Meaning seeking come dimensione della motivazione

Montale diceva che il solo vivere non basta. Ancora prima, per Platone l’umano è come un otre forato: la biologia non basta. Le pulsioni e le funzioni biologiche non sono abbastanza: ognuno di noi è un progetto incompiuto con la vocazione a realizzarsi. Essa passa attraverso la ricerca di un significato, di un senso, che è ciò che si vive e si sente. Noi siamo esseri alla ricerca di un significato, viviamo secondo il principio dello scopo. Il nostro essere desideranti passa attraverso lo scopo.

Ciò che gli anglofoni chiamano meaning seeking è una dimensione fondamentale della motivazione ed è ciò che permette la realizzazione delle possibilità. Possibilità che spesso richiedono una profonda trasformazione dell’Io per essere portate a compimento. La motivazione è ciò che contagia sia l’Io sia gli altri permettendo la realizzazione di progetti di senso. Ognuno di noi necessita di un significato per affrontare l’esistenza. La sofferenza e la tensione monopolizzano la coscienza, che si libera dalle catene solo con il vento della motivazione e del valore.

Ciò che ha davvero significato richiede impegno e fatica. Solo la motivazione avvia, guida e mantiene comportamenti mirati. Solo la motivazione ripaga gli sforzi e gli ostacoli affrontati. L’impulso motivazionale si ha ogni volta che l’individuo avverte un bisogno, che rappresenta di fatto la percezione di uno squilibrio tra la situazione attuale e quella desiderata. Il bisogno è, quindi, uno stato di insoddisfazione che spinge l’uomo a procurarsi i mezzi necessari per riuscire a realizzarlo o sublimarlo.

Una suddivisione divenuta ormai classica distingue tra le motivazioni intrinseche e quelle estrinseche. Le prime inglobano i bisogni innati che provengono dall’interno dell’individuo stesso. Le seconde, invece, sono basate su una spinta che si volge a ottenere un beneficio esterno. L’essere umano si muove in funzione di ottenere vantaggi materiali (buoni voti, fama) o immateriali (carriera, potere).
A tal proposito, affascinante è la piramide di Maslow, ideata nel 1954 dall’omonimo psicologo, che si propone come un modello motivazionale dello sviluppo umano basato su una gerarchia di bisogni. In base ad essa, la soddisfazione dei bisogni più elementari è condizione necessaria per fare emergere quelli di ordine superiore. Alla base della piramide ci sono i bisogni essenziali alla sopravvivenza; salendo verso il vertice, si incontrano i bisogni più immateriali. Si parte dai bisogni primari e fisiologici, come cibo, acqua ed impulso sessuale a quelli di sicurezza (protezione, lavoro, salute e famiglia). Salendo, si incontrano poi i bisogni di appartenenza (famiglia o amici), quelli di stima (essere riconosciuto, realizzato) fino all’autorealizzazione, la quale altro non è se non l’aspirazione individuale a essere ciò che si vuole sfruttando le facoltà mentali e fisiche.

I bisogni fondamentali, una volta soddisfatti, tendono a non ripresentarsi, mentre i bisogni sociali e relazionali rinascono con nuovi e più ambiziosi obiettivi da raggiungere, almeno secondo Maslow. Una concezione che viene messa in dubbio dal neurologo e psicologo Viktor Frankl, che non esitò a provare come spesso, nonostante i bisogni più bassi non siano soddisfatti, un bisogno più alto, quale la ricerca di significato, può diventare più urgente. Mentre per Maslow l’essere umano è mosso dal bisogno, per Frankl, invece, dal desiderio di significato. Una “vita” significativa è, per quest’ultimo, una vita ricca di compiti, ovvero di appelli alla capacità umana di rispondere ad una problematica nella convinzione di poterla risolvere. L’essere umano sarebbe così libero di agire facendo leva sulle proprie risorse, compiendo così necessariamente degli sforzi1.

Per quanto la tematica richiederebbe un approfondimento maggiore, basti qui considerare il rischio lucidamente individuato da Frankl insito nell’autorealizzazione referenziale e solitaria. Essa, da sola, non rappresenta un criterio esaustivo per una teroria motivazionale. Da qui il concetto di autotrascendenza, che il neurologo spiega utilizzando la metafora dell’occhio. Un occhio può vedere se stesso solo in una condizione patologica di cataratta o glaucoma. Allo stesso modo, l’essere umano deve dimenticarsi di sé e porsi al servizio di una causa, dell’attuazione di un senso o della dedizione a un compito o a una persona.

Infine, rimangono alcune domanda aperte: un percorso di autorealizzazione referenziale non porta l’essere umano sul baratro della solitudine? In che misura continua ad avere senso la ricerca di autodeterminazione? E ancora: quale senso può avere l’espressione individuale fuori da un orizzonte relazionale? D’altronde, per dirla con Dante, «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante, Divina commedia, Inferno Canto XXVI).

 

Sonia Cominassi

 

NOTE
1. Cfr. Maria Teresa Russo, Etica del corpo tra medicina ed estetica, Rubbettino, Catanzaro 2008; L’uomo in cerca di senso. Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, presentazione di Daniele Bruzzone, Milano, Franco Angeli, 2010.

