Gilles Deleuze e il problema della differenza

Nel mondo che ci circonda, la diversità sembra attraversare il nostro sguardo da ogni lato; la differenza sembra la cifra della nostra nuova identità, aperta e multiculturale; e l’altro, anziché starci a guardare da lontano, sembra essersi insediato dentro di noi. Ecco allora che il problema del diverso e della diversità è oggigiorno un problema imprescindibile che ci tocca sempre più da vicino, mostrando e dimostrando la nostra difficoltà ad accettare ciò che eccede le nostre certezze identitarie. Tale problema ha degli innegabili risvolti politici e sociali, che sono facilmente osservabili nella quotidianità delle nostre azioni. Tuttavia una riflessione filosofica seria non può soffermarsi solo su queste manifestazioni esteriori; essa deve cercare di dare una fondazione logica e una spiegazione razionale della natura dell’altro e della differenza. Ed è proprio di questa fondazione che vi vorrei parlare.  

Il problema della differenza non è un problema privato, al contrario rappresenta un problema umano e filosofico, poiché della differenza anche i maggiori filosofi hanno avuto paura, poiché anche loro hanno sentito la necessità di proteggersi di fronte al mistero caotico che genera la scoperta del diverso. Lo hanno fatto sicuramente nel modo a loro più accessibile, ovvero controllando l’altro attraverso la logica. Per essere più precisi, essi si sono oltremodo sforzati di ridurre il concetto di differenza a un semplice derivato del concetto di identità, in modo tale che la differenza per poter essere compresa dovrebbe legarsi a questo concetto (d’identità), il solo che avrebbe potuto giustificarla nelle sue diverse sfumature. Platone e Aristotele, Cartesio e Spinoza, Leibniz e Hegel sono tutti ugualmente esempi della signoria dell’identità sul nostro mondo dispersivo; tutti loro ritengono che l’identità di una cosa con se stessa sia la condizione necessaria perché si diano oggetti diversi tra loro. E se mancasse questa fondamentale identità con sé, allora non potrebbe neanche più esserci la differenza con tutte le altre cose. Perciò l’alterità diventa un misero surrogato, la banale conseguenza della percezione errata che ho di me stesso.

Eppure il filosofo dovrebbe distinguersi per avere il coraggio di guardare in faccia il “mostro”, che in questo caso è la differenza dell’altro. Ma chi tra tutti questi sedicenti eruditi è realmente riuscito a lasciar vivere l’altro in sé? Sembra che la risposta a questa domanda sia nessuno. Sembra, però, soltanto nessuno, perché la filosofia ha il grande pregio di capire i suoi errori e di imparare da loro, e, infatti, la contemporaneità ha saputo smuovere un po’ le acque e attraverso il genio di Gilles Deleuze ha saputo ascoltare profondamente la melodia caotica della differenza, facendola esplodere in accordi stridenti. Egli è riuscito a scrivere la vera storia della differenza, perché ha compreso che i termini della questione (identità e differenza) andavano invertiti: è in realtà l’identità che deriva dalla differenza e non il contrario. Come ciò sia possibile è sicuramente il problema da porsi, poiché solo questo “come” permette alla filosofia di trascendere la sua attrazione per l’identità. Tuttavia, realizzarlo non è assolutamente semplice e, infatti, Deleuze deve allontanarsi dalla logica e avvicinarsi alla matematica per raggiungere il suo scopo, poiché quest’ultima è la sola che può condurci lungo il cammino della scoperta dell’altro. Anche se è piuttosto tedioso esporre la teoria matematica a capo del nuovo concetto della differenza, resta però necessario esporre il significato di questa rivoluzione di prospettiva introdotta da Deleuze e le conseguenze che essa comporta per la percezione di noi stessi. Deleuze quindi prende la matematica, perché la matematica ci insegna che la relazione viene prima di tutto, ovvero c’è prima relazione e rapporto e poi identità o diversità. Le persone che entrano in un rapporto non hanno un’identità prestabilita, che devono confermare durante questo rapporto. Al contrario la loro identità è assolutamente indeterminata prima di esso; solo la relazione può dargli consistenza, cosicché soltanto la relazione permane al di là dei suoi elementi, continuando a sussistere anche quando essi cambiano. L’identità di sé allora non è l’originario; essa deve essere ribaltata nel suo significato autentico, così da mostrarsi com’è in verità, come una semplice conseguenza di rimando. E questo perché la relazione opera prima della nostra capacità di pensarla ed esprimerla. L’identità allora non si dà come già fatta e non può esistere come identità pienamente attuata, perché essa è da sempre un divenire che è un divenire altro.

