione di abolire l’uguaglianza astratta. Risulta ancora difficile misurare l’estrema importanza di certe discriminazioni sociali, che sono presentate come insignificanti, ma le cui ripercussioni sono così tanto profonde nella donna da farle credere che siano determinate dalla natura.

Dunque, cosa vuol dire percepire di essere donne? Molto si è detto e scritto e molto io stessa ho appreso vivendo, eppure la questione non è affatto giunta al capolinea, e probabilmente il suo scopo ultimo è non raggiungerlo mai. Non dobbiamo ignorare il fatto che sentiamo di non poter prescindere dal nostro corpo femminile per valutare la nostra esistenza; questo fatto così immediato può sembrarci ovvio e quindi aggirabile. Tuttavia, bisogna problematizzarlo costantemente, perché condiziona il nostro modo di vivere il mondo.

 

Giulia Castagliuolo

 

NOTE
1. Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol. V.
2. T. d’Aquino, Summa Theologica, parte I questioni 92 e 99.
3. M. de Montaigne, Saggi, libro III, Milano, Bompiani, 2012.
4. D. Diderot, Sur les femmes, Paris, Gallimard, 2013.
5. S. Mill, la servitù delle donne, Roma, Savelli, 1977.

 

Giulia Castagliuolo, studentessa al terzo anno di filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Abbraccia l’idea di una filosofia come creazione che spinge a credere nella vita e ad agire nel mondo.

Tra ragione e passione. Storia culturale della differenza di genere (parte I)

Tra ragione e passione è il titolo di una conferenza organizzata dalla Chiave di Sophia lo scorso gennaio al museo di Asolo, in provincia di Treviso. Per chi non ha potuto esserci ma avrebbe voluto, abbiamo pensato di riportarvi gli interventi della conferenza dedicata ad alcune questioni legate alla differenza di genere in modo da trasformarli in articoli da leggere online.
Quella che vi proponiamo oggi è la prima parte: verrà introdotto un excursus storico della nascita delle prime forme di discriminazione di genere dal Paleolitico fino alla Mesopotamia.

La differenza di genere è quella differenza che più di tutte si radica come originaria, infatti, tra gli esseri umani è quella più trasversale, dicotomica e irrimediabile dal punto di vista biologico. L’umanità così, si spacca esattamente in due e non può essere diversamente, né nel tempo, né nello spazio. Questa spaccatura nasce nella notte dei tempi e da lì, seppur intralciati dalle tenebre più cupe, dobbiamo partire per osservare come la dicotomia da biologica si fa culturale.
Le origini
Gli esseri umani appartengono ai mammiferi, la cui caratteristica biologica cruciale è il fatto che le mamme partoriscono i neonati e li allattano. Nel caso degli umani, oltre al tempo di allattamento c’è ancora un lungo tempo di cure di cui il bambino necessita prima di diventare autonomo, ed è il più lungo in assoluto in natura. Questo lungo tempo aumenta la vulnerabilità della piccola creatura, che sopravvive meglio se sia la mamma che il papà si occupano di lui/lei. Vista la complessità della sopravvivenza, la strategia del gruppo deve essersi rivelata vincente, dato che le società umane sono andate crescendo. Le madri fin da giovani sono sempre state impegnate a partorire e crescere figli e, pur provvedendo loro stesse alla raccolta della maggior parte del cibo (nelle società di raccoglitori-cacciatori rimaste ancora oggi è così), avevano certamente bisogno di lasciare ai maschi altri ruoli. Per
gran parte del Paleolitico e oltre, fintanto che lo stile di vita era nomade, non esisteva la proprietà e il cibo si cercava in giro, le società umane si sono basate sulla cooperazione. Questo elemento fa credere a molti studiosi che tali società siano anche state piuttosto egalitarie. Con l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento si è abbandonato il nomadismo ed è iniziato quel lunghissimo processo che ha dato vita alle città prima e agli imperi poi. È in questa fase che si sono inseriti concetti come proprietà privata, surplus di produzione, ricchezza, dominio e subordinazione. Nel corso di questa lunga fase le donne si sono ritrovate, quasi ovunque, nella condizione di forte subordinazione al potere maschile. Non sapremo mai come è andata esattamente, possiamo ipotizzare che il fatto che le donne erano (e sono) risorse così fondamentali per la sopravvivenza della comunità, ad un certo punto e in concomitanza ai mutamenti sopraccitati, ciò le abbia fatte diventare oggetto di “attenzioni subordinanti”. Più donne voleva dire più bambini (non vale lo stesso con gli uomini) e dato che la mortalità per parto era alta, la numerosità delle donne era cruciale. È ritenuto ormai verosimile che la schiavitù sia iniziata con le donne, perché i prigionieri maschi più facilmente venivano uccisi, in quanto pericolosi, ma le donne e i bambini potevano arricchire i vincitori perché erano manodopera e/o futura prole. Uno dei metodi per assoggettare le donne era lo stupro e la minaccia alla vita dei figli, questi due elementi le rendevano vulnerabili e ricattabili. Solo in seguito la schiavitù divenne anche maschile. Parallelamente, sappiamo che nel Paleolitico e nel Neolitico erano diffusissime sculture,
dipinti e rappresentazioni varie di figure femminili (come quelle qui sotto) dai fianchi e seni molto accentuati: l’ampia diffusione e quantità di tali manufatti ci fa propendere per un’ampia diffusione del culto della fertilità e del riconoscimento di un sacro potere generativo femminile. Dopodiché, le cose sono andate lentamente cambiando.

