Il peso dell’inspiegabile

Avevo bisogno di credere che non fosse vero. Che non ci fosse un’altra vittima.

Speravo solo di essermi sbagliata, nell’avere letto distrattamente il titolo di una notizia de La Nuova di Venezia e Mestre comparso nella mia bacheca Facebook, circa una settimana fa, mentre ero distesa sulla spiaggia. E invece no, ho riletto attentamente il titolo e ho aperto l’intero articolo.

«Disturbi alimentari emergenza da affrontare» ho riletto, respirando lentamente mentre mille ricordi della stessa spiaggia di qualche anno fa affollavano la mia mente.

Una donna di quarantaquattro anni lascia i suoi quattro figli e il marito, dopo aver attraversato per molti anni l’inferno dell’anoressia. Nei suoi trenta chili scarsi, non ce l’ha fatta a trovare quel senso della vita, quella goccia fatta di essenzialità e quella scintilla che illumina di gioia e di speranza un tunnel di sofferenza inspiegabile. Sì, inspiegabile, perché di manuali di psicologia sui disturbi alimentari ce ne sono tanti, ma nessuno di quei libri potrà mai spiegare a parole il dolore che nutre questa malattia dell’animo, fino a renderlo sterile, fino a rinsecchire il corpo, privando lo sguardo di luce propria. Una luce che diventa sempre più fioca, piano piano, fino a scomparire, senz’alcuna spiegazione. Di ragioni spieganti il sintomo, ce ne sono diverse e quei manuali cui prima mi riferivo non fanno che riportarle, elencandole una ad una, in modo oggettivo.

Le ragioni della sofferenza, tuttavia, non si trovano mai. Una causa scatenante –talvolta anche più di una -, c’è sempre ed è profonda, forte, che si insinua nell’animo fino a far parlare il corpo, laddove la voce non riesce ad emettere suono.

Quando però il sintomo esplode, il vortice in cui si viene travolti è talmente forte che non si riesce proprio a trovare la ragione, quella con la R maiuscola, di tutto quel male.

Si sta male, punto. E si sta male nella propria solitudine, malgrado apparentemente la vita possa essere piena di quel tutto che, inspiegabilmente appunto, vacilla nel baratro, in un vuoto fatto di quel qualcosa che manca, quell’essenziale che nessuno riesce a comprendere, quella violenza subita, quell’abbandono improvviso, quella voglia di vivere che non c’è più e che disperatamente si cerca.

Ricordo di aver letto1 che in un recente studio australiano, presentato all’International Mental Health Conference, lo psicologo John Toussaint della Charles Sturt University è riuscito a dimostrare che un’alta percentuale di donne con un disturbo del comportamento alimentare – l’articolo fa riferimento unicamente ad anoressia e bulimia nervosa, non parlando quindi di obesità -, circa il 42% delle pazienti tra i 37 e i 55 anni, ha avuto un legame particolarmente travagliato con il padre a partire dall’infanzia, assolvendo dunque le madri dal peso di quella colpa che spesso psicologi e psicoterapeuti tendono a scaraventargli addosso, definendole “colpevoli” della malattia delle figlie.

Madri-drago, come le definisce Alessandra Arachi, nel suo ultimo libro Non più briciole2,cercando di porre fine ad alcune delle definizioni manualistiche riguardanti i disturbi alimentari.

Non è mia intenzione screditare una tesi piuttosto che un’altra, né tanto meno oppormi a degli studi che, se hanno ottenuto determinati risultati, un significato certamente ce l’hanno.

Vorrei solo invitare ciascuno a scardinare alcune definizioni che, in una dimensione tragica, danno parziali risposte che non fanno che allontanarsi dal reale.

Queste pazienti, come le definisce lo studio a cui mi sono riferita precedentemente, sono in realtà donne, ciascuna con un vissuto e una sofferenza immensa che a parole non riescono a descrivere.

Sì, è vero, possono esserci madri–migliori amiche che sostituiscono con la presenza della figlia la figura di un partner assente, oppure che tentano ad ogni costo di prolungare costantemente il proprio ego nelle scelte di vita delle ragazze; talvolta esiste un padre che, lasciando vuoti da riempire, «non solo delega alla moglie ogni decisione riguardante l’educazione dei figli, ma che si ritrae o accetta di essere espulso dalla relazione di coppia con la moglie. È il padre che si nasconde dietro il giornale, dietro la televisione, dietro il lavoro: che si relega sullo sfondo»3 sostiene Fabiola De Clercq.

