Il coraggio della filosofia: intervista a Diego Fusaro

In uno dei contesti più interessanti di Treviso, la chiesa sconsacrata che è parte del museo di Santa Caterina, ha luogo uno degli incontri dell’edizione 2016 del festival letterario trevigiano Carta Carbone.
L’ospite che ho deciso di intervistare è Diego Fusaro, giovane e discusso filosofo, nonché intellettuale di riferimento di una scalpitante parte di persone che vuole e sente il dovere di criticare il più fortemente possibile il contesto culturale, economico e sociale contemporaneo. Fusaro, attraverso i propri libri, le proprie lezioni all’Università San Raffaele di Milano, i propri articoli, dà voce a queste spinte coniugando temi marxisti e di critica verso la società della tecnica, l’americanismo, la globalizzazione.

Il tema del dibattito di oggi è quello del coraggio, cui Fusaro ha anche dedicato un suo libro intitolato appunto Coraggio, edito da Raffaello Cortina nel 2012. Il coraggio di cui Fusaro parla oggi, oltre che in diversi luoghi dei suoi scritti, è il coraggio della filosofia intesa appunto come critica del potere, del sistema dominante, della violenza in tutte le sue forme. Come sfondo a questo tipo di proposte e di impostazione sta una personalità e un percorso filosofico particolare, che vale la pena approfondire.

 
Lei, in modo anche controverso e non scevro da polemiche, fa della critica al sistema il cavallo di battaglia del suo pensiero e del pensiero in generale. Pensare significa essere dissidenti nei confronti del potere, di ciò che è ingiusto, ecc. C’è un modo particolare con cui un giovane può diventare un bravo pensatore o critico?

Non ho una risposta preordinata a questa domanda, anche perché presuppone che io sia un bravo critico ed è tutto da dimostrare. Io comunque consiglierei a un giovane di studiare i testi classici e di provare a pensare liberamente al di là dei condizionamenti a cui vengono sottoposti. Se dovessi dare un consiglio non richiesto direi di tornare ad Aristotele e Platone, dai giganti, vedendoli nell’espressività filosofica generale dei loro sistemi.

Una novità rilevante e molto interessante nel suo pensiero è la coniugazione di temi strettamente marxisti con temi che invece appartengono alla destra o all’area conservatrice del pensiero e che si ritrova in autori come Heidegger, Jünger, Schmitt. Qual è il terreno che li accomuna oggi?

Il terreno che li accomuna è il rigetto integrale della società della tecnica e del capitalismo. Nonostante questo, sono diverse le analisi che fanno, le diagnosi e le prospettive e proprio riguardo queste ultime mi sento ovviamente più vicino a Marx rispetto che a Jünger o a Heidegger. Per quel che riguarda però la forza critica rispetto al mondo della tecnica credo che abbiamo moltissimo da imparare anche da Heidegger e da Jünger e credo sia frutto di un condizionamento ideologico non studiare questi autori oggi.

Trova in Italia oggi dei validi interpreti o critici del mondo contemporaneo?

Li trovo ma sempre ai margini della filosofia, in verità. Penso ad esempio, senza parlare del mio maestro compianto Costanzo Preve in cui riconosco la più grande voce filosofica degli ultimi anni, di trovare spunti interessanti in Massimo Fini o in autori che non sono propriamente filosofi come Alberto Bagnai, che è un economista; trovo spunti interessanti in giornalisti, economisti e altri. La filosofia mi pare sia in una fase di congelamento ideologico.

Crede in questo senso che i pensatori più in voga all’estero abbiano da dire di più, rispetto a quelli italiani?

Ci sono all’estero pensatori interessanti anche se a volte scadono un po’ nel postmoderno. Pensiamo ad esempio a Žižek, di cui condivido la valorizzazione di Hegel, la critica radicale del capitalismo e che però poi strizza un po’ troppo l’occhio alle ricadute postmoderne del presente. Badiou è interessantissimo così come Alain de Benoist che però non è propriamente un filosofo, ed è in questo senso un po’ ai margini.

Sicuramente i cosiddetti ‘poteri forti’ o le tendenze globali che sono troppo ampie e complesse da gestire hanno un ruolo nello stato di malessere sociale attuale. Non crede però che nelle democrazie occidentali ci sia una grave mancanza di doveri da rispettare (come quello di informarsi, studiare, partecipare), che arginerebbero i mali e favorirebbero i diritti?

Certo che sì. Oggi viviamo nella società in cui ci sono solo diritti acquisibili e acquistabili e in cui tutto è merce. Ci sono solo diritti corrispondenti alla capacità di acquisto. Anche i figli oggi diventano diritti, che è una figura concettualmente assurda; oggi un diritto è la capacità di essere economicamente solventi. È una società del ‘tutto è possibile’ a patto che si abbia l’equivalente monetario corrispondente.

Infine, cosa ha significato o significa per lei fare filosofia?

Per me fare filosofia significa interrogarmi sul mio tempo cercando di coglierlo nei concetti e di porlo in relazione all’eterno, a ciò che è vero sempre. Direi che questo dovrebbe fare il filosofo.

Luca Mauceri

NOTA: Questa intervista ci è stata rilasciata domenica 16 ottobre 2016 in occasione del Carta Carbone Festival di Treviso.

