Il valore come mezzo oltre che misura dello scambio

Gli eclatanti, problematici sviluppi degli ultimi anni, verificatisi in ambito economico, sociale, ambientale e politico, ci inducono ormai a percepire la condizione di crisi come elemento strutturale del nostro vivere individuale e collettivo.

Se, alla luce di emergenze come i cambiamenti climatici, alcuni si spingono a richiamare la necessità di mutare i nostri paradigmi economici (è il caso del movimento Fridays For Future), ben più consolidato è il riferimento alla “sostenibilità”, intesa come principio guida che consente di non superare i limiti posti dal rispetto dell’ambiente e dall’esigenza di coesione sociale. Tuttavia, rischia di rivelarsi illusoria l’idea di poter mantenere in equilibrio un sistema di cui si ignorano o danno per scontati alcuni presupposti, fra cui il predominio dell’economia sulla politica, o la non praticabilità di soluzioni terze rispetto alle tecnocrazie e ai populismi.

In un contesto in cui si forniscono incentivi monetari a compiere scelte come inquinare di meno – o si sanzionano comportamenti di segno opposto – è illuminante rileggere le riflessioni di Georg Simmel (1858-1918), relative al modo in cui il denaro strumentalizza tutti i fini e i valori, divenendo esso stesso il solo tangibile punto di riferimento delle nostre relazioni sociali. E, per riprendere una distinzione kantiana, sarebbe almeno onesto chiarire che la nostra civiltà vive esclusivamente di imperativi ipotetici, condizionati dagli scopi delle proprie azioni, emarginando gli imperativi categorici capaci di esprimere la propria autonomia morale.

In nome dell’anarchica, consistente nello scegliere i mezzi più conformi a mutevoli e soggettivi fini, non si concepisce neppure la possibilità di una individualità che, orientandosi a principi di fondo, a narrative trasversali ai ruoli sociali e alle biografie, si possa elevare al di sopra di interessi contingenti. Un’ottica dell’autonomia favorirebbe d’altra parte la definizione di una volontà generale (per dirla con Rousseau), o almeno di una concezione non strumentale di giustizia, quale quella suggerita da John Rawls. Rousseau, infatti, evidenziò ne Il contratto Sociale (1762) come la volontà generale è orientata al bene comune, mentre la volontà di tutti non è che una somma di volontà particolari. Rawls ha proposto nello scorso secolo che i principi di giustizia vengano scelti dietro un velo di ignoranza, ovvero non basandosi sugli specifici ruoli che si rivestiranno nella società. Anche tale ottica rimanda, peraltro richiamandosi all’ideale kantiano, al trascendimento delle convenienze contingenti.

Il mercato e le transazioni economiche possono ancora essere dotati di una dimensione etica, finalizzata a una nozione di bene comune. La mercificazione dominante non deriva principalmente dal libero scambio tra attori consenzienti, ma dall’assenza di mezzi di scambio connotati in senso valoriale, con la conseguente impossibilità di interpretare la transazione economica come un atto che vada oltre la soddisfazione di esigenze private e l’istante del pagamento, della cessione di denaro.

Si potrebbe immaginare la definizione per legge di indicatori volti a connotare determinate azioni come rilevanti in base a principi come l’ambientalismo (ad esempio una certa riduzione delle emissioni inquinanti da parte delle imprese) e la giustizia sociale (ad esempio la riduzione della dispersione salariale nelle imprese e della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, nell’ambito delle regioni). Una piattaforma potrebbe consentire a individui, imprese e comunità locali di scambiare documenti, ciascuno dei quali, riferito a un determinato valore morale, organizzativo o culturale, elencherebbe i benefici, ad esempio reputazionali, sperimentati in passato adottando una o più iniziative in linea con i detti indicatori (cfr. M. Senatore, Scambiare autonomia, 2013).

Tali documenti potrebbero essere ceduti in cambio di beni e servizi, e fungerebbero pertanto da mezzo di pagamento, ma non sarebbero scambiabili con denaro. D’altra parte, essi avrebbero un controvalore monetario, precisamente per poter essere scambiati con merci. Tale controvalore, o prezzo, sarebbe funzione sia del numero di esperienze contenute in ciascun documento, sia della domanda e offerta di tutte le esperienze sul mercato, collegate al valore cui il documento si riferisce. Il livello iniziale del prezzo delle esperienze sarebbe commisurato al costo medio da sostenere per conformarsi agli indicatori rilevanti. Prezzare i documenti fornirebbe un incentivo a partecipare agli scambi: la possibilità di cedere ognuno di essi a un controvalore monetario superiore a quello di acquisto, come risultato da un lato dell’aggiunta di nuove esperienze, dall’altro dello scegliere un valore destinato a divenire più rilevante per i partecipanti al mercato.