La nostra identità noi la costruiamo giorno dopo giorno nella relazione con gli altri, tutti gli altri ma soprattutto i veramente altri da noi, per opinione, cultura e tradizione. Non nasciamo mai con un marchio impresso che ci dice chi siamo e a chi apparteniamo. Al contrario, in ogni singolo momento la nostra cosiddetta identità si fa e si rifà, si forma e si deforma in un moto continuo che, se osservato attentamente, incanta come lo scorrere di fiume in piena.

 

Gaia Ferrari

 

[Credits rawpixel su unsplash.com]

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Alla scoperta di me

Avevo 14 anni quando, varcando le porte il primo giorno di liceo, mi prefissai degli obiettivi promettendo a me stessa di non mancarli, mai, qualsiasi sarebbe stato il costo dei sacrifici necessari per giungervi.

Non mi sono mai fermata, nemmeno un secondo, neanche un attimo, un Natale o un Capodanno… neanche il giorno della laurea il cervello ha fatto pit stop; non era necessario.
Non ho goduto nessun momento degli ultimi dieci anni, troppo proiettata verso il domani, troppo concentrata sulla corsa che, estenuantemente, mi stava conducendo a tagliare il mio traguardo.

E le stagioni mi sono scivolate tra le mani, tempo non vissuto che, come sabbia, passa tra le dita lasciando solo alcuni granelli a ricordare ciò che è stato perso nell’impossibilità di riaverlo.

Così, persa nei meandri di un piano strutturato verticalmente e rigidamente costruito anno dopo anno, mi sono fermata, bloccata dalle mie pretese verso me stessa per il raggiungimento di uno stato di perfezione totale, e mi sono
scoperta spaesata; realizzata certo, ma spaesata.
Abitante di una città da me fondata della quale non mi sento cittadina.

Ho camminato per giorni, viaggiatrice di me stessa, bramosa di entrarne a far parte fino a quando, satura, stanca, mi sedetti sulla cima della torre dell’orologio… e mentre le lancette scandivano incessanti minuti di un’alba
nuova, inclinando la testa per scorgere l’orizzonte, ho visto arrivare verso di me tutti quei macigni e fardelli che, durante la mia corsa, avevo scansato, evitato, saltato e ignorato. Mi hanno raggiunta, e io sono totalmente impreparata ad affrontare i resti di una montagna che credevo crollata alle mie spalle…

Mi sono chiesta più e più volte i perché intrinseci di tutto ciò: del mio non fermarmi mai, della mia determinazione che non prevede limiti.
Determinata fino al limite della sconsideratezza.
Determinata a raggiungere la perfezione.
Determinata ad essere, non ad apparire.

La determinazione mi ha spinta verso un desiderio profondo, quasi subdolo e ingannevole, di voler primeggiare, con il solo scopo di non sentirmi sbagliata.

Solo oggi ne prendo coscienza, mentre, con le mani tremanti e gli occhi carichi di lacrime, sollevo macigno dopo macigno, leggendo attentamente tutte le domande incise sopra, domande a cui credevo di poter non dare risposta, a cui ora DEVO dare risposta.

E la piccola me non crede di essere pronta ad ascoltare se stessa, spaventata dall’incessante ricerca di scrivere finalmente la conclusione a quel lungo libro che è stata la mia vita PRIMA, in attesa trepidante di vedere cosa ci sarà dopo.

Nicole Della Pietà

[Immagine tratta da Google Immagini]

Oriana Fallaci: Prima di tutto Scrittore

Ogni persona libera, ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità ovunque essa sia. E se non lo fa è, nell’ordine: un imbecille, un disonesto, un fanatico. Il fanatismo è il primo nemico della libertà di pensiero. E a questo credo io mi piegherò sempre, per questo credo io pagherò sempre: ignorando orgogliosamente chi non capisce o chi per i suoi interessi e le sue ideologie finge di non capire. 