La donna in Mesopotamia nell’antico regno ebraico
Dall’età del Bronzo in poi abbiamo vario materiale che ci narra di una dea madre o grande dea, a capo di svariate altre divinità e con nomi variabili da un popolo all’altro. Abbiamo documentazione della sua presenza innanzitutto in Mesopotamia, ma proprio qui, man mano che si sviluppano le città-stato e il potere si consolida nelle mani dei re, si deteriora la condizione della donna, che diventa sempre più subordinata al padre e al marito. Il Codice di Hammurabi (1750 a.C.) ben testimonia la condizione delle donne dell’epoca: i loro ruoli sociali erano limitati e le punizioni più severe che nei maschi. Moglie e figli potevano essere venduti o ceduti in pegno per debiti, le figlie date in spose ancora bambine. La prostituzione era regolamentata ed era la minaccia in cui ricadeva una donna che non aveva un marito.
Sul fronte religioso, la dea principale dei Sumeri era Inanna, che assieme al suo consorte governava il mondo e dava a costui la possibilità di comandare. L’influenza della dea fertile, potente e generativa è ancora alta all’inizio della storia mesopotamica, nei suoi templi sono presenti molte sacerdotesse; ne conosciamo una famosa, poetessa, figlia del re Sargon, che dedicò a Inanna un magnifico inno, del 2300 a.C., in lingua sumera. Il grande potere delle dee madri si andò deteriorando più lentamente della condizione della donna mesopotamica, ma le sacerdotesse divennero sempre meno e un codice successivo a quello di Hammurabi, del regno medio Assiro, enuncia leggi ancora più restrittive e violente per le donne; ad esempio, la punizione per l’adulterio femminile diventa la mutilazione della donna eseguita in pubblico. Gradualmente il controllo della donna passa dal capofamiglia fino a includere lo stato. La donna è proprietà di un uomo, la sua condizione sociale è dipendente dalla classe sociale dell’uomo con cui ha la relazione sessuale e questo legame deve essere riconoscibile, infatti
viene reso obbligatorio il velo per le donne coniugate, proprio per distinguerle dalle schiave e dalle prostitute. Tutta la società doveva sapere quali erano le donne per bene e quali no. Una donna legata a un uomo di alto rango poteva avere proprietà e schiavi, nonché potere decisionale, ma fintanto che il marito le accordava tali possibilità. Man mano che muta la condizione sociale femminile, muta, seppur più lentamente, il mondo religioso e simbolico a cui gli umani fanno riferimento.
In Mesopotamia le dee scendono dal pantheon delle divinità ma non scompaiono, come testimonia la dea Ishtar, ancora così importante per i Babilonesi che le dedicarono il nome di una delle porte di Babilonia (foto qui accanto della porta di Ishtar, museo di Pergamo, Berlino). Se le dee perdono potere, anche le sacerdotesse hanno vita più difficile, ma ancora resistono. Accanto alla Mesopotamia c’era un altro regno, il quale trasse ispirazione dai miti mesopotamici per elaborare un’innovativa religione e dei testi scritti che diedero vita all’antico testamento. La stesura del libro della Genesi, scritto a più mani, potrebbe aver avuto luogo dal X al V sec. a.C., rifacendosi ad avvenimenti che potevano risalire fino al XV sec. a.C. L’innovazione dell’Ebraismo è l’assoluto monoteismo, Jaweh è il solo dio, non ha un tempio ma i suoi fedeli si riuniscono in sinagoghe discutendo senza la necessità di un sacerdote. Questa flessibilità sarà decisiva nella sopravvivenza dell’Ebraismo, nonostante la sua storia di conflitti e sconfitte. Lo statuto patriarcale è assimilabile a quello mesopotamico, ma dal periodo monarchico in poi le donne ebree non possono essere ridotte in schiavitù, soltanto quelle straniere (che devono essere liberate al settimo anno, come gli schiavi maschi). La legge ebraica prevedeva che l’adulterio tra coniugi fosse punito con la morte, ma le donne avevano meno possibilità di difendersi dalle false accuse, inoltre, lo stupratore doveva sposare la sua vittima. Se la donna era sterile, una schiava la rimpiazzava nella questione riproduttiva col marito. Le donne non possedevano né gestivano beni su concessione del marito, ma vi era una forte enfasi al ruolo dei genitori: i figli dovevano onorare padre e madre. Il libro della Genesi elabora i simboli delle culture precedenti e adiacenti verso un totale predomini del dio come padre e scompare la figura femminile come simbolo creativo, semmai la sessualità femminile viene sancita come origine del male (tranne quella esclusivamente dedita alla procreazione). Il patto avviene tra Dio e Abramo, nessuna donna è inclusa. Il Dio Padre, creatore unico, si è definitivamente appropriato della potenza generatrice del femminile eliminando per sempre il millenario ruolo della Dea Madre e autorizzando l’uomo a dominare su tutto.
La storia prosegue, nel prossimo articolo, focalizzandosi su quella cultura storica che più di tutte ha plasmato la società occidentale: quella greca.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE
G. Lerner, The Creation of Patriarchy, Oxford University Press, 1986.

