Foibe: la strage dimenticata

Oggi 10 Febbraio è la giornata in cui tutti dovrebbero dire ad alta voce “Je suis Italiano”, ma come al solito il silenzio sarà assordante, per mancata conoscenza, per non averlo mai studiato a scuola, per negazionismo, per stupida suddivisione di morti di seria A e morti di serie B, per colore politico.

Oggi è la giornata del ricordo delle vittime dei massacri delle foibe e degli esuli che hanno perso tutto per colpa della loro nazionalità: italiana.

 

Trecentocinquantamila furono gli italiani che dovettero fuggire dal regime slavo e lasciare la propria terra, le proprie origini, i propri beni. Migliaia di sfortunati innocenti furono invece ammazzati e infoibati dai comunisti di Tito: torturati, legati, martoriati e poi gettati nelle cavità carsiche (foibe), così, come fossero spazzatura.

 

Voglio ricordare, per tutte le vittime di quell’eccidio, la storia di una ragazza, Norma Cossetto, studentessa  italiana, istriana, uccisa da partigiani jugoslavi nel 1943 nei pressi della foiba di Villa Surani.

 

cossetto

 

Questa ragazza venne arrestata dai partigiani e venne condotta, con altri prigionieri, alla scuola di Antignana, adattata a carcere; Norma venne tenuta separata dagli altri per essere sottoposta a sevizie e stupri di ogni sorta dai suoi carcerieri che abusavano di lei mentre veniva tenuta legata al tavolo.

 

«Signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura anch’io».

[dall’intervista “Licia Cossetto: mia sorella, un germoglio che non fiorì”]

 

Tra il 4 e il 5 Ottobre 1943, tutti i prigionieri vennero gettati ancora vivi nella foiba di Villa Surani. Norma Cossetto subì ulteriori sevizie sul posto, tra cui l’amputazione di entrambi i seni e «un pezzo di legno ficcato nei genitali»1.

 

L’unica sua colpa?

 

Essere italiana e non volersi unire al movimento partigiano, per essere libera di scegliere e di vivere la sua vita da studentessa come gli altri suoi coetanei.

 

Norma non deve essere dimenticata. Così come tutte le migliaia di persone che hanno subìto l’umiliazione dell’esilio e della tortura.

 

Il massacro delle foibe deve essere ricordato, come tutte le stragi che sono avvenute nel corso della storia, affinché nulla di simile possa più accadere, affinché ognuno possa essere libero.

 

Non deve esserci colore politico intorno a nessun eccidio, il negazionismo è da considerarsi un reato perché ammazza per la seconda, terza, quarta… volta le persone coinvolte.

 

Facciamo uno sforzo e per una volta almeno, per un giorno soltanto, sentiamoci Nazione, sentiamoci Italiani.

 

IO SONO ITALIANA.

 

Valeria Genova

 

NOTE:

1. Claudia Cernigoi, Il caso Norma Cossetto, in La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo (Trieste), 6 marzo 2011.

 

[Immagini tratte da Google Immagini]

 

“Istria e Dalmazia, né Slovenia né Croazia”

 

Patrizia, 14 anni.

-“Cosa sono le foibe?”

– “Foibe che?!”

Carolina, 15 anni.

-“Cosa sai delle foibe?”

– “Eh? Mai sentite.”

Veronica, 18 anni.

– “Dai prendi il libro di storia e andiamo al capitolo delle foibe che avete fatto a scuola!”

– “Ecco qua!” (5 righe di un trafiletto a bordo pagina)

Luca, 16 anni.

– “Ho fatto una ricerca sulle foibe di cui mi hai parlato la settimana scorsa e l’ho dato alla Professoressa!”

– “Bravissimo! E cosa ti ha detto?”

– “Che lei non le spiega.”

– “Ah! e tu cosa pensi dopo la ricerca che hai fatto?”

– “Che la Prof sbaglia perché è la storia dei nostri fratelli che hanno perso tutto.”

Questa è la mia reale esperienza di insegnante di ripetizione a ragazzini delle Scuole Superiori.