Determinare un “valore dei valori”, senza la mediazione del denaro, consentirebbe di interpretare gli scambi economici non come un momento necessario esclusivamente per confermare il proprio ruolo sociale, nel nome di un’efficienza puramente quantitativa, ma anche come un’occasione per modificare tale ruolo e, nel far ciò, contribuire a una deliberazione pubblica sul bene comune.

 

Marco Senatore

Marco Senatore (Genova, 1975) è un dipendente pubblico impegnato nel contesto della governance economica dell’Unione europea. Dopo la laurea in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma, ha approfondito la propria formazione negli ambiti dei mercati finanziari e del commercio internazionale. Ha inoltre avviato un progetto individuale di indagine orientato al dialogo tra economia ed etica. Esprime le proprie esigenze creative tramite la poesia, la narrativa, la fotografia, la musica, e ha da alcuni anni intrapreso una più profonda ricerca spirituale.

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Test rapido (filosofico): quattro pregiudizi sul merito

Meritocrazia: è tra le parole che oggi più polarizzano menti e cuori. Per alcuni, il termine è sinonimo di giustizia: il merito dà “a ciascuno il suo”, limitando i vantaggi ereditati alla nascita e offrendo l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore1. Per altri, il termine è sinonimo di tirannia: il merito dilania la società, contrapponendo i superbi vincenti ai rancorosi perdenti e generando nuovi privilegi2. Effettivamente, in una cultura sempre più votata al “controllare e valutare”, il tradizionale Giudizio Finale di Dio sembra quasi poca cosa rispetto alle continue valutazioni di umani e/o mercato e/o algoritmi. Eppure, rinunceresti all’idea che veder misurati i tuoi meriti è addirittura un tuo diritto fondamentale in quanto essere umano?

Secondo te, il merito è democratico o dittatoriale? La domanda è ostica, perché sul merito tutti nutriamo almeno un pregiudizio inconsapevole (un cosiddetto bias). I filosofi amano introdurre distinzioni “di ragione”, separando o “scollando” concetti che normalmente sono inavvertitamente sovrapposti – per poi magari “reincollarli” ad altri: questo lavoro analitico consente di smascherare un sacco di pregiudizi! Proviamo dunque a farlo anche con il merito: ti propongo un test rapido, per scoprire i tuoi bias sul merito. Ogni pregiudizio che scopri di avere vale 1 punto!

Bias n. 1 (1 punto). “Merito” non coincide con “merito morale”. Meritare non significa necessariamente essere nel giusto, essere giusti. La differenza è rilevante: il merito è valutabile, ancorché non per forza facilmente; ma esiste qualcuno che davvero può stabilire chi è virtuoso-DOC? Il merito consiste nell’essere buoni-a, ossia persone capaci, non nell’essere buoni-ebbasta, ossia persone giuste: meritare vuol dire che tra azioni e cosa, tra abilità della persona ed esigenze di un compito, c’è una qualche relazione di “appropriatezza”. Insomma: bisogna demoralizzare il merito.

Bias n. 2 (1 punto). “Merito” non coincide con “meriti”. Meritare si dice in molti modi: la nozione di merito è relativa e non assoluta. Ci sono tanti tipi di meriti quanti tipi di attività umane si possono immaginare – forse persino quante persone possono esistere. Non esiste “Il Merito”; esistono invece meriti settoriali, circoscritti e specifici, determinabili ogni volta sulla base di criteri diversi: diversamente, bisognerebbe concedere che – poniamo – una scienziata è più meritoria in termini assoluti di un facchino, o una camionista di un giardiniere, e così via. Sospetti che in realtà sia così? Prova ad assegnare alla scienziata i compiti della camionista – e viceversa.

