Alle illusioni del capitalismo Serge Latouche risponde con la decrescita

Quasi quattrocento persone – e un centinaio fuori – martedì 7 marzo hanno accolto a Treviso Serge Latouche, economista e filosofo francese, in occasione del primo incontro del Festival Filosofico Pensare il presente tenutosi presso l’Aula Magna dell’istituto Enrico Fermi di Treviso.

Importanti i temi trattati da Latouche durante il suo intervento intitolato Decrescita e futuro, due termini in apparente contrasto tra loro, ma solo superficialmente.

Il ragionamento parte da un quesito sempre più centrale nella nostra quotidianità: quale sarà il nostro futuro? «La risposta – dice Latouche – non va cercata tra gli economisti perché non sanno fare previsioni a lungo termine»: è semplicemente una questione di logica legata alla consapevolezza della caducità del sistema economico che attualmente influenza pesantemente la nostra esistenza tanto da porci su un bivio; come cita Woody Allen: «Siamo arrivati all’incrocio di due strade: una porta alla scomparsa della specie, l’altra alla disperazione totale. Spero che l’uomo faccia la scelta giusta».

Il capitalismo, il consumismo, la crescita sostenibile, sono tutti fattori illusori, appartenenti ad un’epoca iniziata con la rivoluzione industriale ma che ormai da anni ha esaurito la sua spinta motrice per lo sviluppo: uno sviluppo che secondo le logiche di mercato si presenta come infinito ed inesauribile. Così come le stelle, anche le pratiche dell’economia di consumo continuano ad emanare immutate la loro luce nonostante siano “morenti”.

I danni provocati dalla continua domanda di risorse sono incalcolabili, ci stiamo dirigendo verso la sesta estinzione di massa della storia – la quinta colpì i dinosauri sessantacinque milioni di anni fa – ogni giorno scompaiono circa 200 specie di esseri viventi e non ce ne accorgiamo.

Le risorse del nostro pianeta non sono inesauribili, abbiamo a disposizione due miliardi di ettari (su sessanta) per la bioproduzione; un altro elemento “finito” riguarda la capacità di smaltimento dei rifiuti, che non è un problema unicamente legato alle sole grandi città; inquiniamo i mari, i fiumi, i Paesi del sud del mondo, alimentando e facendo prosperare malattie e “disperazione”; infine occorre considerare la fragilità del capitale, la moneta che muove gli scambi commerciali, e che “tampona” con crediti e prestiti la domanda continua di beni fondamentalmente superflui al fabbisogno del singolo individuo: una situazione simile attraverso la formazione di una bolla speculativa dalle proporzioni indefinite causò il crollo dei mercati nel 2008.

«La crescita infinita è inconcepibile, assurda, lo capirebbe anche un bambino di cinque anni», continua il filosofo economista bretone, e tutto ciò dovrebbe portarci a ripensare l’intero sistema economico. Le origini del capitalismo sono erroneamente poste durante l’apogeo delle repubbliche marinare (X-XII secolo), quando in realtà si trattava unicamente di scambi commerciali. Oggi si parla di vera e propria ideologia del consumo, e l’occidentalizzazione del mondo è la sua religione.

L’ultimo punto, ma probabilmente il più fondamentale toccato da Latouche, riguarda la felicità. È proprio questo elemento al centro della «società di abbondanza frugale» all’interno della quale si può vivere senza eccessi anche con lo stretto indispensabile: «il razionale deve lasciar spazio al ragionevole, occorre creare decrescita ed ecosocialismo» contro lo slogan dello sviluppo sostenibile e la sua spina dorsale incentrata, per esempio, sull’obsolescenza tecnologica, sull’accumulo e sullo spreco.

La domanda sorge spontanea: togliendo linfa vitale alla globalizzazione, verrà meno anche il lavoro? Secondo Latouche no. Nuovi impieghi e nuove professioni risulterebbero dalla nuova concezione di un’economia più locale e meno globale, più diversificata e meno omologata. Le parole d’ordine sono: rilocalizzare, riconvertire e ridurre; sviluppare senza esagerare, ripensare il settore primario – quello dell’agricoltura – per una migliore disponibilità di risorse, diminuire anche l’orario di lavoro: «questi sono gli ingredienti della felicità».

Alessandro Basso

Articolo scritto in occasione del primo incontro Decrescita e futuro (martedì 7 marzo) del festival di filosofia Pensare il presente, a Treviso dal 7 al 30 marzo 2017.

