Il Sole Luna Doc Film Festival 2019 porta al centro i diritti umani

Si intitola Sguardi Doc la sesta edizione trevigiana del Sole Luna Doc Film Festival che si svolgerà dal 3 al 6 ottobre 2019 in tre diversi scenari: la suggestiva cornice della Chiesa di San Gregorio Magno, lo spazio di TRA – Treviso Ricerca e Arte, a Ca’ dei Ricchi, e gli spazi della Fondazione Benetton Studi Ricerche.

Una rassegna di selezionati film documentari d’autore – presentati dall’autore stesso o da un ospite di eccezione – che nel narrare storie emozionanti sui diritti umani, l’identità di genere, l’ambiente, il viaggio – inteso sia come scoperta di luoghi sia nell’accezione antropologica di scoperta di nuove culture o ricerca individuale delle proprie origini – ha fatto del Festival un vero e proprio network per la potenza dei temi trattati.

Tra i film in concorso per la sezione Human Rights centrale è la presenza femminile: in Laila at the bridge (TRA 5 ottobre h 22.30), ad esempio, protagonista è Laila Haidari, che, in un paese come l’Afghanistan che non offre quasi nessuna assistenza per la dipendenza, ha scelto di fondare il proprio centro pionieristico di trattamento delle dipendenze e un ristorante dove i camerieri sono ex eroinomani in riabilitazione; Those two remain (TRA 6 ottobre h 18.30) segue la lotta di Om el Khir a Tunisi a capo della protesta delle donne che lottano per scoprire cosa sia successo a figli, mariti e fratelli scomparsi mentre in barca emigravano verso l’Italia durante la primavera araba; diventare poliziotta, indossare una divisa, evitare il matrimonio e avere uno stipendio è il sogno di Walaa, protagonista di What Walaa wants (TRA 4 ottobre h 20.30).

E nell’ambito della sezione The Journey, il documentario Beloved (Chiesa di San Gregorio Magno 5 ottobre h 18.00), racconta la storia di Firouzeh, un’ottantaduenne iraniana agile e forte che vive in solitudine facendo il pastore e cercando di avvicinarsi agli undici figli avuti da un uomo anziano con cui si era sposata da ragazza attraverso un matrimonio combinato.

Non solo donne, rilevante nella medesima sezione anche Children of the snow land (Chiesa di San Gregorio Magno, 4 ottobre h 19.00): un gruppo di ragazzi di sedici anni dopo il diploma in una scuola gestita da un monaco buddhista a Khatamandu, dove sono stati mandati all’età di quattro anni dai loro genitori nella speranza che l’istruzione dia loro una vita migliore, intraprende il viaggio di ritorno verso casa, l’alto Himalaya in Nepal, un’area  remota fuori dai percorsi tracciati, di grande bellezza naturale ma dove vivere è estremamente difficile. Un viaggio di ritorno è anche quello compiuto dal protagonista di Homo botanicus, il documentario che aprirà l’edizione trevigiana del Festival (Spazi Bomben, Fondazione Benetton, 3 ottobre h 19): Guillermo Quintero fa visita dopo quindici anni al suo vecchio professore sperimentando ancora una volta la sua passione per la botanica nelle foreste tropicali. Una riflessione non solo sulla forza del legame tra maestro e allievo ma anche sull’ossessione dell’uomo moderno di mappare e controllare la Natura.

Infine, nella sezione Shorts, ritroviamo protagonisti bambini e ragazzi: in Born in Gambia, Hassan, il cui fratello accusato di stregoneria è stato arso vivo davanti a lui, è un ragazzo che, scappato per evitare il medesimo destino, gira per le strade del Gambia con un registratore raccontando la sua vita e quella di altri bambini. In Cor de pele è attraverso il punto di vista giocoso e spontaneo di Kauan, ragazzo albino di undici anni, che scopriamo la sua routine atipica con i suoi fratelli, tre neri e due albini. Saigon sur Marne è il racconto, venato di umorismo, che un’anziana coppia fa alla nipotina sulla propria storia di vita tra Vietnam e Francia.

Un Festival che nel rendere omaggio, per l’edizione 2019, al regista morto nel novembre scorso, Bernardo Bertolucci, scelto per l’esergo del catalogo:«Filmare è vivere. Vivere è filmare. È semplice, nello spazio di un secondo guardare un oggetto, un volto, e riuscire a vederlo ventiquattro volte. Il trucco è tutto qui». Omaggia la cosiddetta settima arte ribadendo il suo nesso imprescindibile con la vita e con la bellezza e porta al centro l’uomo a tutto tondo secondo la massima terenziana «Homo sum, nihil humani a me alienum puto», ovvero “Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano mi è estraneo”. 

 

Rossella Farnese

 

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Compatibilità tra diritti umani e Islam. Possibile?

I diritti sono affermazioni vincolate entro un quadro (pre)costituito. Nel panorama attuale, l’Islam rappresenta un ricco dipinto nelle cui diverse sezioni si registrano posizioni tra loro piuttosto diverse. Un colpo di sonda su di loro ci può spingere a riflettervi in rapporto a ciò che viene visto come “l’altro”: un “diverso” con cui condividiamo spazio e tempo, cioè quegli elementi che ci permettono di situarci nel mondo.

«In un tempo come l’attuale, caratterizzato dalla lotta internazionale contro il terrorismo, è tornato alla ribalta il problema dell’Islam, soprattutto per quanto riguarda la scarsa conoscenza reciproca: sia dell’Islam da parte degli occidentali, sia del cristianesimo da parte degli islamici1».

Sono almeno tre le tendenze di fondo, le “correnti” che sembrano scorrere, solcandolo, questo universo: l’ultima, la più recente, sarà quella su cui spenderò più parole, anche per le sue implicazioni nel contesto contemporaneo.

Un primo approccio, più ‘conservatore’, ripropone una visione tradizionale dell’islam per cui la Shari’a si erge a torre d’avorio ove il buon musulmano deve avere dimora. Si tratta di una posizione fatta propria da alcuni stati i quali, in antagonismo rispetto ai diritti dell’uomo universalmente condivisi, insistono sulla dipendenza assoluta della dimensione statale alla sfera religiosa.

Una tendenza più ‘pragmatica’ è invece adottata da quegli stati in cui, soprattutto in seguito al conseguimento dell’indipendenza, sono stati elaborati nuovi codici di diritto, per le varie sfere della vita quotidiana, spesso di matrice europea. Qui, l’ambito che più rimane soggetto alla Shari’a è quello del diritto familiare. In questa seconda prospettiva, gli adattamenti pragmatici più forti hanno riguardato le esigenze dei diritti dell’uomo e della vita moderna.

Infine, la terza corrente è quella “dei riformisti contemporanei” − l’Islam dei lumi −, cui aderiscono coloro i quali cercano di applicare nuovi criteri interpretativi a una lettura più generale, “finalista” del Corano, quindi non strettamente letterale. Questo è l’approccio cui anche i non-musulmani possono rapportarsi e confrontarsi in virtù di una possibilità di comunicazione fertile per tutte le parti coinvolte.

