Le cose dell’Amore – parte 1

Sono smarrito di fronte all’altro che vedo e non tocco e del quale non so più che fare. È già molto se ho conservato il ricordo vago di un certo al di là di quello che vedo e tocco, un al di là di cui so precisamente che è ciò di cui voglio impadronirmi. È allora che mi faccio desiderio.1

Forse un po’ banale, questo sarà un promemoria sull’amore. A partire dal libro omonimo2 di Galimberti ci si può inoltrare in questo grande mare, del quale almeno una volta noi tutti siamo o siamo stati in balia. Senza partire dalle fasi dell’amore vorrei soffermarmi sul sentire dell’amore, sulla condizione dell’Io nel momento in cui si incontra l’Altro, quando si diventa desiderio. De-siderio trae la sua origine dalla parola greca sidus, che è tradotto con stella o costellazione, termine che deriva dal linguaggio di navigazione. De è un prefisso privativo a indicare l’assenza e quindi la mancanza. Per comprendere ora meglio il suo significato proviamo ad immaginare di essere un marinaio, durante un lungo viaggio e lontani da casa, in mare aperto e di doverci orientare: l’unico mezzo per avere una rotta sarebbe servirsi della posizione della stella polare. In quella notte pero’ il cielo è nuvoloso e non ci è possibile scorgere la stella. Il nostro animo è teso nella vana ricerca di quel punto di luce che ci possa salvare e lo sguardo è rivolto verso l’alto. Ci si sente smarriti per un attimo o più. È questo il sentimento che si impadronisce di noi e che fa tendere il nostro animo verso qualcosa di oltre, verso l’infinito riconosciuto nell’altro. Si desidera l’oggetto d’amore trovando in lui ciò di cui si ha bisogno, ma essendo la sua forma per natura finita e il desiderio infinito, questa tensione non si arresta, anche nella trasformazione o nel cambiamento dell’altro. Si tratta infatti di ri-conoscere nell’altro quel tu, che è familiare, che ci è proprio. Come se si realizzasse il mito raccontato da Aristofane durante il simposio platonico.

Aristofane narra a suo modo l’origine dell’amore che trova uno scopo in se stesso, senza confinarlo al solo fine procreativo. In origine tutti gli esseri viventi avevano due teste, quattro braccia, quattro gambe, due organi sessuali ed erano tondi. Vi erano tre generi sessuali, il maschile, il femminile e l’androgino, che aveva caratteristiche dell’uno e dell’altro. Per via del loro grande potere e superbia di ascendere all’Olimpio, il mito narra che Zeus decise di dividerli a metà, così che fossero più deboli singolarmente. Da allora nella loro unione l’essere umano trova la sua antica forza, garantita da Eros che infonde in lui il desiderio.

Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore.3

Si tratta di un desiderio innato che comporta il ricongiungimento di un’unità primitiva, che ha delle conseguenza sulla propria identità che si costruisce arricchendosi e trasformandosi, come in ogni altra relazione umana, ma che è ovviamente più intima, per la sua dimensione sessuale, ed un’unica per la sua straordinaria forza e bellezza. Ed è così che accade:

Ai confini tra il corporeo e l’incorporeo, amore abita la reciprocità dello sguardo, del sorriso, della voce, del gesto, del movimento. Un sorriso che non è contrazione ma offerta, uno sguardo che apre insicuro la strada del desiderio in cui si riflette l’unicità dell’evento, una voce malcerta in cui è tutta l’immediatezza del sensibile, l’incarnazione della parola, un gesto in cui la grazia che è ritmo della bellezza chiama tenerezza, mentre un movimento che accenna una timida disposizione di danza allude a un’impercettibile gioia nascosta.4

Con questa splendida descrizione di Galimberti, termino questa breve prima parte sul tema dell’amore.

Al prossimo promemoria filosofico.

 

Azzurra Gianotto

 

Note

1 J. P. SARTRE, L’essere e il nulla (1943), pg.481, il Saggiatore, Milano 1966

2 U. GALIMBERTI, Le cose dell’Amore, Feltrinelli, Milano 2004

3 PLATONE, Simposio, 192e-193a, Bur, Milano 2007

4 U. GALIMBERTI, Le cose dell’amore, pg. 19

Azzurra Gianotto

[Immagine “A letto il bacio” di Henri de Toulouse Lautrec del 1892]

La crisi : un ritorno di senso?

Ogni giorno, puntualmente, sentiamo parlare di crisi.

Crisi economica. Crisi finanziaria. Crisi dei valori e della moralità. Crisi delle relazioni e dell’amore. Crisi personale ed esistenziale, che ci risucchia, in un aller-retour di perdersi e ritrovarsi.

Per riflettere sul valore contemporaneo di una crisi onnipresente, vorrei fare un passo indietro, recuperando il significato etimologico del termine stesso.

La parola “crisi”, infatti, deriva dal verbo greco κρίνω, che letteralmente significa “separare”, “dividere”.

Originariamente, tuttavia, ciò a cui esso rinviava era la dimensione pratico-lavorativa del settore agricolo poiché, nella trebbiatura, veniva utilizzato per definire il momento ultimo della raccolta del grano, ovvero quello dedicato alla separazione del frumento, dalla paglia e dagli elementi di scarto.

La crisi, dunque, equivarrebbe ad un’operazione di separazione, divisione.

Ciò che ho reputato interessante, però, è la seconda sfumatura etimologica, più positiva e costruttiva, che ho potuto ritrovare leggendo il significato del suo secondo uso, ovvero quello di “giudicare”, “valutare”.