(dalla lettera agli studenti della scuola Rosselli di Marina di Carrara)

Chi era Oriana Fallaci? Chi era la donna che ha cambiato il significato e l’essenza stessa della parola Donna?

Oriana Fallaci lascia la Facoltà di Medicina dopo averla frequentata per poco tempo, non per mancanza di tenacia, ma per la più grande predisposizione naturale che sente dentro di sé: la passione che la porta a scrivere. Quella stessa che la porta a ricercare, capire, voler comprendere le vicende che la circondano. La scrittura invade le sue giornate, le sue notti passate a cercare di rifiutare il sonno tra una sigaretta e l’altra. Non smette mai di scrivere affermando le sue opinioni, difficili da comprendere per chi è diplomatico per natura.
Oriana delinea un’enorme se stessa nei suoi pregi e nei suoi – se così si possono chiamare – difetti. Di un personaggio che ha cambiato le concezioni storico-sociali del ‘900, per potervi partecipare fino in fondo non soltanto da spettatore, ma soprattutto da protagonista.

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Nulla la disegna meglio di quello che ci hanno lasciato le sue mani unite all’affezionata Olivetti. Sì, anche in questo è grande: scrive sentendo il suono dei tasti sotto le sue dita, facendosi chiamare “scrittore” anziché scrittrice.
E’ l’affermazione della sua passione che sembra venire prima di se stessa che la rende unica; lei che arriva a pesare trentasette chili pur di dividersi tra gli studi universitari e il continuare a mettere giù le parole nel modo più autentico possibile. Solo la passione ci rende autentici, perché ci porta a diventare quello che vorremmo fermamente.
E lei nello scrivere era capace di delineare se stessa, proprio come nelle sue interviste è sempre riuscita a delineare i suoi interlocutori.

– È strano, signora Magnani: lei ha un carattere così virile, dice sempre di stimare più gli uomini che le donne, «perché io accetti una donna bisogna che essa abbia una dignità e un carattere quasi maschile», e poi parla come se avesse degli uomini una considerazione minuscola – 

– Guardi, non ne ho nessuna. Il fatto è che le donne come me si attaccano solo agli uomini con una personalità superiore alla loro: ed io non ho mai trovato un uomo con una personalità capace di minimizzare la mia. Le donne come me subiscono solo gli uomini capaci di dominarle: ed io non ho mai trovato nessuno che fosse capace di dominarmi. Ho trovato sempre uomini, come definirli? Carucci. Dio, si piange anche per quelli carucci, intendiamoci, ma son lacrime da mezza lira – 

Se mi chiedessero quanto sarei stata disposta ad offrire per partecipare a quest’intervista, avrei risposto semplicemente “una cifra che non saprei quantificare”.
Oriana Fallaci esprime un’estrema grandezza nel tracciare esattamente il profilo dell’intervistato, chiunque sia; non solo nel ricercarne i caratteri, quanto piuttosto nel riuscire a delinearlo come se lo conoscesse da tempo e non soltanto da cinque minuti. Mi riferisco ad Oriana Fallaci che lascia parlare Anna Magnani da donna a donna, mi riferisco a due personaggi che non hanno mai avuto bisogno di affermarsi attraverso le parole, perché erano in grado di esprimersi anche soltanto tramite il loro modo di essere. Parlo di autenticità mischiata all’ironia, per descriverle fino in fondo.

Troppe volte di un grande personaggio si estremizzano i lineamenti più ostici: emerge ciò che non è, una natura che non corrisponde completamente al vero. Forse perché quello che trasmette un grande personaggio è puramente soggettivo, forse perché ognuno di noi riesce a coglierne tratti estremamente diversi. Nella fiction in due puntate andata in onda su Raiuno diretto da Marco Turco, vediamo una Fallaci costantemente arrabbiata, invasa continuamente da impeti di rabbia, più che dalla sua tenacia.
Leggere Un uomo, piuttosto che Lettera ad un bambino mai nato significherebbe discostarsi completamente da quella visione: leggendo soltanto due dei suoi libri risulta chiaro come una donna forte sia anche capace di amare tanto se stessa quanto un’altra persona. Quanto una donna indipendente sia in grado di provare il desiderio di maternità, il desiderio di diventare madre, un desiderio che è insito nella natura femminile stessa.