Nell’Islam a partire dall’anno mille si è sviluppato solo un approccio letterale delle fonti, e questo in quanto la libera interpretazione dei testi tramite l’applicazione del ragionamento razionale era inconcepibile. Per i riformisti, al contrario, è necessario promuovere una rilettura attualizzata e attualizzante del Corano rispetto alle esigenze di oggi, anche in forza del progresso culturale, morale generale sviluppato e raggiunto fino ai giorni nostri.

Questo può portare anche ad una “diversa” rilettura del Mondo, della sua perenne metamorfosi la quale richiede, come sua naturale conseguenza, un adattamento alle modifiche ed evoluzioni del sistema socio-politico e economico-culturale globale. Si tratta infatti di una Terra in cui ciascuno di noi, pur nella sua individualità, è incessantemente interconnesso all’Altro, poco importa se si tratta del vicino di casa o di un abitante di un continente distante migliaia di chilometri.

La lettura finalista mira a comprendere, nella situazione descritta dal Corano, quale era, appunto, la finalità della prescrizione o dell’atto di Maometto, cioè estrapolare l’intenzione dal dato storico letterale. Quest’ultimo esige oggi di essere applicato cercando di evadere da quel concetto per cui l’Islam si identifica con la religione naturale: è necessario scegliere di essere musulmani, cioè “sentirsi” tali. Questa libertà primigenia viene così posta sempre come base dell’umanità nella sua eterna complessità, con cui anche l’Islam deve rapportarsi.

Una rivalutazione della dimensione della libertà originaria dell’uomo può, così, costituire una base solida per sviluppare l’accettazione dei diritti dell’uomo, a tutto tondo. In virtù di una lettura finalista del Corano, sarebbe così possibile accettare, in maniera costruttiva e creativa, i diritti fondamentali dell’uomo enunciati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

L’Islam è così in grado di percorrere questo sentiero di condivisione di un nucleo di valori fondamentali i quali possono fornire un nucleo di valori condivisi nelle società contemporanee. Questa terza tendenza moderna è attestata in innovazioni legislative e istituzionali introdotte in alcuni Stati che, tuttavia, si muovono sempre in un quadro non pluralista, ma tutt’oggi ancorato alla tradizione.

La sua importanza è comunque indiscussa in quanto apre prospettive innovative di carattere dottrinale, in grado di riverberarsi sui rapporti internazionali, e in grado offrire alle altre correnti più tradizionaliste la possibilità di aprirsi, dialogando, alla contemporaneità internazionale.

Seguendo questa terza corrente è possibile affrontare e scogliere nodi, tanto problematici quanto basilari, che avviluppano i diritti umani, con notevole apertura alla luce di una riflessione critica dei fondamenti della religione. È appunto definita Islam dei lumi per il rilievo riconosciuto alla ragione, in particolare nell’interpretazione del Corano. Questa opzione metodologica consente una revisione della Legge Santa ricettiva dei diritti dell’uomo così come formulati nei documenti internazionali.
In questa prospettiva si garantisce, per iniziare, la libertà religiosa e un’equa distribuzione di responsabilità e doveri, cui, di riflesso, fa capo un riconoscimento di pari diritti.

In ambito islamico, poi, molte donne e minoranze religiose nutrono quella fiamma di innovazione, promotori interni a livello intellettuale e sociale di una lotta politica e sociale affinché i loro diritti siano garantiti. In questo modo, la loro azione funziona anche da spinta evolutiva interna dell’Islam.

Le minoranze religiose, i cui membri sono tradizionalmente ridotti a cittadini di seconda classe, e a cui generalmente è stata riconosciuta dagli stati moderni una parità di cittadinanza formale, continuano tuttavia a subire molte discriminazioni sul piano delle normative concrete. La lotta che anche loro conducono, apertamente, per una parità di cittadinanza reale in nome dei diritti dell’uomo è comunque un importante propulsore di meccanismi di cambiamento all’interno delle società musulmane.

 

Riccardo Liguori

 

NOTE
1. M. Simone, L’islam e i diritti umani, in “La Civiltà cattolica”, Quaderno 3634, Volume IV, 2001, p. 396

[Photo credits: Junhan Foong on Unsplash]

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Aleppo sta morendo

<p>Syrians leave a rebel-held area of Aleppo towards the government-held side on December 13, 2016 during an operation by Syrian government forces to retake the embattled city.<br />
UN chief Ban Ki-moon expressed alarm over reports of atrocities against civilians Monday, as the battle for Aleppo entered its final phase with Syrian government forces on the verge of retaking rebel-held areas of the city.</p>
<p> / AFP / KARAM AL-MASRI        (Photo credit should read KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)</p>

11 dicembre 2016:
«Aleppo viene liberata», è l’annuncio di Sergej Lavrov – Ministro degli Esteri russo – e dei comandi militari delle forze lealiste siriane.

«Questo potrebbe essere il mio ultimo messaggio», è l’incipit dei tweet o i video postati sui social network da parte degli abitanti.

La città può dirsi pressoché sotto il controllo di Assad, sebbene la caduta di Aleppo non possa dirsi ancora completata in quanto alcuni quartieri sono in mano ai ribelli. Il successo delle forze pro-regime sta spingendo ad un’evacuazione forzata di gran parte della popolazione della zona Est. Le tregue umanitarie sono spesso disattese da entrambe le parti. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: «Si sta consumando un’autentica crisi umanitaria». Sarebbero 100.000 le persone senza cibo e medicinali. Le parole di Bashar al-Assad lasciano poco spazio alla libera interpretazione: «Vittoria, ma non è la fine della guerra». Le forze pro-regime continuano così a commettere violenze contro i civili, con il supporto più o meno velato da parte di Russia e Iran.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti possono dirsi liberi? Possono dirsi liberi i vari Eichmann – lealisti siriani – che stanno commettendo atrocità e torture sui civili? Possono definirsi liberi i ribelli che stanno mettendo in primo piano il fine senza curarsi dei mezzi per raggiungerlo? Possono definirsi liberi coloro che banalmente definiamo “i civili”?

«Qual è l’area entro cui si lascia o si dovrebbe lasciare al soggetto di fare o di essere ciò che è capace di fare o di essere, senza interferenza da parte di altre persone? […] Che cosa, o chi, è la fonte del controllo o dell’ingerenza che può indurre qualcuno a fare, o ad essere, questo invece di quello?»1

È la distinzione tra l’idea di libertà come assenza di impedimento e/o di costrizione, e la libertà come autonomia, come autodeterminazione da sé. Probabilmente dare una definizione del termine “Libertà” è indispensabile.

In accordo con Berlin «La libertà […] non è l’azione in se stessa, ma piuttosto la libertà dell’azione […]. Libertà è avere la facoltà di agire, non l’azione in sé; è la possibilità dell’azione e non necessariamente quella realizzazione dinamica di essa […]».

Il limite della libertà esercitata dal governo non era tanto determinato dalla sua forma quanto, piuttosto, il grado della sua intrusione nelle scelte individuali. Bashar al-Assad è un intruso? Un dittatore?

In questi anni non ha concesso nulla alla realtà naturale, plurale e partecipativa della società. Definì, piuttosto, un’area intrisa di negazione, esclusione, dominazione, discriminazione, ingiustizia. Il risultato fu l’innalzarsi della richiesta di democratizzazione, attraverso cui tutti i popoli possono ottenere i propri diritti e la libertà di svilupparsi.

