Amici che ti rubano l’anima. Perché i tuoi dati non sono (soltanto) tuoi

Una delle più grandi zone d’ombra dei nostri info-tempi è il cosiddetto profiling, generalmente accolto con diffidenza: ci starebbero rubando i dati, o li staremmo cedendo inconsapevolmente a chi ne farà un uso strumentale alle nostre spalle. Poiché noi siamo i nostri dati, questo metterebbe a repentaglio la nostra identità1.

Finché ci “profilano” le persone più care, va bene: un amico è tale anche perché conosce i nostri gusti persino meglio di noi e li sa usare per farci bei regali. Ma quando ci profilano (senza virgolette) anonimi algoritmi controllati da anonimi manager che rivendono dati ad anonimi pubblicitari, non va altrettanto bene: ci sentiamo spiati, come se uno psicologo segretamente scrutasse ogni nostro comportamento per studiarci. E approfittarsene: hai scordato di ricaricare la carta prepagata e il pagamento della bolletta della luce non è andato a buon fine; questo dato arriva alla tua banca, che aggiorna in negativo il tuo “diario da pagatore” e aumenta gli interessi dei tuoi futuri prestiti. Brutta storia. Per fortuna, però, stanno arrivando anche le prime contro-difese, come il GDPR della UE, che ha sancito l’innovativo principio per cui i dati sono inestricabilmente legati alla “fonte” che li emette: la persona.

Ma le cose non sono così lineari: davvero i nostri dati sono nostri e basta? Per capire una simile domanda, bisogna usare un po’ di filosofia e chiedersi che cosa sia l’informazione. Tra i diversi modi di definirla2, la concezione forse più promettente è quella diaforica, per la quale l’informazione è fatta di dati, intesi come unità differenziali, «punti di mancanza di uniformità»3. L’esempio più semplice di dato è un punto disegnato su un foglio: si dà una differenza tra sfondo e primo piano, un’“asimmetria” che sorprende, segnala qualcosa di interessante e si presta così a “fare notizia”, cioè a entrare a far parte di un qualche processo di interpretazione (umano, ma non necessariamente).

Oltre a poter rivelare – anche senza volerlo – la “freschezza” di concetti della tradizione filosofica in genere ritenuti particolarmente astrusi4, tale prospettiva consente di riflettere su questo: i dati così intesi in un certo senso non sono di nessuno, perché sono tanto della “fonte” quanto del “ricevente”. I dati-differenza stanno potenzialmente ovunque, si nascondono là dove si inizia a riconoscere una potenziale fonte informativa: se un giorno comincio a osservare tutte le persone che incontro in città e conto quante volte si toccano il naso con la mano destra, lì sto raccogliendo dati (chissà per farne cosa). Quei dati di chi sono? In un certo senso, li ho trovati o persino creati io; in un altro senso, li sto “carpendo” ai loro legittimi proprietari, senza il loro consenso. Sono insieme miei e non miei!

Da una parte, parrebbe strano fermare quelle persone per chiedere il permesso di osservarle e informarsi su di loro: osservare è parte della normale prassi nelle nostre interazioni quotidiane, in forme certamente varie, che comprendono – per intenderci – tanto il marketing quanto la ricerca scientifica5. Da un’altra parte, ciò diventerebbe meno strano se quei dati intendessimo “estrarli” per sfruttarli: non è dunque così sorprendente che in alcuni contesti culturali ci sia la convinzione che scattare una fotografia a qualcuno significhi rubargli l’anima! Poiché il dato è intrinsecamente differenziale, esso sembra essere inevitabilmente “duale”: ha un piede nella scarpa di chi lo raccoglie e un piede nella scarpa di chi lo genera. Di per sé, questo vale tanto per il nostro amico quanto per l’anonimo algoritmo: “mio o suo, questo è il problema!”, declama Amleto-online.

In chiave tecnologica, la Blockchain pare possa “ancorare” i dati ai suoi produttori: questo potrebbe aiutare a contro-bilanciare il lavoro delle IA che li “aggancia” ai suoi raccoglitori. Ma se accettiamo che essi sono nostri e basta, ogni volta disponibili solo previo consenso, non si apre uno scenario parossistico del tipo «l’inferno sono gli altri», che non possono oggettivarmi con i loro info-sguardi senza esplicito permesso6? Insomma, chi “mina” dati da me prende qualcosa della mia persona, ma sta anche creando una persona digitale nuova7. Probabilmente, si tratterà di trovare il modo di rendere i nostri dati oggetto di vari sistemi di negoziazioni e contrattazioni, come oggi accade per il nostro lavoro, magari anche a livello collettivo: la nostra auto-produzione di dati arriverà un giorno persino a essere pagata? Chissà. Paradossalmente, di certo c’è che ormai la stoffa immateriale dei dati è parte della nostra materialità8. Cominciamo ad abituarci all’idea.