[Photo credit Alexis Fauvet via Unsplash]

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Desiderare: abitare il cuore per incontrare l’altro

Nella società odierna, ossessionati dai profitti e dai trend economici, abbiamo creduto sempre più che ciò che abbia il potere di muovere ogni nostro processo, dandogli una garanzia di riuscita, dipenda esclusivamente da fattori esterni, necessari ma spesso non sufficienti, perché ciò che davvero conta esiste fuori solo nella misura in cui è presente già dentro di noi.

Tra questi, un ruolo importante spetta al desiderio, motore propulsivo della nostra vita ma, allo stesso tempo, luogo esistenziale poco abitato. Desiderare, nel senso comune, è prefigurarsi un arrivo, è avere degli obiettivi da raggiungere, è realizzare un sogno, essendo molto spesso inteso più come un evento che debba avverarsi da sé piuttosto che come un cammino da dover percorrere in prima persona.
La culla del desiderio è, infatti, il cuore, poiché esso non nasce da un calcolo o da un ragionamento logico, ma è frutto di un’intuitio cordis che prende vita prima nel cuore e solo dopo, forse, nel mondo. Nessun desiderio è sinonimo di casualità né di coincidenza, bensì proviene dalla nostra esperienza personale e si attiva nel momento stesso in cui viene intuito.

Pascal avrebbe detto che «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce»1, intendendo che ogni realtà – cuore o ragione – segue un proprio ordine, un modo tutto singolare di conoscere le cose. Ed è proprio vero.
Il desiderio è però spesso totalmente identificato nel suo oggetto: “Cosa desideri in questo momento?” ci viene chiesto, ma di rado sentiamo dire: “Stai desiderando davvero qualcosa?. Riprendendo Heidegger e la sua celebre domanda metafisica, potremmo dire che la questione dovrebbe passare dal piano dell’ente al piano dell’essere2, dando maggiore risalto a un processo interiore che ha, in potenza, la funzione di accompagnare l’intero percorso della nostra vita.

Effettivamente, ciò che ci cambia nel profondo non è solo il desiderio ma soprattutto il desiderare, fatto di attese e di speranze – tutt’altro che effimere – che si concretizzano attraverso le nostre decisioni ed i nostri passi quotidiani. Nel processo del desiderare, infatti, spesso maturiamo e orientiamo il nostro sguardo a tutto quello che è davvero essenziale nella nostra vita e, non a caso, a volte siamo noi stessi che, desiderando, mettiamo a fuoco il desiderio sotto una luce diversa e lo vediamo per ciò che realmente è. Di conseguenza, diventerà allora controproducente focalizzarsi, come accade nella nostra ordinarietà, molto di più su un non ancora, dall’essenza incerta, che sposta pericolosamente le nostre attenzioni esclusivamente su un orizzonte temporale futuro che non siamo in grado di controllare del tutto.

Spesso ascoltiamo storie affascinanti sui desideri, su chi ha compiuto grandi imprese pur di realizzarli; altre volte, invece, il desiderio diventa supremazia, affermazione del proprio ego ed esclusione dell’altro. Proprio a tal proposito sorge una questione: è giusto utilizzare ogni mezzo per realizzare un proprio desiderio? A primo impatto, molti risponderanno in modo negativo, ma se tale desiderio personale fosse orientato all’altro, come nel caso di voler rendere felice una persona a noi cara, sarebbe ancora illecito ricorrere ad ogni metodo pur di raggiungerlo? Qui forse la risposta non sarebbe così scontata. È necessario affermare però che nessuno può imporre i propri desideri, nonostante i nobili intenti e per quanto si possa intuire il bene dell’altro, perché quel bene deve essere sempre frutto di una scelta personale. Emmanuel Lévinas direbbe, in termini più precisi, che il carattere dell’altro è l’«infinito»3, ed è quindi erroneo rinchiuderlo nelle nostre categorie mentali. L’altro è, piuttosto, il luogo in cui abbiamo la possibilità di abbandonare il nostro egoismo – consapevole o inconsapevole – per entrare nella reciprocità, vera dimora del noi, incontro tra libertà.
Bisognerà quindi considerare che, anche qualora il proprio desiderio fosse la felicità altrui, non si potrà, a priori, dare un’idea di felicità – rischiando di proiettare la nostra prospettiva su quella dell’altro –, ma si dovrà capire e chiedere a chi si ha davanti quale sia il suo bene. Solo allora, ed in tali circostanze, si potrà pensare di sostituire, alla logica dell’imposizione, la volontà di regalare il proprio desiderio, sperimentando la possibilità esistente e poco usuale di desiderare nel desiderio di chi amiamo.

Il cuore diventa, così, la nostra officina dei desideri: spesso vi siamo già dentro, tante altre volte vi entriamo per riparare i desideri degli altri. Perché, a volte, è nell’atto stesso del desiderare che vi è già un desiderio realizzato.