La democrazia, tuttavia, per essere reale, esige il rispetto delle libertà personali, libertà di espressione e di discussione, libertà di associazione e di riunione. L’elezione non significa nulla se non comporta la libertà di scelta. La libertà non rappresenta un semplice accessorio, è un valore da perseguire. Esige, pertanto, delle garanzie affinché ciascuno abbia riconosciuto il diritto di realizzare se stesso in modo proprio. Furono proprio quelle garanzie che vennero meno nel governo di Assad. Le stesse garanzie che mancheranno nei mesi che seguiranno.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti?

Jessica Genova

Cronache di ordinaria migrazione

<p>Lawrence, ,Jacob</p>

“C’è un’invasione”, “Ci rubano il lavoro”, “Dormono in hotel di lusso”, “Arrivano e non se ne vanno più”, “Sono incivili e non rispettano le nostre leggi”, “Con gli immigrati aumenta la criminalità”: queste sono solo alcune delle false credenze che aleggiano nell’immaginario di una buona parte della società italiana.

Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, hanno attraversato il Mediterraneo in cerca di un luogo sicuro, di una vita migliore e di un po’ di pace. Un flusso di persone che, in assenza di canali sicuri, ha viaggiato nell’illegalità. Persone che identifichiamo sotto la categoria ‘immigrati’.
Umberto Eco apportò una distinzione tra immigrazione e migrazione.
Si parla di ‘immigrazione’ quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro. È un fenomeno che ha riguardato la modernità dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Inoltre, i fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati e accettati.
Dall’altra parte troviamo le cosiddette ‘migrazioni’, le quali sono paragonabili a fenomeni naturali: sono incontrollabili.
Oggi, in un clima di mobilità internazionale, è possibile distinguere l’immigrazione dalla migrazione?
Non lo possiamo sapere, ma quel che è certo è che parlare di ‘emergenza immigrazione’ risulta errato.
Gli arrivi del 2016 sono in linea con quelli dell’anno precedente. Non un’emergenza, ma un flusso di carattere ormai strutturale di migranti.

L’emergenza reale inizia il giorno dopo.
Sono 160.000 le persone ancorate ai sistemi di accoglienza; di cui 123.000 restano per mesi in centri ‘straordinari’, i ‘non-luoghi’ dove i migranti passano dall’essere profughi a fantasmi.
Oggi il 60 per cento delle richieste d’asilo viene rifiutata. Questo vuol dire che 6 migranti su 10 diventano ‘nessuno’.
Perché questa drammatica goffaggine nell’affrontare tale situazione?
I governi, anziché promuovere la solidarietà tra gli stati membri dell’Unione Europea, hanno investito le loro risorse per tutelare i confini nazionali.
Una delle rappresentazioni di questi fallimenti è l’approccio hotspot mascherato dalle parole chiave ‘controllo’ e ‘condivisione delle responsabilità’. Il suo obiettivo è quello di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo e distribuire una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri.
Per raggiungere tale fine, le autorità italiane si sono spinte ai limiti di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani.
Detenzione prolungata, l’uso della forza fisica, trattamenti disumani e degradanti sono le modalità che spesso vengono utilizzate.
L’approccio hotspot prevede, inoltre, uno screening anticipato e rapido dello status delle persone sbarcate, separando i richiedenti asilo da coloro ritenuti ‘migranti irregolari’.
Ancora oggi, tuttavia, la componente di solidarietà del suddetto piano ha sembianze utopiche.

Eppure la solidarietà è l’unica via di uscita per svincolarsi da questo impasse.
Per Bauman «i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». La vera cura va oltre il singolo Paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una ricca assemblea di nazioni come l’Unione Europea.
Infine, in un mondo in cui «i confini non vengono delineati per gestire le differenze, ma sono queste ultime che vengono create perché sono stati delineati i confini»1, è doveroso cambiare la nostra mentalità.
Occorre abbandonare una volta per tutte la separazione, le barriere e l’alienamento che ci siamo autoimposti in questi ultimi anni creando un alto muro chiamato ‘noi’ e ‘loro’.

Jessica Genova

NOTE:
1. F. Barth, Ethnic Groups and Boundaries. The Social Organization of Culture Difference, Oslo Universitetsforlaget, 1969.

[Immagine tratta da Google Immagini]

Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti

In Turchia, la notte di violenza tra il 15 e il 16 luglio ha visto fallire il tentativo di un golpe. Il premier turco ha costantemente manifestato forti timori di un possibile colpo di stato contro di lui: profeta o abile architetto?
Se questo rimane un interrogativo, quel che è certo è che di fatto il colpo di stato fallito ha reso Erdoğan ancora più forte.
Sarebbero circa 15.000 le persone arrestate; oltre 45.000 le persone sospese o rimosse dall’incarico; 20 siti web sono stati bloccati e sono stati 89 i mandati di cattura nei confronti dei giornalisti1.

Alla domanda del presidente turco “L’occidente è dalla parte della democrazia o dalla parte del golpe?”, mi pare opportuno rispondere che un colpo di stato è qualcosa di essenzialmente illiberale. La Turchia non deroga la norma.
Nel migliore scenario possibile avrebbe portato ad un diverso tipo di autoritarismo; nel peggiore avrebbe scaturito una guerra civile.
Eppure il fallimento del golpe non ha coinciso con la vittoria della democrazia, anzi.
Se intendiamo la democrazia non solo come espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato, la democrazia ha fallito.
Erdoğan non si è fermato alle purghe. Il 21 luglio è entrato in vigore lo stato di emergenza. Il governo turco ha deciso di non applicare, in via temporanea, la Convenzione europea per i diritti umani. L’articolo 15 della Carta prevede la possibilità di sospensione della stessa «per motivi di pubblica sicurezza o di minaccia alla nazione», tuttavia, alcuni diritti non possono e non devono essere limitati.
Ad esempio, l’articolo 5 della suddetta recita: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». La pratica della tortura si prefigge lo scopo di annientare la personalità della vittima e negare la dignità della persona. Il divieto assoluto della tortura o qualsiasi altro trattamento inumano o degradante non tollera alcuna eccezione. Il governo turco si è reso protagonista di episodi di tortura e violenza nei confronti delle persone ree di essere state coinvolte con il tentato golpe.

Dobbiamo considerare Erdoğan come il Billy Budd di Melville? È davvero accettabile l’idea secondo la quale, in talune circostanze, la violenza sia l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia?

È una sfida tra violenze? In uno scenario di violenza contro violenza, la superiorità del governo è sempre stata assoluta; tuttavia, tale superiorità dura soltanto fino a quando la struttura di potere del governo è intatta, cioè finché si obbedisce agli ordini o le forze di polizia sono preparate a far uso delle loro armi. Quando non è più così la situazione cambia totalmente.