 

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Compatibilità tra diritti umani e Islam. Possibile?

I diritti sono affermazioni vincolate entro un quadro (pre)costituito. Nel panorama attuale, l’Islam rappresenta un ricco dipinto nelle cui diverse sezioni si registrano posizioni tra loro piuttosto diverse. Un colpo di sonda su di loro ci può spingere a riflettervi in rapporto a ciò che viene visto come “l’altro”: un “diverso” con cui condividiamo spazio e tempo, cioè quegli elementi che ci permettono di situarci nel mondo.

«In un tempo come l’attuale, caratterizzato dalla lotta internazionale contro il terrorismo, è tornato alla ribalta il problema dell’Islam, soprattutto per quanto riguarda la scarsa conoscenza reciproca: sia dell’Islam da parte degli occidentali, sia del cristianesimo da parte degli islamici1».

Sono almeno tre le tendenze di fondo, le “correnti” che sembrano scorrere, solcandolo, questo universo: l’ultima, la più recente, sarà quella su cui spenderò più parole, anche per le sue implicazioni nel contesto contemporaneo.

Un primo approccio, più ‘conservatore’, ripropone una visione tradizionale dell’islam per cui la Shari’a si erge a torre d’avorio ove il buon musulmano deve avere dimora. Si tratta di una posizione fatta propria da alcuni stati i quali, in antagonismo rispetto ai diritti dell’uomo universalmente condivisi, insistono sulla dipendenza assoluta della dimensione statale alla sfera religiosa.

Una tendenza più ‘pragmatica’ è invece adottata da quegli stati in cui, soprattutto in seguito al conseguimento dell’indipendenza, sono stati elaborati nuovi codici di diritto, per le varie sfere della vita quotidiana, spesso di matrice europea. Qui, l’ambito che più rimane soggetto alla Shari’a è quello del diritto familiare. In questa seconda prospettiva, gli adattamenti pragmatici più forti hanno riguardato le esigenze dei diritti dell’uomo e della vita moderna.

Infine, la terza corrente è quella “dei riformisti contemporanei” − l’Islam dei lumi −, cui aderiscono coloro i quali cercano di applicare nuovi criteri interpretativi a una lettura più generale, “finalista” del Corano, quindi non strettamente letterale. Questo è l’approccio cui anche i non-musulmani possono rapportarsi e confrontarsi in virtù di una possibilità di comunicazione fertile per tutte le parti coinvolte.

Nell’Islam a partire dall’anno mille si è sviluppato solo un approccio letterale delle fonti, e questo in quanto la libera interpretazione dei testi tramite l’applicazione del ragionamento razionale era inconcepibile. Per i riformisti, al contrario, è necessario promuovere una rilettura attualizzata e attualizzante del Corano rispetto alle esigenze di oggi, anche in forza del progresso culturale, morale generale sviluppato e raggiunto fino ai giorni nostri.

Questo può portare anche ad una “diversa” rilettura del Mondo, della sua perenne metamorfosi la quale richiede, come sua naturale conseguenza, un adattamento alle modifiche ed evoluzioni del sistema socio-politico e economico-culturale globale. Si tratta infatti di una Terra in cui ciascuno di noi, pur nella sua individualità, è incessantemente interconnesso all’Altro, poco importa se si tratta del vicino di casa o di un abitante di un continente distante migliaia di chilometri.

La lettura finalista mira a comprendere, nella situazione descritta dal Corano, quale era, appunto, la finalità della prescrizione o dell’atto di Maometto, cioè estrapolare l’intenzione dal dato storico letterale. Quest’ultimo esige oggi di essere applicato cercando di evadere da quel concetto per cui l’Islam si identifica con la religione naturale: è necessario scegliere di essere musulmani, cioè “sentirsi” tali. Questa libertà primigenia viene così posta sempre come base dell’umanità nella sua eterna complessità, con cui anche l’Islam deve rapportarsi.

Una rivalutazione della dimensione della libertà originaria dell’uomo può, così, costituire una base solida per sviluppare l’accettazione dei diritti dell’uomo, a tutto tondo. In virtù di una lettura finalista del Corano, sarebbe così possibile accettare, in maniera costruttiva e creativa, i diritti fondamentali dell’uomo enunciati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

L’Islam è così in grado di percorrere questo sentiero di condivisione di un nucleo di valori fondamentali i quali possono fornire un nucleo di valori condivisi nelle società contemporanee. Questa terza tendenza moderna è attestata in innovazioni legislative e istituzionali introdotte in alcuni Stati che, tuttavia, si muovono sempre in un quadro non pluralista, ma tutt’oggi ancorato alla tradizione.

La sua importanza è comunque indiscussa in quanto apre prospettive innovative di carattere dottrinale, in grado di riverberarsi sui rapporti internazionali, e in grado offrire alle altre correnti più tradizionaliste la possibilità di aprirsi, dialogando, alla contemporaneità internazionale.

Seguendo questa terza corrente è possibile affrontare e scogliere nodi, tanto problematici quanto basilari, che avviluppano i diritti umani, con notevole apertura alla luce di una riflessione critica dei fondamenti della religione. È appunto definita Islam dei lumi per il rilievo riconosciuto alla ragione, in particolare nell’interpretazione del Corano. Questa opzione metodologica consente una revisione della Legge Santa ricettiva dei diritti dell’uomo così come formulati nei documenti internazionali.
In questa prospettiva si garantisce, per iniziare, la libertà religiosa e un’equa distribuzione di responsabilità e doveri, cui, di riflesso, fa capo un riconoscimento di pari diritti.

