Filosofia per la disabilità

Giorno 22 ottobre 2018. Un importante personaggio politico ha dichiarato, in merito a noi italiani, che «siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autismi. L’autismo è la malattia del secolo, signori, e l’autismo non lo riconosci. Per esempio, la sindrome di Asperger: è pieno di questi filosofi in televisione che hanno la sindrome di Asperger che è quella sindrome di quelli che parlano in un modo e non capiscono che l’altro non sta capendo […]»1.

Tale affermazione ha scatenato l’indignazione di chi, di autismo e disabilità in generale, ne capisce un po’ di più o ne ha avuto esperienza diretta, per diverse ragioni: non solo perché quanto dichiarato non rispecchia affatto la realtà dell’autismo o del disagio che in questo momento si vive in Italia, ma anche perché affermazioni di questo genere non sono vantaggiose al potere politico.
La disabilità è un elemento presente e diffuso sul tessuto sociale, è nella realtà di numerose famiglie, molto più di quanto si pensi, e, per tale ragione, la politica non può più permettersi di relegarla in un angolo nel quale nessuno possa vederla. Attraverso la sopracitata dichiarazione, il potere politico ha di nuovo confermato questa linea d’azione, e vi ha aggiunto informazioni scorrette e per nulla scientifiche.

Ciò che il potere politico non riesce a comprendere è che, con il giusto approccio, e in base alle possibilità di ciascuno, chi è disabile possa essere incluso nella società e realizzarsi come persona. In questo senso, il potere politico ha un ruolo ben preciso.

Nel passato, le teorie filosofico-politiche hanno inteso i soggetti di potere come indipendenti e autonomi. In sostanza, gli individui che avevano diritto di partecipare alla vita sociale e politica erano coloro che, in nome della loro razionalità, erano considerati i soli capaci di prendere decisioni. Chi restava fuori, non solo non aveva la possibilità di dirigere la propria esistenza, ma veniva anche privato della dignità. Donne, stranieri e disabili sono ancora considerati incapaci di essere protagonisti del tessuto sociale in moltissime parti del mondo, ma ciò che il potere politico deve ammettere a se stesso è che l’inclusione e la promozione dei diritti umani è un vantaggio per il potere politico stesso.

Esistono delle teorie di giustizia che permettono di intravedere queste nuove prospettive.
Martha C. Nussbaum è una filosofa statunitense che si è occupata di etica e filosofia politica; inoltre, ha

elaborato teorie politiche che prevedono non solo l’inclusione di categorie più fragili, fra cui quella dei disabili, ma che affermano la possibilità per quest’ultimi di realizzarsi come individui. Nussbaum ha elaborato la teoria delle capacità, ovvero una teoria che considera ciò che le persone sono in grado di fare e di essere in una società, considerando inoltre che ognuna di queste ha il diritto di esprimere tali capacità secondo il proprio arbitrio o facoltà.
Nussbaum stila un elenco di capacità comuni a tutti gli individui, da quella della vita al gioco, all’espressione e alla partecipazione politica, individuando elementi che vadano oltre le abilità o disabilità fisiche e mentali o le differenze culturali.

A uno stato politico che punti alla circolazione delle ricchezze e in cui si cerchi il reciproco vantaggio, la Nussbaum oppone una teoria politica che mira invece alla cooperazione, in cui ogni individuo è soggetto di diritti e dignità. Ignorando cittadini come i disabili, in realtà, il potere politico dimentica un’importante fetta di soggetti di diritto e menoma se stesso.

«Le persone con menomazioni di questo tipo possono di solito essere membri della società altamente produttivi nel senso economico usuale, […] se solo la società modifica le sue condizioni di base al fine di includerli. La loro relativa mancanza di produttività alle condizioni attuali non è “naturale”: è il prodotto di misure sociali discriminatorie»2.

Le persone con disabilità, in modo diverso, sono sì dipendenti da chi si prende cura di loro ma ciò, dice la Nussbaum, non deve stupire. Più della metà della vita di un individuo è trascorsa all’insegna della dipendenza, sia se consideriamo l’infanzia e la prima giovinezza che la vecchiaia. Gli esseri umani sono esseri che necessitano di cure, e il periodo in cui si è in grado di avere un pensiero autonomo e indipendente è, in realtà, molto breve e non sempre pienamente sfruttato. Il potere politico deve farsi carico di questa considerazione e agire di conseguenza.