 

Giacomo Pezzano

 

NOTE:
1. Sulla cosiddetta data ethics, si veda innanzitutto il numero monografico di “Philosophical Transactions of the Royal Society A”, 374/2083, 2016. Più specificamente invece, perlomeno J. Cohen, Configuring the Networked Self: Law, Code, and the Play of Everyday Practice, Yale University Press, New Haven 2012 e J. Cheney-Lippold, We Are Data: Algorithms and The Making of Our Digital Selves, New York University Press, New York 2017.
2. Cfr. S. Leleu-Merviel, Informational Tracking, Wiley, London-New York 2018, pp. 47-82.
3. Vedi perlomeno L. Floridi, The Philosophy of Information, Oxford University Press, Oxford 2011, pp. 80-92, 316-370.
4. Come l’idea di Platone, la potenza di Aristotele, la negazione di Hegel e la differenza di Deleuze. Per chi volesse approfondire: G. Pezzano, L’ontologia nell’epoca della riproducibilità tecnica del pensiero e della relazione, in “Mechane. International Journal of Philosophy and Anthropology of Technology”, n. 1, 2021, pp. 55-74.
5. Non a caso, inserire questioni etiche di varia natura nel trattamento dei dati sembra intaccare in più di un senso l’efficacia della ricerca scientifica: cfr. S. Leonelli, La ricerca scientifica nell’era dei Big Data, Meltemi, Milano 2018, pp. 80-81.
6. Al di là dell’opera A porte chiuse, dove compare il celebre passaggio, si veda soprattutto la Parte Terza di J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, il Saggiatore, Milano 1970.
7. Ne parlava già R. Clarke, The Digital Persona and its Application to Data Surveillance, in “The Information Society”, 10/2, 1994, pp. 77-92.
8. Cfr. B.-C. Han, Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo, Roma 2016, p. 34; Y. Hui, On the Existence of Digital Objects, University of Minnesota Press, Minneapolis 2016.

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Facebook, dati personali e privacy: siamo all’altezza?

Nel marzo 2018, Cambridge Analytica, compagnia fino a quel momento pressoché sconosciuta, diventa tristemente famosa per aver raccolto informazioni personali identificative di almeno 87 milioni di persone tramite Facebook. Secondo l’informatore Christopher Wylie, ex-dipendente di Cambridge Analytica, la compagnia avrebbe raccolto dati che poi sarebbero stati usati per influenzare le elezioni americane e il referendum inglese sulla Brexit. La compagnia era già nell’occhio investigativo dell’Observer almeno da un anno1, ed era stata oggetto di un articolo del The Guardian nel 20152. Il primo articolo dell’Observer nel febbraio 2017 portò all’apertura di due inchieste ancora in corso, mentre nel 2015 l’Observer accusò il senatore americano Ted Cruz di usare dati definiti “psicologici” raccolti da Cambridge Analytica tramite Facebook, per influenzare i suoi utenti ritenuti potenziali sostenitori. Le interviste all’informatore Wylie del marzo 2018 hanno causato sdegno pubblico a livello internazionale: le inchieste che ne sono derivate hanno portato la compagnia a dichiararsi fallita, a causa delle spese legali sostenute e della pubblicità negativa, il 2 maggio 2018.
Il caso Cambridge Analytica dimostra che le informazioni personali che definiamo sensibili, sono effettivamente molto sensibili, perché possono essere usate in modi che superano la nostra immediata comprensione. Nell’immediatezza dello scandalo, molte persone hanno cancellato i loro profili Facebook, nel tentativo di proteggere i propri dati da futuri utilizzi illeciti.

Ma a ben vedere, il caso Cambridge Analytica dimostra qualcos’altro, altrettanto preoccupante: ovvero, quanto siamo diventati influenzabili in balia dei social media e quanto profondamente essi possano modificare i nostri pensieri e le nostre convinzioni, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto. Lo scandalo del caso Cambridge Analytica non risiede tanto nella scoperta che i dati personali sono preziosi e possono essere usati e venduti per vantaggi commerciali (e politici): questo, in teoria, lo sapevamo già, come dimostrato dal proliferare di legislazioni sempre più restrittive a protezione dei dati personali degli ultimi anni. Cambridge Analytica dimostra una verità scomoda, per la prima volta proiettata senza filtri su larga scala: Facebook è uno strumento potente, su tutti i fronti, e noi probabilmente non ne siamo all’altezza. Siamo sufficientemente capaci di usare Facebook con le necessarie considerazioni ed attenzioni che esso richiede? Come è possibile poter influenzare il nostro voto tramite pubblicità o fake news mirate? Della violazione dei nostri dati, se ne occuperà chi di dovere, perseguendo chi ha violato le legislazioni in materia ed emanando nuove politiche per la loro protezione. Ma è sufficiente questo per proteggerci da noi stessi?