Dietro un disturbo alimentare però, si nasconde molto altro.

Non c’è alcun dubbio, queste malattie dell’animo nascono e si nutrono all’interno d’intrecci familiari distorti e complessi, che tendono a divenire chiari quando il sintomo trova purtroppo già forma attraverso il corpo.

È giusto riflettere sul fatto che, talvolta, questa possa diventare con il tempo una delle molteplici cause scatenanti di un malessere che non può essere tuttavia circoscritto unicamente da una misera definizione riassuntiva. Non c’è sintesi per il dolore, né soluzioni o risposte curative.

Ciò che esiste è una sofferenza senza fondo, quella di figlie e figli eternamente rinchiusi nei propri sensi di colpa e nella propria inadeguatezza, padri e madri impotenti, che speravano di aver fatto tutto il possibile.

 

La mia storia è un susseguirsi di riparazioni, di sensi di colpa. Qualcuno può spiegarmi quale incredibile danno io abbia arrecato e a chi? Di quale colpa mi sia macchiata e fino a quando dovrò essere la bambina compiacente e gratificante per gli altri?4

 

Protetta dalla corazza di un’eterna bambina che dalla vita ha avuto tutto, compreso l’amore di due genitori che hanno fatto tutto il possibile, ho cercato anche io delle risposte e mi incaponisco ogni giorno nella ricerca di quelle cause che, in un modo o nell’altro, mi hanno resa quella che sono. A volte sola; delle altre, nella speranza di trovare una mano amica capace di stringere la mia.

Solo con il tempo però ho capito che l’inspiegabilità della sofferenza sta proprio nel suo “non-senso”, nella sua ingiustizia. Ed è per questo che per quanto si possano ricostruire i pezzi della propria vita, ciò che mi sento chiamata a fare, e che tuttavia mi risulta ogni giorno ancora difficile e talvolta straziante, è aprire le porte dell’accettazione di ciò che si è perso e non si potrà mai più avere.

E ora mi ritrovo qui, a rileggere le righe che ripercorro ogni volta che i “perché” ritornano.

 

[…]Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa più male. Niente cambia se non si riesce a dare un senso al proprio disturbo e a integrarlo all’interno della propria vita. Per ritrovare lo slancio e ricominciare. Per rinunciare alla sofferenza, che è tanto difficile, perché è ciò che si conosce meglio. E “guarire”..come dicono quasi tutti. Anche se, per certi aspetti, non c’è niente da cui “guarire”.

Perché non c’è nulla da “aggiustare”, da “riparare”, da “normalizzare”. Si deve solo aprire la porta alla gioia di vivere e smetterla di pensare che tutto è un “peso”. Si deve solo capire che non è tanto il “sintomo” che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realtà il prezzo della propria libertà.

Anche se le ferite non si cancellano mai. Anche se quella frattura profonda su cui si è costruito il mondo resta sempre lì, dietro le pieghe dell’esistenza5

 

Mi fermo. Sospiro. Smetto anche solo per un attimo di rincorrere quelle risposte che non potranno mai ripararmi e apro le porte dell’accettazione e dell’accoglienza.

Penso a chi mi ama e a chi ho accanto e mi rendo conto che quelle braccia pronte silenziosamente ad accogliermi ora ci sono.

Senza spiegazioni né risposte, ma sono lì. Anche quando tutto crolla.

E smetto di dare voce all’inspiegabile.

 

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

NOTE:
1. L’articolo da cui ho tratto le seguenti informazioni può essere letto consultando questo sito.
2. A. ARACHI, Non più briciole, Longanesi, 2015, pp. 200.
3. F. DE CLERCQ, Fame d’amore, p. 73, BUR Rizzoli, Milano, giugno 2013, pp.163.
4. F. DE CLERCQ, Tutto il pane del mondo, p. 128, Bompiani, Milano, 2013, pp. 195.
5. M. MARZANO, Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, p. 60-61, Mondadori, Milano, 2011, pp. 210.