Bias n. 3 (vale doppio!). “Merito” non coincide con “ricchezza”. In primo luogo (1 punto), meritare un premio non equivale a meritare soldi: desiderare che un merito venga riconosciuto e apprezzato non significa aspirare soltanto ad arricchirsi. Altrimenti, perché esisterebbero premi come onorificenze civili, medaglie al valore, lauree ad honorem, ecc? In secondo luogo (1 punto), soltanto se esistesse “Il Merito” sarebbe possibile commisurare tutti i vari meriti in un’unica grande competizione utilizzando il denaro come unico parametro generale: a quel punto, Il Vincitore sarebbe persino autorizzato a sentirsi non soltanto buono-a, e nemmeno soltanto il migliore in X, ma addirittura Il Migliore in tutto e per tutto. Magari questo articolo merita una lettura, ma non perciò richiede un pagamento (né lo merita, penso) o è la cosa migliore sulla faccia della Terra (dubito lo pensassi).

Bias n. 4 (1 punto). “Merito” non coincide con “competizione”. In una gara, la mia posizione è determinata dalla posizione degli altri concorrenti e viceversa: non si arriva primi se non c’è chi arriva secondo. Ma quella del merito non è una gara, o – al limite – è una corsa contro se stessi: è la cosa in questione che determina se merito o no, indipendentemente dalla presenza di altri che meriterebbero “più” o “meno”. Purtroppo potrebbe esserti capitato: sei l’unico candidato per un posto di lavoro, ma – bisogna essere onesti – comunque non meriti quell’impiego, perché non rispondi del tutto ai requisiti necessari. O, meno drammaticamente: una tua battuta può meritare una risata senza dover essere più o meno divertente della battuta di qualcun altro.

Il test rapido si ferma qui. Calcola ora i risultati in base al punteggio totale:
• 0: hai barato?!
• 1: conquisti il MeritPass!
• 2-3: tutto sommato, non hai demeritato!
• 4-5: il problema non sei tu: meriti una società migliore!

 

Giacomo Pezzano

 

NOTE:
1- È la tesi difesa da M. Santambrogio, Il complotto contro il merito, Laterza, Roma-Bari 2021, il mio riferimento principale nella formulazione dei quattro bias.
2- 
Il caso più noto è M. Sandel, La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli, Milano 2020.

[Photo credit Pixabay]

la chiave di sophia

La preziosa inaffidabilità del nostro denaro

Che cos’è il denaro?
Patrimonio o debito, remunerazione o imposta, dono o sanzione il denaro è indiscutibilmente un elemento imprescindibile nelle nostre vite che detiene e trattiene una specifica problematicità estrinseca. Il denaro è infatti una necessità costruita e condivisa e mai parimenti suddivisa. Esso si configura come la convergenza gravitazionale monetaria di una struttura storico-economica produttivamente consequenziale-gerarchica, di una potenzialità speculativo-finanziaria fruttuosamente attraente e di una interconnessione globale contestualmente disomogenea. Di conseguenza, sebbene il denaro venga solitamente concepito e considerato come un oggettivo, efficace e funzionale mezzo di scambio paritario e pacifico, in realtà esso si configura come «l’espressione e lo strumento di un rapporto, della reciproca dipendenza degli uomini, della loro relatività»1 e in quanto tale stabilisce ed evidenzia la misura di una apparentemente ineliminabile asimmetria relazionale reciproca. Esso è ed esprime la cifra, il perno nodale, di una determinata e precisa interdipendenza sociale.

Cosicché il denaro non è semplicemente il fluido ingranaggio capace di garantire il funzionamento continuo e senza intoppi dei meccanismi socio-economici, ma rappresenta quantitativamente la trama specifica di una fitta filatura socio-culturale. Infatti non solo «i valori e i sentimenti corrompono […] il denaro, dandogli un senso morale, sociale e religioso»2 ma, anche attraverso di esso, veicoliamo bisogni e desideri, aspettative e priorità, doveri e mancanze; e in tal senso il denaro cattura e converge incessantemente la nostra singolarità che, mentre si impegna a soddisfare la sua necessità o passione, scopre e sperimenta paradossalmente il brio e la freschezza della libertà testimoniando di volta in volta la gamma estesa o ristretta delle sue opzioni o alternative di scelta.