 

Agnese M.C. Giannino

 

Agnese Giannino è una dottoressa in Scienze Filosofiche.  Dopo la laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Catania, consegue cum laude, nel medesimo Ateneo, il titolo magistrale in Scienze Filosofiche, presentando una tesi in ambito bioetico. Appassionata di etica ed innamorata dell’insegnamento, ha lavorato nella formazione e, ad oggi, continua ad approfondire i propri studi.

 

NOTE:
1. B. Pascal, Pensieri, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996, pensiero 277, p. 218.
2. Cfr. M. Heidegger, Che cos’è metafisica?, Adelphi, Milano, 2001.
4. E. Lévinas, Totalità e infinto, Jaca Book, Milano, 1980, p. 47.

[Photo credits unsplash]

“Stiamo cambiando pelle”. Intervista a Remo Bodei

Abbiamo incontrato il Professore Remo Bodei in occasione del Festival Filosofia, le cui attività si articolano entro lo spazio delle tre città di Modena, Carpi e Sassuolo.

Il professore è stato per molto tempo docente di Storia della filosofia ed Estetica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è stato visiting professor in molti atenei internazionali ed attualmente insegna filosofia allo UCLA di Los Angeles. Ha inoltre pubblicato numerosi libri e saggi dei quali gli ultimi due nel 2016. I suoi studi si sono concentrati sull’idealismo tedesco, per poi ampliare gli orizzonti alla filosofia della storia e alla cultura filosofico-letteraria romantica, dalla quale emerge in particolare il binomio antitetico ragione-passioni, tema che ha spesso coinvolto il pensiero filosofico.

Nel corso dell’intervista che segue, abbiamo cercato di approfondire alcuni dei preziosi spunti contenuti nella lectio magistralis che ha tenuto nell’ultima edizione del Festival.

 

Professore Bodei, vorremmo iniziare da una suggestione che arriva dal suo ultimo libro Limite (Mulino, Bologna 2016), in cui riferisce che la filosofia moderna, da Locke fino a Kant, si interroga incessantemente sui limiti dell’intelletto umano, cercando di stabilire quali siano i limiti tra il conoscibile e l’inconoscibile. Secondo lei la filosofia contemporanea attorno a quali limiti si interroga?

I limiti variano col tempo: da Locke a Kant erano quelli dell’intelletto umano, si ricercava fin dove l’uomo potesse conoscere, avendo come base l’esperienza e la scienza. Fin dove la metafisica o la fede potessero estendersi. Oggi i problemi sono diversi e sono costituiti dall’incontro tra le varie culture e civiltà del mondo, in quanto si è rinunciato ad un’idea che valga per tutti, che poteva essere rappresentata dalla stessa forma di conoscenza. Un altro limite è segnato dalle biotecnologie: com’è che l’uomo si trasforma? Come si possono scoprire degli aspetti della natura umana che prima non c’erano? È la questione dell’artificialità e del post-umano. Un altro limite è segnato dalla comunicazione e dalle tecnlogie dell’informazione e di come queste possano trasformare persone e culture. Per certi aspetti si cerca il superamento dei limiti, per altri si cerca invece di stabilire dei confini che sono stati incautamente violati e che bisogna ricostruire: non siamo sicuri di avere una morale saldamente condivisa e per questo si cerca, ad esempio, di evitare che tutto sia permesso: da attraverso la spesso fraintesa espressione della morte di Dio, Nietzsche s’è accorto che non possono più sussistere regole insindacabili perché espresse da Dio: sono gli uomini che devono darsi regole credibili e solide, e di questo – Nietzsche lo capiva – non siamo stati capaci. Viviamo in una morale provvisoria permanente, che non è di per sé un male ma ci pone in una situazione difficile.

Un’altra posizione indubbiamente difficile e complessa è quella da lei evocata durante la sua lectio magistralis di Modena: la lotta contro se stessi pare essere un confronto drammatico per ritagliarsi un proprio spazio nel mondo. Secondo lei tra le sfide che l’uomo contemporaneo deve affrontare c’è anche quella che lo vede in cerca del suo posto nel mondo? Se sì, a che prezzo?

Trovare il proprio posto nel mondo è sempre stata un’impresa che ha riguardato gli uomini sin dall’età della preistoria: semplicemente cambiano questioni e limiti. Orientarsi oggi in un mondo così complesso e cangiante rispetto a quello della tradizione è più difficile o – per meglio dire – diversamente difficile: bisogna muoversi su d’un piano globale interconnesso e, d’altro canto, in un mondo che cambia continuamente e pone un problema di adattamento.

A proposito della complessità del nostro mondo: uno dei suoi tratti generalmente più riconosciuti è la liquidità, la quale – più di ogni altro – sembra dare un’illusione di libertà. In che modo la fluidità delle relazioni sociali e personali può aver compromesso la stabilità del tessuto sociale contemporaneo?

Questa caratteristica di liquidità egregiamente messa in luce da Bauman, per cui dall’inizio degli anni ’80 ad oggi sembra che non vi sia nulla di solido è una proposizione enunciata da Marx e Engels nel Manifesto del Partito Comunista: tutto ciò che è solido si squaglia. In questa situazione, con le difficoltà del terrorismo e della crisi finanziaria, stiamo scoprendo che il mondo è molto più duro e molto meno liquido di quanto pensavamo. Anzitutto abbiamo la necessità di trovare i limiti, di riconoscerli e comprendere come far fronte alla nuova rigidità della nostra esistenza.