In ambito islamico, poi, molte donne e minoranze religiose nutrono quella fiamma di innovazione, promotori interni a livello intellettuale e sociale di una lotta politica e sociale affinché i loro diritti siano garantiti. In questo modo, la loro azione funziona anche da spinta evolutiva interna dell’Islam.

Le minoranze religiose, i cui membri sono tradizionalmente ridotti a cittadini di seconda classe, e a cui generalmente è stata riconosciuta dagli stati moderni una parità di cittadinanza formale, continuano tuttavia a subire molte discriminazioni sul piano delle normative concrete. La lotta che anche loro conducono, apertamente, per una parità di cittadinanza reale in nome dei diritti dell’uomo è comunque un importante propulsore di meccanismi di cambiamento all’interno delle società musulmane.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE
1. M. Simone, L’islam e i diritti umani, in “La Civiltà cattolica”, Quaderno 3634, Volume IV, 2001, p. 396

[Photo credits: Junhan Foong on Unsplash]

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Unconscious bias, ovvero quando la discriminazione è inconscia

Il 2 gennaio 2018 in Islanda è entrata in vigore la legge sulla parità di salario tra uomini e donne. La legge, che era stata approvata nel 2017, impone ai datori di lavoro di assicurare condizioni eque, incluse quelle retributive, a parità di incarichi e qualifiche1. Al di là dell’ovvia importanza della legge, decisamente all’avanguardia rispetto al resto del mondo, vale la pena di sottolineare un altro elemento interessante su cui la legge fa luce. Obbligando i datori di lavoro a fare particolare attenzione ad una parità a trecentosessanta gradi, si porta in primo piano quella che potremmo definire “discriminazione di genere involontaria”, ovvero inconscia. Sotto la categoria di discriminazione inconscia si possono raggruppare tutti quegli atteggiamenti che, essendo profondamente radicati nelle nostre abitudini, riteniamo normali ma che in realtà hanno un’origine discriminatoria. Su queste attitudini mentali, che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni, spesso basiamo i nostri comportamenti e formiamo le nostre percezioni, soprattutto senza rendercene conto.

Per discutere della discriminazione di genere involontaria, dobbiamo prima di tutto escludere la discriminazione volontaria. Immaginiamo un gruppo di riferimento costituito da uomini e donne convinti della necessità di avere eguaglianza di genere non solo a parole, ma anche nei fatti. In sostanza, immaginiamo che la discriminazione volontaria, ovvero quella frutto di una decisione attiva di discriminare un genere, non esista.

Il luogo più banale da cui partire per un esempio di discriminazione inconscia è la casa. All’interno del gruppo di riferimento, siamo sicuramente tutti d’accordo che il mantenimento della casa è responsabilità di ciascuno dei componenti del nucleo familiare – così è stabilito anche dalla legge2. Si potrebbe dunque pensare che la questione si risolva facilmente accordando una divisione equa dei compiti domestici. Ma è realmente così che si raggiunge una vera parità? La risposta ce la fornisce il concetto di carico mentale, elaborato in fumetto dalla blogger francese Emma3. Con i suoi disegni, Emma spiega perché condividere le faccende domestiche non è sufficiente. Alla divisione dei compiti domestici si arriva grazie ad un lavoro mentale e organizzativo pregresso: facendo il punto della situazione su cosa c’è da fare, la donna si prende carico più o meno inconsciamente della responsabilità dell’organizzazione del lavoro attorno nucleo familiare. Al contrario, è proprio il senso di responsabilità, in primis, che va diviso equamente. Ne segue che l’idea stessa che un compagno/marito “aiuti” in casa è discriminatoria, perché implica una mancanza di responsabilità da parte dell’uomo nei confronti del lavoro domestico, a cui contribuisce, invece, aiutando il responsabile di quel lavoro (la donna).

Non c’è da meravigliarsi se una tale struttura mentale venga involontariamente trasferita anche in altri campi, come quello lavorativo. Per facilitare la comprensione, ricorriamo alle statistiche, che ci dicono che nonostante le ragazze tendano ad essere più brave nello studio, i vertici delle società rimangono per la maggioranza ricoperti da uomini. Un tale controsenso indica che c’è qualcosa che storpia il processo di crescita professionale e che non viene raccolto come dato obiettivo dalle statistiche. Il carico mentale domestico può avere un certo peso nel limitare lo sviluppo della carriera, per il semplice motivo che il tempo dedicato, per esempio, alla casa, è tempo che non può essere occupato per qualsiasi tipo di arricchimento personale. Più subdolo della disparità salariale e di una mancata promozione, c’è l’atteggiamento di chi (uomo o donna) più o meno inconsciamente respinge opinioni e idee di colleghe senza una ragione obiettiva: un concetto ha una forza comunicativa maggiore quando presentato da un uomo rispetto ad una donna. Secondo Robin Lakoff (1973)4 è una complessa questione di sintassi, registro e vocabolario. Di conseguenza, se un lavoratore uomo può facilmente trasmettere le sue idee, una lavoratrice dovrà, per esempio, ripetere lo stesso concetto due, tre, quattro volte, essere sicura di essere stata ascoltata, e non solo sentita, fare attenzione che non venga snobbata senza giustificazioni plausibili e accertarsi che, una volta accettato, le venga riconosciuto il merito. Questi atteggiamenti inconsci diventano poi percezioni distorte della realtà, che giustificano salari minori e qualifiche inferiori. Anche in ambito lavorativo, come in quello domestico, le donne si trovano a svolgere due lavori: il lavoro per cui si è assunte, ed un lavoro parallelo ed invisibile, fatto di gomiti alti, occhi aperti e orecchie vigili. Un lavoro necessario non tanto per farsi notare, quanto per assicurarsi di non farsi scavalcare.