Per questo il denaro non può e non deve essere concepito come un criterio indiscutibile e infallibile a cui poter affidare serenamente il successo armonioso della nostra tessitura sociale, poiché esso risulta da sempre compromesso dal fraintendimento della nostra indipendenza che non articola, non conosce e non comprende l’infinito intricato intreccio di necessità sottostante e precedente all’esercizio della propria libertà. Di fatto la posizione relativa che occupiamo riflette ed esprime perennemente l’imprecisione di una conoscenza difettosa ed emotivamente fuorviata. Le nostre necessità contingenti come le nostre possibilità disponibili, filtrate numericamente dal denaro, seguono filamenti inconsapevolmente incuranti del contesto radiale e retrogrado della loro genesi. Inoltre la nostra posizione relazionale risente significativamente della quantità di denaro posseduta poiché il grado di libertà espressa altera in eccesso o in difetto la percezione della possibilità di defilarsi definitivamente o invano dalla nostra interdipendenza, non riuscendo quasi mai a interpretare l’inferiorità come una reale reiterata strutturale difficoltà.

Perciò il denaro, che filtra, converge e traduce quantitativamente la nostra asimmetria relazionale, potrebbe diventare un particolare e prezioso oggetto di studio non esclusivamente «confinato ai territori intellettuali degli economisti»3. Il flusso del denaro potrebbe infatti essere concepito come una sorta di marcatore fluorescente in grado di indirizzare e accompagnare le nostre indagini lungo le molteplici connessioni da esso generate a evidenziare i difettosi vuoti conoscitivi come i deformanti responsi emotivi allo scopo di districare puntualmente le iniquità dalle criticità delle dinamiche e strutture sociali. In poche parole si immagina uno studio a tutto tondo sul denaro capace di dispiegare le interrelazioni dirette o indirette tra le condizioni contestuali dell’abbondanza e gli effetti a catena della carenza perché in una intelaiatura interdipendente marcatamente asimmetrica è verosimile che il denaro non possa espandersi da un lato senza evitare di comprimere da un altro in una circolarità espulsiva di reciprocità al ribasso.

E oggi che «viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può essere comprato e venduto»4 l’esigenza fuorimisura del denaro può interpretarsi come l’evidenza di un elevato grado di dipendenza sociale in una visione culturale che è fortemente affascinata dall’autonomia. Per questo si ipotizza la progettazione di una prospettiva conoscitiva radiale e retrograda capace di individuare progressivamente le connessioni laterali e/o collaterali tra l’abbondanza e la carenza per verificare la possibilità di equilibrare costruttivamente, attraverso un investimento correttivo, protettivo e nobile, l’intelaiatura organizzativa portante. La nostra filatura socio-culturale ne trarrà conseguentemente beneficio e il denaro non apparirà più come il criterio neutrale e innocente della nostra calcolata obiettività ma come la risorsa aggregante e accelerante della nostra perfettibile umanità.

 

Anna Castagna

 

NOTE:
1. G. Poggi, Denaro e modernità. La “Filosofia del denaro”, Georg Simmel, Il Mulino 1998, p. 142

2. V. A. Zelizer, Vite economiche. Valore di mercato e valore della persona, Il Mulino 2009, p. 117
3. Ivi, p.112
4. M. J. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, Feltrinelli 2013, p. 13

[Immagine di copertina proveniente da pixabay]

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Il capitalismo nato dalla religione

Quando pensiamo al capitalismo volgiamo lo sguardo sempre all’altro, alla nuova moda, ai nuovi influencer, ai grossi imprenditori, ai finanzieri di Wall Street. È una tensione sempre volta all’esterno, così da potersi sottrarre dal giudizio, individuando le cause ad un passato fatto di scelte sbagliate e dunque non dipendenti da noi, e a un futuro incerto come effetto.
C’è il comunista con il rolex e il libertario con il pugno chiuso. Tutte sfaccettature di una spinta discriminatoria verso l’esterno, ad un nemico immaginario e per questo collettivo.
Ci fu però un pensatore che volle indagarne le cause e i susseguenti effetti senza giudizi di valore o schemi precostituiti, unificando metodo scientifico e indagine sociologica. Un pensatore che vide la causa del capitalismo non tanto nell’esteriorità tra individui o in forze occulte capitanate da élite sconosciute, ma dalla spinta introspettiva degli stessi componenti, cioè noi, alla cui radice fu presente la religione. Max Weber rappresentò tutto questo.