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Evgeny Morozov: internet, la nostra privacy e i signori del silicio

Un guastafeste, un bastiancontrario. In quarta di copertina del suo nuovo libro Silicon Valley: i signori del silicio, Evgeny Morozov è descritto proprio come quello che arriva tardi a una serata e rovina il divertimento, e la festa è la Silicon Valley. Ha l’aria tranquilla di chi sa di sapere, rimane seduto con le gambe accavallate senza scomporsi mai, ma quando tocca a lui non le manda certo a dire, ai colossi californiani soprattutto. Il sociologo bielorusso, giornalista e saggista, 32 anni, già quattro libri pubblicati in Italia, è considerato come uno dei massimi tecnoscettici, parola con cui si vorrebbero comprendere molte cose e che non vuol dire niente. Quel che si può dire, specificando meglio, è che Morozov è un esperto e studioso dei nuovi media e di internet, è molto critico riguardo il nuovo tipo di capitalismo sdoganato dalle aziende della Silicon Valley e riguardo l’uso che fanno e che potranno fare dei nostri dati. Se questo è essere tecnoscettici, allora sì, lo è, e molto.

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Comunque sia, l’incontro e il dibattito che ha tenuto al Teatro Comunale di Ferrara il primo ottobre durante il Festival di Internazionale era gremitissimo, con molte persone in coda già un’ora prima dell’inizio. L’incontro si chiamava Fatti nostri con il sottotitolo Privacy, diritti e libertà ai tempi dei big data, ed era inserito non a caso nella categoria diritti. Morozov avrebbe dovuto dialogare con Stefano Rodotà, che ha rinunciato però all’ultimo. A rimpiazzarlo Paul Mason, giornalista del Guardian e autore di Postcapitalismo, da poco uscito in libreria. La discussione è stata così più tecnica e basata sulle implicazioni politiche ed economiche della tecnologia odierna. L’ora e mezza è stata densa di temi e il dialogo (in inglese) molto serrato, tanto che le traduttrici a fatica riuscivano a stare dietro al ritmo con cui le parole di Morozov uscivano dalla sua bocca. L’assunto da cui partono e concordano sia Mason che Morozov è la visione di internet come di uno spazio (cyberspazio) scollegato dalla realtà, un posto speciale e in quanto tale con regole proprie, invece che una semplice, ma nuova, infrastruttura. Di fatto, spiega il sociologo, questo permette alle nuove aziende che operano in questo scenario, vedi Uber e AirBnb, di sfruttare la deregolamentazione che esiste in materia, non sottostando alle leggi normali. E inoltre di rispondere alle accuse che vengono mosse nei loro confronti ergendosi a paladini di internet, gridando alla censura, come se pretendere delle regole mettesse in discussione la libertà stessa di queste aziende e della rete. Morozov infatti mette in guardia dalla retorica che ci fa credere che le innovazioni tecnologiche, tutte, siano sinonimo di progresso e che le critiche ai punti oscuri del nostro mondo digitale (e ce ne sono) siano invece ostacoli, tacciando chi le formula di essere antiprogressista. Quello che auspica Morozov e che trova d’accordo anche il suo compagno di palco è quindi innanzitutto una regolamentazione democratica dello spazio cibernetico, inteso sia come contenuto che come struttura di internet.

 

Internazionale_ferrara_2016_la Chiave di Sophia-01Altro snodo cruciale sono poi i big data e le intenzioni che hanno a riguardo i nuovi giganti del capitalismo. Tema di attualità poiché siamo veramente solo all’inizio della raccolta e dell’utilizzo dei dati, e caro a Morozov che ne parla per esteso anche nel suo ultimo libro. La sua tesi è che tutti i servizi gratuiti o quasi che ci offrono aziende come Facebook, Google, Amazon, ma anche Spotify (come anche tutte le iniziative umanitarie sempre opera di questi colossi nel terzo mondo), non ci sono dati perché abbiamo a che fare con un nuovo tipo di capitalismo felice e inclusivo, e con gente che fa filantropia, anzi. Abbiamo a che fare con un’altra faccia del vecchio capitalismo che, impreziosito dalla retorica dell’infallibilità e del bene comune, in cambio di servizi si prende i nostri dati, ovvero la nostra privacy. Fin qui nulla di trascendentale, se non che l’enorme massa di dati che vengono processati ogni giorno da Facebook e Google, tra gli altri, hanno lo scopo di essere monetizzati, spiega Morozov. Quindi il miglior offerente si accaparrerà le nostre informazioni per mostrarci la pubblicità più adatta a noi al momento giusto. O i dati finiranno in mano di banche e assicurazioni, che sapranno meglio di noi quanto valiamo e se siamo o meno affidabili. Il problema è quindi non solo digitale ma politico ed economico, e il dibattito secondo Morozov deve spostarsi su questi piani per poter vedere e contrastare le implicazioni di questo tipo di mercato. Se questo è l’inizio Morozov immagina come, grazie ai nostri dati, le aziende possano impadronirsi poco alla volta del settore pubblico: dalla sanità via app, ai trasporti appaltati ad Uber fino ai MOOC (corsi online) al posto delle università. E se non si fa qualcosa saranno proprio lo stato e le città ad affidare ai privati queste incombenze. Il potere politico si sposterà quindi dai parlamenti ai consigli di amministrazione. Per il sociologo la partita inizia dai dati ma può mettere in crisi il welfare e lo stato sociale per come lo conosciamo oggi. E allora la nostra privacy sarà diventata un servizio a pagamento e non un diritto; è questo il pericolo più grave. Di fronte a tutto ciò Morozov afferma che c’è bisogno di un’alternativa statale e pubblica al monopolio delle aziende di big data, solo in questo modo potremo essere sicuri che i nostri dati siano usati realmente per il bene della collettività e non solo per generare profitti. Rispondendo infine abbastanza accalorato all’ultima domanda dal pubblico, rivolge alla platea un’altra domanda: “Vogliamo davvero che tutti i minimi aspetti delle nostre vite siano gestiti da Google tramite i nostri dati? Io no.” A noi la parola.