In questo contesto sociale e politico così complesso, che ruolo crede abbiano le passioni umane, calate in un’epoca dominata da una tecnica che, sempre più a fondo, modifica i contesti e i soggetti che vi abitano?

Le passioni hanno sempre costituito un valore per il vivere comune: bisogna tuttavia distinguere tra le varie forme di passione. Noi viviamo in un’epoca in cui le passioni sono state sostituite dai desideri: questi non sono altro che passioni declinate al futuro, quindi passioni che non sono legate a qualcosa che, tradizionalmente, ha dei limiti. Abbiamo delle passioni che, in quanto proiettate verso il futuro, sono elastiche e procedono avanti. C’è poi una dimensione legata alle passioni private come l’amore (messe in risalto dalla modernità e dal Romanticismo) a cui fa da contraltare un declino della dimensione pubblica: in parte ci si richiude in se stessi davanti alla durezza dell’esistenza, in parte c’è una crisi delle passioni democratiche legate agli ideali di uguaglianza tra gli individui.

Secondo lei l’assenza di una bussola per l’agire comune piò dipendere dalla perdita di senso della nozione di bene comune? Se sì, crede che sia oggi possibile ricostruire tale nozione?

La nozione di bene comune è sempre stata da un lato un’aspirazione ideale e dall’altro una sorta di ingannevole prospettiva con cui si sono mascherate tutte le forme di soppressione: i totalitarismi del ‘900 hanno predicato un bene comune che, in realtà, si è rivelato un bene per certi tipi di classi, di individui. L’esistenza di un orizzonte che superi l’individuo segna il problema di trovare la strada per cui esso diventi effettivo e non diventi una maschera che serve a legittimare dei comportamenti che perseguono beni non comuni ma parziali.

Questo è un problema che sembra ripercuotersi anche nella dimensione individuale; nel suo libro Immaginare altre vite: realtà, progetti, desideri (Feltrinelli, Milano 2013) ricostruisce il ruolo fondamentale che ideali e modelli hanno giocato nelle dinamiche di costruzione di sé. Secondo lei a quali ideali, modelli si può ricorrere? Ve ne sono?

In generale questi modelli sono cambiati abbastanza recentemente perché in precedenza il nostro mondo (limitato, occidentale, europeo) questi ideali erano legati alla realizzazione di se stessi, alla possibilità di avere una soddisfazione in un mondo che, per certi versi, ha rinunciato all’al di là e richiede dunque che si possa trovare godimento nell’arco dell’esistenza fisica degli individui. Dopo il fallimento di certi regimi completamente laici, i quali ritenevano che l’uomo potesse, nell’arco dell’esistenza storica, trovare il proprio compimento, questi modelli si sono indeboliti ed è tronato il bisogno di trascendente e anche delle religioni: talvolta è tornato in forme piuttosto violente, come nel caso degli islamisti. Stiamo cambiando pelle: c’è un tentativo di ritrovare una soddisfazione che non è solo di questo mondo, non solo secondo una matrice religiosa ma anche estetica, secondo la maniera di Foucault per cui si fa di se stessi un’opera d’arte e si ha un’estetica dell’etica, si diventa come statue, si cerca di far vivere la bellezza nell’etica.

Lei da anni conduce parallelamente un’opera di ricerca filosofica e un’azione di divulgazione molto importante. Crede che il rinnovato e generalizzato interesse per le questioni della filosofia sia connesso con i bisogni del senso comune a cui si riferiva prima?

Penso che nell’esistenza delle persone, da quando ciascuno di noi è un bambino, ci si pone delle domande sul perché si esiste. Sono domande alle quali, a un certo punto, ci si rifiuta di rispondere: talvolta le domande diventano tarli fastidiosi. In forza di ciò ci si costruisce una visione del mondo fatta in casa, non suffragata da riflessioni profonde e perciò in genere non viene poi sviluppata dalla scuola, dalgi studi che guardano ad un sapere tecnico-professionale. Il bisogno di filosifa è una fame di senso che procura una sorta di esame di riparazione in età adulta di messa a fuoco di cose che non si sono osservate lungo la propria esistenza.

Quanto ha appena detto si sposa con la missione ideale de La Chiave di Sophia, che si propone di stimolare la comprensione di quanto la filosofia sia presente nella vita dell’umano, nella sua quotidianità, contrariamente a chi ritiene che essa sia – e, in certa misura, – debba rimanere una disciplina di nicchia, ristretta quanto a temi e pubblico cui si rivolge.

