Il corpo parlante: elementi di un linguaggio di cura

Che valore acquista oggi la celebre espressione di Giovenale mens sansa in corpore sano, divenuta oramai motto della nostra contemporaneità?

Ci insegnano, fin da piccoli, a essere e a diventare ciò che mangiamo. Diamo al cibo lo spazio fisico dentro di noi in cui abitare e nel quale abitarci. Senza renderci davvero conto, tuttavia, di quanto il cibo faccia parte di quella grammatica invisibile del nostro quotidiano essere al mondo.

Certo, riuscire a capire il significato e l’essenzialità di vivere un’armonia tra mente e corpo non è semplice. Lo è oltretutto molto meno in un’epoca quale la nostra, in cui siamo diventati soggetti di una servitù volontaria, come la definirebbe Etienne de la Boétie. Bulloni di un ingranaggio complesso che, in modo invisibile, ci priva della capacità di avere piena consapevolezza rispetto a ciò che compiamo.

Mangiare è diventata un’azione come un’altra. Esattamente come lo è bere, respirare e camminare. Semplicemente parte della nostra routine. Una componente di quel registro di attività che svolgiamo meccanicamente.

Eppure il cibo, così come l’acqua, rappresentano ciò in ragione di cui tutto il resto diventa possibile. Senza cibo, non riusciremmo più a camminare. Il nostro corpo inizierebbe a deperire. Il nostro battito cardiaco a rallentare, sino al suo arresto.

Il nutrimento è ciò che ci permette di sopravvivere, di respirare, lavorare e amare. Nutrirsi correttamente, perciò, equivarrebbe alla capacità personale di costituire un’armonia dialettica tra quei bisogni fisici che ci costituiscono e il cui soddisfacimento è essenziale per mantenere un buon ed efficiente stato di salute, e quelle spinte emotive che esprimono la dinamicità del nostro essere-al-mondo. Quel disagio che talvolta proviamo quando ci sentiamo gettati in un mondo estraneo. Quell’amore che, invece, in un modo o nell’altro ci anima sempre, facendoci provare il sapore frizzante dell’esistenza.

Già Platone, nel Timeo, analizzando le caratteristiche fisiche dell’essere umano, aveva sostenuto il bisogno di realizzare un’armonia tra la conoscenza del corpo e quella dell’anima. Pertanto, la medicina aveva lo scopo di rendere manifesta la congiunzione dei due mondi: quello psichico e quello corporeo.

Certo, un’alimentazione equilibrata risulterebbe necessaria al fine di poter crescere e sopravvivere sul piano fisico e biologico. Può tuttavia questa sola prospettiva essere sufficiente?

La riduzione del cibo a oggetto da integrare e assimilare nel nostro corpo al fine di poterne garantire il mantenimento sembra non bastare. A maggior ragione nell’epoca dell’individualismo, in cui il mero sopravvivere richiede di essere accompagnato da un’etica del vivere.

Gli automatismi che impastano il nostro vivere quotidiano hanno così implicato lo svuotamento di senso di quello che dovrebbe essere il significato simbolico originario del cibo.

Necessariamente dipendenti, prima da quel ventre materno che ci culla e poi da quel seno che ci allatta, abbiamo appreso a nutrirci attraverso la presenza dell’Altro. Un Altro che ci da la vita e che ci alimenta attraverso il suo essere lì. Semplicemente presente. Unicamente per Noi. Par amarci e accarezzarci.

Che cosa potrebbe accadere di fronte all’assenza di quell’oggetto d’amore?

Una fuga. Un abbandono. Un’attesa troppo lunga. Uno sguardo non rivolto.

E l’improvviso sentirsi scivolare nel desiderio-di-niente. Nell’assenza-di-bisogni. Soprattutto di quelli primari. Del cibo, con i suoi sapori e i suoi colori, i suoi odori e profumi. L’anestesia dei sensi. E con essa, un’anestesia nei confronti della vita.

Quando ci si sente sprofondare in quel vuoto che ci portiamo dentro, il cibo diventa spesso il protagonista delle nostre vite. Un digiuno costante per non sentire più il dolore. Una ricerca ossessiva di tutto, per riempirci di tutto ciò che ci manca.

Capire il legame esistente tra cibo ed emozioni non è facile. Come non è facile talvolta ascoltarci per capire se abbiamo voglia di dolce piuttosto che di salato.