La necessità di esistere ed essere visibile, essere quindi social, è più forte nella maggior parte delle persone della preoccupazione per i propri dati e, in molti casi, della possibilità che essi siano sfruttati per influenzarci. Inoltre, l’uomo è un essere (più o meno) influenzabile per natura: la capacità di essere influenzato sta alla base della pubblicità. Eppure, nei confronti della pubblicità che passa in televisione, comunque meno effettiva perché non mirata verso uno specifico individuo, siamo più critici perché sappiamo che per vendere un prodotto bisogna, banalmente, mostrare le sue qualità piuttosto che i suoi difetti e, con ogni probabilità, anche gonfiarle facendo attenzione al linguaggio usato, alle immagini, ai colori, a qualsiasi dettaglio necessario per attrarre l’attenzione prima, ed influenzare poi. Non si tratta solo di pubblicità: siamo influenzabili anche offline. Se un nostro amico, collega o conoscente fa qualcosa che ci sembra particolarmente cool, con ogni probabilità influenzerà il nostro comportamento verso quella stessa cosa e nel caso più estremo faremo lo stesso. Un esempio sono le destinazioni turistiche: paesi precedentemente esplorati solo da viaggiatori avventurosi che nel giro di pochi anni vedono duplicare o triplicare il numero di visitatori.
Partendo da questo presupposto, Facebook non ha reso gli individui influenzabili. Esso ha piuttosto moltiplicato potenzialmente all’infinito questa nostra influenzabilità, non fosse altro perché passiamo molto tempo scorrendo una news feed che nella migliore delle ipotesi ci mostra quello che fanno i nostri amici e, nella peggiore, ci presenta notizie o pubblicità mirate ad influenzarci.

Tuttavia, questo non significa che non dovremmo più usare Facebook, come alcuni hanno pensato in preda all’isteria del momento. Non è il male di tutti i mali, ma un facile capro espiatorio. È uno strumento molto potente, con funzionalità potenzialmente positive. Tuttavia, esattamente perché potente, va saputo usare: è necessario aver ben chiaro come funziona, conoscerne i meccanismi (reali) che vi sono dietro, essere consapevoli dei rischi (potenziali) e delle vulnerabilità associate. Serve usare Facebook consapevolmente, nello stesso modo in cui dovremmo bere alcool e fumare consapevolmente, guidare solo con una patente di guida e sparare solo con un porto d’armi. In fondo, nessuna di queste quattro cose, la lasceremmo fare ad un bambino, perché non ha raggiunto la maturità intellettuale, cognitiva e critica per comprenderne a pieno conseguenze e rischi associati a tali azioni. In conclusione, più di tutto è necessario stimolare negli utenti quella criticità perduta (o forse mai veramente sviluppata), la cui assenza rischia effettivamente di essere il male di tutti i mali poiché ci rende influenzabili ad un livello pericoloso, non solo per un utilizzo consapevole di Facebook ma anche nella vita quotidiana.

 

Francesca Capano

 

NOTE
1. Revealed: 50 million Facebook profiles harvested for Cambridge Analytica in major data breach, The Guardian
2. Harry Davies, Ted Cruz using firm that harvested data on millions of unwitting Facebook users, The Guardian, 11 Dicembre 2015

[Immagine tratta da pexels.com]

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Karl Marx scienziato cognitivo

<p>Portrait of Karl Marx, date unknown. (AP Photo/Kurt Strumpf)</p>

Nella prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859) Karl Marx esprime uno dei concetti più determinanti e rivoluzionari della sua intera opera filosofica. Il riferimento è alla distinzione tra struttura e sovrastruttura come sistemi regolatori della società: la struttura è «il vero fondamento su cui sorge una sovrastruttura […] non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza». Per Marx ogni ipotesi di modifica dei dati sovrastrutturali sarebbe illusoria ed improduttiva in assenza di un profondo rivolgimento della struttura. Le rivoluzioni si compiono modificando la struttura e non la sovrastruttura. Nella filosofia marxiana la struttura è insita nei rapporti economici di una realtà sociale e la sovrastruttura dall’apparato ideologico utile al consolidamento della struttura di riferimento. «La cornice giuridica […] codificata e formalmente egualitaria» è stata l’espressione sovrastrutturale con cui è stato eretta l’ideologia dello Stato fondato sui rapporti economici egemonici della borghesia (Michel Foucault).