Fare filosofia significa cercare di capire il tessuto connettivo e orizzonte di senso entro cui noi ci situiamo, che non è appunto qualcosa di specifico. Rispetto alla frantumazione dei saperi e delle pratiche la filosofia è un tentativo continuamente rinnovato di trovare un orizzonte entro cui muoverci e situarci, perché essa non è un sapere specialistico. Si potrebbe dire che la filosofia è uno specialismo dell’universale: la filosofia ci riguarda tutti ma è molto difficile orientarsi filosoficamente perché si rischia di creare delle generalizzazioni astratte. Per questo si innesta in un sapere che riguarda un’acquisizione: per esempio, 2500 anni in cui nel nostro occidente si è pensato. Noi siamo debitori nei confronti di queste forme di ricerca che rappresentano una sorta di palestra mentale. Essa serve a tutti: senza di essa saremmo come automi. Essa è una forma di vivere in maniera consapevole. Se facessimo un esperimento mentale in cui la filosofia non avesse fecondato la nostra cultura, noi ci ritroveremmo certamente più creduloni, più stupidi e manipolabili e quindi meno liberi. È un valore per la democrazia, in quanto ci permette di vivere più consapevolmente e in maniera meno dogmatica.

 

Emanuele Lepore

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Le metafore del corpo e dello spirito

<p>Il Vincolo di Cupido - Metafore del corpo e dello spirito</p>

Ogni uomo è utopia per sé stesso e per l’Altro; ogni uomo è sintesi di prese di coscienza del mondo e degli altri uomini che lo circondano. Uomini come cumuli di bisogni e desideri di trascendenza, come cumuli di dispiacere e di nuove volontà e desideri e bisogni sempre nuovi e sempre più sfuggenti. Un bel giorno, l’uomo sembrò così sia l’animale infelice che quello esaltato; un essere incorniciato tra l’irrimediabilità della morte e la consapevolezza di una vita in continua metamorfosi, all’inseguimento di un qualcosa che non si fa prendere. In continua fuga dal proprio essere, vincolato e legato alle sue affezioni nonostante queste sono per natura sfumate nella tonalità dei suoi pensieri e delle sue pratiche. Un uomo principalmente corpo del caos dell’universo e della natura, entro limiti e funzionalità; un caos impegnato a disporsi chiaramente a sé stesso e al mondo e agli altri seppure in continua fuga ed in continua evanescenza. L’uomo è un po’ come te caro mare e come il vento che ti orienta e muove la tua superficie con tutte le apparenze e le cose che ti ornano; muove a sua volta le cose che stanno nel tuo profondo e quello di noi uomini che ti stiamo a guardare attraverso lo specchio della conoscenza. Ma questo tuo muovere le cose, non è solo atomi, concetti e scienza; di più ancora muove le profondità degli uomini ed essi sono i significati altri che ti pervadono lo spirito. Quelli che non ci sono dati ma di cui siamo ugualmente padri. Più ancora, quindi, muove gli uomini e li porta a te mio mare! Sopra tutto è quell’esser nostro su per questi venti, nel piacere turbolento del non sapere e del perdersi; più ancora è il riflesso dell’intelletto, ossia il pensiero, la sua ombra, che si anela su se stessa e pensa al piacere anche per mezzo di attese e di scientifico dispiacere; come uccelli contro tempesta, senza parti e senza scienza ma con tanta volontà. Io stesso, scrivendo, anelo adesso il corpo a ciò che indichiamo come spirito; così il mio corpo come il mare, come il foglio sul quale Ti scrivo; è il corpo, il mio homme de lettres, e lo spirito, il vento, mi sussurra la solita annosa domanda: “Tu sei come me e sei persino me. Sei una Voce della natura, corpo dell’Universo e anche tu con una moltitudine di possibilità, ma chi tra noi due è anche metafora dell’altro?”

Salvatore Musumarra

La bella Italy

Domenica ero a Firenze, dopo giorni di tempo incompatibile con giugno era finalmente uscito il sole che già da metà mattina aveva cominciato ad abbattersi infuocato sulla frotta di turisti ai piedi della cattedrale di Santa Maria del Fiore.
Una fila di sessanta metri si era formata lungo il lato sud, dove si accede al banco per fare il biglietto.
L’attesa permette di osservare la piazza e la tipologia di persone che la affolla.

Da studioso di antropologia è facile per me cadere nella curiosità di osservare i comportamenti altrui.
I sempreverdi giapponesi con la fotocamera tra le mani che si stupiscono per qualsiasi cosa, anche la più banale; gli americani instancabilmente innamorati del Rinascimento; i francesi e gli spagnoli che al gruppo – prerogativa germanica – preferiscono girovagare più in incognita.

Immancabili i venditori di immagini, da Ponte Vecchio si diramano in tutta la città esponendo i loro prodotti su bancarelle talmente improvvisate che spesso si riducono al selciato della strada.
Se qualcuno dovesse descrivere un qualsiasi luogo di interesse culturale italiano non potrebbe esimersi dall’inserire almeno un paio di questi elementi, altrimenti risulterebbe un resoconto fantascientifico.

Per aggiungere dettagli a questo quadro generale si dovrebbero citare le guide turistiche, veri e propri profeti del XXI secolo che divulgano il loro sapere attraverso un microfono e che al posto del bastone nodoso, necessario a chiunque volesse intraprendere la carriera del profeta, brandiscono una bandierina o un ombrello.
Agli angoli delle piazze si trova sempre qualcuno che suona qualcosa, motivetti famosi per le orecchie di chi apprezza i classici, improvvisazioni per gli amanti dell’originalità.