Prendersi cura del proprio corpo, di quel corpo che abbiamo, certo, ma soprattutto di quel corpo che siamo, significa anche soffermarsi a riflettere sul significato che attribuiamo al cibo che assumiamo. A quello che proviamo quando ne assaporiamo il gusto. Alla sensazione avuta quando soddisfiamo la voglia di questo piuttosto che di quest’altro alimento. A ciò che sta dietro i nostri bisogni e i nostri desideri.

Parlare di cibo significa essere capaci di investire il cibo-oggetto, mercificato e consumato in modo automatico e consapevole, con il suo valore esistenziale. L’alimentazione meccanica lascia così spazio ad un’alimentazione consapevole e vissuta nella misura in cui il corpo abbandona la sua funzione di contenitore-svuota-emozioni.

Non si tratta pertanto unicamente di sapere che cosa mangiamo, quanto più perché lo assumiamo. Ascoltandoci, e attraversando quel vuoto attraverso una nuova cultura ed etica della cura che, inevitabilmente, si intreccia con il valore simbolico che ciascuno di noi attribuisce al cibo.

 

Sara Roggi

 

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Cronache di ordinaria migrazione

<p>Lawrence, ,Jacob</p>

“C’è un’invasione”, “Ci rubano il lavoro”, “Dormono in hotel di lusso”, “Arrivano e non se ne vanno più”, “Sono incivili e non rispettano le nostre leggi”, “Con gli immigrati aumenta la criminalità”: queste sono solo alcune delle false credenze che aleggiano nell’immaginario di una buona parte della società italiana.

Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, hanno attraversato il Mediterraneo in cerca di un luogo sicuro, di una vita migliore e di un po’ di pace. Un flusso di persone che, in assenza di canali sicuri, ha viaggiato nell’illegalità. Persone che identifichiamo sotto la categoria ‘immigrati’.
Umberto Eco apportò una distinzione tra immigrazione e migrazione.
Si parla di ‘immigrazione’ quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro. È un fenomeno che ha riguardato la modernità dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Inoltre, i fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati e accettati.
Dall’altra parte troviamo le cosiddette ‘migrazioni’, le quali sono paragonabili a fenomeni naturali: sono incontrollabili.
Oggi, in un clima di mobilità internazionale, è possibile distinguere l’immigrazione dalla migrazione?
Non lo possiamo sapere, ma quel che è certo è che parlare di ‘emergenza immigrazione’ risulta errato.
Gli arrivi del 2016 sono in linea con quelli dell’anno precedente. Non un’emergenza, ma un flusso di carattere ormai strutturale di migranti.

L’emergenza reale inizia il giorno dopo.
Sono 160.000 le persone ancorate ai sistemi di accoglienza; di cui 123.000 restano per mesi in centri ‘straordinari’, i ‘non-luoghi’ dove i migranti passano dall’essere profughi a fantasmi.
Oggi il 60 per cento delle richieste d’asilo viene rifiutata. Questo vuol dire che 6 migranti su 10 diventano ‘nessuno’.
Perché questa drammatica goffaggine nell’affrontare tale situazione?
I governi, anziché promuovere la solidarietà tra gli stati membri dell’Unione Europea, hanno investito le loro risorse per tutelare i confini nazionali.
Una delle rappresentazioni di questi fallimenti è l’approccio hotspot mascherato dalle parole chiave ‘controllo’ e ‘condivisione delle responsabilità’. Il suo obiettivo è quello di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo e distribuire una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri.
Per raggiungere tale fine, le autorità italiane si sono spinte ai limiti di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani.
Detenzione prolungata, l’uso della forza fisica, trattamenti disumani e degradanti sono le modalità che spesso vengono utilizzate.
L’approccio hotspot prevede, inoltre, uno screening anticipato e rapido dello status delle persone sbarcate, separando i richiedenti asilo da coloro ritenuti ‘migranti irregolari’.
Ancora oggi, tuttavia, la componente di solidarietà del suddetto piano ha sembianze utopiche.

Eppure la solidarietà è l’unica via di uscita per svincolarsi da questo impasse.
Per Bauman «i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». La vera cura va oltre il singolo Paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una ricca assemblea di nazioni come l’Unione Europea.
Infine, in un mondo in cui «i confini non vengono delineati per gestire le differenze, ma sono queste ultime che vengono create perché sono stati delineati i confini»1, è doveroso cambiare la nostra mentalità.
Occorre abbandonare una volta per tutte la separazione, le barriere e l’alienamento che ci siamo autoimposti in questi ultimi anni creando un alto muro chiamato ‘noi’ e ‘loro’.