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Tommaso Meo

[Immagini di proprietà de La chiave di Sophia]

Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti

In Turchia, la notte di violenza tra il 15 e il 16 luglio ha visto fallire il tentativo di un golpe. Il premier turco ha costantemente manifestato forti timori di un possibile colpo di stato contro di lui: profeta o abile architetto?
Se questo rimane un interrogativo, quel che è certo è che di fatto il colpo di stato fallito ha reso Erdoğan ancora più forte.
Sarebbero circa 15.000 le persone arrestate; oltre 45.000 le persone sospese o rimosse dall’incarico; 20 siti web sono stati bloccati e sono stati 89 i mandati di cattura nei confronti dei giornalisti1.

Alla domanda del presidente turco “L’occidente è dalla parte della democrazia o dalla parte del golpe?”, mi pare opportuno rispondere che un colpo di stato è qualcosa di essenzialmente illiberale. La Turchia non deroga la norma.
Nel migliore scenario possibile avrebbe portato ad un diverso tipo di autoritarismo; nel peggiore avrebbe scaturito una guerra civile.
Eppure il fallimento del golpe non ha coinciso con la vittoria della democrazia, anzi.
Se intendiamo la democrazia non solo come espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato, la democrazia ha fallito.
Erdoğan non si è fermato alle purghe. Il 21 luglio è entrato in vigore lo stato di emergenza. Il governo turco ha deciso di non applicare, in via temporanea, la Convenzione europea per i diritti umani. L’articolo 15 della Carta prevede la possibilità di sospensione della stessa «per motivi di pubblica sicurezza o di minaccia alla nazione», tuttavia, alcuni diritti non possono e non devono essere limitati.
Ad esempio, l’articolo 5 della suddetta recita: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». La pratica della tortura si prefigge lo scopo di annientare la personalità della vittima e negare la dignità della persona. Il divieto assoluto della tortura o qualsiasi altro trattamento inumano o degradante non tollera alcuna eccezione. Il governo turco si è reso protagonista di episodi di tortura e violenza nei confronti delle persone ree di essere state coinvolte con il tentato golpe.

Dobbiamo considerare Erdoğan come il Billy Budd di Melville? È davvero accettabile l’idea secondo la quale, in talune circostanze, la violenza sia l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia?

È una sfida tra violenze? In uno scenario di violenza contro violenza, la superiorità del governo è sempre stata assoluta; tuttavia, tale superiorità dura soltanto fino a quando la struttura di potere del governo è intatta, cioè finché si obbedisce agli ordini o le forze di polizia sono preparate a far uso delle loro armi. Quando non è più così la situazione cambia totalmente.

È venuta a crearsi una realtà nella quale la violenza appare come l’ultima risorsa per mantenere inalterata la struttura di potere contro i singoli sfidanti, sembra in effetti che «la violenza sia un prerequisito del potere e il potere nient’altro che una facciata, il guanto di velluto che o nasconde il pugno di ferro oppure si rivela come appartenente a una tigre di carta»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. www.amnestyinternational.it
2. Hannah Arendt, Sulla violenza

[Immagine tratta da Google Immagini]

I piccoli muoiono, nel mondo dei grandi

In questi giorni è sufficiente aprire un quotidiano, sintonizzare la tv su d’un telegiornale oppure accedere al web, per avere notizia del precipitoso avvicendarsi di eventi che stanno coinvolgendo la Turchia. Una delle notizie che – sarebbe parso strano il contrario – stanno avendo maggiore risonanza è quella che riporta l’abolizione del reato di pedofilia per abusi sessuali commessi a danno di persone di età inferiore a 15 anni: alcune fonti ne parlano come di una delle azioni repressive conseguenti al fallito golpe, alcune altre riferiscono di un parere negativo della Corte Costituzionale turca a proposito del primo comma dell’articolo 103 del codice penale turco1. Non ci interessa, in queste righe, stabilire l’origine di un tale atto: le ragioni di quanto sta accadendo in Turchia, probabilmente, non si riveleranno nell’immediato e saranno più profonde di quanto è possibile intendere fino ad ora; inoltre, rischieremmo di ritrovarci in una impasse sterile. Se ci fermassimo soltanto dato attuale, all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, perderemmo di vista il punto cruciale della questione.