Le teorie politiche della Nussbaum prendono quindi in esame le condizioni di tutte quelle categorie estromesse in nome di una sorta di inadeguatezza politica. Fra queste non ci sono solo i disabili ma anche chi si prende cura di loro, soprattutto le donne, che per questo, dice la Nussbaum, sono costrette a un doppio carico di lavoro, fra lavoro e famiglia. Si tratta di un’esclusione che prevede la sottrazione della dignità e dell’umanità, a cui alla fine si crede e si giustifica. Creare dei percorsi e delle strutture adeguate affinché gli individui, con le loro particolarità, possano esercitare le loro capacità, non è solo possibile ma è anche dovere del potere politico. Il ruolo di quest’ultimo, infatti, non è quello di aizzare una categoria di persone contro l’altra, ma di creare armonie, in modo che tutte le persone, nelle loro differenze, abbiano libertà di scelta.

 

Fabiana Castellino

 

NOTE
1. Il video qui.
2. M.C. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia: disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Il mulino, Bologna, 2007, p. 13.

[Photo credit Josh Appel]

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Diversità è unicità e ci riguarda tutti

Nel 2007 Simone Cristicchi vince il Festival di Sanremo con una canzone che apre, con estrema delicatezza, molti spunti di riflessione. Ti regalerò una rosa parla dei “matti” e c’è un momento particolare della canzone in cui dice “ora prendete un telescopio, misurate le distanze e guardate tra me e voi chi è più pericoloso”: con queste parole esprime il dolore di questa cesura tra “me” e “voi” data una presunta pericolosità del diverso che però è figlia dell’ignoranza, intesa nel senso più neutro e letterale del termine. Per sollevare quel velo di separazione e dissipare l’ignoranza, noi della Redazione abbiamo conosciuto alcuni operatori di alcune delle cooperative riunite nel Consorzio Provinciale Intesa CCA, importante realtà della nostra provincia trevigiana. Riprendiamo dunque il filo del discorso iniziato nelle pagine della nostra rivista #8 – “Io e l’altro” con Barbara Bonomo (Alternativa Ambiente), Anna Massaro (Sol.Co) e Patrizio Marin e Monica Borghese (Vita e Lavoro): si parlava di un grande obiettivo, quello di creare cultura contro il pregiudizio.

 

Patrizio Marin – Nella mia esperienza, nel momento in cui abbiamo coinvolto le comunità del territorio è stato incredibile: persone che prima causavano dei problemi o disagi alla comunità del paese, nel momento in cui abbiamo chiesto aiuto al negoziante, al pizzaiolo, al cassiere di banca, al prete, abbiamo avuto un aiuto per tamponare una serie di problematiche. Abbiamo creato una rete di persone che hanno aiutato questa persona e abbiamo capito allora quello che si diceva all’inizio, cioè che c’è molta paura rispetto al diverso, ma che nel momento in cui vai a spiegare, a far capire il perché di alcune cose, la paura scema e la persona, che è inserita in una rete di individui, diventa addirittura un aiuto per sé stessi e per la comunità.

Barbara Bonomo – Tornando anche un po’ a quello che dicevamo prima, è anche in questo senso che è importante inserire queste persone disabili o svantaggiate all’interno del tessuto sociale. Noi per esempio, su richiesta anche delle famiglie che hanno bisogno di sentirsi rassicurate del fatto che ci sarà qualcuno che si prenderà sempre cura e attenzione dei loro familiari nel rispetto dell’individualità, della soggettività, dell’unicità di ciascuno di loro, stiamo pensando di creare una casa famiglia per cinque autistici, una struttura che si inserisca all’interno di un contesto sociale e quindi farla dentro alla cooperativa, dove abbiamo anche già un negozio e un ristorantino. In questo modo può esserci un giro di persone che si interfacciano e si relazionano ogni giorno nella normalità, che per noi significa stare dentro la diversità, di cui facciamo parte anche noi.

Redazione Questo è importante anche perché l’essere umano è un essere in relazione continua con l’altro, uno zoon politikon tanto per utilizzare la famosa espressione aristotelica di “essere sociale”. Forse la creazione di un reciproco scambio tra “noi” e “loro” può aiutare molto entrambe le parti, come dicevamo anche dei ragazzi che svolgono l’alternanza scuola-lavoro, per pensarci in modo complessivo come un insieme.