Jessica Genova

NOTE:
1. F. Barth, Ethnic Groups and Boundaries. The Social Organization of Culture Difference, Oslo Universitetsforlaget, 1969.

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La relazione tra anziani, salute e mondo digitale: intervista a Simone Carlo

Internet, lo smartphone, le App cambiano la nostra vita di tutti giorni. Come abbiamo avuto modo di approfondire negli articoli precedenti, sia la nozione di salute che le nostre modalità di approcciarci ad essa sono radicalmente mutate in relazione all’utilizzo dei nuovi prodotti digitali.
Se questa situazione è abbastanza palese per una popolazione giovane, quando volgiamo lo sguardo agli anziani tale rapporto sembra molto più difficile da inquadrare e determinare. In altre parole ci chiediamo se le persone che hanno superato i 60 anni utilizzano in modo così massiccio internet e moderni device tecnologici e se questi influenzino la loro vita e la loro idea di salute proprio come accade per la popolazione più giovane.
Per chiarirci le idee abbiamo fatto una breve chiacchierata con Simone Carlo, docente di Sociologia dei Media Digitali, presso l’università di Bergamo e ricercatore presso il Centro di Ricerca sui Media e la Comunicazione (OSSCOM) dell’Università Cattolica di Milano.
Simone è un esperto in materia, ha all’attivo diverse pubblicazioni su questa tematica ed ha preso parte ad una ricerca coordinata dal Prof. Fausto Colombo presso l’Università Cattolica dal titolo: Non mi ritiro: l’allungamento della vita, una sfida per le generazioni, un’opportunità per la società. La ricerca, tra le altre cose, ha messo in luce anche i legami che sussistono tra “i giovani anziani” (65-74 anni) e l’utilizzo di internet. La ricerca è consultabile qui.

 

Simone, grazie di rispondere alle nostre domande; quello che vorremmo è un tuo parere attorno alla relazione che si potrebbe tratteggiare tra i ‘giovani anziani’ e internet.

Credo che, alla luce di tutti i questionari esaminati dalla nostra ricerca, si possa affermare che c’è un grande mito da sfatare: i ‘giovani anziani’ che usano internet non sono un numero esiguo e non utilizzano tale mezzo in maniera così radicalmente differente dai nativi digitali. In altre parole le persone anziane fruiscono pienamente dei servizi digitali, sfruttando le differenti possibilità che lo stesso offre, dall’online banking ai servizi di retail etc. Questo fatto si può facilmente spiegare evidenziando come le stesse persone appartengano ad una élite, dunque sono altamente istruiti, benestanti e, essendo in gran parte in pensione, hanno a disposizione un discreto tempo libero. Tempo che spesso viene passato proprio davanti al PC. Ne segue che la vita di queste persone sia fortemente influenzata, esattamente come per le persone più giovani, dagli strumenti digitali.

Come hanno ‘imparato’ queste persone ad utilizzare i servizi digitali?

Anche in questo caso bisogna sfatare un altro mito, ovvero la stragrande maggioranza dei ‘giovani anziani’ che usano i mezzi digitali non hanno imparato ‘ora’ ad usare il computer, ma sono persone che utilizzavano questi device da lungo tempo durante l’esercizio del loro lavoro. Potremmo dire che non sono dei nativi digitali, ma degli ‘immigrati’ digitali di lungo corso. Quindi raffigurare tutti i ‘giovani anziani’ come sperduti davanti alle rivoluzioni tecnologiche non solo non rappresenta la verità, ma equivarrebbe anche a negare l’evidenza che ha portato gli stessi alla fine degli anni Novanta a dotare la propria casa di un PC intuendone la portata e l’utilità.

Che rapporto sussiste tra giovani anziani, internet e salute?

È innegabile che sussiste una correlazione benessere-salute-tecnologia, ovvero la stragrande maggioranza dei giovani anziani che oggi utilizzano i servizi digitali sono anche coloro che hanno più risorse economiche rispetto alla popolazione anziana in generale e che dispongono di più canali per informarsi sulla loro salute. In particolare, dalle interviste qualitative che ho condotto è emerso che nell’elenco delle cose più ricercate online e che assumono maggiore importanza per queste persone ci sia proprio la vasta area tematica della salute. In particolare i ‘giovani anziani’ utilizzano gli strumenti digitali per prenotare visite, per leggere articoli su patologie e sono molto attenti alle rivoluzioni apportate da questo campo sul mondo della sanità.
In estrema sintesi si potrebbe dire che l’immagine dell’anziano che si accanisce nel voler fare la fila alla posta o dal medico a tutti i costi, stia definitivamente tramontando. Il digitale è permeato anche nella vita e nell’idea di salute e di prevenzione di essa dei ‘giovani anziani’ che utilizzano gli strumenti digitali.