Uomini-statua che passano ore ad imitare l’immobilismo del marmo di Carrara; ambulanti che vendono accessori per smartphone… quindici anni fa vendevano solo pupazzetti di farina e braccialetti portafortuna, del resto i tempi cambiano un po’ per tutti.
Se dovesse piovere è certa l’apparizione degli ombrellai, fatto che suscita forti sospetti sulla loro responsabilità riguardo i temporali.

Tutto questo era in movimento attorno a me e alla fila a cui ormai appartenevo fisicamente, quando notai un gruppetto di uomini in carrozzina.
Saranno stati cinque o sei, tutti accompagnati dalla moglie o da un amico, si erano disposti a semicerchio attorno all’ennesima guida che parlava in inglese.

Qualcuno di loro ascoltava attento, qualche altro guardava semplicemente all’insù, uno in particolare aveva gli occhiali da sole, ma pareva non guardare nulla di preciso, era lì immobile sotto al suo cappello col frontino.

Di persone in carrozzina se ne incontrano spesso, specialmente nei luoghi ad alta frequentazione turistica, quindi non so spiegarmi come mai, proprio in quel momento, mi sono soffermato su di lui.
Non potevo sapere nulla sulla sua vita, su cosa potesse essergli capitato o se in quel momento stesse davvero ascoltando il racconto sulla costruzione della cupola del Brunelleschi, comprendere la mente umana imbrigliata nel gioco crudele di una malattia penso sia qualcosa di arduo, però il messaggio che nel giro di un paio di minuti si era materializzato davanti ai miei occhi portava con sé una conclusione semplicissima: quell’uomo era lì.

Era lì perché doveva vedere dal vivo qualcosa che normalmente si trova in fotografia, perché doveva toccare con mano il modello originale che ha ispirato tanti artisti e tanti scrittori.
Doveva respirare quell’aria, vedere o sentire quella stessa atmosfera confusionaria che sentivo anch’io, doveva bruciarsi sotto quel sole tanto atteso per poter dire di esserci stato.
Non potevo sapere nemmeno quante persone, in quello stesso momento, potessero esserci anche a Roma, a Napoli, a Venezia, accomunate dalle stesse difficoltà e dalla stessa determinazione.

Quando esiste la possibilità di ottenere un arricchimento interiore, culturale o conoscitivo, l’Uomo cerca di raggiungere quel fine tanto desiderato.
E’ in quel momento che si annullano confini, distanze, grandi o piccoli impedimenti personali.
Ce lo raccontano gli esploratori, da Marco Polo a Cristoforo Colombo a David Livingstone, ma anche scrittori del calibro di Jules Verne e Goethe.

Allo stesso tempo è da notare ciò che forse noi, abitanti del pianeta Italia, non percepiamo: la ricchezza che ci circonda.
Sembra una frase ripetitiva, una di quelle che si estrae durante le pirotecniche discussioni relative alle manchevolezze amministrative sul patrimonio artistico-culturale.
Eppure ci comportiamo come se dessimo per scontate certe cose che via via vengono dimenticate, tanto da arrivare al punto di considerare una vacanza come tale solo se fatta in un altro continente.

Non è una morale, ma uno sprone che potrebbe servire a renderci più consapevoli di ciò che custodiamo volontariamente o meno, ovvero una serie di meraviglie artificiali e naturali che costellano il nostro territorio, che riempiono le nostre piazze, che smuovono persone come quell’uomo a Firenze, che sotto al cappello col frontino seduto sulla sua carrozzina ascoltava, o forse no, il racconto sulla costruzione della cupola del Brunelleschi.

Alessandro Basso

[immagine tratta da Google Immagini]

La scarpa di Cenerentola: può dirsi una fiaba ancora attuale?

Carnevale a Venezia. Tutti s’immaginano maschere grandiose, eleganti figure fluttuanti con le loro piume, quel tintinnio di campanellini e tanto colore come scintillio sullo sfondo austero degli antichi palazzi, oppure ci si figura i pazzi visionari che non sanno dire no alla fantasia, quel turbinio scomposto di cappellai matti, Paperini, improbabili animali e autovelox a due gambe che invade di colore una piazza san Marco il giorno di martedì grasso. Ed infatti è così. Ma quando ti allontani dal cuore turistico della città riesci anche a scorgere qualcosa di diverso e di meno grandioso, una città più reale ma ancora desiderosa di festeggiare. Quello di quest’anno è stato un Carnevale fugace, eppure ogni giorno, inseguendo lezioni quasi coincidenti in sedi sparse nella più marginale Dorsoduro, mi sono frequentemente imbattuta in piccoli supereroi sul monopattino, seguiti da pazienti genitori con lo zaino della scuola, nonché in una serie apparentemente infinita di principesse che, con il dimenticato contegno tipico dell’infanzia, scalavano solerti i numerosi ponti di pietra, sollevando con ingenua goffaggine l’orlo dell’abito. Parlo di quei tipici abiti in poliestere dai colori troppo accesi e con decorazioni al limite del lezioso, quelli che vendono in stock e finiscono in negozi di giocattoli e grandi supermercati; tuttavia sarebbe sciocco ignorare la magia che si cela persino dentro di essi. Del resto, chi altri vorrebbero essere, se non delle principesse? E’ per questo che si dice sempre che le donne sono in realtà (e nel profondo tutte) delle principesse che vogliono essere salvate: tutto questo potrebbe iniziare proprio dal vestito che, troppo automaticamente, qualcuno è subito pronto a cucire loro addosso in occasioni come il Carnevale.