Anna Massaro – Ognuno di noi quando entra in relazione con l’altro ha uno scambio arricchente che permette sempre di riflettere su noi stessi. Come osservate giustamente, l’uomo è un essere sociale la cui coscienza è nata dalle relazioni, non saremmo quelli che siamo se fossimo portati all’isolamento. Tra i bisogni fondamentali Maslow citava anche il bisogno di appartenenza e di riconoscimento, infatti oggi è molto discusso in qualsiasi tipo di intervento verso la comunità, l’esistenza del sostegno delle reti sociali. Ritengo che tutto questo sia fondamentale per tutte le persone, al di là della categoria in cui ci ritroviamo assegnati.

Patrizio Marin – Questa importanza della relazione io la riscontro in modo particolare nelle persone con autismo. Avevamo un caso nel 1993, quando ancora si sapeva molto poco di autismo, di un ragazzo che stava molto meglio in un contesto “normale” proprio perché aveva bisogno della relazione con le persone, mentre invece nel contesto protetto e dedicato tornava a manifestare qualche grave disturbo (anche se non grave come all’inizio, prima che arrivasse).

Monica Borghese – Ci sono in realtà molteplici relazioni che hanno importanza, per esempio quella tra le stesse persone che vivono nella comunità alloggio. Ricordo che era entrato tempo fa un ragazzino di 18 anni che stava terminando gli studi. Vedere lui che andava e veniva da scuola con lo zaino, che al pomeriggio faceva i compiti e studiava, ha suscitato in altre persone con disabilità (più grave naturalmente) l’idea “anch’io voglio tornare a scuola”, mentre invece all’inizio lo guardavano con diffidenza pensando “questo qui è diverso da noi”. E poi allora in due o tre persone è nato questo desiderio di studiare e d’imparare, e chiaramente noi non lo abbiamo bloccato sul nascere solo perché loro non possono tornare a scuola nel vero e proprio senso del termine; abbiamo strutturato invece dei percorsi con delle persone che ci hanno dato una mano, con dei supporti informatici per garantire loro la scuola che volevano. Tornando ad un tema di cui abbiamo discusso prima, è stata anche una questione di ascolto dell’altro.

Patrizio Marin – Noi abbiamo fatto così anche con una persona del centro diurno a proposito della patente: non gli abbiamo detto “no tu non puoi prendere la patente”, gli ho portato i libri di mia figlia che aveva appena affrontato l’esame di guida e gli abbiamo detto “ok, questi sono i testi, prova a vedere come ti trovi, ti diamo una mano”. Ad un certo punto lui ha detto “no, non sono ancora pronto” e noi “ok, ti aspettiamo”.

Barbara Bonomo – Certo, questo significa “mi conosco e riesco a riconoscere la mia difficoltà e il mio limite: io lo accetto e ve lo dico”. Questo è molto diverso dall’avere un altro che mi dica qual è quel limite, senza nemmeno darmi la possibilità di provare e di esprimermi per quello che sono.

La Redazione – Voi avete ormai acquisito una buona esperienza sul campo, avete visto svolgersi centinaia di incontri tra persone e avete certamente avuto modo di seguire molti dibattiti e anche casi di cronaca. Qual è secondo voi il pregiudizio più duro da sconfiggere?

Monica Borghese – Spesso la disabilità fisica, dovuta per esempio a malattie o questioni organiche-funzionali, è vista come una sfortuna: “questa persona è sfortunata poveretta e va aiutata”; la disabilità che invece insorge dopo che la persona nella sua vita ha fatto una serie di scelte, magari uscendo da quelle che sono le regole sociali, allora non è più “poveretta” ma “se l’è voluta, se l’è cercata”, e quindi in qualche modo esce da tutta quella cerchia di diritti che invece devono essere di chi poverino è sfortunato, è malato. Questo è un pregiudizio molto radicato.