Ringraziandoti per la disponibilità avremmo un’ultima domanda da porti: internet può rappresentare oltre che un beneficio anche una fonte di rischio?

Di certo l’utilizzo degli strumenti digitali rappresenta uno straordinario modo per informarsi, per tenersi in contatto con il mondo, per cogliere informazioni sulla salute, ma può rappresentare anche una fonte di rischio. La preoccupazione è che internet diventi uno strumento che faccia ‘perdere tempo’, il che porterebbe alla sostituzione dello stereotipo dell’anziano che si addormenta davanti alla TV a quello dell’anziano che gioca ore a Candy Crush. Quello che voglio dire è che la tecnologia presa in se stessa non risolve i problemi personali e sociali, che vanno dall’accesso alle cure, ai rapporti personali, alle fragilità della salute ecc., dunque la tecnologia deve sempre essere contestualizzata all’interno della vita dei soggetti. Questo si riverbera anche nella ricerca delle informazioni sulla salute, poiché il focus deve rimanere la persona che utilizza le informazioni e non deve mutare verso la tecnologia che vivifica le persone. Per questo i giovani anziani proprio come tutte le altre persone si trovano esposti a molti rischi nell’utilizzo di internet e devono diventare degli utilizzatori consapevoli dello stesso strumento che rappresenta una grossa opportunità unicamente se sfruttata nel giusto modo. Il mio pensiero finale si potrebbe riassumere nel ricordare e ribadire l’attenzione sulla persona, poiché la tecnologia può aiutare in molte situazioni della vita, ma non può sostituire l’attenzione e il focus che ogni persona deve mettere nel lavoro su se stessa per vivere nel mondo con le altre persone.

Francesco Codato

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Sguardo a Oriente: Tiziano Terzani e il concetto di malattia

Il tema della qualità della vita è uno degli argomenti più discussi degli ultimi anni. Senza un giusto bilanciamento tra sopravvivenza e qualità della vita, si corre il rischio che gli inconvenienti determinati dalle cure, ad esempio, interferiscano con lo stato di benessere soggettivo della persona tanto che tutto il periodo di sopravvivenza arriva a coincidere con quello di sofferenza, indotto da una terapia.

In questo caso, Tiziano Terzani (1938-2004), giornalista e reporter italiano che ha legato la sua vita, il suo lavoro e la sua ricerca di verità in particolare all’Asia, in Un altro giro di giostra racconta il suo ultimo viaggio, quello attraverso la malattia che lo ha colpito, un viaggio quindi diverso, più intimo e personale, che l’ha portato da New York all’India, lungo le strade della medicina sia tradizionale che alternativa. In una ricerca tra Oriente e Occidente «Ognuno deve cercare a modo suo, ognuno deve fare il proprio cammino, perché uno stesso posto può significare cose diverse a seconda di chi le visita. Quel che può essere una medicina per l’uno può essere niente o addirittura un veleno per l’altro: specie quando si lascia il campo, in qualche modo collaudato, della scienza e ci si avventura in quello ormai affollato delle cure alternative».

All’interno di questa prospettiva, la cultura orientale è stata a lungo ignorata da quella occidentale, impegnata a costruirsi categorie e strumenti razionali di indagine e di dominio della realtà. L’Occidente infatti è venuto a identificarsi sempre più con la razionalità tecnica e scientifica: modello che è stato spesso messo in discussione e che ha maturato una nuova attenzione per la civiltà orientale, espressione di una diversa tradizione culturale. L’Occidente guarda a Oriente perché trova nella sua saggezza qualcosa che ha smarrito e non ha più nel suo patrimonio culturale; secondo Terzani infatti: «l’uomo occidentale, imboccando l’autostrada della scienza, ha troppo facilmente dimenticato i sentieri della sua vecchia saggezza».

Se la cultura occidentale si presenta sempre più segnata da dualismi (soggetto-oggetto, mente-corpo), da conflitti e contraddizioni, l’Oriente, invece, sembra avere molto vivo il senso della ricomposizione armonica degli opposti, del loro equilibrio e la concezione di una unità armonica di tutta la realtà, in tutti i suoi aspetti.