È venuta a crearsi una realtà nella quale la violenza appare come l’ultima risorsa per mantenere inalterata la struttura di potere contro i singoli sfidanti, sembra in effetti che «la violenza sia un prerequisito del potere e il potere nient’altro che una facciata, il guanto di velluto che o nasconde il pugno di ferro oppure si rivela come appartenente a una tigre di carta»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. www.amnestyinternational.it
2. Hannah Arendt, Sulla violenza

[Immagine tratta da Google Immagini]

Intervista a Isabella Adinolfi: il non-tramonto dell’esistenzialismo

Prendo contatto con la professoressa Adinolfi lunedì 4 luglio, e per il giovedì successivo ho l’appuntamento per registrare l’intervista; mi reco all’udienza in un giorno afoso, infarcito di turisti: i volti bruciati dal sole o mangiati dalle zanzare, gli occhi colorati oppure nascosti sotto poderose lenti scuri, gli idiomi e gli stili di abbigliamento si fondono e si mescolano tra le calli, dando vita a un (leggermente) decadente anticipo del Carnevale che verrà; è Venezia; è casa mia. Lo è stata, perlomeno. Ma chi sa dove deve andare, lo fa senza troppo guardarsi attorno: gondolieri, avventori, ciceroni, consumatori di spritz od ombre de roso, (finti) intellettuali che sembrano aver come meta il Gran Teatro o qualunque altro luogo intelligente … sono anni che percorro queste vie e anche se, all’inizio, tutto poteva impressionarmi, ora mi lascia  indifferente; il carrozzone della vita di una città sommersa dalla sua gloria continua a procedere, senza bisogno che io vi presti attenzione.

Quando arrivo davanti all’ufficio della professoressa Adinolfi, provo un leggero senso di deja-vu; gli ultimi mesi della mia vita li ho trascorsi più in questo corridoio che a casa mia e tornar qui mi fa un certo effetto; sì, perché chi scrive ha avuto l’onore (e l’onere) di laurearsi con la professoressa Adinolfi, ed è per lui un onore (e un onere) tornare non più da studente, ma da “intervistatore”.

Arriva. Stiamo entrambi bene, non ci vediamo da mesi ormai, e ci siamo sentiti molto poco; l’intervista è frammentata da varie digressioni che riguardano solo noi due che non è il caso che riporti qui … devo tantissimo a questa donna, sia dal punto di vista umano, che accademico – e spesso le due cose, viste alcune esperienze dolorose avute proprio a ridosso della laurea, si sono fuse tra loro: non c’è stato un momento in cui mi sia mancata una sua parola d’incoraggiamento, soprattutto nel buio momento in cui i pensieri angosciati e i ricordi soffusi, ti bloccano innanzi a una cartella Word intitolata Tesi di laurea che resta, tragicamente, bianca come un cadavere per settimane e settimane.

Isabella Adinolfi è una delle maggiori studiose di Kierkegaard in Italia; si laurea a Ca’ Foscari nel 1989 con una tesi intitolata Kierkegaard. Uno scrittore a servizio del cristianesimo, poi pubblicata per la casa editrice Marietti; insegna all’Università di Venezia dal 1992 – attualmente è professore associato di Filosofia Morale; insegna Filosofia della Storia, Storia del pensiero etico-religioso e Storia della Filosofia Morale.

I suoi ambiti di studio comprendono, oltre al prediletto Kierkegaard, svariati autori (Pascal, Tolstoj, Weil ecc.) e tematiche diverse: la condizione della donna nella società e nelle religioni, i diritti umani, la tortura, il ruolo e il valore della letteratura nella formazione della persona, il misticismo, l’amore.

Le sue pubblicazioni sono numerosissime (5 monografie, 43 articoli, 14 curatele, 6 prefazioni/postfazioni), citeremo solo le monografie: Poeta o testimone? Il problema della comunicazione del cristianesimo in Søren Aabye Kierkegaard (1991); Il cerchio spezzato. Linee di antropologia in Pascal e Kierkegaard (2000);  Le ragioni della virtù. Il carattere etico-religioso nella letteratura e nella filosofia (2008); Etty Hillesum. La fortezza inespugnabile. Un percorso etico-religioso nel dramma della Shoah (2011); Studi sull’interpretazione kierkegaardiana del cristianesimo (2012).

 

La mia intervista non è neutrale, ma dettata dall’affetto e dal rispetto che provo per una mia maestra di vita – tra le più importanti che abbia avuto … il che non toglie che s’abbia avuto anche i nostri momenti di scontro, intendiamoci! Non sono ancora riuscito del tutto a perdonarle l’accusa di “maschilismo” che mi lanciò durante una sua lezione su Etty Hillesum (il corso era storia del pensiero etico-religioso) – accusa che mi fu mossa solo perché ebbi l’ardire di affermare che non si poteva trarre filosofia dal diario di una ragazza con problemi psicopatologici … incomprensioni accantonabili, comunque.

Lasciandoci, la professoressa Adinolfi mi dice: “Non perdiamoci di vista”.

Le rispondo ora, in queste righe: tranquilla professoressa. Un (ex)studente forse si perde, un amico no.

Professoressa, nel suo curriculum di studi e pubblicazioni spiccano nomi di primo piano della storia della filosofia: Pascal, Kierkegaard, Leopardi, Hillesum e Weil solo per citarne alcuni. Riguardo in particolare agli autori qui citati, si nota la loro comune appartenenza a quella che, volgarmente, si definisce “filosofia esistenzialista”. Intanto, le piace il nome esistenzialismo?

Il termine “esistenzialismo” appare oggi un po’ usurato. È stato di moda, molto di moda, troppo di moda, nel secolo scorso, nel breve intervallo tra le due grandi guerre e negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Si riferiva a un movimento filosofico che ha influenzato la letteratura, l’arte, il costume. C’era persino un modo di abbigliarsi esistenzialista; pensi a Juliette Gréco e ai suoi abiti neri, essenziali, severi.

Come ricorda Leopardi in una delle sue Operette morali, la moda è sorella della morte, entrambe sono figlie della caducità. Quel che è stato à la page a un certo punto stanca, sazia e passa quindi di moda. Comunque, per quanto riguarda l’esistenzialismo, credo abbia stancato soprattutto un certo gergo, fatto di giochi di parole, di improbabili etimologie ecc. Gergo di cui non si può imputare la responsabilità a Kierkegaard, ma ai suoi nipotini ed epigoni. Soprattutto a Heidegger.

Dalla sua domanda mi sembra però di capire che non si riferisce al termine esistenzialismo in senso tecnico.  Lei menziona alcuni nomi di scrittori di cui mi sono occupata, che non hanno un pensiero comune, né nelle tesi principali né nel metodo. Non sono dunque in senso stretto accomunati da una scuola di pensiero.

Se usiamo il termine “esistenzialismo”, in senso lato, più largo, per qualificare un pensiero caratterizzato da un’attenzione per la vita, una preoccupazione per i suoi problemi concreti, allora le rispondo che questo termine mi piace molto, lo uso spesso, e non credo possa mai stancare o venire  a noia.

Lei ritiene che, nella società di oggi, l’esistenzialismo abbia (o debba avere) ancora un ruolo di primo piano?

Se è passato di moda il gergo esistenzialista, e le confesso che non mi spiace quando ripenso ai saggi di alcuni colleghi in cui non c’era una sola parola che non fosse spazieggiata con uno o più trattini, un’esagerazione di cattivo gusto, l’esistenzialismo come riflessione sull’uomo non passerà mai di moda. L’esistenzialismo, inteso come quel pensiero che s’interroga sui problemi ultimi, quali il significato della vita, l’amore, la morte, si sottrae all’imperio delle mode effimere.