Lo studioso tedesco influenzò più di tutti la sociologia del XX secolo: i suoi studi riguardarono molteplici aspetti della realtà, tra cui uno dei più centrali come l’economia in rapporto alla storia e alle persone. Un’analisi che voleva intrecciarsi tra le caratteristiche essenziali, l’origine e il destino della civiltà occidentale moderna, il cui perno risiedeva come oggi nel capitalismo. Capire cosa fosse, significava comprendere la civiltà europea.

Il punto di partenza è costituito dalla definizione dell’agire economico, come lo stesso Weber scrive nel Osservazione preliminare del saggio l’etica protestante e lo spirito del capitalismo: “un atto che si basa sull’aspettativa di guadagno derivante dallo sfruttare abilmente le congiunture dello scambio, dunque da probabilità di guadagno fortemente pacifiche” 1.

Esso non è uguale dunque al semplice desiderio di accumulare denaro e non è eguale alla rapina, ma al guadagno pacifico e disciplinato razionalmente verso l’aumento del capitale, tutto utilizzando le congiunture dello scambio. C’è alla base un’organizzazione razionale del lavoro fortemente libero in quanto pagato, fino alla costruzione di un sistema di imprese collegate fra loro attraverso il mercato. La società diventa capitalistica quando la soddisfazione dei bisogni privati avviene tramite le merci che le stesse imprese producono, come avviene ora.
Inoltre, la dimensione morale dello sfruttamento che verrà sottolineata da Marx è completamente nulla. Questo perché lo stesso Weber sottolinea come l’analisi dello sfruttamento sia un aspetto, indagare invece sulla razionalità formale del calcolo economico un altro.

La presenza dunque del lavoro libero, l’agire razionale rispetto ad uno scopo, la divisione fra famiglia ed impresa e lo sviluppo del diritto, permisero che la cultura capitalistica da lui chiamata “spirito”, sia stata in grado di espandersi nella sua particolare e accettata forma, costituendo una nuova società.

Ma dove risiede l’origine di tutto ciò? La risposta di Weber risiede nell’etica protestante dopo la riforma di Lutero del 1517.

Il protestantesimo pose l’accento sull’individuo come interprete diretto della parola di Dio. Un individualismo che per alcuni pensatori era all’origine della cultura occidentale.
Ma per Weber la strada era un’altra: l’enfasi particolare sulla vita mondana e la sua rivalutazione nei compiti. Infatti, il volere divino di tipo protestante a differenza del cattolicesimo accolse il carattere di imperscrutabilità e della totale indipendenza dalle azioni degli uomini. Il singolo credente non ha alcun potere sulla propria salvazione, e l’unica cosa che può fare è occuparsi del mondo come creazione di Dio, vietandosi ogni indulgenza nei confronti del piacere. Ciò ebbe ricadute psicologiche rilevanti.
Il risultato è una vita metodica con il lavoro, come glorificazione del Signore e strumento per evitare le tentazioni. Weber la chiama “l’ascesi intramondana” ovvero la rinuncia al godimento del mondo e propria presenza attiva nel creato tramite il lavoro.
In tal senso, soprattutto nella cultura calvinista, permetteva che il capitale detto da Karl Marx il surplus derivante dall’attività economica non fosse sperperato, ma piuttosto reinvestito per una maggiore produzione. Il fine non risiedeva dunque nel consumo, ma nella crescita sistematica della stessa ricchezza. Per ingordigia? No, per amore di Dio e della vita eterna. Sembra quasi un paradosso.

Eppure, a ben guardare le cose sono diverse.
Oggi non penseremo mai a tali meccanismi, non volgiamo la nostra attenzione sul profitto ma sul bene di consumo. Non vediamo redenzione ma solo tentazione. Ci sembra paradossale e lo stesso Weber lo ammette. Nell’Etica protestante scrisse:

«Solo come un mantello sottile, che ognuno potrebbe buttar via (…), la preoccupazione per i beni esteriori doveva avvolgere le spalle degli eletti. Ma il destino ha fatto del mantello una gabbia d’acciaio. Mentre l’ascesi imprendeva a trasformare il mondo e ad operare nel mondo, i beni esteriori di questo mondo acquistarono una forza sempre più grande nella storia. Oggi lo spirito dell’ascesi è sparito, chissà se per sempre, da questa gabbia» 2.