Questa mancanza di armonia nel mondo occidentale è vista come effetto del prevalere di un atteggiamento aggressivo; si sente quindi il bisogno di integrare un altro tipo di atteggiamento, per conquistare l’armonia e l’equilibrio desiderati. La trasformazione comporta però una revisione, sia del modo di vivere che del modo di vedere le cose. Bisogna quindi superare quegli atteggiamenti unilaterali e la volontà di dominio per orientarsi sempre più verso un atteggiamento di complementarietà, verso una visione d’insieme. Questa visione unitaria, nella cultura occidentale sembra mancare, perché in essa è prevalso un modello di razionalità analitica e astratta, che ha sacrificato l’esigenza di avere un’esperienza profonda del mondo e delle cose.

L’Occidente quindi, si impone con la sua razionalità scientifica e tecnologica, ma sembra avere sempre più bisogno di qualcosa che non trova nella propria realtà culturale. E questa crisi della ragione sembra essere sempre più evidente dalle parole di Terzani: «la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi è ancora estremamente limitata e dietro alle apparenze, dietro i fatti, c’è una verità che davvero ci sfugge, perché sfugge alla rete dei nostri sensi, ai criteri della nostra scienza e della nostra cosiddetta ragione».

La medicina occidentale, a questo proposito, sembra vedere la malattia e non più il malato, conosce le patologie del corpo, ma non sa vedere l’unità profonda della dimensione fisica e di quella spirituale; per questo il ricorso alle medicine alternative può essere considerato per affrontare e curare i disagi profondi di un’umanità interiormente divisa. Il confronto con l’Oriente quindi può suscitare una consapevolezza dei limiti della razionalità, il bisogno e la necessità di ripensarla, rompendo quelle impostazioni che sono avvertite come un impedimento per affrontare problemi e difficoltà nuovi.

Se l’Occidente quindi in questo senso è in una situazione di blocco, può cercare anche fuori di sé un aiuto e un’integrazione del suo ethos. Questo non significa abbandonare completamente il suo approccio, ma riconoscere di avere bisogno di altre fonti di morale, in un rapporto che sia di conoscenza, di disponibilità al confronto e al cambiamento. Dialogo che deve essere improntato al rispetto e alla convinzione che anche l’ “altro” è portatore di valori; arricchendoci a partire da questo incontro; come avviene nei rapporti di cura.

Ma un’importante indicazione si aggiunge a questo discorso, che ci viene da Terzani, perché egli riconosce che il viaggio per lui è stato una grande occasione di riflessione e di ricerca, ma «quello che alla fine mi pare di aver imparato è parte di quella filosofia perenne che non ha nazionalità, che non è legata a nessuna religione, perché ha a che fare con l’aspirazione più profonda dell’animo umano, con quell’eterno bisogno di sapere come mai siamo al mondo».

 

Martina Basciano

 

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Intervista a Eugenio Borgna: tra psichiatria e filosofia

Eugenio Borgna è primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Fra le più recenti pubblicazioni ricordiamo: Parlarsi. La comunicazione perduta (Einaudi 2015), L’indicibile tenerezza (Feltrinelli 2016) e Responsabilità e speranza (Einaudi 2016).
Ho l’occasione di incontrare il professore successivamente al suo intervento al Festival di Pordenonelegge. Si concede alle mie domande e ai microfoni dei miei due gentili colleghi e amici. Ci accoglie con la cordialità e la pacatezza dei gesti che lo contraddistinguono in ogni sua manifestazione, sia essa scritta o orale e con la coerenza di chi cerca di vivere i valori dei quali si fa portatore. Al termine di ogni domanda si sincera di aver esaudito le mie richieste. Una delicatezza autentica, di un uomo di grande cultura e profondità spirituale, che nella propria esistenza ha scelto di condividere la sua straordinaria sensibilità e umanità per avvicinare le ferite dell’anima ed alleviarne le sofferenze, attraverso l’ascolto, la comprensione e l’empatia.

Professor Borgna, nel suo ultimo libro Responsabilità e speranza lei afferma che «conoscere se stessi e gli altri è il modo più intenso di essere responsabili. Ma la vita è, insieme, proiezione di speranza». Può illustrarci quale rapporto intercorre tra responsabilità e speranza?

La speranza allarga la capacità che noi abbiamo di prevedere le azioni che esercitiamo sugli altri. Se la speranza non c’è in noi, vi è il rischio di esaurire il giudizio. Senza la speranza il futuro si chiude, si raggruma, si isterilisce. Finché la speranza vive in noi, come ha continuamente detto Leopardi, riusciamo a vivere. Senza speranza diventiamo delle monadi con porte e finestre chiuse, senza riuscire a intuire quello che c’è nell’animo delle persone. La speranza è memoria del futuro, è la premessa affinché si costruiscano relazioni umane autentiche fondate sulla corrispondenza, la concordanza e la pace; nonché la capacità di intuire, accettare e accogliere le nostre debolezze senza mai sottolineare e rimarcare quelle che sono le differenze negli altri.