Tutti pazzi per Hegel

Che lo sappiate o no, consapevoli o meno siamo tutti pazzi per Hegel, la filosofia hegeliana non è qualcosa di relegato a un passato ottocentesco, ma permea profondamente l’Occidente e ormai, in un mondo globalizzato, l’umanità intera in una unica e semplice idea al di là dello stile spesso complicato del nostro autore: la convinzione che la storia dell’umanità sia segnata dal progresso. Progresso è una parola che porta in seno etimologicamente pro-gradius salire di un livello, insomma per farla semplice l’intera storia di tutti noi sarebbe segnata dal salire una scala verso l’autocoscienza dello Spirito. La Fenomenologia è una enorme narrazione di come la storia proceda e di come l’umanità continui imperterrita nel suo sviluppo. E qui viene l’elemento di forse quella che è una follia, siamo tutti pazzi per Hegel perché di fronte alla popolazione mondiale che aumenta e le risorse che si riducono sempre di più siamo convinti che la storia non sia altro che un enorme sviluppo all’infinito dove ogni contrazione è solo un passaggio per una ulteriore espansione. Ne siamo convinti in economia, nella società a ogni livello pensiamo che la tecnica e l’ingegno umano siano destinate a incrementare il nostro benessere e al portarci ogni giorno un po’ più avanti rispetto al percorso che stiamo percorrendo nella storia di questo pianeta.

Di tutto un altro parere fu Thomas Robert Malthus il quale riteneva che un incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, con conseguente penuria di generi di sussistenza per giungere all’arresto dello sviluppo economico, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in progressione geometrica, quindi più velocemente della disponibilità di alimenti, che crescerebbero invece in progressione aritmetica. Questa teoria riferita a terreni coltivabili sembra oggi poco attuale, ma in realtà essa lavora nell’inconscio di teorie come la decrescita e l’esigenza di una maggior sostenibilità dei processi economici e sociali di fronte all’esaurimento di risorse come il carbone prima e il petrolio poi.

La crisi economica che sta investendo il mondo iniziata nel 2007 e che toccò il suo apice nel 2009 ci ha colpiti così profondamente non tanto nella riduzione della nostra possibilità di acquisto di beni, ma ha agito nella nostra psicologia profonda perché ha messo in crisi le nostre aspettative per il futuro e messo in discussione il nostro modo di vivere e di immaginare la società come qualcosa che tende sempre, o quasi, a un miglioramento. La distruzione della fiducia nel futuro e la distruzione della fiducia stessa è per certi versi la messa in crisi della promessa hegeliana del progresso. Tuttavia nemmeno la crisi o le crisi mettono in difficoltà il modello hegeliano del futuro incrementale perché le crisi non mettono in discussione il modello, ma vi sono ricomprese come momenti propedeutici ad altri scatti in avanti dell’umanità e così tanti economisti si sono prodigati nello spiegarci che “la crisi può essere anche una opportunità”.

L’apice della visione di Hegel, o se vogliamo della sua lucida follia, è l’immagine della grande opera nella sfera delle infrastrutture. La popolazione in difficoltà chiede che le risorse vengano ridistribuite invece i governi optano per convogliare quelle risorse in opere infrastrutturali mastodontiche con la promessa che esse restituiranno lustro al Paese, la promessa è sempre sul futuro. Questa logica può essere estesa anche ad altri ambiti, ad esempio perché investire tanto denaro pubblico in ricerca e sviluppo, perché creare il CERN di Ginevra quando nel mondo ci sono ancora così tanti problemi e in molte regioni si muore ancora di fame?

Da questo conseguono i molti movimenti del NO che vanno dalle Grandi Navi a Venezia, alla TAV e ad altri investimenti pubblici a livello infrastrutturale che vengono giudicati assurdi. Hegel cercherebbe di difendersi nella sua idea di sviluppo proponendoci qualche paradosso come “Quanto ci è costato inventare la lavatrice? Fare due pozzi in Africa costava troppo?”, come se un proprietario terriero dell’Ottocento ci dicesse “Cercate di trovare una soluzione alla pellagra nei miei mezzadri, invece di studiare l’elettricità!”, e ancora come se nel mondo antico qualcuno si fosse sollevato al grido “Scrittura..scrittura, ma invece di perdere tempo con queste cose inutili si pensasse a sfamare i poveri!”. Risulta evidente che tutte queste affermazioni sono paradossali e che se parte delle risorse non fossero state destinate allo sviluppo di nuove tecnologie, scrittura in primis, probabilmente l’umanità sarebbe ancora relegata all’età della pietra.