A chi non teme il dubbio
a chi si chiede i perché
senza stancarsi e a costo
di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma
di dare la vita o negarla
questo libro è dedicato
da una donna
per tutte le donne.

E’ sufficiente la dedica iniziale per capire il livello di comunicazione ed empatia che unisce Oriana ad ognuna di noi: la comune essenza di essere donna, con tutto quello che ne comporta. Quante e quali domande si pone una donna che porta in grembo un figlio?
Troppe. Una donna lo sa quanto sarà difficile il mondo di oggi, quanto sarà difficile crescere una creatura che non ha colpe per tutto quello che dovrà affrontare. E’ conscia del fatto che non esiste una manuale di istruzioni con cui ci sarà un modo giusto di indicare una strada piuttosto che un’altra; sente il figlio come se stessa, per quanto non si veda mai abbastanza preparata.

Perfino lei, che preparata lo era sempre. Lei, che alla vita non ha mai detto no – fino alla sua estrema essenza – nella sua determinante battaglia contro l’Alieno.
Lei che aveva visto la Guerra del Vietnam, perché l’aveva vissuta. Lei che aveva visto la città di Beirut devastata e assediata, in cui la morte si riversava in ogni sua forma.
Oriana che era capace di non vedere soltanto le bombe, ma prima di tutto le persone, cogliendo le espressioni di chi ogni giorno temeva di non arrivare all’ora successiva, non sapendo se avrebbe abbracciato ancora una volta i suoi cari, la sua terra, la sua vecchia e rassicurante vita. In una delle sue interviste le era stato chiesto se avesse paura della guerra, essendo stata la più grande inviata di quegli scempi nel ‘900 .

Chi dice di non avere paura della guerra è un cretino o un bugiardo.

Così risponde, soffermandosi poi sul fatto che l’unica possibilità per affrontare la paura che si ha per la guerra è superarla. Limite e possibilità, oserei dire.
Nonostante dopo la pubblicazione di Insciallah del 1990 avesse scelto di trasferirsi definitivamente a Manhattan, estremamente tenace nella sua guerra personale contro quella malattia che ogni giorno la consumava e rendeva un po’ più forte al tempo spesso, il suo spirito indomabile non le permise di rimanere indifferente all’attentato dell’11 settembre 2001.
Dapprima in un lungo articolo apparso sul Corriere della Sera il 29 settembre 2011, poi ne La rabbia e l’orgoglio – che era solita chiamare un “piccolo libro” – Oriana affrontava la tematica del fondamentalismo religioso: un argomento in cui riusciva ad essere completamente se stessa, senza cadere in ciò che avrebbe dovuto essere politicamente corretto. Un argomento particolarmente scomodo che si preferiva non affrontare, ma che lei si sentì di esprimere – come sempre – a modo suo.
Autenticamente suo.

Il puzzo della morte entrava dalle finestre, dalle strade deserte giungeva il suono ossessivo delle ambulanze.

Proprio lei che sentiva ogni giorno la morte sempre più vicina, odiava sentire quella delle persone. Odiava coglierla nell’aria, odiava coglierla nel fanatismo, odiava respirarla. Aveva sempre cercato di raccontarla, come aveva sempre cercato di esprimere ogni cosa di se stessa. Ogni pensiero o emozione, per quanto fossero estremi e poco condivisibili, erano il lato di chi ama vivere appieno la vita, di chi non è mai stato peccatore di aver trascorso un solo minuto a sopravvivere.

Apro la mia boccaccia. […] E dico quello che mi pare.

Ecco ciò che dice di sé nella sua ultima intervista concessa al New Yorker Oriana Fallaci. Lei che, fino alla fine, ha sempre cercato di fare quello che voleva. Lei che voleva morire nella sua Firenze, pur avendo amato e vissuto come cittadina del mondo.

Sulla sua lapide, soltanto tre parole: Oriana Fallaci. Scrittore.

Cecilia Coletta

[Immagini tratte da Google Immagini]

Il Coraggio di Rinascere

Stava camminando lungo la via di casa, il sole risplendeva e lei, stupita, si accorse che stava sorridendo. Non lo credeva possibile, non più ormai, non avrebbe mai pensato che dalla sua anima ferita potesse nascere un sorriso.