Una volta avviato, il capitalismo procede meccanicamente, quasi per forza di inerzia come una sorta di valanga – non dimentichiamo che nasce dall’agire razionale e una cosa razionale se funziona si trasforma in macchina pur di avanzare. Chi nasce al suo interno – come tutti noi – vi si trova inserito come in un mondo naturale, e per questo il male ci appare all’esterno.
Si vengono a perdere i propri fondamenti culturali, come se la modernità capitalistica distruggesse le forze che hanno contribuito a farla nascere.

C’è soluzione? Per il pensatore forse si, forse no; non gli importava. Il suo metodo d’indagine che lo fece penetrare così affondo nella società dell’epoca non comprendeva valori morali o soluzioni alternative, ma l’accettazione del mondo così com’era tramite un metodo d’indagine avalutativo. Poteva così indagare senza pregiudizi, in modo oggettivo in una scienza come la sociologia, che poco ha di distaccato rispetto al mondo, perché in società tutti ci viviamo e ne siamo modificati psicologicamente.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE

1. M. Weber, Etica protestante e la nascita del capitalismo, 1905, p. 67.
2. Ivi, p. 305

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Il denaro non dorme mai: la filosofia della finanza

«Il denaro è una puttana che non dorme mai! È gelosa, le devi dare attenzioni e se non stai attento, un giorno ti svegli e non la trovi più»1.
Come può esserci filosofia dove tutto è accrescimento di potere, irresponsabilità e minimo senso morale come nella finanza? Ci dovremmo chiedere cosa sia in effetti la filosofia, ma diventerebbe un discorso troppo articolato.

La finanza, essendo una appendice dell’economia reale, o almeno così nacque a metà Seicento e ufficialmente nell’Ottocento, ha una propria linea di pensiero. Molte sono le teorie d’applicazione alla realtà, da utilizzare come facciata rispetto al rigoroso sistema di numeri su cui si fonda.
Una delle più spietate e contradditorie è rappresentata dall’economista Friedman2, e interpretata a livello cinematografico da Gordon Grekko in Wall Street: i soldi non dormono mai del 1987:

«È vostra la compagnia, è vero, vostra di voi azionisti, da voi fregati da questi burocrati e i loro pranzi d’affari e liquidazioni d’oro. La Tender Carta ha 33 vicepresidenti acquisiti e ognuno guadagna oltre 200.000 dollari l’anno, io ho passato gli ultimi due mesi ad analizzare cosa facciano tutti e ancora non riesco a capirlo. Sembra la sopravvivenza degli incapaci. Per me o si funziona o si è eliminati […]. Io non sono un affossatore di compagnie, ne sono piuttosto un liberatore»3.

Il paradosso, nella prima fase del discorso tenutosi davanti a centinaia di azionisti dell’azienda Teldal Carta con la presenza dei vicedirettori, risiede nel tentativo da parte del protagonista di ribellarsi all’élite. Quelle che ora appaiono le vittime di un gioco truccato, diventeranno a distanza di pochi anni i peggiori criminali dell’alta finanza. Una rivoluzione da un sistema ingiusto ad un altro ancora più ingiusto, ma quanto meno diverso.
Così ci viene proposto, ma forse è meglio lasciare da parte i giudizi morali e concentrarci su le dinamiche interne.
Il punto focale risiede nel cambio di testimone: se prima l’azienda apparteneva alle cariche istituzionali, ora passa nelle mani degli azionisti, cioè di coloro che immettono nel sistema produttivo risorse finanziarie, credendo che l’azienda possa crescere. Una sorta di scommessa che può produrre ricchezza contingente a proprio rischio e pericolo. Loro dovrebbero essere riconosciuti, sempre secondo tale filosofia, come i veri proprietari dell’azienda, seppur vengano messi da parte ancora una volta gli operai che hanno la funzione di far muovere la ditta specifica sui binari reali.
Poi l’affondo finale:

«Il punto centrale è che l’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha improntato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America»4.

C’è un cambio di precetti morali. L’avidità risulta essere la base per ogni forma di aspirazione nel lavoro come nella vita. È forse avido di sapere il filosofo? È forse avido d’amore l’amante? È forse avido di competenze il cadetto? Siamo forse tutti avidi di vivere?