C’è stato un giorno, circa tre anni fa e nella vita reale, in cui ho avuto la mia piccola occasione di essere una principessa. Ero andata nel parco di Villa d’Este a Cernobbio, un hotel cinque stelle sul lago di Como, dove io e le mie due compagne di gruppo dovevamo studiare un piccolo e strano edificio per il nostro progetto del laboratorio di Restauro. Era giovedì, uno degli infiniti giovedì passati in quel posto buio e umido, quel regno dei ragni dimenticato dall’umano pensiero, con l’aggravante che quel giorno pioveva a dirotto da almeno dieci ore ininterrotte e c’era un fango tale che mi ero vista costretta a cambiare le Converse con degli stivali di gomma. Avevamo fatto tardi con i nostri lavori e dunque alle cinque meno dieci, cioè in immane ritardo, ci siamo ritrovate a correre a perdifiato giù per il pendio: un passo falso e potevamo anche rotolare direttamente alla fermata dell’autobus. In uno degli ultimi tratti della discesa, una romantica scalinata coperta da una volta di rampicanti verdi punteggiati di piccole rose bianche, sento nella mano il sacchetto delle scarpe farsi più leggero. Mi volto, vedo una delle mie Converse rossa abbandonata a metà scalinata, trionfale sullo sfondo della volta verdeggiante. Proprio in quel momento, quasi provvidenzialmente, un uomo appare in cima alle scale, slanciato e curato, con lo smoking e tutto quanto (un cameriere della villa, realizzo dopo: probabilmente gli eravamo sfrecciate davanti senza nemmeno accorgercene). Tuttavia non ci penso un secondo: con addosso il freddo mortifero dei vestiti umidi di pioggia, e poi le gambe doloranti, il fiato corto, l’ombrello stanco e gocciolante ed i capelli zuppi stampati in faccia, inverto il senso di marcia, corro a prendere la scarpa perduta mentre lui, la figura in smoking, essendosi altrettanto precipitato presumibilmente in mio soccorso, ormai era solo a pochi gradini di distanza – ed io lo ignoro: afferro la scarpa, mi volto e riprendo la discesa. Arriviamo alla fermata e saliamo sull’autobus quasi al volo, stavo ancora agitando la scarpa fuggitiva in mano.

Il punto è che non ho aspettato che l’uomo mi portasse la scarpa. Ero esausta, così esausta della giornata che stavo quasi per arrendermi ad aspettare l’autobus successivo e dunque il treno successivo, e invece ho recuperato la scarpa, preso l’autobus e preso il treno. Da sola.

So che non è un grande episodio, ma nell’ottica di una che cerca attorno a sé dei segnali subdolamente e cripticamente inviati dall’Universo, in quel momento mi è apparso evidentemente carico di almeno un significato simbolico: non ho necessariamente bisogno di avere qualcuno con me per ottenere qualcosa che desidero; oppure: non ho bisogno di essere salvata, volendo posso salvarmi da sola. E non è una lezione così scontata: ho visto ragazze e sentito di donne che per il loro compagno hanno perso di vista se stesse e le cose che desideravano, e non per un compromesso ma per una resa incondizionata; donne il cui orizzonte si è ridotto ad un noi e a volte peggio, ad un “lui”. Del resto ce l’hanno insegnato da subito: Cenerentola ha lasciato che fosse il principe a portarla via dalla casa delle dispotiche parenti acquisite, non è che le sia venuto in mente di dire loro “Cavoli, non merito un trattamento simile, o ne parliamo e risolviamo la questione oppure ciao”.

Forse però in quel modello c’è qualcosina di più di una damigella in pericolo. Anche Mononoke, Merida ed Anna sono principesse ma le loro storie sono diverse da quelle di Cenerentola e di Aurora. Essere principesse non significa essere delle imbranate della vita, buone solo a cantare con gli animali del bosco e ad ammaliare gli uomini facendo gli occhi da cerbiatto. Una principessa può essere leale, coraggiosa, combattiva, indipendente, una leader, un modello: è questo che vorrei fosse raccontato alle bambine nei vestitini colorati mentre si rimirano allo specchio e sognano un grande castello.

E che dire dei piccoli Batman in monopattino? Loro crescono con l’idea apparentemente insita nel cromosoma XY di avere l’obbligo morale di salvare tutti, dal gattino impaurito sull’albero alla popolazione dell’intero pianeta dall’ennesima minaccia aliena; nessuno dice loro che non è così sbagliato essere imperfetti, cedere alla debolezza, vivere momenti d’egoismo – che in definitiva bisogna soltanto accettarsi, e poi impegnarsi ogni giorno per migliorarsi un pochino e che, anzi, quello è il vero eroismo. Forse è per questa pazza idea del superpotere che alcuni di loro, poi, prendono la malsana decisione di doversi prendere con la forza una virilità che a volte sentono di non avere. Forse anche loro a volte vorrebbero essere salvati, ma non lo possono dire a nessuno.