La discriminazione di genere non solo esiste, ma ha anche due facce: un conscia ed una inconscia. E per liberarsi di quella inconscia, la strada è ancora più lunga e tortuosa. Ricordiamocelo tutti e tutte il prossimo otto marzo, e come suggerisce il The Guardian, «non essere “femminista” solo a parole o nei tuoi post su Facebook, dimostralo nella vita quotidiana»5.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Islanda: la parità di salario tra uomo e donna è legge, 2 gennaio 2018.
2. Art. 24, Legge del 19 maggio 1975, n. 151.
3. Ma cara, perché non me lo hai chiesto?, 24 maggio 2017.
4. R. Lakoff, Language and Women’s Place, Cambridge University Press, 1973. Disponibile a questo link.
5. Men, you want to treat women better? Here’s a list to start with, The Guardian, 16 ottobre 2017.

 

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Sono forse io il custode di mio fratello? – Intervista ad una assistente sociale

Secondo i dati della UN Refugee Agency (UNHCR), dal 1 gennaio 2016 ad oggi, sono sbarcate 230.226 persone tra Grecia ed Italia. 2.890 sono coloro che hanno perso la vita nell’attraversamento del Mar Mediterraneo1.
Uomini e donne che hanno deciso di rischiare la loro vita e quel che è peggio, quella dei loro figli, in cerca di un po’ di pace, di dignità. Famiglie che si accollano debiti inimmaginabili per permettere ai propri cari di tentare di raggiungere un luogo della terra non dilaniato da guerre o sopraffatto da terrore e violenze continue e di ogni sorta.
Chi sono questi migranti? Cosa vivono e sopportano nel cercare di raggiungere i paesi del Mediterraneo?
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza e di verità abbiamo incontrato Cristina, 26 anni, lavora come assistente sociale in un centro di accoglienza nella provincia di Treviso. Lei, ogni giorno, opera a diretto contatto con decine, anzi centinaia, di persone che, per i motivi più disparati, hanno deciso che rischiare la morte per sé e per i propri cari, probabilmente, non può essere peggiore di quello che subiscono nei loro paesi o delle condizioni in cui sono costretti a vivere nelle loro città, case, famiglie.

Nel Centro di accoglienza dove lavori di che sesso e nazionalità sono i profughi?

La maggior parte dei richiedenti asilo sono uomini, tra i 20 e i 30 anni. Ci sono anche donne, ma in numero minore. Alcune donne spesso sono accompagnate dai mariti, altre, giovanissime, arrivano sole. Ancora meno, ma comunque presenti, sono i bambini che spesso nascono durante il viaggio o giungono nei centri di accoglienza da piccolissimi.
Nel centro dove lavoro la maggior parte delle persone proviene dall’Africa Sub Sahariana, principalmente Nigeria, Gambia, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio, Mali… Ci sono anche persone originarie dell’Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

Come sono approdati in Italia, quanto dura e quanto costa in media un viaggio per raggiungere il nostro Paese?

Non c’è una regola precisa per la durata e il costo del viaggio. In base ai paesi di provenienza è possibile individuare due tipologie di “viaggio”. Per le persone provenienti dall’Africa subsahariana il primo pezzo del tragitto è differente in base alla città di partenza, però, ad un certo punto del viaggio tutti convergono in Libia e raggiungono l’Italia via mare.
Le persone provenienti da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh viaggiano via terra; le tappe obbligate sono Turchia e Grecia, poi il tragitto può diversificarsi, raggiungono il nostro Paese passando per Ungheria e Austria.
Per quanto riguarda i tempi vi sono molte differenze in base al progetto migratorio di ogni persona, variano da 1 mese a 4-5 anni. Relativamente alla durata del viaggio influiscono, oltre che il progetto di ognuno, variabili quali il denaro, i trafficanti, la situazione libica…
Anche per il costo non c’è un “prezzo fisso”, ad esempio si può pagare il viaggio in partenza, oppure tappa per tappa trovando dei lavori occasionali lungo la strada. Dalle storie ascoltate in questi mesi in linea di massima il viaggio è molto costoso, basti pensare che una famiglia si indebita per mandare uno solo dei figli alla ricerca di una vita migliore.

Probabilmente sono tutte persone consapevoli dell’alta possibilità di perdere la vita durante il viaggio, perché decidono comunque di rischiare? Quali storie ci sono dietro ad una tale decisione?