Quindi, sì, quella frattura generata dalla parola “crisi” esiste, è percepibile; a caratterizzarla, tuttavia, non dovrebbe essere la sterilità, quanto più la sua apertura al giudizio e all’analisi critica.

 

Il termine crisi fa parte dell’insieme di quelle parole da cui ogni giorno siamo travolti che, a forza di ripeterle, si svuotano di senso, divenendo quasi inutili, povere di un significato sepolto dalle macerie della storia.

Per riflettere sulla crisi che ha letteralmente spezzato in due il mondo, non è più sufficiente essere spettatori passivi di un’informazione liquida, alla Bauman.

Ciò di cui c’è bisogno è il fare, un fare produttivo volto alla costruzione di un avvenire che, dalle macerie del presente, può sbocciare in un progetto voluto dall’intera collettività.

Al contrario, quando si sente parlare di crisi, ci troviamo di fronte ad una paralisi individuale e collettiva.

Questa ha causato la perdita di senso di un presente, e a sua volta di un passato e di un futuro, rispetto ai quali siamo diventati completamente ciechi e inpotenti.

 

Ricominciare dalla crisi, per ritrovare il senso dell’universalismo: è questo ciò che sostiene il sociologo francese Michel Wieviorka.

Ma che cosa si intende per universalismo? È una fede? Un’ideologia a cui tenersi aggrappati per salvarsi dalle sabbie mobili del malessere sociale da cui veniamo risucchiati? È forse un’illusione?

Il sociologo, in un recente libro intitolato “Retour au sens[1]”, sostiene che la perdita di senso della società contemporanea è stata causata da una forte crisi dell’Universale, ovvero dell’insieme di quei valori che, quali l’uso della ragione, il diritto e la moralità, avrebbero dovuto garantire il progresso, attraverso il loro adattamento in ogni epoca storica.

Come l’analisi realizzata da Wieviorka nel suo ultimo libro ha proposto, sono stati proprio questi valori universali ad aver determinato una sorta di regresso rispetto quelle che erano le aspettative di benessere.

La ragione si sarebbe trasformata in barbarie. I valori, in ideologia, un’ “ideologia dell’alto”, come la indicherebbe l’autore attraverso l’espressione di “universalisme d’en haut”, in opposizione con quell’ “universalisme d’en bas”, di cui si sono fatti promotori tutti i gruppi minori, sottomessi e subordinati alla volontà di un etnocentrismo europeo e occidentale capace di schiacciare i più vulnerabili.

Ciò che infatti si dovrebbe mettere in atto , secondo il filosofo Etienne Balibar, sarebbe la promozione di un “universalismo di liberazione”, spesso associato alla stessa ventata d’aria fresca portatrice di speranza e riconoscimento, propria dei diritti dell’uomo.

È in nome di questi diritti, diritti che attraverso la messa al centro del valore della dignità dovrebbero creare quel senso di appartenenza di ogni individuo ad una realtà più amplia, quella dell’umanità appunto, che tra il 1960 e il 1970 sorsero dei movimenti di decolonizzazione aventi per obiettivo l’emancipazione della diversità dalla supremazia occidentale, un’emancipazione non unicamente territoriale e fisica, ma soprattutto ideologica.

Il rischio di tali movimenti di liberazione cui oggi possiamo divenire vicini testimoni attraverso l’esplosione del fenomeno migratorio, non è forse quello di “reificare” il valore dei diritti umani, facendone l’elogio, correndo il rischio di trasformarli a sua volta in “universali” produttori di un nouvo conflitto, invece di costituire le basi per una società articolata dalla valorizzazione del riconoscimento? Non rischierebbero anch’essi di diventare, come si è dimostrato nel caso dell’uso della ragione e come bene lo hanno dimostrato i filosofi della scuola di Francoforte rispetto all’uso di una ragione puramente strumentale, auto-contraddittori nella loro struttura? E se quest’universalismo dei valori di tutta l’umanità, e quindi l’elevazione dei diritti umani a pura astrattezza si realizzasse, ciò non provocherebbe forse la resa del particolare, cancellando così la ragione per la quale sono nati, cioè l’attenzione verso ogni singolo essere umano in quanto portatore, in se stesso, di diritti inalienabili?

Questo è spesso il rischio che si corre ogni qual volta si racchiude un valore in una definizione, costituendo un muro che lo svuota di senso.

Possa essere l’importanza di un corretto uso della ragione critica, possa essere l’immensa valenza di quegli elementi cardini dell’esistenza umana che sono i diritti umani.

 

Quello che manca oggi è l’ascolto. L’ascolto dell’altro e di noi stessi. L’ascolto dei silenzi che ci costituiscono, delle ferite che ci appartengono. E il rispetto. Quel rispetto che i diritti dell’uomo dovrebbero insegnarci a rivolgere verso l’altro. Quello spazio tra noi e il mondo che non si appoggia sul disinteresse ma che si mescola e si nutre dell’essenza che ci accumuna: la dignità.

È pertanto in nome di questa dignità che la ricostruzione di un tessuto sociale basato su una nuova autenticità dovrebbe diventare un bisogno necessario.

Se gettassimo la spugna, se smettessimo di respirare con l’altro, nascondendoci nella nostra bolla di cristallo, quelle stesse sabbie mobili rischierebbero di risucchiarci.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

 

[1] M. WIEVIORKA, Retour au sens, Pour en finir avec le déclinisme, Editions Robert Laffont, Paris, 2015.