La vera e grande provocazione è rivedere Marx in chiave di filosofo della mente ed alla luce delle scienze cognitive. Marx filosofo cognitivo è realmente rivoluzionario. Per le scienze cognitive “noi siamo il nostro cervello” e dunque, ciascun essere umano, al di là di illusorie utopie sovrastrutturali fondate sul libero arbitrio assoluto ed incondizionato, non è altro che un intricato gomitolo di neuroni, sinapsi, neurotrasmettitori ed epigenetica; quando l’individuo deve scegliere, il cervello “pesca” le mosse da intraprendere da quanto ha stampato in questo apparato biologico che costituisce la propria personalissima libreria, senza possibilità alcuna di uscire dal proprio gomitolo biologico. In questo modo relegando l’idea di libero arbitrio “uguale per tutti” al libro dei sogni e delle ideologie più fantasiose. Il libero arbitrio non è impedito da psicologismi ed impalpabili devianze della personalità ma è dettato dai timbri cerebrali che hanno impresso nei componenti del cervello il loro disegno. La psicologia e la legge sono le grandi mistificanti ideologie volte a sorreggere l’utopia del libero arbitrio assoluto; sono l’espressione massima della dottrina sul feticismo delle merci, questa volta al servizio dell’ideologia del libero arbitrio.

Legge e psicologia sono i servi sciocchi di questa ideologia sovrastrutturale dominante, dall’Illuminismo sino ai giorni nostri. Una rilettura della dottrina marxiana di struttura e sovrastruttura, ideologia e merce  in chiave neuroscientifica rende il grande filosofo un vero rivoluzionario. La struttura e la sovrastruttura marxiana rappresentano un modello cognitivo dell’io agente. Esattamente come accade nella società, anche nel cervello si può individuare una struttura più profonda, ancestrale, che caratterizza ed influenza tutto l’io cerebrale (la struttura) ed una sovrastruttura “neurale-ideologica” rappresentata dall’impianto cerebrale e comportamentale meno profondo ancorché, all’apparenza, più visibile e vistoso (si pensi, banalmente, ai ruoli sovrastrutturali di medico, giudice, avvocato, pubblicitario, musicista, marito, moglie, amante, ecc. Tutte condizioni portatrici di propri statuti cognitivi sovrastrutturali). Per Marx la sovrastruttura è l’ideologia mistificante volta solo a consolidare la struttura economica; per la filosofia della mente è, a sua volta, un’ideologia mistificante, costituita dal sistema appreso nel corso degli anni che svanisce e si dissolve dinnanzi alla necessità di salvaguardare la struttura. Come già sostenuto sul coté letterario da Giovanni Verga (Fantasticheria e I Malavoglia), ciascuno rimane legato a poche ma decisive tradizioni ataviche che fanno sentire l’ostrica (di qui il suo concetto letterario-filosofico-cognitivo) al sicuro dai pesci feroci del mare. Motivo per cui l’ostrica può anche ipotizzare e convincersi di voler tentare determinate strade che la sua sovrastruttura cognitiva ha conosciuto e appreso, ma la struttura atavica del mondo cognitivo dell’ostrica (secondo la metafora verghiana) relegherà tali conoscenze a sovrastruttura, a pura ideologia incapace di modificare realmente la struttura (neurale) e dettare le scelte dell’io. Con buona pace per il libero arbitrio kantiano che ci vorrebbe pronti e razionali, al momento dell’agire, per essere, addirittura, con le proprie scelte, giudici universali di se stessi e dell’umanità intera (Critica della ragion pratica). Marx in chiave cognitiva è ancor più stupefacente che in chiave politico-economica.

Cosa resta allora della grande dottrina del libero arbitrio, della possibilità per l’uomo di indirizzarsi razionalmente e di decidere in nome delle regole, della legge e dei costumi morali e sociali in essere? Insomma: cosa resta dell’Età dei Lumi su cui è stato costruito il nostro mondo contemporaneo, le nostre leggi, i nostri sistemi di responsabilità giuridica, morale e sociale? Una merce da vendere nel mercato ideologico delle mistificazioni. Solamente la convinzione che l’essere umano ricade sempre nel peccato originale, nel volersi erigere a Dio terreno, ad essere superiore e razionale, esattamente come il Dio in cui vuole credere. Rimane la vanità delle vanità: il libero arbitrio assoluto ed incondizionato.

Luca D’Auria

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Evgeny Morozov: internet, la nostra privacy e i signori del silicio

Un guastafeste, un bastiancontrario. In quarta di copertina del suo nuovo libro Silicon Valley: i signori del silicio, Evgeny Morozov è descritto proprio come quello che arriva tardi a una serata e rovina il divertimento, e la festa è la Silicon Valley. Ha l’aria tranquilla di chi sa di sapere, rimane seduto con le gambe accavallate senza scomporsi mai, ma quando tocca a lui non le manda certo a dire, ai colossi californiani soprattutto. Il sociologo bielorusso, giornalista e saggista, 32 anni, già quattro libri pubblicati in Italia, è considerato come uno dei massimi tecnoscettici, parola con cui si vorrebbero comprendere molte cose e che non vuol dire niente. Quel che si può dire, specificando meglio, è che Morozov è un esperto e studioso dei nuovi media e di internet, è molto critico riguardo il nuovo tipo di capitalismo sdoganato dalle aziende della Silicon Valley e riguardo l’uso che fanno e che potranno fare dei nostri dati. Se questo è essere tecnoscettici, allora sì, lo è, e molto.