Comunque sia nella teoria di Friedman potremmo aggiungere che, diminuendo i poteri e i compensi dei capi che avevano solo una funzione di rappresentanza, le azioni avrebbero potuto salire aumentando di conseguenza i profitti degli azionisti. Infatti, tramite i dividendi che si basano su l’andamento delle quotazioni ovvero su la loro conseguente attrattiva di nuovi azionisti, avrebbero portato un bottino sempre più abbondante. È come allungare con l’acqua la limonata per poterne vendere di più, abbassando i costi di produzione.
Il problema sorge nel momento in cui non ci sia freno all’ingordigia. Quando non si contano più i danni diretti o indiretti provocati a lavoratori, ambiente o alla stessa azienda a lungo termine.

Un’altra conseguenza è la diminuzione degli investimenti per innovazione e sviluppo della stessa azienda. I fondi per ricerche e accrescimento infatti, verrebbero meno come successe ad alcune realtà economiche, dato che la percentuale maggiore dei ricavi andrebbe come premio agli investitori delle quotazioni. Il danno ricadrebbe a discapito dei nuovi orizzonti di investimento e di occupazione, unici fattori tra l’altro per imprimere effetti positivi su l’economica reale.
Non è un caso che il mito secondo il quale più il mercato azionario cresce più l’economia ne beneficia è stato smentito negli ultimi anni, soprattutto dopo la crisi del 2008 e dopo una scrupolosa comparazione tra salari e andamento dei consumi rispetto alla crescita delle quotazioni finanziarie. È vero piuttosto il contrario: quando la borsa crolla, la segue a ruota l’apparato economico.
I diritti degli azionisti risultano così squilibrati rispetto al peso della bilancia e la ricompensa per il rischio assunto nell’investendo risulta altamente iniquo.
Un nuovo squilibrio dunque che ci porta al punto di partenza.

Forse, il problema alla base di tutto è la stessa merce di scambio ovvero il denaro. Locke ad esempio, un pensatore inglese di fine ‘600, lo descrisse come un tacito accordo che fece dell’ineguaglianza una invenzione dell’uomo e non della natura. Per Gekko è solo qualcosa che non si vede, dove qualcuno vince e l’altro perde. Il denaro in questo caso né si crea, né si distrugge. Semplicemente si trasferisce da una intuizione ad un’altra, magicamente. E il capitalismo è il suo massimo.
Fortunatamente non è solo una questione di economia ma anche di legge: cambi la legge, cambi l’andamento.

Infine, c’è da chiedersi se è solo avidità personale di denaro o desiderio di accumulo illimitato la motivazione verso tutto questo. Ancora una volta Gekko risponderebbe al di là del senso comune:

«Non sono importanti i soldi, è la competizione. È giocare la partita e vincere. È solo questo»5.

Peccato che sia solo un film, e non la vita reale.

 

Simone Pederzolli

 

NOTE
1-3-4-5. Citazioni dal film Wall street, 1987, regia di Oliver Stone.
2. Milton Friedman, Brooklyn, 31 luglio 1912 – San Francisco, 16 novembre 2006: economista statunitense, esponente principale della scuola di Francoforte.

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Cannabis: una libera scelta che non possiamo compiere

A mio parere, per quanto riguarda il dibattito sulla Cannabis in Italia, mancano − o quantomeno dovrebbero essere più presenti − la conoscenza e la consapevolezza. Conoscenza di ciò di cui si sta parlando e consapevolezza degli effetti che i nostri discorsi avranno per le altre persone. E ciò a cui stiamo assistendo è paradossale ed imbarazzante: più “aumenta” l’influenza socio-politica di chi sta parlando tanto più diminuisce la competenza necessaria e la volontà di risolvere la situazione creatasi in Italia una volta per tutte. Parliamoci chiaro: non sto dicendo che non ci siano personalità di spicco che possano trattare il tema essendo preparati, anzi, ma il problema è che la maggioranza di chi ha il compito di legiferare in merito non ha le idee ben chiare (per non dire che non ne ha affatto).
Prendiamo un semplice esempio: la legge vigente in Italia per quanto riguarda le sostanze stupefacenti, dopo la dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi attesa per ben otto anni, è la 309/90. Essa stabilisce chiaramente come ogni anno vi sia un obbligo di informazione in materia tramite una “Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia” che dovrebbe incentrarsi «sui dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia, sulle strategie e sugli obiettivi raggiunti, sugli indirizzi che saranno seguiti». Dal 2009, la Relazione è un compito del Dipartimento delle Politiche Antidroga. Qual è il problema? Il problema è che quando andiamo a leggere queste Relazioni − se arrivano − sono totalmente prive di fondamento, di informazione e di sistematicità. Solamente quella del 2015 ha presupposti scientifici validi, ma è l’unica luce in un mare di ombre.