Kierkegaard le è particolarmente caro. Come giudica l’attuale situazione degli studi kierkegaardiani in Italia?

Mi sono laureata con una tesi su Kierkegaard, la prima tesi su quest’autore che sia stata discussa all’Università di Venezia. Leggendo l’Abbagnano, per preparare l’esame di Storia della filosofia moderna, ero rimasta fortemente impressionata dal pensiero del filosofo danese.

In Italia le grandi sintesi del pensiero kierkegaardiano appartengono al passato, penso a Fabro innanzitutto, a Cantoni, Perlini, Pareyson, Melchiorre, Giannatiempo Quinzio ecc. Ma alcuni studiosi e traduttori di Kierkegaard della mia generazione o più giovani sono molto interessanti. Penso alle traduzioni di Dario Borso, le sole che siano riuscite a rendere in italiano la raffinata eleganza della scrittura di Kierkegaard, agli accostamenti audaci e intelligenti proposti da Roberto Garaventa e Marco Fortunato, penso a Umberto Regina e Ettore Rocca, che molto hanno fatto per richiamare l’attenzione sulla produzione edificante dello scrittore danese, alla bravissima Simonella Davini, ai più giovani Sergio Fabio Berardini,  Ingrid  Basso, Laura Liva e ad altri ancora.

Fuori dai confini italiani, in Danimarca per esempio, sono molti gli studiosi che stanno rinnovando la lettura dell’opera di Kierkegaard. Primo fra tutti, Joakim Garff, con SAK, la monumentale biografia dedicata a Kierkegaard tradotta in moltissime lingue.

Quanto ha pesato, a sua opinione, la Kierkegaard-Renaissance sull’ermeneutica contemporanea dei testi del filosofo danese?

Non  molto direi.

La “Kierkegaard-Renaissance”, ossia la corrente filosofica che ha dominato in Europa per tutta prima metà del ’900 con la filosofia esistenziale tedesca di Heidegger e Jaspers, e quella francese di Sartre, Whal, ha utilizzato alcune categorie kierkegaardiane, come quelle di possibilità, angoscia, disperazione ecc., per ripensare in termini nuovi il modo d’essere dell’uomo nel mondo, strappandole dal terreno religioso in cui erano radicate e da cui traevano alimento. Laicizzati e trasferiti nel registro speculativo della pura ragione filosofica, quei concetti hanno avuto un’ampia circolazione che altrimenti non avrebbero conosciuto. Ma questa operazione, come ha visto Fabro, aveva un vizio originario: immanentizzava delle categorie pensate per la trascendenza.

Oggi si tende a una lettura di quelle categorie più corretta dal punto di vista filologico. A leggerle sullo sfondo per cui erano state pensate originariamente.

Se davvero vogliamo dare all’esistenzialismo il ruolo che merita, non si può che partire dall’esistenza, cioè dalla vita umana. Ma prima dobbiamo capire cosa sia una “persona”. Professoressa, una domanda a bruciapelo. Cos’è una persona, secondo lei?

Non parlo mai di persona. La definizione di Boezio Individua substantia rationalis naturae non mi soddisfa. Preferisco la definizione kierkegaardiana di uomo che apre La malattia per la morte. Interrogarsi sull’uomo significa chiedersi: chi sono io? E la risposta del filosofo danese è nota, l’io è autocoscienza, coscienza di sé come sintesi di termini opposti, corpo e anima, necessità e possibilità, finito e infinito, tempo ed eternità. L’io poi non è solo consapevole ma responsabile della sintesi, non perché abbia posto la sintesi, ma nel senso che sta a lui cercare un equilibrio tra i termini opposti che la formano.  Sta insomma a lui conciliare l’infinità e la finitezza in se medesimo.

Ultimamente, notevole interesse hanno suscitato i suoi studi su Etty Hillesum. Le vorrei chiedere: cosa le ha fatto amare questa autrice, e quale ruolo ritiene che essa meriti, all’interno della storia della filosofia contemporanea?

Il Diario di Etty Hillesum mi è stato donato da una studentessa che si era laureata con me.  La frequentazione di questa giovane scrittrice ebrea, morta nel ’43 ad Auschwitz, è stata importante per la mia vita spirituale. La Hillesum mi ha insegnato a discernere e ascoltare la voce della gioia che non sentivo più in me, soffocata da altre voci, quella del dolore, dell’ira, della protesta… Solo se si dà ascolto a questa voce si riesce trovare un rapporto equilibrato, positivo con il mondo, con gli  altri uomini, con Dio. La gioia, in questo Nietzsche aveva ragione, è più profonda del dolore.Lei è una donna che studia le donne; in un suo articolo su Lo Straniero, commentando Sottomissione di Houellebecq, ha dichiarato che tutte le religioni hanno un fondo di misoginia, solo che alcune hanno saputo (o stanno cercando) di emanciparsi da essa. Parliamo dell’Islam. Lei crede che vi sia un modo per questa fede di uscire dal buio della misoginia?

È innegabile che un fondo di misoginia sia presente in tutte le religioni. La religione è anche una forma di potere e il potere è sempre stato ed è gestito dagli uomini.

Houellebecq è un intellettuale di destra, che auspica il ritorno a una società patriarcale, naturale, e vuol servirsi della religione, in particolare dell’Islam, che gli offre maggiori garanzie per il suo disegno rispetto a un Cristianesimo ormai troppo poco virile, come di uno strumento per attuare questa restaurazione. Lui, dicevo, è un intellettuale di destra, i miei valori sono quelli di una sinistra non ideologica, quelli dei movimenti di liberazione e emancipazione della donna. Può dunque immaginare quanto sia stato per me irritante leggere Sottomissione!

Per quanto riguarda l’Islam ne so troppo poco per rispondere alla sua domanda, per fare previsioni sul suo futuro. Mi pare una buona regola parlare soltanto di ciò che si conosce.

Adinolfi Foto studioLei si interessa anche di diritti umani, un argomento di strettissima attualità e incredibile problematicità, in questi giorni di paura, anzi di terrore. Una domanda brutale: i diritti umani oggigiorno, a sua opinione, effettivamente hanno ancora senso di esistere o sono diventati solo pie aspirazioni?

Quindici anni fa, assieme ad alcuni studiosi di primo piano del diritto, della politica, dell’etica, e della storia delle tradizioni religiose, Casavola, Tronti, Possenti, Bori, Pace, ho pubblicato un volume che fin dal titolo poneva la domanda: i diritti umani sono una realtà o un’utopia? Oggi correggerei molte cose del saggio che avevo scritto per quel volume, ma non cambierei di molto la risposta che in quelle pagine avevo dato alla domanda che mi ero posta e che lei ora mi ripropone. I diritti umani sono una realtà dal punto di vista giuridico, ma non si può dire che essi lo siano dal punto di vista del vivere comune, che cioè ispirino e influenzino concretamente l’agire degli individui, dei popoli, degli stessi organismi attraverso cui si governano.

Essi sono dunque, dal mio punto di vista, per un verso realtà, per altro verso utopia; sono insieme l’uno e l’altro. Ora il problema è capire perché si dia un divario così evidente tra teoria e prassi. Non solo: si tratta anche di capire in quale maniera eliminare tale scarto o almeno ridurlo.