Cerchiamo poi di cogliere il sorriso di un’anima anche quando le lacrime scendono senza fine. Ci sono lacrime che testimoniano un sorriso ancora più umano, ancora più creativo, ancora più capace soprattutto di oltrepassare le terrificanti barriere dell’odio, della violenza, del risentimento. La speranza va intesa come “nemica mortale” della violenza. Se si spera poi, si riescono a cogliere e intravedere scintille, apparentemente invisibili, che ci aiutano a dare un senso alla vita. Attraverso la speranza la nostra vita si fa più intensa, più capace di carità, di fede, più capace soprattutto di vivere e comprendere i dolori indicibili del sofferente. Senza speranza, potremmo anche essere giganti del pensiero, ma con i piedi di gesso.

Lo psichiatra Viktor Frankl sosteneva che l’uomo che non si proietta/progetta nel futuro facilmente smarrisce il senso della propria vita. Cosa ne pensa? E in che modo, secondo lei, la speranza ci apre al futuro?

Conosco molto bene i libri di Frankl. Credo che riescano a cogliere alcuni aspetti essenziali della vita dello spirito. Al contempo ritengo che lo psichiatra viennese sia però minato da quella che per me è stata la sua defaillance e cioè il pensiero di poter generalizzare situazioni, come quelle che lei mi ha descritto, che valgono solo in determinate circostanze e soprattutto con determinate personalità. Quindi, senza dubbio il pensiero di Frankl è un lume e una finestra aperta per uscire dai grovigli dell’egocentrismo e della solitudine. Tuttavia, eviterei di trasferire questa indicazione pratica e terapeutica in un sistema ideologico. Per cui, una tesi così secca come quella che lei mi ha espresso, non mi sembra sempre sostenibile. Riconosco comunque la qualità dei suoi scritti, tradotti anche dalla Morcelliana, che hanno senza dubbio un grande valore euristico.

In che misura la filosofia, e la fenomenologia in particolar modo, si sono integrate nella sua attività di medico psichiatra a diretto contatto con la sofferenza?

Come accade di frequente nella vita certe strade si aprono così, improvvisamente, senza che vengano direttamente cercate. Inizialmente io in clinica universitaria mi occupavo di neurologia, ma di casi di psichiatria ce n’erano pochissimi e venivano considerati come non degni di uno studio scientifico, come invece avrebbero dovuto essere tutti i casi di neurologia. Tuttavia, incontrando alcuni pazienti, ospiti in questa clinica famosissima, mi sono accorto che gli aspetti materiali, organici, cioè neurologici, mi interessavano relativamente, mentre mi interessava il risvolto interiore, cioè come quei pazienti vivevano i propri disturbi, le proprie malattie, i propri handicap, la propria disperazione. Da lì, quindi, ho seguito i pazienti che non avevano problemi neurologici specifici, ma che invece erano pazienti depressi e ansiosi. Quindi, non i grandi pazienti psicotici, cioè non schizofrenici, ma depressi, ansiosi, ossessivi. Ho capito che volevo seguire quella strada, altrimenti non avrei combinato niente, anche perché non ho grandi attitudini mediche pratiche, chirurgiche.

Inoltre, essendo uno dei pochissimi psichiatri italiani che conoscono il tedesco, ho potuto leggere, nel 1955, Allgemeine Psychopathologie, grande libro di Jaspers (scritto quando aveva appena trent’anni e che ancor oggi si studia), uscito nel 1913 in Germania e tradotto in Italia nel 1964. Jaspers a trent’anni si ammalava di tubercolosi e non potendo più fare lo psichiatra divenne filosofo. Uno dei grandi filosofi, che introdusse un nuovo parametro di conoscenza della psicologia sulla base delle idee fenomenologiche che erano state introdotte da Husserl prima e da Scheler dopo, per cui l’oggetto della psichiatria non sarebbe più stato il cervello, come oggetto neurologico, ma l’anima, cioè i sentimenti, le emozioni, i pensieri, i comportamenti che si possono riconoscere però soltanto se noi cerchiamo di metterci nei panni di chi soffre. Sembra la scoperta dell’uovo di Colombo, eppure questo concetto dell’einfuhlung, cioè dell’immedesimazione, ha davvero cambiato il mondo. Infatti, immergendoci e cercando di ricostruire la storia e le vicende della vita del paziente ci si è accorti di come avesse grande importanza nella cura anche il sentire come proprie queste sofferenze e il capire che non appartenevano ad un altro mondo, anche se espressione di esistenze lacerate e sofferenti; spesso dotate di qualità umane superiori a quelle che noi nella nostra umanità raggiungiamo.