Il sole le sfiorava i tratti del volto e non riuscì a non pensare a tutto ciò che era successo fino a quel momento, fino a ciò che l’aveva condotta a quel sorriso disperatamente cercato senza successo per anni.

La sue mente corse indietro nel tempo, le immagini di quell’orrore durato una vita intera si affollarono, quasi facendo a gara a quale dovesse riapparirle per prima.

Si sentono spesso storie di ragazze che, cresciute nella violenza domestica, inconsciamente, perpetuano il modello relazionale genitoriale.

Era terrorizzata che ciò potesse accaderle, ma non da sempre, soltanto da un po’ di anni a questa parte, da quando aveva capito realmente che le famiglie non erano come la sua. Sì, perché la sua rappresentava l’eccezione che conferma la regola, nonostante le avessero insegnato per tutta la vita che quell’inferno fosse la regola.

Lei, una di quelle ragazzine così desiderose di essere amate; lei, che si lanciava a capofitto in troppe relazioni con persone discutibili, che sfruttavano le sue debolezze a loro piacimento, per puro divertimento.

Si scottò, in quel momento, ripercorrendo gli errori della sua esistenza, sentì ancora il dolore delle mille lacrime versate, che come spilli le trafiggevano il cuore, perché credeva di essere sbagliata, perché credeva di non meritare nulla se non una relazione malata e infelice come quella dei suoi genitori.

La violenza non si manifesta colpendo unicamente le persone direttamente coinvolte, coloro che restano e non vanno, coloro che a volte soccombono sotto il peso della mancanza di autostima. La violenza colpisce anche chi non ne è direttamente investito, chi – come i figli – resta a guardare dallo spioncino della serratura.

E le conseguenze di ciò che si vede possono essere atroci quanto quelle provocate dalla violenza verbale o da un pugno sferrato.

Lei a questo ci pensava in continuazione.  Non aveva potuto farne a meno da quando era riuscita a comprendere le dinamiche di ciò che la circondava e a distaccarsene; quelle dinamiche che pur restavano lì, insieme a lei, ed era stata in grado di costruirsi un suo mondo, nel quale quel dolore agonizzante e paralizzante non poteva entrare. Nessuno poteva entrare nel suo mondo, nessuno fino a quella sera d’estate.

Lei, al primo sguardo, aveva sentito qualcosa; un legame, quasi fosse stato il destino. Faticò a capirlo subito, faticò a comprendere ed accettare la natura di quell’alchimia, impiegò anni prima di lasciarsi andare, di far entrare questo qualcuno nel suo mondo ovattato.

Passarono quattro anni prima, durante i quali si rafforzò e intensificò un legame talmente intimo da permettere ad entrambi di mostrarsi per quello che erano, senza paure né riserve, fino a quando non misero da parte tutti i timori e si lasciarono andare; riuscirono a lasciare lo spazio vitale a quell’amore così forte e profondo da sacrificarsi per non intaccare la vita dell’altro.

E a quel punto lei si guardò la mano e vide quel piccolo cerchietto d’oro, un minuscolo cerchietto, che si sarebbe perso nel vasto mondo della crudeltà e delle sofferenze che le aveva dato vita, che simboleggiava l’inizio di un’esistenza reale, fondata su sentimenti a lei sconosciuti fino a quell’istante, fino a che lui non ebbe il coraggio per entrambi di abbracciarla per non lasciarla più.

Il suo sorriso arrivava da tutto questo, da un’infanzia malata in un ambiente altrettanto malato, dalla forza che dimostrò nello staccarsi da quelle anime portatrici di dolore, da quell’affidarsi – per la prima volta – totalmente ad un’altra persona, sapendo che il suo mondo si sarebbe proiettato verso qualcosa di più grande, un qualcosa capace di farla respirare davvero.

Non è altro che una riflessione, non è altro che un misero –  in confronto allo dispiegarsi di una realtà molto più vasto – riassunto della rivincita di una ragazza che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, che ha provato talmente tanto dispiacere nel vedere i suoi genitori gettare la propria vita in un vortice di sofferenze, che non voleva accadesse lo stesso a lei. Non voleva che un giorno i suoi figli potessero vivere ciò che aveva traumatizzato lei.