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Comunque sia, l’incontro e il dibattito che ha tenuto al Teatro Comunale di Ferrara il primo ottobre durante il Festival di Internazionale era gremitissimo, con molte persone in coda già un’ora prima dell’inizio. L’incontro si chiamava Fatti nostri con il sottotitolo Privacy, diritti e libertà ai tempi dei big data, ed era inserito non a caso nella categoria diritti. Morozov avrebbe dovuto dialogare con Stefano Rodotà, che ha rinunciato però all’ultimo. A rimpiazzarlo Paul Mason, giornalista del Guardian e autore di Postcapitalismo, da poco uscito in libreria. La discussione è stata così più tecnica e basata sulle implicazioni politiche ed economiche della tecnologia odierna. L’ora e mezza è stata densa di temi e il dialogo (in inglese) molto serrato, tanto che le traduttrici a fatica riuscivano a stare dietro al ritmo con cui le parole di Morozov uscivano dalla sua bocca. L’assunto da cui partono e concordano sia Mason che Morozov è la visione di internet come di uno spazio (cyberspazio) scollegato dalla realtà, un posto speciale e in quanto tale con regole proprie, invece che una semplice, ma nuova, infrastruttura. Di fatto, spiega il sociologo, questo permette alle nuove aziende che operano in questo scenario, vedi Uber e AirBnb, di sfruttare la deregolamentazione che esiste in materia, non sottostando alle leggi normali. E inoltre di rispondere alle accuse che vengono mosse nei loro confronti ergendosi a paladini di internet, gridando alla censura, come se pretendere delle regole mettesse in discussione la libertà stessa di queste aziende e della rete. Morozov infatti mette in guardia dalla retorica che ci fa credere che le innovazioni tecnologiche, tutte, siano sinonimo di progresso e che le critiche ai punti oscuri del nostro mondo digitale (e ce ne sono) siano invece ostacoli, tacciando chi le formula di essere antiprogressista. Quello che auspica Morozov e che trova d’accordo anche il suo compagno di palco è quindi innanzitutto una regolamentazione democratica dello spazio cibernetico, inteso sia come contenuto che come struttura di internet.

 

Internazionale_ferrara_2016_la Chiave di Sophia-01Altro snodo cruciale sono poi i big data e le intenzioni che hanno a riguardo i nuovi giganti del capitalismo. Tema di attualità poiché siamo veramente solo all’inizio della raccolta e dell’utilizzo dei dati, e caro a Morozov che ne parla per esteso anche nel suo ultimo libro. La sua tesi è che tutti i servizi gratuiti o quasi che ci offrono aziende come Facebook, Google, Amazon, ma anche Spotify (come anche tutte le iniziative umanitarie sempre opera di questi colossi nel terzo mondo), non ci sono dati perché abbiamo a che fare con un nuovo tipo di capitalismo felice e inclusivo, e con gente che fa filantropia, anzi. Abbiamo a che fare con un’altra faccia del vecchio capitalismo che, impreziosito dalla retorica dell’infallibilità e del bene comune, in cambio di servizi si prende i nostri dati, ovvero la nostra privacy. Fin qui nulla di trascendentale, se non che l’enorme massa di dati che vengono processati ogni giorno da Facebook e Google, tra gli altri, hanno lo scopo di essere monetizzati, spiega Morozov. Quindi il miglior offerente si accaparrerà le nostre informazioni per mostrarci la pubblicità più adatta a noi al momento giusto. O i dati finiranno in mano di banche e assicurazioni, che sapranno meglio di noi quanto valiamo e se siamo o meno affidabili. Il problema è quindi non solo digitale ma politico ed economico, e il dibattito secondo Morozov deve spostarsi su questi piani per poter vedere e contrastare le implicazioni di questo tipo di mercato. Se questo è l’inizio Morozov immagina come, grazie ai nostri dati, le aziende possano impadronirsi poco alla volta del settore pubblico: dalla sanità via app, ai trasporti appaltati ad Uber fino ai MOOC (corsi online) al posto delle università. E se non si fa qualcosa saranno proprio lo stato e le città ad affidare ai privati queste incombenze. Il potere politico si sposterà quindi dai parlamenti ai consigli di amministrazione. Per il sociologo la partita inizia dai dati ma può mettere in crisi il welfare e lo stato sociale per come lo conosciamo oggi. E allora la nostra privacy sarà diventata un servizio a pagamento e non un diritto; è questo il pericolo più grave. Di fronte a tutto ciò Morozov afferma che c’è bisogno di un’alternativa statale e pubblica al monopolio delle aziende di big data, solo in questo modo potremo essere sicuri che i nostri dati siano usati realmente per il bene della collettività e non solo per generare profitti. Rispondendo infine abbastanza accalorato all’ultima domanda dal pubblico, rivolge alla platea un’altra domanda: “Vogliamo davvero che tutti i minimi aspetti delle nostre vite siano gestiti da Google tramite i nostri dati? Io no.” A noi la parola.