Quando si arriva all’essenza delle cose, il solco tra l’essere uomo e l’essere donna si argina: siamo persone e in quanto tali naturalmente sfaccettate; alcune volte emaniamo bagliori scintillanti, talaltre inondiamo lo spazio di ombre. Dobbiamo accettare ed accudire ugualmente la nostra forza e la nostra debolezza. Per quanto riguarda me, essere Aurora è una piccola divertente debolezza: un bel vestito, carezzare un sogno romantico, la ricerca di attenzioni extra, sentirsi belle davvero anche se non è vero, un dolce con il cioccolato, un castello in aria… Perché tanto l’universo me l’ha detto: quando voglio o ne ho la necessità, posso anche togliere quel vestito, che è altrettanto mio, e andare a combattere gli Unni per salvare la Cina.

Giorgia Favero

Immagine tratta da Google.

Caro Babbo Natale…

Era stata una di quelle giornate fredde ma che regalano il sole per qualche ora. Un sole che fa fatica a scaldare, ma che ci prova lo stesso perché non incontra nessuna nuvola nel cielo. Una di quelle giornate in cui puoi vedere nitidamente le montagne innevate dalla finestra. Una di quelle giornate in cui appena esci inizia a pizzicarti il naso, le guance ti si colorano subito di rosso e le mani ti si ghiacciano all’istante. Una di quelle giornate in cui ti senti quasi obbligata a fermarti in pasticceria a prenderti una cioccolata calda per scaldarti, magari anche con un po’ di panna. Era stata una perfetta giornata di Dicembre.

Era uscita subito dopo pranzo, Laura. Lei e il suo pancione per le vie della città. Le luci, gli addobbi, gli odori, le musiche. Non sapeva spiegare perché, ma il Natale le aveva sempre messo una gran allegria addosso. Avere le persone amate riunite attorno a un tavolo, i preparativi, la ricerca del regalo perfetto. Il Natale era il suo periodo magico. Laura e il suo pancione si erano lasciati travolgere dal Natale per quasi tutto il pomeriggio. Laura e il suo pancione. Erano sempre in due. Da quando era rimasta incinta non si era sentita mai sola. Neanche dopo aver ricevuto la notizia.

Era stata una splendida giornata. Degna di Dicembre. Degna del Natale. Pensava Laura quella sera, accoccolata sul divano vicino al marito che dormiva, lasciandole una mano sulla pancia. Tra qualche anno, in una giornata così, aiuterà Giulio a scrivere la letterina per Babbo Natale. Lo aiuterà a posarla tra i rami dell’albero. Lo guarderà rimanere incredulo e stupito la mattina dopo nel non trovarla più. E si era ricordata di quando era bambina lei. Dell’emozione nello scrivere la lettera con i suoi desideri e della speranza tutta infantile che si realizzassero. Perché scrivere la letterina a Babbo Natale non è solo fare una lista delle cose che si vogliono; è consegnare i propri sogni, i propri desideri, le proprie speranze a qualcuno e credere che si possano avverare, senza dubbi, senza paure.

È ricordando questo che Laura, quella sera, nonostante i suoi trent’anni, si trova a scrivere la sua letterina.

Caro Babbo Natale,

questo 25 Dicembre sotto l’albero vorrei trovare:

  • Un contenitore in cui mettere tutte le mie paure. Paura per la salute di Giulio. Paura di non essere una mamma adeguata. Paura dell’accoglienza che il mio bambino riceverà dalla società e dal mondo.
  • Un vaso in cui trovare tutta la forza di cui necessiterò per aiutarlo a sfruttare appieno tutte le sue potenzialità, a raggiungere i suoi grandi traguardi, a conquistare la sua identità. La forza di non arrendermi mai, ma di provarci e di amarlo nonostante tutto, nonostante il senso di impotenza che forse spesso mi assalirà. La forza di vederlo cadere e rialzarsi, senza proteggerlo troppo.
  • Un mondo pronto per il diverso. Un mondo che non si dichiari aperto alle differenze e alla diversità solo a parole e che poi nella quotidianità risulti esserne distante.
  • Un futuro in cui mio figlio riuscirà a realizzare le sue aspirazioni, la sua autonomia, la sua vita. Che possa studiare, avere una famiglia, avere un lavoro: avere quello che desidera.
  • Un manuale d’istruzioni per essere dei buoni genitori. Per insegnare a Giulio a guardare oltre i commenti e le azioni in cui si imbatterà e per insegnargli a trattare gli altri con rispetto e dignità.
  • Un libro in cui trovare le risposte a tutte le domande che mi farà ingenuamente e a cui, a me, mancheranno le parole per rispondere.

Caro Babbo Natale, quest’anno e per i prossimi della mia vita voglio che solo che il bambino che sta per nascere e a cui hanno già diagnosticato la Sindrome di Down, il mio bambino rida, canti, salti, balli. Come una futura mamma qualsiasi voglio solo che il mio bambino sia felice.

Giordana De Anna

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