Bisogna invece fermarsi a riflettere sulla terribile esposizione dei bambini alle pratiche di violenza che interessano il mondo: la vita degli esseri umani adulti ha un effetto particolare su quegli esseri umani che adulti non sono ancora; e i bambini che abitano al di là della cortina dell’indifferenza, quel confine oltre il quale gli eventi più atroci non ci toccano mai davvero2. Anche prima di questo parere negativo da parte della Corte Costituzionale turca, i diritti dei minori sono stati sistematicamente violati, non solo nei paesi orientali, in cui la situazione è aggravata da un’instabilità politica notevole e dal proliferare di scontri armati.
Basta digitare le parole giuste su d’un qualsiasi motore di ricerca per avere sullo schermo dati preoccupanti; dati che, se correttamente sintetizzati, concorrono a tratteggiare un panorama agghiacciante. I dati dell’Archivio Disarmo3  riferiscono di più di 200.000 bambini utilizzati a vario titolo negli scontri mondiali di tutto il mondo: bambini utilizzati come spie, assassini, esche, molto spesso manipolati anche tramite la somministrazione forzata di droghe; i rapporti Unicef4 raccontano che almeno 200.000.000 di donne subiscono mutilazioni genitali quando hanno meno di 5 anni: nel 2015 si è registrato un aumento dei casi di mutilazioni genitali di vario tipo, causato anche da un concomitante aumento demografico e si stima che, se non si registrerà un’inversione di trend, nel 2030 86 milioni di ragazze nate tra il 2010 ed il 2015 subirà mutilazioni genitali di vario genere5;  nel solo aprile 2014 Boko Haram6 ha rapito 219 ragazze, costrette a matrimoni con i guerriglieri, ne ha usata una di 9 anni come ordigno per un attentato in un mercato del Camerun; le gravidanze precoci cui vengono obbligate le cosiddette spose bambine causano, ogni anno, la morte di circa 70.000 ragazze d’età compresa tra i 15 ed i 19 anni; sono impiegati nel mondo più di 15 milioni di bambini e bambine, molti dei quali costretti a svolgere mansioni pericolose, anche in ambito domestico; 120 milioni di persone, di età inferiore ai 20 anni, dichiarano di aver subito violenze sessuali ad un certo punto della loro vita; un bambino siriano su cinque, tra quelli che hanno raggiunto l’Europa come profughi, soffre del disturbo post-traumatico da stress7.

E poi arriviamo a qualche giorno fa, quando una campagna delle Forze rivoluzionarie siriane mostra alcuni bambini che chiedono di essere trovati e salvati, con lo stesso zelo con cui l’Occidente si è mosso per andare in cerca dei Pokemon nascosti tra le trame della realtà aumentata, da un conflitto che – fino ad ora – ha mietuto più di 400.000 morti ed ha inciso indelebilmente sulle condizioni di vita di quei bambini.

Ogni giorno, accedendo ad internet, ciascuno di noi può osservare coi propri occhi le condizioni a cui costringiamo milioni di bambini; può osservare le sofferenze che contribuiamo a far passare sotto silenzio ogni volta che preferiamo non guardare: cresciamo con un’ostentazione programmata della violenza, con un feticcio per l’estetica del male e della sofferenza che causa; con un’ossessione per lo svelamento e la cronaca minuziosa delle pratiche più oscure, che talvolta scade in forme di perversa celebrazione. Eppure siamo troppo sensibili quando bisogna aprire gli occhi sulla carne e sul sangue dei nostri bambini, che muoiono ogni giorno, che patiscono in questa realtà senza sovrastrutture virtuali o vie di fuga, senza alcuna evasione possibile, nella realtà diminuita, la cui totalità sembra perdere ogni senso o spiegazione.

Dimentichiamoci, allora, di tutti i loro volti: siriani, europei, turchi, statunitensi.
Dimentichiamoci dei loro corpi, non solo di quelli che vengono annientati dalla parte sbagliata del confine, dalla parte dei buoni.
Dimentichiamoci una volta per tutte che i piccoli muoiono, nel mondo dei grandi, e continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, liberi anche di questo peso che grava sugli affari dei grandi, di quelli che contano, di quelli che ne capiscono.

Emanuele Lepore

Questo articolo viene volutamente pubblicato senza alcuna immagine specifica: ogni tanto, anche agli occhi va dato il loro silenzio.

NOTE:
1. Cfr http://www.davidpuente.it/blog/2016/07/21/annullato-il-reato-di-pedofilia-turchia-amnistia-le-nozze-con-le-spose-bambine/
2. Al limite ci scandalizzano in superficie, per pochi minuti, solo fino a quando non pubblichiamo uno tweet in cui ci diciamo indignati. In relazione all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, la superficialità ha impedito di riportare una notizia pulita, senza stratificazioni politiche che tradiscono un pregiudizio di fondo nei confronti dei paesi orientali.
3. http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-50/sistema-informativo-a-schede-sis/231-i-bambini-soldato
4. http://www.minori.it/it/news/rapporto-unicef-sulle-mutilazioni-genitali-femminili .
5. Tra le più cruente e frequenti, spiccano l’escissione e l’infibulazione.
6. Si veda il dossier pubblicato da InDifesa: http://www.terredeshommes.it/dnload/InDifesaDossier_2015.pdf?lang=it; il dossier qui citato propone dati sconcertanti a proposito di varie forme di violenza sui minori: aborti selettivi, violenze sessuali nei campi profughi.
7. La lista di questi dati, liberamente consultabili, potrebbe continuare a lungo e fare da contraltare alla narrazione  quotidiana di un mondo in cui le guerre sono combattute soltanto tra adulti, in cui le conseguenze delle nefandezze di cui siamo abituati ad avere più o meno notizia interessano soltanto gli adulti e sono lette soltanto per il loro peso strategico, militare, geo-politico ed economico. Si tratta, inoltre, di una lista volutamente parziale: non si tiene conto, in questo articolo, delle sofferenze a cui i bambini sono sottoposti specificamente nei paesi occidentali sviluppati.