Ogni persona ha una storia, una motivazione e un progetto migratorio diversi. Anche persone provenienti dallo stesso Paese o dalla stessa città scappano per motivi diversi. Il fattore determinante non sono solo le guerre, le violenze che vivono e sopportano, non sono solo il frutto di lotte armate; possono esserci motivazioni familiari, capita spesso che i ragazzi non siano accettati dalla famiglia di origine o dalla comunità per aver scelto una religione diversa, per l’orientamento sessuale o per altre scelte contrastanti con la realtà in cui vivono ed essere vittime di continue ed estenuanti vessazioni. Altri magari vengono da zone di continui scontri tra fazioni politiche o parti religiose, altri ancora cercano la libertà. Spesso la loro idea iniziale non è quella di raggiungere l’Italia però durante il percorso è facile finire nelle mani dei trafficanti e il loro viaggio continua secondo rotte non frutto di proprie scelte, ma obbligate.

Quanto è difficile ascoltare questi racconti di grande sofferenza? Ad un certo punto ci si può “abituare”?

Ci si può abituare a sentire nominare i diversi Paesi attraversati, nell’ordine di percorrenza; è bello scoprire che ad un certo punto della strada qualcuno di loro trova una “persona buona” che li aiuta a proseguire senza voler nulla in cambio… però i vissuti che li portano a fuggire, ciò che sono costretti a vivere/subire durante il viaggio è purtroppo nuovo ogni volta e quando a raccontartelo sono una ragazza o un ragazzo, magari della tua stessa età che cercano di salvare la loro vita e se possibile anche un po’ di dignità, come si può parlare di abitudine…

La stampa riporta spesso lamentele dei richiedenti asilo relativamente alle strutture in cui sono accolti, al cibo, mancanza di televisione, ecc. Sembra impossibile che dopo tutto quello che hanno passato siano scontenti di quello che ricevono.

Appena sento i ragazzi lamentarsi anche a me viene da pensare e a volte glielo faccio notare che con tutto quello che hanno passato i loro problemi dovrebbero essere altri e sarebbe il caso che si lamentassero per altro. Però, se ci penso, io e noi tutti ci lamentiamo quotidianamente per molto meno, per il traffico, per il cellulare scarico e per mille altri futili motivi.
Quindi, credo che queste lamentele che comunque a volte sono anche veritiere, possano essere lette in due modi. Penso che se una persona con il loro vissuto si sta lamentando di una cosa (sia anche superflua per me in questo momento) significa che anche per soli cinque secondi ha pensato ad altro rispetto a ciò che magari ha passato in Libia o in Afghanistan… e quanti di noi riuscirebbero a farlo dopo aver subito anche solo la metà di ciò che è toccato loro?
Poi, ritengo che sia doveroso restituire un po’ della dignità perduta con una buona e attenta accoglienza (sicuramente non fatta solo di buon cibo e televisore in camera).

Cos’è il tanto discusso pocket money erogato giornalmente ai richiedenti asilo e come funziona?

Il “costo” giornaliero per l’accoglienza di un richiedente asilo è di 35 euro, denaro necessario per far fronte alle spese per il vitto, l’alloggio, l’affitto dello stabile e lo stipendio delle persone che ci lavorano. Il pocket money, invece, è la parte di questi 35 euro (solitamente corrisponde a 2,50 euro) che viene erogata direttamente alla persona che vive nel centro di accoglienza.

Molto spesso i nostri connazionali che versano in stato di indigenza riferiscono e lamentano di essere trattati dallo Stato peggio dei profughi…

Probabilmente hanno ragione, ma lo Stato continua a fare per loro ciò che faceva anni fa, prima di questa emergenza. Credo che il sistema dei servizi andrebbe ripensato in base alle nuove esigenze della popolazione indipendentemente da ciò che lo Stato fa o meno per i richiedenti asilo.

Se facciamo una passeggiata nelle nostre città, spesso incontriamo migranti con cellulari ultimo modello ecc…

Non sempre sono persone che scappano da povertà o miseria, ci sono tanti giovani laureati, di buona famiglia e con un lavoro che però sono costretti a fuggire dai loro paesi d’origine per motivi politici, di razza, religiosi… e quindi il cellulare per loro non è un bene di lusso. Poi, ci sono anche persone che fuggono dai loro Paesi per motivi economici, di estrema povertà: loro non arrivano con un cellulare, però è tra le prime cose che acquistano in quanto è l’unica modalità per mettersi in contatto con la famiglia o gli amici. Anche solo per dire loro dove si trovano e che sono vivi.

 

L’ultima domanda non la rivolgo a Cristina ma la cito dal libro Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda: la storia vera del viaggio di Enaiatollah Akbari, un bambino afghano di dieci anni la cui madre, per proteggerlo dai talebani che perseguitano la famiglia e minacciano di ucciderlo, decide di farlo fuggire dal suo Paese.
Lo scrittore, intervistando il giovane, si rivolge a lui chiedendo: «Come si fa a cambiare vita così, Enaiat?
Una mattina, un saluto.
Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
È così. La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura per sempre»2.

Silvia Pennisi

NOTE:
1. www.data.unhcr.org
2. Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini e Castoldi, Milano 2013, pp. 72-73.

[Immagini tratte da Google Immagini]

Quel desiderio di riconoscimento o quella riconoscenza che ci imprigiona?

In filosofia, non si sente parlare spesso di quella che negli ultimi decenni molte filosofe si sono impegnate a definire con il termine di “theory of care”.