Dire che rabbrividisco al ricordo è poco.

Non sapere cosa sono le foibe.

Non averle mai sentite nominare.

Avere gli insegnanti che, con la scusa del “dobbiamo correre il programma è vasto”, non si degnano di insegnare un pezzo di nostra storia.

Avere dei libri scolastici con un numero irrisorio di righe per spiegare una tragedia umana, per ricordare delle persone morte perché Italiane e proprio per questo poco gradite al Signor Tito.

Certo, le foibe sono cavità carsiche e tante belle cose che ci insegna la geografia, ma le foibe raccontano un pezzo di storia ITALIANA che molti, troppi nascondono per inutili e ridicole prese di posizione fazionistiche.

La tragedia umana, che sia Shoah, che sia 11 Settembre, che sia Charlie Hebdo, che siano Foibe non ha colori, non ha posizioni, ha solo odore, odore acre, pungente di morte.

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La storia delle foibe nasconde migliaia di Italiani che hanno lasciato le case di una vita di sacrifici, tutti i loro averi per arrivare nella Penisola dall’Istria e dalla Dalmazia ed essere raggruppati in tendopoli per moltissimo tempo (molte persone sono morte di freddo durante questa permanenza forzata); nessuno faceva nulla, nessuno preferiva parola per questi esuli, espropriati di qualunque cosa, della loro vita. Eppure erano in Italia.

Oggi, 10 Febbraio, si ricordano loro, i nostri fratelli, senza parlare di fascisti, comunisti, democristiani, socialisti. La politica davanti alla morte non deve esistere.

E non ripetiamo la solita inutile filastrocca “morti di serie A, morti di serie B, ci vorrebbe una giornata per tutti i morti”. È una frase scontata, lo sappiamo tutti che davanti alla morte non esistono differenze e tutti siamo consapevoli che ogni giorno muore qualcuno. Questa, però, come la Shoah, è una tragedia umana che è proseguita oltre la morte e la tortura, attraverso l’esilio ed oggi il negazionismo che uccide i superstiti.

Oggi, quindi, spero che tutti scriveremo sul nostro cuore (e non solo sulle bacheche di Facebook) IO SONO ITALIANO.

[Per non dimenticare mai]

“Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia, e uscì sconfitta dalla guerra.
Hanno scambiato le nostre radici con un futuro di scarpe strette,
e mi ricordo, faceva freddo l’inverno del quarantasette…
E per le strade un canto di morte, come di mille martelli impazziti,
le nostre vite imballate alla meglio, i nostri cuori ammutoliti
siamo saliti sulla nave bianca, come l’inizio di un’avventura,
con una goccia di speranza, dicevi “Non aver paura!”.

E mi ricordo di un uomo gigante, della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne, a lui bastava una carezza.
Ma la sua forza, la forza di un padre, giorno per giorno si consumava,
fermo davanti alla finestra, fissava un punto nel vuoto, diceva:

Ah…come si fa? A morire di malinconia per una terra che non è più mia,
che male fa, aver lasciato il mio cuore dall’altra parte del mare…

Sono venuto a cercare mio padre in una specie di cimitero,
tra masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero,
tracce di gente spazzata via dall’uragano del destino,
quel che rimane di un esodo, ora, riposa in questo magazzino.
E siamo scesi dalla nave bianca, i bambini, le donne, gli anziani,
ci chiamavano “fascisti”, eravamo solo italiani,
italiani dimenticati in qualche angolo della memoria,
come una pagina strappata dal grande libro della storia…

Ah…come si fa? A morire di malinconia per una vita che non è più mia,
che male fa, se ancora cerco il mio cuore dall’altra parte del mare…

Quando domani in viaggio arriverai sul mio paese,
carezzami ti prego il campanile, la chiesa, la mia casetta.
Fermati un momentino, soltanto un momento,
sopra le tombe del vecchio cimitero,
e digli ai morti, digli, ti prego,
che no dimentighemo.”

Magazzino 18, Simone Cristicchi

Valeria Genova

[Immagini tratte da Google Immagini]