La maternità surrogata e il turismo procreativo dell’Occidente

Nove mesi di gestazione possono risultare impegnativi e poi c’è la fatica per rimettersi in forma e la conseguente discriminazione sul lavoro: se sei attrice o modella non vieni chiamata dai registi o dalle fashion house per il tuo stato. Oppure c’è la voglia di avere un figlio, senza avere un compagno. A volte un compagno ce l’hai, ma è del tuo stesso sesso. E allora? In voga tra i vips il ricorso all’ “utero in affitto”. Per diverse ragioni, hanno scelto questa pratica da Robert De Niro e Dennis Quaid, al cantante single Ricky Martin, all’attrice Sarah Jessica Parker che, all’età di 44 anni, sostenne di aver tentato invano di dare un fratellino o una sorellina al primogenito, ma senza risultati. Dato che l’orologio biologico avanza inesorabilmente, decise di ricorrere alla maternità surrogata o “utero in affitto”: una tecnica che permette di diventare genitore anche a chi, per svariati impedimenti fisiologici e non, non riesce a portare a termine una gravidanza, ciò è possibile grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri. In prossimità del parto verranno avviate le procedure legali per il riconoscimento formale dei genitori biologici (tale pratica è vietata in Italia).

Per ogni notizia relativa ai vips che inevitabilmente fa il giro del mondo, ci sono altrettante coppie comuni che, a riflettori spenti, ricorrono alle stesse tecniche pur di realizzare il sogno di diventare genitori. Sul web brulicano le organizzazioni che offrono, dietro cospicuo pagamento, la soluzione ai problemi di fertilità; tra i servizi erogati, oltre alla scelta della madre surrogata, anche l’assistenza legale per la stipula del contratto e le spese mediche. Una vera e propria compravendita, in questo caso di figli, perché di fatto la maternità surrogata è un grande business attorno al quale girano milioni di euro. Secondo il tariffario pubblicato dal New York Times, in Inghilterra affittare una madre surrogata costa circa 120 mila euro, in Thailandia il costo scende a 48 mila euro. Se poi si vuole risparmiare, con una tappa in Ucraina si ottiene un “utero in affitto” per 30 mila euro. Se si raggiunge il continente africano, in Nigeria, Algeria e Somalia il prezzo è molto competitivo, noleggiare una madre surrogata cosata poco meno di 10 mila euro, stessi prezzi si possono trovare nella vicina Creta o in India. Donazione di ovuli, egg freezing, mamme surrogate: tutte pratiche non esenti da riflessioni di ordine etico e a rischio di risvolti controversi. Tra tutti il caso estremo del piccolo Gammy, affetto da sindrome di Down e concepito insieme alla sua gemellina sana con un utero “preso in affitto” da una coppia australiana in Thailandia. Il neonato è stato lasciato dai genitori alla mamma surrogata a seguito della diagnosi. Altro caso nella Repubblica Ceca, da un utero in affitto nasce un bambino che soffre di gravi patologie ereditarie: sia i “genitori” che l’hanno commissionato, che la madre che lo ha partorito lo rifiutano. Nonostante l’evidente carenza di regolamentazione internazionale e il rischio di sfruttamento delle mamme surrogate provenienti da Paesi poveri, il ricorso a queste tecniche non si ferma.

Le testimonianze di coppie che riescono ad avere un bambino fra le braccia è in notevole aumento: in particolare donne con una carriera in ascesa che, trovato l’amore dopo i 40 anni, entrano nella spirale di cicli di fecondazione assistita falliti e approdano all’ultima possibilità, la maternità surrogata. Parto dal presupposto che il desiderio di avere un figlio non si basa su alcun diritto, ancor più se esso diventa “prodotto” di un mercato senza remore che utilizza il corpo di donne, approfittando delle loro gravi indigenze socio-economiche, per produrre su commissione un figlio, sottoponendo l’essere umano ad un processo di disumanizzazione e trasformandolo in uno strumento di business. Perché non scegliere la strada dell’adozione? Perché non offrirgli una vita migliore a tutti quei bambini che attendono una casa, che hanno bisogno dell’amore di una famiglia? E che dire della strumentalizzazione della donna? Come si sente la madre surrogata quando deve separarsi dal bambino che ha portato in grembo per nove mesi? Donne che diventano oggetto, per scelta, per soldi o per disperazione, che si adoperano a portare in grembo i figli che saranno di altri. In India, per l’estrema povertà, i giornali pullulano di annunci di “uteri in affitto”. Ma se poi colei che porta avanti la gestazione per conto di altri si pente della scelta effettuata? Un bimbo nato da una madre surrogata può essere conteso tra chi lo ha commissionato e chi ha accettato di portarlo in grembo?