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Tommaso Meo

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Quel labile confine che separa il normale dal patologico: riscoprire il carattere normativo della salute

Nei precedenti articoli abbiamo visto come il concetto di salute, pur essendo utilizzato quotidianamente, porti con sé una grossa difficoltà ad essere oggettivato e riassunto in termini chiari ed univoci. In altre parole la questione fondamentale che riguarda l’ambito della comunicazione della salute verte sulla medesima questione che pose, a suo tempo, Abraham: «la salute cos’è? Una valutazione soggettiva o un insieme di dati oggettivi, che soltanto i calcoli della medicina ufficiale possono confermare?»1. L’interrogativo da cui nessuna persona che agisce nell’ambito della salute può prescindere è quello di comprendere se sia o meno possibile determinare, grazie alle analisi mediche e alla statistica, una condizione naturale di salute.

Quando parliamo di naturalità ci riferiamo ad una condizione che prescinde da ogni riferimento culturale o giudizio di valore, ovvero stiamo sostenendo che sia del tutto possibile osservare e definire in modo oggettivo cosa sia la salute. Ovviamente, per realizzare tale oggettività si fa ricorso alla statistica, quindi ad una serie di osservazioni protratte nel tempo che devono garantire delle modalità, le più oggettive possibili, per determinare la naturalità dello stato di salute. A tale certezza naturale si può però contrapporre una serie di dubbi sui parametri con cui queste medie statistiche determinano i criteri specie-tipici. Infatti, come sostengono Wulff, Pedersen e Rosenberg all’interno dell’opera Filosofia della medicina: «il concetto statistico di normalità solleva un ulteriore problema. Come può la persona che conduce i test essere sicura che gli individui studiati fossero normali o sani? Probabilmente, ha selezionato un certo numero di persone che si sentivano e sembravano sane e questo significa che in fin dei conti la definizione di salute e malattia […] dipende dalla vaga impressione di qualcuno sullo stato di salute di un gruppo di persone. Questa conclusione non coincide con l’affermazione secondo la quale lo stato di salute è una questione di fatto e non un giudizio di valore»2.

All’interno di questo dibattito assumo particolare importanza le tesi espresse da Georges Canguilhem nell’opera Il normale e il patologico (1966), in quanto lo stesso asserisce che non esiste una condizione normale in sé e per sé, criticando in tal modo tutta la tradizione che da Claud Bernard (il fondatore della medicina sperimentale) in poi ha affermato questa maniera di riferirsi al normale e al patologico, asserendo che tale modalità non sia derivata da una ricerca scientifica, ma corrisponda ad un puro dogma. A questo proposito scrive: «l’identità reale dei fenomeni normali e patologici, apparentemente così differenti e caricati dall’esperienza umana di valori opposti, è diventata, nel corso del XIX secolo, una sorta di dogma»3. Canguilhem critica anche la pretesa, che sempre da Bernard ha preso il via, di poter pensare la salute quale media statistica, asserendo che: «riteniamo che si debbano considerare i concetti di norma e di media come due concetti differenti di cui ci sembra vano tentare la riduzione ad unità con l’annullamento dell’originalità del primo. Ci sembra che la fisiologia abbia di meglio da fare che cercare di definire oggettivamente il normale, e cioè di riconoscere l’originale normatività della vita»4. Ne segue che Canguilhem ci ricorda che la salute non è normalità se non nella misura in cui è normatività, e quindi il sapere che si pretende oggettivo, la scienza medica, non può enunciare o scovare le norme della vita in senso positivo e unico. A questo proposito ribadisce che: «il concetto di norma è un concetto originale che non si lascia, in fisiologia più che altrove, ridurre a un concetto oggettivamente determinabile con metodi scientifici. Non si da dunque, propriamente parlando, una scienza biologica del normale»5. Per tal ragione la malattia non si può misurare come uno scarto rispetto a norme prefissate una volta per tutte, ma essa corrisponde ad un mutamento nella qualità del vivere, cioè il confine tra normale e patologico è molto labile e ciò che sembra normale per una persona può essere patologico per un’altra. Il ragionamento di Canguilhem smaschera la presunta facilità della nozione positiva di salute, ponendo in rilievo come non sia possibile poter parlare di normalità quale dato oggettivo scevro da ogni giudizio di valore.