Una tale corrente di pensiero, sebbene costituisca una sorta di “teoria” nell’ambito della filosofia morale, si dispiega in una vera e propria etica il cui approccio pratico permette a tutte e a tutti di dare accesso ad una filosofia incarnata, vissuta nel reale, modellata da quelle stesse pratiche quotidiane che, senza accorgercene, costituiscono il terreno nel quale nutriamo le nostre vite.

A che cosa pensiamo quando leggiamo il termine “cura”? Chi solitamente ha bisogno di una certa cura?

Ci viene in mente l’anziano signore solo, con i segni della stanchezza sul volto, un bambino che barcolla alla ricerca dell’equilibrio durante i suoi primi passi, le centinaia di persone ricoverate in un ospedale.

Ogni immagine a cui pensiamo disegna degli esseri umani che, in un modo o nell’altro, hanno estrema necessità di un sostegno esterno.

Ma siamo davvero sicuri che la cura dell’altro possa essere limitata soltanto a questi individui che, fisicamente, manifestano i segni della propria vulnerabilità?

A tale proposito, la tesi sostenuta dalle specialiste della cura concerne una sorta di ricostruzione della dimensione della dipendenza e della vulnerabilità in tutte le sue forme possibili.

In particolare, Joan Tronto definisce con il termine specifico di care tutte quelle pratiche ed attività in grado di “riparare” il mondo.

Come dunque il nostro mondo potrebbe essere riparabile? Che cosa e chi inglobiamo in questa dimensione universale lacerata dalle fratture della crisi, della guerra e della violenza? Che cosa dovrebbe essere riparato e come?

Per studiare in profondità la dimensione della cura, Tronto e molte altre studiose hanno iniziato le proprie ricerche a partire dalla decostruzione di alcuni stereotipi di genere, tra i quali quello che identifica da un lato il femminile con una serie di caratteristiche quali la debolezza, la dipendenza, la capacità a stabilire delle relazioni e una più spiccata sensibilità, mentre dall’altro lato, con il genere maschile quelle proprietà strettamente legate all’autonomia, all’indipendenza e alla razionalità, insomma con tutte quelle qualità che, nella maggior parte dei casi, fanno sì che gli uomini si dedichino ad attività lavorative aventi un certo grado di responsabilità e indipendenza, mentre la donna, in quanto docile e “sensibile”, avrebbe il compito di dedicarsi alla casa e ai bambini, così come alla cura di chi è più fragile, adattandosi a realizzare quelle attività lavorative, spesso peraltro mal retribuite, che rientrano nella sfera dei servizi assistenziali.

Non solo quindi c’è una netta distinzione, peraltro basata su una forte discriminazione, tra le attività professionali destinate agli uomini e quelle destinate alle donne; ma, come se non bastasse, ciò che fonda la discriminazione di genere è una considerazione della vulnerabilità che, nella realtà quotidiana, non può essere riferita ad una sola categoria. Come spiega bene la filosofa Joan Tronto, siamo tutti vulnerabili e dipendiamo tutti, nessuno escluso, dall’alterità. Non ci sono solamente i n”on-autosufficienti” ad esprimere una domanda di aiuto. Talvolta, è proprio chi si trova in maggiore difficoltà e chi soffre di un certo delirio d’autonomia a voler nascondere il proprio bisogno dell’altro. Ci si crede ancora capaci di poter fare tutto, ma in realtà dietro quella rassicurante falsa certezza, c’è un bisogno disperato dell’alterità, di essere guardati, capiti.

Perché quindi nascondere le proprie fragilità, se è proprio lo sguardo dell’Altro quello che cerchiamo? Perché pretendere da se stessi l’impossibile se alla fine andremo a sbattere contro il muro dei nostri limiti?

Non c’è scampo, non possiamo scappare da noi stessi.

Il riconoscimento delle proprie debolezze, in quanto costitutive della nostra stessa identità, è qualcosa che scatta in noi solamente nel momento in cui l’altro ci guarda per quello che siamo e ci accetta. Riconoscimento di sé, dunque. Tuttavia, tale riconoscimento non è possibile se a sua volta c’è stato un precedente “vuoto” di riconoscimento da parte di chi ci sta accanto e ci ama. Un riconoscimento che, però non deve tradursi in riconoscenza.

Come lo afferma bene Paul Ricoeur in Parcour de reconnaissance, la parola “riconoscimento” in francese, reconnaissance, ha due significati tra loro escludenti: da un lato con questo termine si indica il processo attraverso il quale l’essere umano può costituirsi come persona autonoma, a partire pertanto dallo sguardo di quell’alterità che, senza pretese, lo accoglie a braccia aperte così com’è; dall’altro lato, invece, la reconnaissance può tradursi in italiano con “riconoscenza”, ovvero con quel bisogno di ripagare l’altro di un favore fatto oppure di un bene ricevuto, che poi non si traduce in nient’altro che in un senso di colpa costante nei confronti di chi ha dimostrato rispetto a noi una certa benevolenza.

Le due sfumature della parola reconnaissance, lo vediamo bene, sono molto diverse l’una dall’altra; tuttavia, proprio in quanto sfumature, possono mescolarsi, producendo dei risultati tanto inattesi quanto pericolosi, presenti quotidianamente sotto i nostri occhi.

