Come ragioniamo quando agiamo

La filosofia, si sente dire, insegna a pensare. Ma cosa s’intende dire quando ci si esprime in tal modo?
Per capirlo è necessario prima esaminare cosa vuol dire pensare. Ci hanno provato diversi filosofi esaminando la questione sotto vari aspetti. Ad esempio Kant, che con la sua distinzione tra giudizi analitici a priori, a posteriori e sintetici a priori continua a far inorridire generazioni di studenti, e di cui oggi – sospiro di sollievo – non parliamo. Utilizziamo invece la distinzione introdotta da Peirce, che distingue tre tipi di ragionamenti: deduttivo, induttivo e abduttivo.

Il ragionamento deduttivo è usato dalle scienze esatte, come la matematica e la logica. Queste raggiungono la verità in modo definitivo e meccanico. Partendo da assiomi o da principi ultimi, arrivano a conclusioni altrettanto vere. Nei termini dello stesso Peirce, in questi casi, abbiamo come premesse una regola, ad esempio: la somma degli angoli interni di un qualsiasi triangolo è 180, e un caso: questo triangolo disegnato alla lavagna. Come conclusione un risultato: Questo triangolo ha come somma degli angoli interni 180.

Al contrario nel caso dell’induzione partiamo da un caso: “piove”, e da un risultato: “esco e per strada scivolo”. Se la cosa si ripete e se sono mediamente intelligente, inizierò a pensare che ci sia sotto una regola del tipo: “quando piove le strade sono scivolose”. È evidente che abbiamo già di molto sporcato la purezza della verità dell’inferenza deduttiva. Ci sono infatti buone possibilità che io sia in errore servendomi di questo tipo di ragionamento. Esso è il metodo proprio delle scienze naturali come la fisica, la biologia etc. La possibilità di errore è radicalmente intrinseca a queste scienze, al punto che Popper ha con successo proposto di utilizzarla come criterio definitorio di ciò che è scienza: una scoperta scientifica quindi, deve portare con sé la possibilità di principio di essere negabile da nuove osservazioni.

Il terzo tipo di ragionamento, l’abduzione, è quello utilizzato principalmente nella vita di ogni giorno, in situazione, nel concreto. Esso fra tutti è il più lontano dalla luce della verità: è il più rischioso dei metodi. Si basa sull’applicazione di una regola: “Se c’è odore di pane nell’aria deve esserci del pane nelle vicinanze” ad un risultato: “sento effettivamente, entrando in casa, il dolce aroma del pane appena sfornato” in modo da ottenere un caso: “in qualche modo deve essere comparso del pane in casa mia”. Il problema di questo tipo di ragionamento, risiede proprio nel fatto che benché il risultato sia certo, forse stiamo applicando ad esso la regola sbagliata. Rimanendo sull’esempio di prima, potrebbe darsi il caso che il mio coinquilino abbia deciso di provare un bizzarro nuovo profumo, o l’odore potrebbe venire dall’appartamento del vicino.
Cosicché se sentendo l’odore di pane mi metto a cercarlo, agisco in forza di un’interpretazione della situazione; in poche parole sto scommettendo sull’efficacia dell’utilizzo della regola nel particolare contesto. È inutile dire che questo tipo di scommessa, come ogni vera scommessa, non si basa completamente su una decisione ragionata, ma è esito di una sorta di sesto senso – una razionalità silenziosa perché precosciente – presente in ognuno di noi.

Torniamo allora alla domanda che ci siamo posti all’inizio: “cosa vuol dire che la filosofia insegna a pensare?”. Alla luce di questi brevi chiarimenti, possiamo concludere che la filosofia ci aiuta senza dubbio ad affinare il ragionamento deduttivo, in parte quello induttivo e in generale a riflettere su questi meccanismi nell’insieme. Ma oltre a ciò, l’insegnamento della filosofia consiste anche nel capire il funzionamento del ragionamento abduttivo, tenendo a freno certe interpretazioni superficiali e deleterie che finiscono per avere effetti negativi sulla vita di tutti i giorni. Sicché quell’imparare a pensare, è in certa misura, imparare a vivere.

Francesco Fanti Rovetta

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Al di là della logica classica

La logica, una bambina felice, perché no? come la natura, come la vita, una femmina. Matematica per i filosofi, filosofia per i matematici, ovunque sia, questa bambina gioca con il linguaggio.