Spingiamo questo discorso fino ai giorni nostri in tema di grandi opere, se quando iniziarono a costruire le prime ferrovie si fosse applicata la stessa logica dei NO TAV gli argomenti avrebbero potuto essere:

 

“Ma perché non miglioriamo il sistema di trasporto con le carrozze a cavalli? Potremmo renderlo più efficiente! Aumentiamo le stazioni posta!”

“Aumentiamo il tiro dei cavalli!”

“Rendiamo le carrozze più confortevoli.”

“Non ci sono sufficienti passeggeri per spendere tanti soldi per costruire una ferrovia!”

Il tutto dimenticando che il miglioramento dei trasporti aumenta il numero di passeggeri e di merci, perché l’investimento infrastrutturale retroagisce anche sui flussi. Ogni balzo tecnologico è un investimento per il futuro esattamente come lo intende Hegel.

 

Ma continuiamo.

“Sul piano economico i cavalli costano meno delle ferrovie!”

“Prima di migliorare ferrovie per i “signori” bisogna migliorare le carrozze a cavalli per il popolo! Perché ad esempio i pendolari tra Venezia e Treviso non hanno sufficienti carrozze a cavalli e sono costretti a muoversi con i muli, quindi prima di pensare alle ferrovie dobbiamo puntare a far viaggiare tutti a cavallo!”

 

Gli ambientalisti dell’epoca avrebbero potuto incalzarci ancora dicendo:

“Perché sconvolgere il paesaggio con questi orribili binari, ponti e stazioni? In più il carbone è inquinante e quindi inciderebbe sulla salute delle persone!”

 

Se avessero avuto la meglio loro oggi non avremo le ferrovie…

 

Forse la maturazione dell’umanità passa proprio attraverso il non indulgere né nell’essere tutti pazzi per Hegel, né nel assolutizzare il monito di Malthus, ma nel cercare di ibridare le due teorie cioè nell’immaginare che si debba tendere al progresso tenendo però ben conto che le risorse disponibili sono finite e non chiedendo all’umanità sforzi insormontabili, ma dosando bene spinta all’innovazione con il benessere dell’esistente. E’ sicuramente più complicato, più difficile, meno immediato del dividersi subito in due squadre tra un Sì e un No che credo rispondano più alla logica binaria delle macchine che a quella dell’intelligenza umana.

 

Matteo Montagner

[immagine tratta da Google Immagini]

 

Collaborazione, crescita e sviluppo: la sfida della sostenibilità nella decrescita per la sopravvivenza

Uno dei temi più controversi dei giorni nostri è il ruolo dell’economia, della moneta e, conseguentemente, del ruolo delle banche e dello Stato. Keynes diceva che “…la moneta non ha valore in sé (come pezzo di carta) ma in quanto consente di partecipare ad uno spettacolo teatrale…”. Il valore del biglietto non è altro che la capacità di acquisto che esprime.

Ma come si fa a parlare di valore oggi? Come si fa a dare valore ad un bene se, sempre più spesso, ci troviamo di fronte ad enormi disparità e sprechi? Come si fa a dare valore a beni che non hanno più soltanto il fine ultimo di soddisfazione di un bisogno umano ma che, il più delle volte, sono connessi a dinamiche di accettazione sociale, quindi distanti dal vero valore venale? Dove risiede oggi il valore delle cose?

Tempo fa un frutto aveva un certo valore, oggi, spesso, le angurie vengono lasciate nei campi a marcire proprio a causa del loro basso valore.

La popolazione mondiale è in continuo aumento, si è sempre più sociopatici, più divisi, più intolleranti all’altro e alla natura, ma giocoforza solo la collaborazione e la socialità ci ha permesso di sopravvivere e solo la natura e la terra ci hanno consentito la sussistenza e l’evoluzione.

La divisione sta prendendo il sopravvento, il razzismo sta tornando più forte di prima nella completa stupidità di chi punta il dito contro il migrante, incitato da social e testate (molto poco) giornalistiche che sfruttano il malcontento per creare buzz su internet.

“Tornatevene a casa vostra” non deve esistere perché è sempre e solo un caso essere nati nella parte giusta del mondo, dove non ci sono guerre, dove l’acqua è potabile. Solo un caso che si è nati nella parte in “crescita” del mondo, nella parte che “produce”.