È il caso infatti di quando il riconoscimento viene richiesto secondo una qualche condizione, oppure quando l’alterità ci riconosce, ma soltanto a patto di rispettare quello che è il dipinto delle sue aspettative.

Veniamo riconosciuti sì, ma solo e soltanto se non siamo davvero noi ad essere riconosciuti.

Viene risconosciuto il nostro non riconoscimento.

Un riconoscimento ottenuto a patto di essere e diventare come dovremmo essere, invece d’inseguire la scia dell’essere e lasciarci andare al desiderio.

A quel punto è il desiderio stesso a sparire, e noi con lui.

Ed è a quel punto che il bisogno di cura non si coglie, poiché in un certo qual modo non vogliamo essere accarezzati e cullati da quelle stesse persone che non ci hanno mai dato la libertà di essere noi stessi. Uno scudo fatto di pretese, di non-desideri, di non-bisogni. In nome di un’onnipotenza che piano piano uccide e non lascia respirare l’essere.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

Amatevi

Sto iniziando a scrivere tutto ciò mentre sono qui che cerco di riordinare i pensieri che mi frullano per la testa, mentre cerco di dare qualche risposta a domande che – probabilmente – risposta non avranno mai, soltanto per divulgare alle persone il mio pensiero su un argomento che reputo di grande importanza.

La domanda iniziale è sempre la stessa: “Da dove posso cominciare?”. Ed è esattamente quello il momento in cui mi rendo conto del fatto che i miei pensieri fuoriescono in maniera automatica, senza alcun particolare sforzo.

Principalmente intendo focalizzarmi su quello che per me rimane tema centrale e inesauribile fonte di riflessione e discussione: cosa significhi Essere Donna.

Con quest’espressione intendo dire esserlo a trecentosessanta gradi, soprattutto in un paese come il mio, dietro al quale esiste un’intera storia. Il Paese in questione è l’Albania.

Negli anni passati la figura delle donne, che hanno vissuto il terribile Kanun di Leke Dujagjinit, era quella di essere viste come un otre costituito soltanto dall’avere un marito, vestiti e calzature.

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Andando avanti negli anni, con il regime comunista si è delineato un quadro differente della condizione femminile, includente soltanto una minima emancipazione; nonostante il duro lavoro nei campi e nelle fabbriche si è arrivati ad un progressivo ampliamento dei diritti – seppur in misura limitata – e ad una prospettiva di una certa indipendenza economica. Tuttavia, nonostante il passaggio ad un’economia di mercato, ci furono molte conseguenze, e il cambiamento  si configurò in maniera decisamente drastica: gli uomini emigravano sempre più spesso verso l’estero e le donne erano costrette, in solitudine, ad occuparsi di tutto ciò che riguardava la famiglia e la casa.

Il fatto che anche una donna potesse partire per costruirsi un futuro in un altro paese, purtroppo, si riversava nella maggior parte dei casi in fenomeni di prostituzione.

Nonostante tutto questo appartenga ormai al passato, non si può negare che siano rimasti molto segni, specialmente all’interno dei piccoli centri rurali.

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In Albania, ancora oggi, Essere Donna costituisce una condizione molto difficile. La discriminazione è ancora presente, il maschilismo dilaga ancora in troppi uomini; ci sono ragazzine di quindici anni che non possono viversi la loro età perché sono già state promesse come spose e perché vengono già qualificate nel ruolo di madri.

Non sono mai riuscita a condividere questo pensiero, questo modo di vivere, ed è per questo che ho deciso di andarmene: per me stessa e perché voglio un futuro migliore.

I giorni andrebbero vissuti appieno, così come la vita; una visione concepita da pochi, perché pochi se ne accorgono. Dovrebbero iniziare a rendersi conto del fatto che il presente è l’unico tempo che si ha a disposizione e che questo tempo andrebbe sfruttato al massimo, senza inutili preoccupazioni.

Spesso ho assistito a situazioni in cui molte ragazze sono state ostacolate nel loro percorso di istruzione, soltanto perché coloro che scelgono di spostarsi da una città all’altra – anche per soli scopi di studio – non vengono considerate brave ragazze; anche se dovessero concludere gli studi e laurearsi col massimo dei voti, svolgerebbero un lavoro che non valorizzerebbe realmente le loro capacità. Nella gran parte dei casi la discriminazione femminile deriva dai maschi albanesi, i quali non sono capaci di accettare il fatto che una donna possa avere capacità pari o superiori alle loro. Gli istituti privati (dove predomina il servizio bancario) forniscono una maggiore uguaglianza nel reclutamento e nella promozione rispetto a quelle statali.

Tutto questo costituisce la triste realtà delle donne che hanno portato sulle spalle il peso della vita, per secoli. A queste splendide donne voglio dire: Amatevi!

Amatevi per tutto quello che è successo, per tutto quello che avete subito. Sentitevi cresciute, cambiate e diverse per migliaia di volte e continuate a restare una perfetta creatura della vostra imperfezione. Osservatevi, accettatevi per quello che siete e trasformatevi anche in qualcosa di completamente diverso. Permettetevi di giungere pienamente alla vita e non strisciate lungo i muri pensando di non essere abbastanza mature per entrare nel “GRANDE GIOCO”. Abbiamo lottato per la libertà del nostro Paese anche per questo.

Fatbardha Panglatica

[immagini tratte da Google Immagini]