La sicurezza dei cittadini e delle nazioni, intesa come bene politico in sé, giustificano la (usiamo parole kierkegaardiane) sospensione teleologica del diritto umano? In altre parole: la tortura è giustificabile?

Nessuna situazione di tensione o di crisi giustifica secondo me la sospensione dell’etica, cioè dei diritti fondamentali. Purtroppo lo stato d’eccezione viene ancora invocato dai governi per avere le mani libere, per esercitare il potere senza vincoli, per giustificare la violenza.

Il diritto umano all’autodeterminazione del proprio sé, se posto al vertice della gerarchia dei diritti individuali, giustifica – secondo alcune letture – il diritto all’eutanasia, al suicidio assistito, all’aborto; come giudica questa lettura radicale?

Su questo punto, sottoscrivo parola per parola, quanto ha scritto di recente Mario Tronti. Occorre imparare a distinguere tra desiderio e diritto. Non tutti i desideri sono diritti.

Lei collabora con Il manifesto e L’indice dei libri del mese. Vorrei un suo giudizio sulla situazione dell’editoria italiana, in questo particolare momento storico. Che futuro aspetta, a sua opinione, la carta stampata? È davvero destinata alla morte?

Amo leggere. Ogni giorno mio marito acquista almeno due quotidiani e la domenica, a colazione, leggiamo e commentiamo insieme le notizie della settimana e le recensioni dei libri sul domenicale del Sole, Alias, La Lettura, ecc. Le pareti dei nostri studi sono completamente tappezzate di libri. Anni fa abbiamo comprato una casa più grande proprio perché non sapevamo più dove metterli.

Sento ripetere in continuazione che l’editoria è in crisi, che non si comprano più né giornali né  libri. Si dice che è perché si guarda la tv o si naviga in rete alla ricerca di informazioni… perché comprare il giornale o il libro se le stesse notizie possono essere trovate in internet o se basta ascoltare il telegiornale? A me sembra che giornali e libri siano insostituibili. E preferisco il libro stampato a quello elettronico. Dunque spero che la carta stampata non sia destinata all’estinzione.

Cosa si augura per il suo futuro, professoressa? E cosa augura a noi giovani?

Mi piacerebbe scrivere qualcosa di mio, nella forma letteraria di un racconto o di un romanzo autobiografico. Quando ero un’adolescente ho amato moltissimo Natalia Ginzburg, Le piccole virtù e soprattutto Lessico famigliare, di recente ho scoperto Geologia di un padre di Valerio Magrelli che consiglio a tutti di leggere. Mi auguro di scrivere un libro così, mi piace molto quel tipo di scrittura che sento anche mia.

Cosa augurare ai giovani? Di realizzare i propri progetti di vita, in amore e nel lavoro. Mi pare l’augurio migliore.

Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensa della filosofia?

La filosofia è per me una necessità. Non posso farne a meno. Non potrei fare un altro mestiere. Mi rendo conto che la mia risposta è molto personale, e forse lei si attendeva qualcosa di diverso. Provo ad accontentarla.

Evidentemente, la filosofia è per me una necessità anche perché la intendo in un certo modo. Mi colpì molto, quando la lessi qualche anno fa, un’affermazione di Fichte a questo proposito che può forse aiutare a intenderci. Fichte scriveva a Jacobi che aveva iniziato a filosofare per orgoglio, e si era accorto così della propria nudità, sicché da quel momento in poi aveva filosofato solo per il bisogno di salvarsi.

Orgoglio, nudità, salvezza. Mi riconosco in queste sagge, profonde parole di Fichte. Riconosco il mio modo di intendere e far filosofia.

Utilità del sacro o sacra utilità? Isis, la “fatwa” che giustifica il traffico di organi umani

L’Isis, attraverso la Fatwa (68), ovvero una sentenza religiosa emessa dal consiglio degli ulema il 31 gennaio 2015, esplica come l’espianto di organi da un prigioniero per salvare un musulmano sia giustificabile. Tuttavia, il testo, da solo, non costituisce la prova che lo Stato Islamico abbia avviato un traffico di organi umani.

Ci imbattiamo nelle divergenze che si schiudono circa la questione se si debba rifiutare la pena di morte in quanto tale oppure soltanto determinate forme della sua esecuzione. Vi è il pericolo di regredire rispetto alle conquiste ottenute all’epoca dell’Illuminismo. Correva l’anno 1764, Cesare Beccaria pubblicava il suo libro Dei delitti e delle pene in forma anonima. L’autore dimostra che «la morte non è né utile, né necessaria».
È possibile chiedersi, in luce della Fatwa dello Stato Islamico, se l’argomentazione contro la pena di morte, fondata sulla sua scarsa utilità, possa dirsi soddisfacente. Ovvero, se in alcuni casi fosse possibile dimostrare l’utilità di un’uccisione, l’eliminazione di una vita sarebbe ammissibile?

Tale quesito apre uno spiraglio di luce per la suddetta sentenza. Una vita per una vita. Indossando, per un momento, gli occhi dello Stato Islamico, il prigioniero verrebbe condannato a morte; pertanto, perché non rendere utile la sua uccisione per salvare una vita?

Sorgono spontanee le seguenti domande: qual è il valore di una vita e la sua dignità? E la sua sacralità? Come è possibile divergere nella concezione di un valore inviolabile?

Kant, nella sua Fondazione della Metafisica dei Costumi, argomenta la tesi secondo la quale la dignità umana è connessa all’idea di valore: «si tratta di un valore intrinseco all’essere umano, in quanto essere capace di darsi leggi morali, e dunque universali»1. Nella massima di non trattare mai gli uomini come mezzi ma sempre come fini vi è implicita l’idea che alcuni valori non sono violabili.

Risulta impossibile la proposta di “una vita per una vita”. E ne deriva la sua sacralità.
La sacralizzazione della persona, compiuta da Durkheim, esprime la fede nei diritti umani e nella dignità dell’Uomo. Per lui la sacralità della persona rappresenta l’unico sistema di credenze che «possa assicurare l’unità morale del Paese», e non solo uno dei possibili sistemi di credenze corredati di effetti integrativi. La sacralizzazione della persona permette di costituire un vero e proprio legame sociale.

È opportuna, inoltre, una riflessione sulla tematica del dissenso in fatto di valori.
Il dissenso genera molteplici possibilità. Naturalmente non sono i valori o i sistemi di valori ad agire, ma soltanto le persone. Esse possono unirsi in azioni comuni anche in quei casi in cui i loro valori differiscono. La differenziazione è causata dalla complessità delle esperienze. Esse giocano un ruolo propulsivo essenziale.
Nel nostro sistema di valori la vita risulta essere inviolabile, come recita l’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948. Come sostiene Hans Joas, l’affermarsi dei diritti umani va inteso come un processo di sacralizzazione della persona. Il relativo successo dei diritti umani indica che la sacralizzazione della persona pare oggi prevalere sulla scena della società. Rimaniamo, così, sconcertati dalle parole che trapelano dalla Fatwa 68 dello Stato Islamico. Il suddetto documento ci ricorda che l’idea della sacralizzazione della persona non può essere considerata tranquillamente acquisita. In una visione lungimirante, i diritti umani possono ottenere una possibilità solo se «essi vengono sostenuti dalle istituzioni e dalla società civile, sono difesi con argomentazioni e incarnati nelle pratiche della vita quotidiana»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. Immanuel Kant, Fondazione della Metafisica dei Costumi, Roma 2009.
2. Hans Joas, La sacralità della persona. Una nuova genealogia dei diritti umani, Milano 2014.