Uno dei primi casi di tale contesa, in Italia, è quello di Jessica, oggi ventenne, nata perchè una coppia di coniugi, che non poteva avere figli, “affittò” l’utero di una donna algerina. La madre surrogata ricevette un milione di lire al mese e una casa a Rapallo per trascorrere i mesi di gestazione, ma, poco prima del parto, cambiò idea e decise di tenersi la bambina. L’uomo, padre biologico, le notificò un atto di citazione al tribunale di Monza, chiedendo che gli venisse riconosciuto il diritto ad avere per sè la figlia. La domanda venne respinta con sentenza del 30 maggio 1989. I giudici ritennero nullo il contratto per “l’utero in affitto” stabilendo che non si diventa figli per contratto e che una donna ha diritto di crescere la propria creatura, portata in grembo per nove mesi.

Silvia Pennisi

[immagine tratta da lanuovagiustiziacivile.com]

Famiglia tra ieri e oggi

Davanti alle nuove frontiere di carattere sociale in passato mi è capitato spesso di prendere decisioni piuttosto drastiche.
E’ accaduto anche in relazione al tema della famiglia, un argomento oggetto di lunghi dibattiti tra tradizionalisti e ‘genderiani’ che, dietro il loro voler essere intellettuali, nascondono entrambi tanto estremismo e pregiudizio.

 
Molte persone cercano l’opinione da vetrina, quella da sfoggiare se nella classica conversazione del più e del meno compare la domanda a bruciapelo: “Tu che cosa ne pensi?” Per alcuni anni posso confermare di averne fatto largo uso, e nello specifico ripetevo sempre la stessa cosa: gli omosessuali dovrebbero potersi sposare, ma per crescere un figlio ci vuole un padre e una madre.
Coscienza pulita, conversazione salva e archiviata.

 
Volgendo il mio interesse sempre più verso gli studi storico-antropologici ho progressivamente immerso la riflessione su persone, categorie, comportamenti e fenomeni sociali. La mia curiosità in tutto questo reclamava maggiori quantità di informazioni.
Iniziava l’ossessionata ricerca alle conclusioni profonde e dopo aver trovato quelle relative alla famiglia cambiai nettamente la mia opinione.
Gli aggettivi ‘tradizionale’ e ‘naturale’ sono incompleti e usati impropriamente. Ma andiamo con calma e vediamo il perché.

Articolo 29 della Costituzione:

“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.”

La famiglia non ha sempre avuto le caratteristiche che oggi diamo per scontate, inizialmente si riferiva all’insieme di sottoposti, ovvero moglie, figli, servi o schiavi, protetti… insomma tutti coloro che direttamente o meno avevano un legame con il pater familias, generalmente il membro più anziano del gruppo con o senza prole, che esercitava su tutti un potere illimitato: la patria potestas. Nel tempo cambiò forma, restò patriarcale ma assunse una forma sempre più gerarchizzata e
sfaccettata, livellandosi solo recentemente con la parità giuridica tra uomo e donna. Non dimentichiamoci che l’articolo 587 del Codice Penale, il famoso delitto d’onore, venne abolito solo nel 1981.

 
La famiglia è quindi nata all’interno di una gamma di strumenti necessari ( ma non esclusivi ) ad ordinare la vita, ha una sua funzione sociale ed è stata creata dall’Uomo… di naturale ha solo l’ideatore, ma non la forma standard che tutti noi conosciamo, poiché comparsa solo negli anni ’70-’80 del XX secolo. Allo stesso modo il matrimonio è un artificio, in cui al centro vi è un’anima contrattuale attorno alla  quale, sempre con il tempo dettato dalla Storia, si è sviluppato un insieme di rituali religiosi e consuetudinari. Per moltissimo tempo restò comunque un accordo di carattere economico o politico tra i padri degli sposi, al posto del parroco vi era un notaio e solo in un secondo momento, decisamente marginale, entrava in gioco il classico celebrante clericale.
Tradizionale è un termine quindi un po’ vago per definire famiglia, se dovessimo prenderlo alla lettera dovremmo dimenticare molti successi sociali raggiunti negli ultimi anni e accettare una condizione che affonda le sue radici nella figura del marito-padrone e della moglie-serva, o nella poligamia ufficiosa praticata, nel tacito comune assenso, dal marito. Sarebbe senza dubbio una forte scelta coraggiosa, alla quale però personalmente non aderirei.

Alla luce dell’immenso relativismo storico-sociale, e dal mosaico di casistiche che ci raccontano di figli abbandonati a loro stessi, di padri violenti o di genitori assenti, è difficile dal mio modesto punto di vista poter giudicare negativamente – perché non ‘tradizionale’ – una coppia omosessuale che, non avendo figli, decide di costruire una famiglia basata su quel complesso sentimento chiamato amore.

Inoltre, trovo difficile, poter affermare che la famiglia classica è l’unica depositaria della naturale felicità.
Oggi le imposizioni gerarchiche, la patria potestas e la famiglia come ‘Stato in miniatura’, sono caratteristiche scomparse dal nostro immaginario collettivo, ma dall’altra parte sembra che manchi il coraggio di fare quel passo che ci conduce nella nuova interpretazione della realtà.
Passo che prevede anche la precarietà di un equilibrio apparentemente ancestrale, sebbene figlio di interminabili assestamenti.
Un dato di fatto è che alcune persone, pur vivendo nel pieno rispetto della legge, cercano il riconoscimento di alcuni diritti giuridici fondamentali non ancora riconosciuti, a differenza del diritto di libertà di opinione, garantito costituzionalmente nonostante la minaccia del pensiero unico.
Pare che lo scontro sia comunque molto distante dalla risoluzione.
Probabilmente gli ingredienti mancanti rimangono la comprensione e il rispetto, dimenticati troppo a lungo nel furore della pòlemos ideologica che attanaglia i giorni della nostra traballante contemporaneità.