Ciò che risulta importante cogliere dalla lezione di Canguilhem è come tuttora si continui a fare molta confusione tra i concetti di normalità e normatività, poiché la salute viene continuamente intesa e comunicata come uno stato normale, quando, invece, essa è un insieme di considerazioni rinvenibili nella biologicità dell’uomo unito ad una serie di giudizi di valore attribuiti da chi esamina quei dati biologici, fornendo così un quadro normativo più che normale della salute. Caratterizzare il concetto di salute quale derivato oggettivo dell’osservazione neutra compiuta attorno allo stato di naturalità dell’umana esistenza, limando ogni riferimento ai valori culturali, conduce verso la sovversione della logica che aveva portato alla creazione della medicina stessa, catena logica riassunta da Canguilhem nel seguente modo: «è innanzitutto perché gli uomini si sentono malati che vi è una medicina. È solo secondariamente – per il fatto che vi è una medicina – che gli uomini sanno in che cosa essi sono malati»6. Infatti, indicando la salute quale concetto normale-naturale si sta affermando che è per il fatto che esista la medicina, che determina cosa è normale e cosa non lo è attribuendo a tale divisione un carattere oggettivo e scientifico, che le persone sanno di essere malate o meno. Per tal ragione è fondamentale ritornare a ragionare  e comunicare lo stato normativo più che naturale del concetto di salute, riuscendo così a dare giustizia ad una disciplina così fondamentale e indispensabile quale è la medicina.

Francesco Codato

NOTE:
1. G. Abraham, C. Peregrini, Ammalarsi fa bene. La malattia a difesa della salute, Feltrinelli, Milano 1989, p. 80;
2. Ivi, pp. 65-66;
3. G. Canguilhem, Il normale e il patologico, Einaudi, Torino, 1998, p. 19;
4. Ivi, p. 144;
5. Ivi, p. 190;
6. G. Canguilhem, Il normale e il patologico, Einaudi, Torino 1998, p. 191.

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Cogliere le informazioni sulla salute: sappiamo come leggere un articolo di giornale?

Gli articoli relativi alla salute spopolano in giornali, riviste, blog ecc., proponendoci informazioni molto varie relativamente alla scoperta di nuove malattie, di recentissimi approcci terapeutici o focalizzandosi sulle proprietà salutari di qualche alimento. Queste fonti informative sono essenziali per tutti noi, poiché riescono a donarci strumenti e consigli tramite i quali possiamo contribuire a preservare la nostra salute o correre ai ripari, se essa viene compromessa da qualche malattia. Nonostante ciò, tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentare quanto queste forme divulgative siano molto difficili da interpretare: per fare un breve esempio, spesso si legge su alcune riviste quanto faccia bene mangiare la cioccolata, ma il mese successivo potremo imbatterci in un articolo pubblicato probabilmente nella medesima testata che sostiene esattamente il contrario. Tale situazione si avvera in virtù del fatto che gli articoli in questione richiamano studi condotti in qualche università, senza mai scendere troppo nel dettaglio di chi ha condotto veramente quegli studi, su chi li ha finanziati e, quasi sempre, senza fornire alcun dato reale che possa in qualche modo giustificare “scientificamente” il contenuto stesso dell’articolo. A tutto questo bisogna anche aggiungere che frequentemente si avvera pure la situazione contraria, ovvero gli articoli divulgativi vengono redatti con terminologie troppo “auliche” per essere interpretabili da chi non possiede alcuna base scientifica o specifica della materia di cui si tratta.