E quindi è opportuno definire cos’è la società della crescita, l’idea moderna di crescita è stata formulata circa quattro secoli fa in Europa quando l’economia, la società, hanno incominciato a separarsi. La nostra società ha legato il proprio destino a un’organizzazione fondata sulla accumulazione illimitata, questo sistema è condannato alla crescita, e non appena la crescita rallenta o si arresta è la crisi, addirittura il panico. Per questo si deve continuare a qualsiasi costo, a qualsiasi prezzo, anche sulla pelle di altre società e sacrificando qualsiasi risorsa naturale.

Il petrolio è un regalo provvisorio del passato geologico della terra, è inquinante, è deletereo e prima o poi dovremo fare i conti con la sua assenza e con la sua eredità di devastazione, fisica e morale. In suo nome si è ucciso, si sono create guerre e devastazioni più o meno materiali.

L’economia, dominata dalla logica finanziaria, si comporta come un gigante che non è in grado di stare in equilibrio, se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia tutto ciò che incontra lungo il suo percorso.

Per quanto la nuova economia sia meravigliosa sacrifica all’altare del consumismo e del futile, aspetti significativi della nostra vita e intere parti del nostro manage familiare, delle nostre amicizie della nostra vita collettiva, di noi stessi.

C’è questa convinzione secondo cui la nostra felicità deve obbligatoriamente passare per un aumento della crescita della produttività del potere d’acquisto, della moneta e dunque dei consumi.

La teoria economica neoclassica contemporanea nasconde sotto un’eleganza matematica la sua indifferenza per le leggi fondamentali della biologia della chimica della fisica per cui c’è l’impossibilità di una crescita infinita all’interno di un modo finito.

Abbiamo la necessità di una bio-economia ovvero di una concezione dell’economia che tenga conto della biosfera, dell’uomo, degli animali, del pianeta e dei suoi limiti.

Lo sviluppo sostenibile ha radici molto antiche più di quanto pensiamo e oggi si è perso.

I contadini dell’inizio 900 piantavano ulivi e fichi di cui non avrebbero mai visto i frutti pensando alle generazioni successive senza esservi costretti dal alcun regolamento ma semplicemente perché i loro genitori i loro nonni avevano fatto lo stesso.

L’attuale aumento dell’uso delle risorse naturali sembra aumentare i costi ecologici più velocemente dei vantaggi della produzione.

Lo spazio disponibile sulla terra è limitato e l’umanità ha già abbandonato il sentiero di un modo di vita sostenibile.

Se continuiamo così, nel 2050 saranno necessari 30 pianeti (e a quel punto i migranti saremmo tutti noi). Oggi ci spingiamo oltre il limite, certi che la scienza troverà una soluzione in futuro per tutti i nostri problemi attuali.

Bisogna partire dal livello locale per cambiare la società nel globale. I bisogni stessi, sia economici che reali, si costruiscono a livello culturale.

Il buon senso di oggi non è quello di ieri. Siamo in quel mondo assurdo in cui le valli alpine sono attraversate da un flusso di camion che trasportano dall’Italia alla Francia bottiglie di acqua di marca italiana, mentre i camion provenienti dalla Francia portano in Italia bottiglie di acqua francese.

Se si vivesse una vita più “vera” più connessa alle pulsioni del pianeta, della natura, senza dimenticare il progresso, si tornerebbe a perseguire fini artistici, di crescita sociale, che sono sempre stati i punti chiave delle società più evolute.

Abbandonando la crescita ad ogni costo e la gara per la ricchezza resterebbe più spazio che mai per ogni specie di cultura intellettuale e per ogni progresso morale e sociale.

È proprio qui sta la differenza: sostituire la ricerca della crescita della produttività pesante con la crescita artistica, spirituale delle società così da arricchire il mondo e farne un posto migliore. Sarebbe auspicabile spostare la nostra specializzazione da produzione di massa inquinante a produzione leggera e a fertilità ripetuta auto-stimolante. Ridare valore a ciò che veramente può contribuire al miglioramento della qualità della vità a lungo termine.

Possiamo affermare che bisogna partire dalla volontà del singolo di attuare un cambiamento e soprattutto mai come ora – è stato sinonimo di meglio perché la felicità dell’uomo non consiste nel vivere meglio ma nel vivere bene, semplicemente bene.

Liberamente ispirato al libro di Serge Latouche “La scommessa della decrescita”

Flavio Albano

Studioso, lavoratore di marketing territoriale, economia e gestione delle imprese, autore del testo tecnico “Turismo & Management d’impresa” adottato all’Università di Matera. Autore, inoltre, di diversi articoli scientifici.