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L’ora dei diritti

Parliamo di diritti sì perché non se ne parla mai abbastanza. Il 2015 per molti versi è stato un anno difficile e complicato, segnato dalla paura e da molte situazioni critiche che hanno condizionato lo stato dei diritti. Questo pezzo vorrebbe segnalare alcune delle buone e delle cattive notizie dell’anno appena trascorso in materia di diritti, umani e civili, in Italia e nel mondo, per capire a che punto siamo su questo tema, augurandoci un 2016 migliore.

Inizia un nuovo anno e la politica italiana si chiede dov’ era rimasta in materia di diritti e la (solita) risposta è: sempre allo stesso punto, ma forse ancora per poco. Soprattutto per quanto riguarda i diritti civili e LGBT è da molti anni che il dibattito è sterile e complici maggioranze deboli e veti incrociati ben poco si muove. Affossati i Dico e dimenticati i Pacs anche il 2015 è finito con varie promesse non mantenute, ma il 2016 potrebbe essere finalmente un anno importante. Infatti una legge sulle unioni civili omossessuali sarà in parlamento a fine Gennaio. Il nostro paese, dopo il referendum della cattolicissima Irlanda – sicuramente una delle sorprese positive del 2015 – era rimasto l’unico Stato dell’Europa occidentale a non avere ancora una legislazione in materia. Come già detto però a breve potrebbero essere regolamentate le unioni tra persone dello stesso sesso, con il nodo dell’adozione da parte di un membro della coppia del figlio naturale del partner (stepchild adoption) al centro del dibattito (parecchio strumentale) in questi giorni. La società civile è pronta, forse già da anni, ora tocca alla politica.

Ma nel nostro piccolo e spesso indolente orticello non succederà solo questo: si cercherà un’intesa sullo Ius soli (il diritto di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia) e forse ci si potrebbe spingere a parlare anche di testamento biologico (mentre già molte in città sono disponibili registri per le indicazioni di fine vita). Ancora non si sa molto invece sull’auspicabile introduzione del reato di tortura, auspicabile per scongiurare il ripetersi di eventi quanto mai indelebili come gli episodi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, come è augurabile un dibattito serio sulla situazione delle carceri e sui diritti dei carcerati.

Nel mondo la situazione non è delle più rosee, come riporta Humans Rights Watch nel suo rapporto annuale. In almeno 90 paesi del mondo le condizioni umanitarie sono peggiorate. Il direttore Kenneth Roth, scrive nel suo pezzo che il timore- di conflitti, di repressioni, dei migranti, di attacchi terroristici, di gruppi di opposizione al governo – è stato il movente principale delle situazioni critiche che si sono sviluppate nel corso del 2015. Queste situazioni di instabilità hanno portato ad una drastico peggioramento dei diritti umani soprattutto a discapito dei molti rifugiati, a causa di leggi restrittive di interesse nazionale.

Tra le varie situazioni a rischio a questo proposito si segnala il ripristino dei controlli alle frontiere di Danimarca e Svezia, così come nuove leggi sul permesso di soggiorno colpiscono i rifugiati siriani in Libano. Stessa questione per i migranti centroamericani, vittime di povertà e scontri tra i cartelli della droga, che cercano asilo in Messico.
Israele è invece segnalato per lo sfruttamento di manodopera palestinese a basso costo nell’ambito degli insediamenti illegali in Cisgiordania, altra questione sempre attuale di rischio per i diritti civili degli abitanti.
Per gli Stati Uniti è stato un anno segnato dalle violenze della polizia e dalle proteste della comunità afroamericana, da Ferguson a Chicago, che sotto lo slogan di Black Lives Matter chiede di fare chiarezza su alcuni casi di omicidio da parte delle forze dell’ordine e in generale maggiori tutele.
Da non tacere poi il clima di minacce a giornalisti e civili in Uganda e gli abusi su donne attiviste per i diritti umani in Sudan.
Un caso che ha suscitato l’indignazione della comunità internazionale è quello dell’Arabia Saudita, protagonista di un annus horribilis quanto a repressione del dissenso (si ricordino le frustate al blogger Raif) e culminato con l’esecuzione di 46 pene capitali in un solo giorno. In un anno in cui le donne saudite hanno ottenuto per la prima volta nella loro storia il diritto di votare ed essere votate (ma non quello di guidare), la monarchia del Golfo sembra essere ancora molto distante da uno standard accettabile in materia di diritti umani.

Passi avanti sono stati fatti invece in Suriname e Belize. Il primo ha abolito la pena di morte, mentre nel secondo l’ultimo condannato in attesa della pena ha visto commutata la sentenza, svuotando così il braccio della morte.
Durante l’anno sono stati rilasciati prigionieri politici o persone incarcerate ingiustamente in Paesi come Iran, Siria, El Salvador, Etiopia e Camerun.
Per quanto riguarda la nostra Europa, come già accennato, un importante traguardo è stato raggiunto dall’Irlanda che con un referendum popolare ha legalizzato le unioni omosessuali.

Si sa che i conflitti portano alla destabilizzazione e questa alla paura, ed è proprio la paura che bisogna combattere perché sue dirette conseguenze sono la chiusura in se stessi e la repressione. Solo in un mondo senza guerre e senza timori i diritti, di qualsiasi tipo essi siano, possono crescere e prosperare come tutti ci auguriamo che accada.

Buon anno, e che quest’ anno porti più diritti a tutti.

Tommaso Meo

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Siamo tutti universalisti, con noi stessi

Uno dei fenomeni sociali più importanti, se non il più importante, con cui ci confrontiamo oggi e che le prossime generazioni studieranno sui libri di storia, è quello delle migrazioni di massa. È un tema estremamente complesso da affrontare e sul quale esiste una nutrita bibliografia internazionale; a tal proposito si potrebbe iniziare ad approcciarlo tramite il libro di J. Carens, Ethics of Immigration, 2013, già un classico in materia, o quello di E. Greblo, Etica dell’immigrazione, 2015, densa introduzione al dibattito internazionale.

Non è mia intenzione in questa sede riassumere i termini del tema e del dibattito intorno ad esso, per farlo anche solo maniera sintetica occorrerebbe molto spazio. Vorrei invece proporre qui delle considerazioni che si possono intendere come preliminari, un modo per rimuovere dal tema stesso possibili fraintendimenti che lo falserebbero in partenza, e che si sentono con una certa frequenza nei discorsi politici. La convinzione di chi scrive è che solo nelle interazioni, negli “inquinamenti” interculturali vi sia un potenziale arricchimento e progresso umano (insomma, così come la saggezza popolare sa, ci sarà pure un motivo se i cani meticci sono sempre più svegli di quelli di “razza pura”). Certamente queste interazioni culturali necessitano di una supervisione, che non sia però finalizzata a limitarle ma a permetterle in maniera ragionevole. Passiamo allora in rassegna, in maniera sintetica e schematizzandoli in 4 tipologie, i più popolari motivi immotivati della paura del meticciato e dell’apertura alla diversità, in base ai quali si predicano e attuano politiche di chiusura, più o meno netta, dei confini statali.