La violenza, nostro malgrado, ha risvolti che vanno ben oltre i segni fisici, come abbiamo sempre cercato di spiegare grazie alla nostra rubrica.

E la violenza non sempre vince: ci sono donne che hanno il coraggio di ribellarsi, ci sono figli e figlie così forti da tagliare quel cordone ombelicale e quel legame così profondo coi propri genitori, per potersi liberare dalla catene di una violenza che a loro è sempre stata imposta, senza la possibilità di una scelta.

Vorremmo iniziare il nuovo anno con la speranza di poter scrivere mille storie del genere, mille storie che lascino spazio alla speranza e regalino al lettore un sorriso, un sorriso nel vedere che, molte volte, la violenza non sconfigge.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Belle vere

La domenica e i miei consueti ed annoiati zapping da un canale all’altro. Mi imbatto in un programma di MTV che racconta la perdita di peso di alcune teenager. Rimango colpita; quelle ragazze hanno davvero un peso eccessivo, che non solo è pericoloso per la salute, ma non riesce a farle sentire loro stesse.

Diciott’anni, centoventi chili, quarantacinque da perdere in un’estate. La prima espressione che mi è balzata in mente è stata Forza di volontà. Fatica. Entrambi i termini con la F maiuscola, si intende.
Mary è stata seguita da un nutrizionista pronto a cambiare le sue cattive abitudini alimentari, è stata aiutata e supportata da tutti, ma prima di tutto da se stessa.
Nei momenti di sconforto ho sentito suo padre urlare che avrebbe potuto farcela, un grido che è arrivato dentro di lei. Un grido che ho sentito echeggiare dentro di me.
Durante l’estate è dimagrita venti chili, poi è partita per il college ed è riuscita a perderne altri venti.

Ha pianto di gioia. Ho visto le lacrime incorniciarle il viso; ho pianto anche io. Io che, pur non sapendo cosa significhi avere tutti quei chili in più, conosco fin troppo bene la sensazione di sentirsi a disagio, di guardarsi attorno e notare soltanto chi riteniamo “migliore”.

Mary è apparentemente un ragazza come tante; a mio vedere – invece – è una delle persone più determinate che ci siano. E’ chi è capace di trasmettere forza, ricordandomi che anche io ho molto obiettivi da raggiungere, e soprattutto anche noi, Donne che non ci sentiamo mai abbastanza adeguate.

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La parola chiave – forse – è proprio ABBASTANZA. Abbastanza belle. Abbastanza magre. Abbastanza simili alle modelle che notiamo.
Io stessa ho passato tanto, troppo tempo, a pensare di non farcela. A guardarmi in quello specchio bugiardo o troppo veritiero, che dir si voglia. Mi sono sentita dire di essere anche troppo. “Troppo cicciottella”, proprio come mi aveva detto quell’allenatrice che mi ha escluso dalla sua squadra per questo motivo.

E poi, parliamo di questa moda curvy; sì alle modelle con le forme. Perché se la cosa fosse prassi acquisita si dovrebbero sostenere campagne apposite? La moda di dare visibilità a queste persone, che altrimenti visibilità non ne avrebbero secondo i canoni.

Eppure, io viaggio controcorrente. Io credo che siano i nostri sorrisi a fare la differenza. Che siano le nostre lacrime sincere a raccontare di noi. Che siano i nostri obiettivi raggiunti a formarci. Impulso, emotività, spontaneità, capacità di pensare con la propria testa ed uscire dagli schemi. Queste siamo noi.

Dimagrire non significa togliere chili in più, è considerevole soltanto se è un obiettivo che ci si è personalmente prefissati.
E si rimane belle, non lo si diventa per la perdita di chili. Belle vere, belle da morire.

Ciò che cambia è soltanto una parola: consapevolezza.
Di guardare quel dannato, bugiardo-veritiero specchio, e ridergli in faccia, perché abbracciamo la forza che c’è in noi.

Marta Visentin

24 anni, studio servizio sociale a Venezia, una (speriamo) futura assistente sociale e passioni… bè sono fissata con il cinema, guardo almeno un film al giorno, leggo moltissimo e di tutto, e amo i fatti!