Qui non si tratta tanto di essere favorevoli o meno al proibizionismo: basta analizzare dati oggettivi, che non scelgono di favorire una fazione, ma ci mostrano la situazione reale.
Visto che ormai sembra che il denaro sia l’unica leva per catturare l’attenzione e spingere a riflettere, partiamo dai numeri che lo riguardano. In Italia, dal 2011 al 2013, la stima del guadagno per quanto riguarda la Cannabis è aumentata del 18%, passando da 3,4 a 4 miliardi di euro. In generale, l’aumento del guadagno per le sostanze stupefacenti è aumentato del 10% arrivando al traguardo di 14 miliardi di euro. E chi ha guadagnato questi soldi? La risposta è sicura: non lo Stato; e buona parte, se non tutti, la Mafia.
La Direzione Nazionale Antimafia è molto chiara per quanto riguarda il suo giudizio sul proibizionismo: nel gennaio 2015 riferisce «senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva»; inoltre sottolinea gli effetti che «la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell’ordine e magistratura per il contrasto dei fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite».
E pensare che di esempi virtuosi ce ne sono, come il caso del Colorado che ha liberalizzato la Marijuana nel 2014 e, tra le altre cose, ha fatturato solo nel primo anno circa 700 milioni di dollari e ha diminuito il costo penitenziario. Gli economisti Ofria e David, basandosi sul Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, hanno stimato che in Italia si potrebbero tenere in cassa quasi 575 milioni di euro. Aggiungendovi i guadagni derivanti da un’imposta sulla Cannabis pari a quella che pesa sui tabacchi (tra i 5,2 e 7,9 miliardi di euro in base alle stime sui consumatori) si perverrebbe alla strabiliante oscillazione tra 5,8 e 8,5 miliardi di euro che lo Stato Italiano potrebbe guadagnare in un solo anno!
Ci tengo a sottolineare che mi discosto da una scelta per la legalizzazione o liberalizzazione basata su presupposti meramente economici per motivi che ora − però − non abbiamo lo spazio per discutere ma che non influiscono su questa breve analisi.

Parliamo ora di salute. Per decenni la Marijuana è stata descritta come una sostanza quasi diabolica (basta cercare qualche locandina americana degli anni ’30-’40 per rendersene conto). Innumerevoli studi autorevoli di altrettanto vari Ministeri, enti, Università, Dipartimenti, ricercatori e dottori hanno dimostrato come la Cannabis intervenga positivamente nel nostro organismo. In particolare due dei suoi principi attivi, il THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), sono relazionati alla soluzione o attenuazione di varie patologie come sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale, nausea causata da varie terapie come chemioterapia e radioterapia, mancanza di appetito nella cachessia, anoressia o nei pazienti oncologici, effetto ipotensivo nel glaucoma, sindrome di Gilles de la Tourette e molti altri, come è visibile anche nel sito del Ministero della Salute italiano.
Nonostante ciò, ogni volta che un dibattito pubblico o parlamentare prende vita, ci si scontra contro un muro di inesperienza, ignoranza e scherno; e l’effetto sulle risorse informative dei cittadini è angosciante.

Ognuno può fare la sua scelta, ma deve avere i mezzi per compierla in maniera consapevole invece di poche frasi fatte e malsani luoghi comuni che purtroppo sono difficili da debellare. Basti pensare alla polemica legata ai vaccini.
Negli ultimi tempi osserviamo la totale perdita di fiducia nella comunità scientifica e non sappiamo dove questa situazione potrebbe portarci, ma qualche domanda dobbiamo porcela. Un buon inizio sarebbe produrre − finalmente − una legislazione coerente e completa in materia di Cannabis, che lasci spazio alla libera scelta invece che impedire a prescindere e senza fondamento alcuno il consumo di una sostanza che l’umanità utilizza dall’alba dei tempi.
Sono consapevole che ci sarebbe molto altro da dire e da analizzare, ma ho preferito approfondire solamente due aspetti − economico e salutare − che sono solitamente i più dibattuti.

Massimiliano Mattiuzzo

[Immagine tratta da Google immagini]

 

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