Per esempio, Jaspers ha scritto un libro su Van Gogh, applicando per la prima volta anche nella storia dell’arte la categoria dell’immedesimazione per capire il motivo di questi particolari gialli del pittore olandese, questa sua schizofrenia, l’orecchio tagliato e l’esito del suicidio.

Il concetto stesso di speranza sembra oggi molto lontano dal vocabolario di adolescenti e giovani, che si confrontano con una società che spesso non crede in loro, se non a parole, e che è priva di ogni genere di certezze e stabili opportunità. Quale consiglio si sente di dare loro affinché non perdano la speranza nel futuro e in particolare in un futuro migliore?

Questo è un tasto molto delicato perché tendo, anche con i pazienti, a non dare consigli, tendo a non fare domande. Tendo, se ci riesco, a fare in modo che chi sta male, riesca a dire le cose che sente e se le sente, perché non sono un poliziotto come tanti psichiatri o psicologi che fanno domande in continuazione perdendo di vista il rapporto terapeutico e la relazione. Per cui, i consigli possono essere solo quelli che vengono dalla testimonianza, dall’esperienza, dagli studi e dai libri di alcuni importanti psichiatri o filosofi fra i quali Basaglia o Jaspers (pur nella complessità dei suoi scritti) o magari qualcuno dei miei libri relativi alla speranza.

Alessandro Tonon

[Immagine tratta da gazzettadimantova.gelocal.it]

Quando la cultura plasma, dà forma e intensità alla sofferenza

Un contributo specifico di Ivan Illich, tra antropologia e filosofia.

Il dolore è cio che esprime il sintomo di un confronto, di una relazione con la realtà. Salute e sofferenza, in termini di sensazioni vissute e consapevoli, sono fenomeni propri del soggetto umano. La salute, come responsabile e intima interpretazione di un determinato copione sociale, rinvia al senso che l’individuo riconduce al proprio corpo, che trova origine e sviluppo nella relazione che egli intrattiene con il mondo circostante, con le altre forme di vita. Il senso del corpo, così, si configura quale dono di una cultura che si rinnova continuamente. Quando questa subisce un processo di medicalizzazione, la struttura tradizionale delle usanze viene implacabilmente pietrificata da un sistema specificio e meccanico di codici medici. Ognuno di noi apprende, dal contesto culturale in cui si trova a vivere, come soffrire, come guarire e morire: tuttavia queste concrete realtà sono ora rivendicate dalla tecnocrazia alla sua gestione e finiscono con l’essere trattati nei termini di vere e proprie disfunzioni da cui l’uomo[1] deve essere sgravato grazie all’intervento di strumenti istituzionali.

A differenza delle culture tradizionali le quali, in quanto sistemi di significati, rendono tollerabile il dolore integrandolo in una situazione carica di senso, la civiltà cosmopolita incentiva il distacco del dolore, da ogni contesto soggettivo o intersoggettivo, polverizzandolo. Così il dolore viene a configurarsi quale “maledizione sociale”, e non più quale male naturale, per sopprimere il quale il sistema industriale dispensa all’individuo sempre nuove medicine.

Se per le culture tradizionali il dolore è concepito come disvalore intimo, intrinseco alla natura umana e incomunicabile, al contrario per la civiltà medica, in primo luogo occidentale, esso è soprattutto una reazione organica che è possibile schedare, quantificare e misurare: è la professione medica a stabilire quali sono i dolori autentici, quali quelli psicosomatici, quali quelli immaginari e infine quelli che noi “simuliamo”.