 

Alessandro Basso

[immagini tratte da Google Immagini]

Mamma? No grazie.

Sono stata dal ginecologo oggi. Era una semplice visita di controllo annuale, una sorta di tagliando. Non mi sarei mai aspettata di affrontare con lui una decisione, o meglio una scelta, così importante della mia vita. È vero, potevo aspettarmi una simile domanda da parte sua. Ho trentacinque anni, il mio orologio biologico muove le sue lancette con moto inesorabile. Se volessi dei figli nel mio futuro prossimo forse questo sarebbe il momento di pensarci in modo più concreto. Nonostante questo, la nostra conversazione oggi mi ha spiazzata.

“Allora, Sara? Che tipo di programmi abbiamo per il futuro? Vogliamo avere dei figli?”

Una semplice domanda, in un certo senso “dovuta” visto il suo ruolo professionale. Una semplice risposta quella che avrei dovuto dare: no.

La risposta sarebbe dovuta essere molto semplice, visto che è una scelta su cui ho già riflettuto e preso la mia decisione. Invece mi sono trovata a biascicare qualcosa d’incomprensibile mentre navigavo nell’imbarazzo più totale. Ecco, questo mi ha spiazzata. Perché io avrei voluto rispondere che no, dottore, figli io non ne voglio. Penso di non averne mai voluti e non li voglio nemmeno adesso. Penso che ci siano tante cose nella vita da fare e per me diventare madre non è fondamentale per essere felice o soddisfatta. E non si tratta di realizzarmi professionalmente, perché penso che le due cose non siano in alternativa, ma semplicemente concepisco la maternità come una scelta e non come il destino di tutte le donne.

Mi ha dato molto fastidio non essere riuscita a rispondere in modo così risoluto al mio medico. La verità è che ogni volta che esprimo questi concetti mi sento incompresa. Mi sembra di suscitare sospetto e diffidenza nelle persone che ho davanti, quasi fossi contro natura. Mi sono sentita anormale, sbagliata, un mostro molte volte parlando di questo. Eppure io penso che essere donna non voglia dire solo essere madre. Io penso che donna voglia dire un’infinità di cose, tra cui anche l’essere madre, se lo si vuole. Sono donna anche se non partorisco.

Penso solo che sia giusto poter essere libera di scegliere affidandomi al diritto di contraccezione, compresa quella di emergenza, e all’aborto piuttosto che diventare madre perché mi ci sento costretta e trovarmi con questo disagio enorme da gestire – oltretutto da sola, perché in questa società non è permesso, a una donna che è appena diventata madre, di non esserne felice ed entusiasta. Io penso che ci siano donne che per le più disparate ragioni -culturali, economiche e sociali- non vogliono essere madri e che hanno tutto il diritto di essere ciò che vogliono essere o non-essere senza per questo sentirsi sbagliate.

Ricordando le parole di Oriana Fallaci:

Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto fra tanti diritti.

Sono sempre più numerose le donne che decidono di non avere figli. Guardando ai dati statistici sono ben dieci volte più numerose rispetto a cinquant’anni fa e l’Italia detiene il primato europeo. Nonostante questo è una scelta che appare ancora oggi strana e incomprensibile, quasi fosse un tabù essere donna scegliendo di non essere madre. Un pregiudizio frutto di una cultura che definisce il ruolo che le donne devono interpretare, di una retorica di maternità e procreazione, di stereotipi sessisti. Non sono a giudicare le motivazioni intime di una scelta così privata, sono a rivendicare nel 2015 il diritto di una donna a non essere madre senza essere giudicata, a rivendicare il diritto alla libertà di poter essere come si vuole.

Le ali spiegate rendono felici.

Giordana De Anna

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[Immagini tratte da Google Immagini]

Vivere per l’Islam

La riflessione di oggi è nata dopo aver letto una frase su Facebook condivisa da una donna di religione mussulmana.

“We are peraphs living in times when living for Islam is more difficult then dying for it”

La frase può essere così tradotta: “ Probabilmente viviamo in un’epoca in cui vivere per l’Islam è molto più difficile che morire per esso”

Se non mi stessi trovando in un mondo islamico da circa un anno, quasi sicuramente avrei letto queste parole in un modo diverso. Mi sarei basata sulle notizie che arrivano in Italia di guerre, guerriglie, lotte, stragi e rivendicazioni e avrei messo a fuoco solo la seconda parte. Morire per esso.

Ma cosa vuol dire invece (per una donna) vivere per l’Islam?

Premesso che posso fare riferimento solo alla realtà di Doha, quella che ho conosciuto fino ad oggi, alle persone incontrate e alle esperienze che mi sono state raccontate, posso affermare che la maggior parte delle donne mussulmane sono fiere di essere tali.

Indossano l’abaya e il velo con orgoglio. Rispettano usanze e preghiere. Ho addirittura conosciuto donne europee che si sono convertite alla religione mussulmana e l’hanno fatto con la piena libertà, consapevolezza e convinzione.