Barbara Bonomo – Esatto, tutto quello che si vede come di diverso da me lo percepisco e giustifico, anche se al tempo stesso è vittima di un pregiudizio del tipo “poveretto, non ci arriva”; manca però una comprensione di quali possono essere stati i vissuti di una persona, apparentemente uguale a me, che l’hanno portata a fare delle scelte sbagliate nella sua vita, del passato pregresso che l’ha portata a vivere in qualche modo nella marginalità, quindi parliamo di detenuti, tossicodipendenti, alcooldipendenti, richiedenti asilo…; non c’è sensibilità, c’è solo il giudizio, la colpevolizzazione. La vita però è una ruota che gira, quindi fin quando non ti tocca la situazione tendi sempre ad allontanarla e a giudicarla, poi invece quando si avvicina sei costretto a cambiare l’atteggiamento, la prospettiva. Il pregiudizio allora è legato all’agito di quella persona, per cui nel caso del detenuto il pregiudizio è “ha già fatto, rifarà”: lo stigma rimane e si fatica a vedere la persona in un cambiamento, nella possibilità di un riscatto. Mi fisso su questa cosa e metto una barriera, metto l’etichetta.

Anna Massaro – Chi come noi lavora nell’ambito della salute mentale sa che lo stigma ed il pregiudizio sono ancora molto elevati. Soprattutto perché è ancora una malattia sconosciuta che fino a poco tempo fa rimaneva nascosta nei muri delle proprie case o delle strutture che se ne occupano. Ancora oggi i fatti di cronaca tendono ad associare il malato psichiatrico agli episodi di violenza e aggressione, ma la malattia mentale non è fatta solo di questo. Per fortuna c’è anche una inversione di rotta negli ultimi anni, molte sono le persone, anche dello spettacolo, che dichiarano pubblicamente la propria malattia raccontando la propria storia. Continuare a tenere acceso il riflettore su questi aspetti speriamo permetta di allontanare la “paura” da ciò che non si conosce.

La Redazione – Un altro pregiudizio che noi abbiamo riscontrato è che occuparsi di queste persone svantaggiate sia un compito assolto o assolvibile soltanto dal volontariato. Si dimentica invece che lavorare con queste persone fa parte (e deve far parte) di un progetto imprenditoriale, di crescita del territorio e molto strutturato, che necessita il lavoro costante di numerose persone.

Anna Massaro – Nel nostro caso, la cooperativa Sol.Co. si occupa dal 1992 di formazione ed inserimento lavorativo di persone con svantaggio, credendo fortemente nell’idea che il lavoro possa rivestire una parte importante nella vita di tutti. L’obiettivo del nostro lavoro è quello di poter fornire una nuova occasione di sperimentarsi nel ruolo di lavoratore; potersi rappresentare attraverso una nuova identità basata sulle proprie capacità e sulla propria esperienza concreta, permette di superare lo stigma di “malato” o “disabile”. La cooperativa ospita tirocini provenienti da differenti contesti anche per creare occasioni di integrazione all’interno, abbiamo, così, tirocini provenienti dall’area della salute mentale, tirocini per soggetti deboli (persone senza reddito, giovani che non hanno mai lavorato dopo il diploma, madri single, over 50 ecc..), percorsi per i lavori di pubblica utilità e stage scolastici.

Monica Borghese – Per evolvere e per migliorare ulteriormente bisogna proprio uscire dal concetto che il volontariato deve per forza far parte di queste realtà. Il volontariato esiste ed è un supporto, un valore aggiunto, ma non deve essere collegato inesorabilmente ad un certo tipo di realtà. Si deve innescare (e già in parte questo avviene) un sistema di energia circolare e sostenibile, deve esserci meno assistenzialismo. Deve essere un circolo virtuoso e non vizioso, quindi in continuo divenire, un continuo generare.

Barbara Bonomo – Il volontariato inoltre non può andare in sostituzione di una professionalità che è indispensabile. L’approccio con l’altro richiede competenza, richiede di riuscire a capire l’altro e proporre quello che può essere utile per la persona senza che sia una imposizione; l’empatia è fondamentale come capacità di entrare in relazione.

 

 

Barbara Bonomo è psicologa e psicoterapeuta nonché consigliera della cooperativa Alternativa Ambiente.
Patrizio Marin è direttore della cooperativa Vita e Lavoro.
Monica Borghese è psicologa, coordinatrice della comunità alloggio per persone con disabilità della cooperativa Vita e Lavoro e responsabile di un progetto di co-housing.
Anna Massaro è psicologa, psicoterapeuta, responsabile dell’inserimento lavorativo e vicepresidente della cooperativa Sol.Co.

 

La Redazione

[Photo Credits Consorzio Intesa CCA]

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