I. Ci si deve chiudere per questioni di sicurezza interna.
I, a. Innanzi tutto, generalizzare criminalizzando gruppi a priori anziché individuare singoli responsabili a posteriori è un po’ come dire che poiché in Italia (o in qualsiasi altro Paese) ci sono criminali allora tutti gli italiani sono preventivamente criminali potenziali, e sta a loro l’onere della prova di dimostrare il contrario. Inoltre, il modo migliore per superare criminalità e terrorismo, non è con stereotipi razzisti di criminalizzazioni di gruppi e con bunkerizzazioni, ma attraverso l’integrazione che, sia chiaro, non è quella cosa che dice “ti accolgo ma fai quello che dico io”, quello è dominio, ma è una guida consapevole dell’ineludibile cambiamento reciproco, di tutto e tutti, ossia del divenire. In altre parole, lo scontro di civiltà esiste solo se e quando qualcuno pensa che esista.

II. Va difesa l’economia e il welfare locale.
II, a. A parte il fatto che una simile affermazione può essere pronunciata solo da uno Stato, o una comunità, che abbia già fatto tutto quanto è in suo potere fare per alleviare le sofferenze dei bisognosi, nativi o meno che siano, fino al limite del collasso del proprio welfare, altrimenti non sarebbe (come di fatto spesso non è) un’affermazione credibile, ci sono almeno due considerazioni da fare su questo punto. Primo, si può benissimo immaginare un sistema di accesso progressivo al welfare, proporzionale al contributo dato dall’individuo. Secondo, e soprattutto, se il welfare è uno strumento di giustizia sociale, per chi è allora la giustizia se non per i più deboli, i più poveri, i più disperati? Se il welfare si riduce ad un servizio in cambio di un contributo non è una faccenda di giustizia ma un bene di commercio e/o un privilegio.

III. Vanno tutelati in primis i propri connazionali.
III, a. A parte l’immediato problema pratico che si pone, ossia come fare con i connazionali all’estero, sottoposti ad un’altra sovranità, il punto cruciale è qui il seguente.

Viviamo in un’epoca che ha codificato i cosiddetti diritti umani, la cui esistenza è ormai accettata da tutti, intendendoli come universali. Eppure, quando si deve passare dalle formule alle azioni, l’accesso a questi diritti (per inciso, formalizzare un diritto senza garantirne l’accesso significa di fatto negarlo) è riservato agli appartenenti a specifici club (tribù?) e quello che oggi va populisticamente per la maggiore è quello dei connazionali; i diritti umani sono così (ancora) legati alla cittadinanza, il possesso di un passaporto “che conta” è quindi un privilegio, e quella sedicente universalità si trasforma in particolarismo. Si svela così anche lo scomodo sottointeso dell’origine, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, infatti, così come scritto da L. Ferrajoli, quando «i rivoluzionari dell’89 parlavano di hommes pensavano evidentemente ai citoyens francesi e declamavano i diritti fondamentali come droits de l’homme anziché come droits du citoyen per conferire a essi, a parole, una più solenne universalità»; lo stesso autore nello stesso libro (Dai diritti del cittadino ai diritti della persona) afferma come questo imbarazzante non detto che persiste a tutt’oggi possa essere superato solo trasformando «in diritti della persona i due soli diritti di libertà oggi riservati ai cittadini: il diritto di residenza e il diritto di circolazione nei nostri privilegiati paesi». Insomma, predicare l’universalità dei diritti rendendoli però disponibili solo per alcuni, è ipocrisia e frode.
E allora, delle due l’una. O si dichiara esplicitamente che l’autodeterminazione (della quale i diritti umani dovrebbero essere la chiave) non è cosa per tutti ma solo per alcuni, e quindi si rifiuta l’universalismo dei diritti umani e dell’egalitarismo e il cosmopolitismo, e conseguentemente si dice a chi, e perché, l’autodeterminazione va concessa e a chi, e perché, no. Oppure, si ammette una possibile limitazione all’universalismo dei diritti umani solo come ultima ratio, ma intendendo sempre tale limitazione come un fallimento per tutti che deve quindi essere superato il più velocemente e il più radicalmente possibile. Il che non significa che un soggetto (ad es. un individuo o uno Stato) debba necessariamente andare a portare i diritti umani in giro per il mondo (quante strumentalizzazioni abbiamo già visto in tal senso), ma che debba operare per garantirli a chi viene a bussare alla sua porta. E in un’ottica universalistica solo un soggetto globale può assolvere questo compito. Esempi di soggetti del genere già esistono, dalla UE all’ONU, e il fatto che siano ampiamente perfettibili non significa che debbano essere abbandonati ma, appunto, perfezionati.

IV. Va difesa la propria identità, specificità culturale.
IV, a. A codificare in cosa consista tale identità culturale è sempre un potere, pertanto difendere quell’identità significa in realtà difendere il potere che la pone; si badi inoltre che il potere può difendere se stesso non solo vietando l’ingresso sul suo territorio a chi identifica come minaccia, ma anche espellendo le minacce dal suo territorio. Quindi, indipendentemente dalla provenienza, solo chi farà parte di un certo discorso culturale istituito da un certo potere sarà accettato.
Si potrebbe qui forse ammettere che gli Stati che più si adoperano per garantire condizioni di vita dignitose ovunque nel mondo siano quelli più legittimati a potersi chiudere. E tuttavia, da una parte, anche quando cose del genere avvengono, si riducono a mere operazioni di facciata che non cambiano l’andamento delle cose, dall’altra, e soprattutto, anche qualora tutto questo avvenisse in maniera seria, non spiegherebbe né perché il diritto di avere una vita dignitosa da parte di chi nasce nel Paese X dovrebbe essere superiore a quello di cercare una vita migliore per chi nasce nel Paese Y, né perché, anche a parità di condizioni di vita tra i Paesi X e Y, a qualcuno dovrebbe essere impedito di andare a respirare l’aria che più gli piace. In questi termini, l’unico modo per decidere su ciò diventa la violenza, quella della spada così come quella della Legge.

Ma c’è soprattutto una ragione, filosofica, per cui la difesa dell’identità culturale ha lo stesso spessore intellettuale di una barzelletta: il divenire. I paladini dell’identità culturale pensano di vivere in una dimensione culturale uguale a quella del passato o del futuro? O ritengono di vivere alla fine della storia? Vivendo (e addirittura anche morendo) non si può non divenire. Quando A incontra B, il che avviene ad ogni istante su diverse scale, non ne deriva una loro mera somma aritmetica o il primato dell’uno sull’altro, ne deriva C. Il punto non è quindi arrestare il divenire, pretesa teoreticamente assurda e, per fortuna, praticamente irrealizzabile, ma guidarlo in forme che ci sembrino ragionevoli, altrimenti se ne viene semplicemente travolti, senza neanche capire da cosa.

Federico Sollazzo

[Immagine realizzata dall’autore]