Il linguaggio naturale e il ragionamento non sono riducibili alla logica classica, altrimenti ragionamento e logica sarebbero la stessa cosa. La bambina impara, si adatta alla vita, immagina nuovi giochi, nuovi tipi di logica, ad esempio la modale, l’intuizionista, non equivalenti tra di loro. Tra i vari giochi, quello con logica classica, la diverte così tanto, che lo fa ad occhi chiusi.

La logica classica deduttiva é quel ragionamento che a partire da premesse generali procede a deduzioni particolari tramite inferenze deduttive. La formalizzazione del linguaggio mostra la struttura delle deduzioni. Lo studio dei linguaggi formali, non ha interesse a cosa veste la struttura, non sa né di cosa parlano i predicati sopra la struttura, né se quello che dicono è vero o falso. Come con l’aritmetica, la struttura può sorreggere diversi contesti, ad esempio una somma é corretta, indipedentemtemente da cosa si farà corrispondere ai numeri della somma. Con il linguaggio formale, con la sintassi, la bambina gioca ad occhi chiusi, solo con la mente, solo con dei segni, senza collegare questi segni al mondo reale.

La semantica é il collegamento alla realtà, al senso. Il linguaggio riferito al reale é uno specchio del mondo. La struttura, i principi e le deduzioni sono una proiezione della realtà. I principi, sono chiamati principi primi evidenti, a sottolineare il fatto che sono proprio davanti agli occhi di tutti. Questi principi primi evidenti sono oltre la logica formale, qualcosa di extra-logico, qualcosa di non deducibile. Le scienze hanno il compito di vedere questi principi primi evidenti.

Quando il principio primo é un concetto astratto, non si ha modo di confrontarlo con la realtà, non é più un principio evidente, é una “Verità in sé“. Con questi principi, ad esempio il meglio, la qualità, la giustizia, ecc., si costruisce una struttura e si fanno deduzioni. Questa struttura é lo specchio di che cosa? la proiezione di che cosa? Non c’è più alcun confronto esterno al linguaggio, la struttura delle deduzioni é un qualche gioco di parole, una seduzione da parte della grammatica. La sola sintassi dovrebbe trovare ragione da se stessa, in qualche modo dedurre i principi, ma questo è oltre le sue possibilità.

In ambito matematico si incontra l’incompetezza della rappresentazione formale dell’aritmetica e l’impossibilità del sistema di dimostrare la sua stessa coerenza. In matematica la dimostrabilità è una nozione più debole dei principi primi scelti, questo indipendentemente dal sistema assiomatico utilizzato. In altre parole, le dimostrazioni saranno sempre minori dei principi primi.

La logica classica resta impigliata ai principi di identità, di non contraddizione, del terzo escluso, ai silogismi, ecc.. Questa logica non ha la forza di sostenere da sola tutto il peso del ragionamento e crollano gli assoluti, le certezze, il rigore, la completezza.

Senza la logica classica come e cosa si comunica? il linguaggio può essere illogico? come si ragiona oltre la logica classica? Si può ragionare senza le funzioni logiche, senza inventare verità in sé, senza una continua falsificazione del mondo per mezzo del numero?

Nel mondo platonico delle idee, dei puri concetti astratti, dietro a ogni “verità in sé” c’è un’illusione, di cui si è persa la natura illusoria. Il pensiero che vuole aver ragione, resta comunque disposto a sostenere i principi non-veri in sé, come necessari. Ammettere la non-verità come principio primo, come condizione di vita è una filosofia al di là della logica classica.

Occhi aperti, sguardo dritto alla realtá, oltre all’idea in sé, questo qualcosa immaginato e poi reso presente nell’economia complessiva della vita, come fondamentale, come sostanziale, come vero e come? cosa si legge nel dizionario? vero: effettivo, “reale“. Dunque é così che si slitta dal vero al reale. Dietro all’idea in sé, dietro al principio primo, c’é un “così ho scelto”, “per me é meglio”, “così io decido”, “così io voglio”, questo volere che comanda la fabbrica delle idee é lontano dalla logica e dalle deduzioni. In altre parole, la verità in sé è al di lá della logica classica e se l’antecedente è falso il conseguente è sempre vero: se sono superman allora ho i super poteri.

Quando un’illusione è posta a realtà, le sue conseguenze sono reali. Follia, follia!! Questa è follia!! L’illusione del singolo è follia, è una malattia mentale, mentre l’illusione della massa è ideologia.

 

Gianluca Rossi

Gianluca Rossi è Gianluca Rossi
Sposato, una figlia di nove anni, un figlio di sette anni. T
ecnico informatico presso l’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR

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