A questo proposito due studiosi italiani, Paolo Legrenzi e Carlo Umilità, all’interno di un notevole libro dal titolo Neuro-Mania mettono in luce come alcune forme patologiche vengano presentate in giornali divulgativi, quotidiani e settimanali non d’interesse medico, corredate da informazioni neuroscientifiche che ne accentuano i risultati. In particolare i due mostrano come i dati indicati a supporto delle patologie siano in molti casi parziali e mal scritti, ovvero la specificità e la complessità degli stessi è talmente elevata che potrebbe essere compresa solo da uno strettissimo numero di addetti ai lavori. Per confermare la loro tesi riportano alcuni studi che hanno messo in mostra la qualità delle credenze delle persone relativamente alle neuroscienze; in particolare essi si soffermano su uno studio eseguito dall’università di Yale [1] tendente ad accertare se un’eventuale predilezione per le spiegazioni neuroscientifiche affondi o meno le proprie radici nei modi di rappresentazione del mondo da parte del grande pubblico. Lo studio ha rivelato che una spiegazione, se corredata da indicazioni “neuro”, anche se generiche, ha più appeal nei lettori rispetto ad una tesi non supportata da tali dati. Inoltre, ha messo in luce come nessuno, tranne gli esperti del settore, riesca a cogliere la differenza tra dati corretti e sbagliati, poiché il solo presupposto che la tesi sia giustificata e supportata da dati “neuro” è sufficiente per riporre fiducia in tale tesi. Ciò comporta che la propaganda sui risultati ottenuti della prospettiva “neuro” è riuscita a persuadere gli animi del grande pubblico sulla validità oggettiva delle tesi espresse. A questo proposito Legrenzi e Umiltà asseriscono: «bisogna essere davvero esperti per non farsi ingannare. Per tutti gli altri, e cioè la grande maggioranza delle persone, l’aggiunta dell’informazione neuro, di per sé corretta, fa la differenza. La differenza che corre tra una spiegazione credibile e una ritenuta sbagliata. In altre parole, la spiegazione sbagliata diventa credibile grazie all’arricchimento neuro che ha, per così dire, un potere salvifico. Le persone tendono a fraintendere il senso di tale arricchimento, che trasforma in spiegazione soddisfacente quella che, in sua, non lo è. In altre parole l’informazione neuro è un valore aggiunto che rende credibile qualcosa di fasullo» [2].

Tale situazione viene ribadita dagli studi di Jörg Blech, giornalista e divulgatore scientifico-medico per Der Spiegel, il quale sostiene che gli articoli che si trovano in molte riviste non specializzate spesso vengono scritti da giornalisti che, seppur molto bravi nel fare il loro lavoro, non se ne intendono di medicina. A questo proposito scrive: «molte delle notizie diramate della stampa sono riprese dai giornalisti in maniera assolutamente acritica. Possibili terapie vengono di colpo strombazzate come se fossero rimedi sensazionali, ma nella maggior parte dei casi dopo un po’ di tempo non si ha più notizia di esse. La tendenza all’esagerazione è una malattia professionale di molti giornalisti che si occupano di medicina: spesso, per far sembrare importanti e significativi i loro servizi, essi gonfiano i dati sulla diffusione di certe malattie e il pericolo che queste possono costituire» [3]. Su questo tema sono stati scritti innumerevoli articoli e Blech sceglie di giustificare la sua affermazione facendo riferimento allo studio condotto dall’Harvard Medical School pubblicato nel giugno del 2000 [4], nel quale venivano esaminati 207 articoli riguardanti tre farmaci, pubblicati nel Wall Street Journal, nel New York Times, nel Washington Post, in altri 33 giornali e apparsi sulle principali televisioni nazionali. I risultati furono molto chiari: nel 40% degli articoli mancavano dati e cifre sull’asserita efficacia dei farmaci, inoltre nei rari articoli che riportavano qualche cifra si parlava solo dei dati sull’utilità relativa dei farmaci. Nella quasi totalità degli articoli non si parlava né degli effetti collaterali né si riportavano gli esiti di altri studi; in più, quando l’articolo era scritto da un esperto della materia non si riportava mai se esso avesse qualche rapporto o legame finanziario con i produttori di farmaci.

Il piccolo spunto di questo articolo mira a porre una domanda banalissima: siamo sicuri di saper leggere un articolo medico riportato in un giornale? Riusciamo, cioè, a selezionare gli aspetti principali di tali articolo e ponderare l’idea che ci faremo leggendo lo stesso, cogliendo quando si tratta di un messaggio rilevante e quando invece non lo è?

Tale ragionamento risulta banale solo all’apparenza, poiché tutti noi leggiamo una marea di notizie e scegliamo quelle che ci convincono maggiormente; tuttavia, quando si tratta di salute è necessario farsi qualche domanda in più prima di sposare una particolare tesi riportata in uno dei nostri giornali preferiti, in particolare è necessario capire esattamente da quale fonte proviene l’informazione, quali dati esistono a supporto e chi ha prodotto (e con quali interessi) gli stessi, e soprattutto se tali articoli sono scritti in modo da essere oggettivamente compresi anche da chi non si trova tutti i giorni a lavorare o leggere di queste particolari forme patologiche.

In conclusione è possibile affermare che comunicare la salute è di certo un’attività difficilissima, ma allo stesso tempo recepire le informazioni sulla salute e saperle soppesare con buon senso è forse uno dei maggiori sforzi che ognuno di noi, tutti i giorni, è chiamato a compiere.

Francesco Codato

NOTE
1. Cfr S. Birch, P. Bloom, The curse of knowledge in reasoning about false beliefs, in “Psychological Science” n. 5, 2007;
2. P. Legrenzi, C. Umiltà, Neuro-mania, Il Mulino, Bologna 2009, p. 71;
3. J. Blech, Gli inventori delle malattie, Lindau, Torino 2006, p. 59;
4. Ibidem, pp. 59-60.