La maggior parte delle donne arabe in Qatar sono donne che lavorano, che guidano, che viaggiano. E sono donne che lottano. Lottano contro il pregiudizio del velo.

Perchè diciamoci la verità. Quel velo, apparentemente così sottile, è in realtà una barriera spessa e pesante. È un muro. Un ostacolo che noi (non mussulmani) preferiamo aggirare piuttosto che affrontare. Preferiamo far finta di non vedere piuttosto che cercare di capire.

Chiara Amodeo - Doha

La condizione della donna varia da Paese a Paese.

Il riconoscomento dei loro diritti dipende molto dall’interpretazione che si da alla Legge Islamica (la Shari’a).

I più conservatori interpretano i passi del Corano includendo differenze di status e diritti tra i due sessi.

I movimenti più attuali invece danno un’interpretazione più paritaria.

Detto questo, per quanto le mussulmane possano essere fiere dei loro costumi e delle loro tradizioni, non si può certo dire che essere una donna in Qatar sia semplice. Locale o espatriata, europea o asiatica, poco importa: gli ostacoli sono all’ordine del giorno. I pregiudizi sono tantissimi. I luoghi comuni non si contano nemmeno.

Chiara Amodeo Doha

Allora mi chiedo, sarà per questo che vedo sempre più donne locali trasferirsi a Londra, la meta più ambita ed amata da ogni qatarino e già in parte conquistata grazie a quella bandiera bianca e bordeaux che sventola su Harrods?

Chiara Amodeo


[Immagini tratte da: http://stylonica.com/top-20-hijab-styles/ e  https://www.flickr.com/photos/61832963@N05/5627087731/]

Un orco in famiglia

Nel Marzo 2014 l’Agenzia Europea per i diritti fondamentali pubblica alcuni dati significativi riguardanti la violenza sulle donne.

In generale, il trentatré percento delle donne europee ha subìto violenza (sessuale, psicologica o fisica) almeno una volta nella vita.

Numericamente parlando, ciò vuol dire che una donna su tre ha subìto violenza nella propria vita.

Proviamo solo per un momento ad immaginare di passeggiare tra le vie delle nostre città ed a pensare che i volti di donne apparentemente felici, serene, senza preoccupazioni non siano altro che una maschera dietro alla quale si nasconde una sofferenza che non si può descrivere a parole. Sofferenza dovuta ad una violenza inflitta, nella maggior parte dei casi, da parte dei partner i quali dovrebbero essere le prime persone a donare affetto incondizionatamente senza pretendere nulla in cambio.

La situazione in Italia non è migliore rispetto al resto d’Europa; i dati italiani riportano numeri agghiaccianti: il ventisette percento delle donne dopo il quindicesimo anno di età e l’undici percento delle ragazzine prima dei quindici anni ha subìto violenze; su questo utlimo dato, in particolare, vorrei richiamare la vostra attenzione.

Ventuno milioni di donne europee ha subìto violenza in età inferiore ai quindici anni. Altro shock: in più della metà dei casi la violenza deriva da parenti e familiari.

“I genitori? Praticamente erano all’oscuro di tutto. Il padre sicuramente, mentre la madre, se pure possa aver intuito vagamente qualcosa, probabilmente ha preferito fare finta di nulla per non turbare l’equilibrio familiare“. Questo è quanto dichiara la Procura riguardo ad un caso di violenza a Piacenza.

La ragazzina vittima della violenza da parte dello zio aveva solo 12 anni. Il fratello di lei, dopo aver scoperto l’accaduto, ricattò la piccola costringendola con la forza a concedersi anche a lui dopo averla minacciata.

Facendo una piccola ricerca in internet, purtroppo, di casi come quello appena citato se ne trovano molti. Ma la vera domanda è: quante altre situazioni di questo genere sono presenti all’interno delle mura di casa nel nostro Paese? Quante storie di abusi e violenze si celano dietro ad un portone di casa?

Il silenzio può essere motivato da molti fattori: dalla minaccia, il poco coraggio, la vergogna, la paura. Proprio per questo è arrivato il momento di dare voce alle donne di qualsiasi età, religione, colore della pelle e nazionalità per denunciare ogni tipo di violenza.

“Casa è amore, non paura”, come ha scritto la mia collega Nicole due settimane fa, e dovrebbe essere così in qualsiasi posto del mondo.

Noi donne siamo state per troppo tempo in una posizione di sottomissione che ci costringeva a cadere nel vuoto senza poter urlare. Il silenzio tanto odiato e temuto alla fine restava l’unico vero conforto che ci rimaneva, ci abbracciava e non ci lasciava mai sole; da condizione di vita imposta si trasformava, quasi, in amico fidato su cui fare affidamento, la cui dipendenza era una stato cui era impossibile fuggire.

IO DICO BASTA!!!

Non possiamo chiuderci in una gabbia con il silenzio a farci da sbarre, non possiamo vivere aspettando la nostra ora di aria. Non si può vivere di immaginazione!

Vivere la vita in bilico ci porterà prima o poi a precipitare in un baratro senza fine, saltate!! Lo dovete ai vostri figli, alle vere persone che vi vogliono bene, ma soprattutto a voi stesse!

Qualsiasi donna merita una vita ricca di emozioni, felicità e soprattutto rispetto.

IO DICO BASTA…E TU?

Katia Maistro

[immagini tratte da Google Immagini]