Affinché un determinato dolore vissuto possa costituire e rappresentare una sofferenza nel senso pieno e profondo del termine, è necessario collocarlo in un quadro culturale. Oggi più che mai il “funzionario della medicina” mira in primo luogo al trattamento e non alla guarigione del paziente. Il medico, infatti, non è stato preparato a comprendere gli interrogativi che il dolore suscita in colui che soffre in quanto è stato educato a ridurre l’insieme dei dolori provati ad un elenco di disturbi, raccolti in un dossier: convincendosi di saper gestire la meccanica del dolore, può facilmente eludere l’invito del paziente alla compassione. Eppure presso Ippocrate e i suoi discepoli il dolore rappresentava un utile strumento di diagnosi. Riconducendo un dolore a una determinata forma di armonia, grazie allo specifico dolore denunciato dal paziente, i medici dell’antica Grecia potevano facilmente capire quale tipo di armonia il paziente dovesse riacquistare per tornare in salute. Il progresso successivo della civiltà poi, però, ha portato alla riduzione del volume complessivo della sofferenza: la politica ha iniziato a essere intesa quale attività mirata a ridurre al minimo il dolore piuttosto che a massimizzare la felicità.

In questo contesto sembra ormai razionale fuggire il dolore, letteralmente a qualsiasi prezzo, piuttosto che fronteggiarlo. Sembra ragionevole eliminare il dolore, anche a costo di perdere l’indipendenza. Sembra mentalità illuminata considerare inesistenti tutti i problemi non tecnici sollevati dal dolore, anche se ciò significa trasformare dei pazienti in animali domestici […]. In una società anestetizzata occorrono stimoli sempre più forti perché si abbia il senso d’essere vivi[2].

Il paziente oggi è educato a trovare il piacere nell’asservimento ai prodotti industriali: ricordare che la sofferenza è un’attività responsabile gli risulta una pura follia. Egli si ritrova a giustificare il suo passivo stile di vita additando come insensata, irrazionale, quasi masochistica, qualsiasi partecipazione personale nel confronto inevitabile con il dolore; ma la soppressione del dolore è ciò che trasforma ognuno di noi “in un insensibile spettatore della decadenza del proprio io”[3].

L’uomo occidentale ha perso il diritto di presiedere all’atto di morire e viene privato della libertà di scelta su di sé e sulla propria salute. Per l’autore, l’esperienza del dolore è un fatto tanto culturale quanto soggettivo: vi sono culture in cui esistono dolori che in altre non sono contemplati così come culture in cui il dolore viene considerato come naturale, come parte determinante della vita: così la cultura plasma, dà forma e intensità al dolore. Tuttavia, nel caso dell’occidente, il sistema della medicina ha impedito all’individuo di poter riconoscere significato al dolore. È la patologia (e non più l’uomo) a costituire e caratterizzare il centro focale del sistema medico.

L’uomo diviene un paziente che delega ad altri (al medico, al sistema sanitario) il suo intimo confronto con la morte: il soggetto ha perso il contatto con la fine terrena della sua esistenza. La iatrogenesi emerge, così, nelle forma della univoca e cieca dipendenza delle persone dalla medicina. Quest’ultima stabilisce che una certa categoria di persone è malata e così, conseguentemente, si espande sempre più il suo potere di condizionamento sociale.

[…] La burocrazia medica suddivide gli individui in: – quelli che possono guidare l’automobile, – quelli che possono assentarsi dal lavoro, – quelli che devono essere rinchiusi, – quelli che possono fare il soldato, – quelli che possono andare oltre frontiera, fare i cuochi o praticare la prostituzione, – quelli che non possono aspirare alla vicepresidenza degli Stati Uniti, – quelli che sono morti, – quelli che sono in grado di commettere delitto e – quelli che sono responsabili di averlo commesso[4].

La conclusione di questa corsa contro la libertà è che oramai il cittadino, finché non si prova che è sano, si presume che sia malato. Come “naturale” conseguenza di questo, i nomi della vita quotidiana appaiono sempre più depauperati della loro capacità di essere serbatoio di senso per dare significati a dolore e sofferenza, rendendo così dolore e sofferenza sempre più incomprensibili e sempre meno sopportabili.

Riccardo Liguori

NOTE

[1] Come ricorda Illich, pensando all’opera Zoologie und las neue Bild des Menschen di Adolf Portmann, l’uomo non possiede meccanismi evolutivi congeniti che lo guidano a un equilibrio. Infatti è solo grazie alla sua disponibilità creativa che il soggetto riesce a conferire al suo ambiente caratteri diversi da quelli ch’esso presenta per altre specie: lui solo, cioè, trasforma l’habitat in casa.
[2]Ivan Illich, Limits to medicine – Medical Nemesis: the expropiration of health, Marion Boyars, Londra, 1976; tr. it. a cura di Donato Barbone, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano, 2004, pag.157.
[3] Ivi, pag. 159.
[4] Ivan Illich, Nemesi medica, pag. 68.