Philosophy with the people in: filosofia e antropologia a confronto

Antropologia e filosofia sono molto più vicine alla vita quotidiana di quanto solitamente si pensi. Un confronto fra le due ci può aiutare a capire non solo in che modo esse toccano la nostra quotidianità, ma anche perché sono così importanti per il mondo di oggi.

Qual è dunque la differenza fra queste due discipline? E, soprattutto, vi è davvero una differenza? Anche solo a guardare la loro storia si direbbe di sì. Mentre la filosofia nasce agli albori della civiltà occidentale, assieme a quella che oggi chiameremmo “scienza” (si pensi ai fisiocratici come Talete, Anassimandro o Anassimene, e ancora di più ad Aristotele e al suo Liceo), l’antropologia si sviluppa nel corso dell’Ottocento, e quasi fin dall’inizio già come disciplina accademica. Difatti, Edward Burnett Tylor, colui che nel proprio Primitive Culture (1871) propose per primo la definizione scientifica del concetto di cultura, fu anche il primo ad occupare una cattedra di antropologia, nel 1896 all’Università di Oxford. Si potrebbe forse sostenere che l’antropologia sia in qualche modo derivata dalla filosofia, e in particolare dal pensiero illuminista, dal momento che le prime riflessioni sulle società cosiddette “primitive” (termine ormai desueto e totalmente non-scientifico) risalgono a intellettuali quali Hobbes, Locke e Rousseau. Va detto però che lo “stato di natura”, come lo concettualizzarono questi pensatori, consisteva più in un esperimento teorico che nella rappresentazione di una società umana davvero esistente. Esso costituiva infatti uno strumento metodologico attraverso cui analizzare quegli elementi che, secondo questi stessi filosofi, differenziavano la società moderna da un’ipotetica condizione originale (primitiva, naturale, appunto). Solo grazie all’emancipazione dallo “stato di natura” poteva infatti iniziare quel processo di civilizzazione, che avrebbe portato dalla condizione primitiva a quella moderna. Come si è detto, però, questa visione apparteneva a esponenti del pensiero illuminista, e in particolare ad alcuni filosofi settecenteschi.

Qual è stato dunque il passaggio che ha permesso all’antropologia di distinguersi dalla filosofia, imponendosi come disciplina a se stante? Quale il suo elemento caratteristico? Nel tentare di rispondere a queste domande, può essere utile rifarsi alla visione dell’antropologia di Tim Ingold. Considerato uno dei più influenti antropologi contemporanei, Ingold propone una definizione di antropologia incisiva e originale, criticata da alcuni suoi colleghi, ma comunque rappresentativa di un certo filone dell’antropologia attuale. In 0, egli definisce infatti l’antropologia come “philosophy with the people in” (“filosofia con le persone dentro”). Per capire il significato di questa affermazione, ritorniamo per un momento alle origini della disciplina. Si è detto come i primi pensatori ad affrontare la questione di una “scienza dell’essere umano” siano stati dei filosofi, intellettuali di alto profilo che indicarono diversi stadi dell’organizzazione della società umana. Questi sviluppi teorici si fondavano sì su racconti di viaggiatori – come ad esempio la descrizione dei cosiddetti “selvaggi” da parte degli esploratori del Nuovo Mondo – ma non erano mai il risultato di esperienze “sul campo”. Al contrario, è proprio questa osservazione diretta delle popolazioni indigene (più tardi denominata “osservazione partecipante”) a caratterizzare l’antropologia e ancor più l’etnografia, ovvero la pratica scrittoria ad essa connessa. Questa specificità si sviluppò solo a partire dalla fine dell’Ottocento e, in modo ancor più consistente, agli inizi del Novecento. È infatti in quel periodo che il colonialismo, in particolare quello britannico, rese possibile, assieme all’assoggettamento violento dei popoli colonizzati, la conoscenza diretta di questi ultimi da parte dei primi antropologi.

“Filosofia con le persone dentro”, dunque, significa proprio questo: lo sviluppo di teorie su vari aspetti del genere umano partendo proprio da coloro che lo compongono, ossia le persone in carne ed ossa con tutti i loro difetti, le loro ambizioni, i loro sogni. Secondo Ingold, è questo l’elemento che maggiormente distingue l’antropologia dalla filosofia: mentre i filosofi sono chini sui testi dei loro predecessori (spesso altri maschi, occidentali e ricchi), gli antropologi studiano e imparano direttamente dai comportamenti, dalle usanze e dai costumi di altri gruppi di individui, vivendo insieme a loro e condividendo le loro esperienze. Riprendendo il titolo del testo di Ingold, l’antropologia importa (it matters) perché permette di raccogliere la conoscenza, ma soprattutto la saggezza, delle molteplici culture che colorano il mondo. Essa non rappresenta più un mezzo per dividere costumi “primitivi” e “moderni”, ma uno strumento per la condivisione di saperi e pratiche, un modo per imparare dalla creatività del mondo.

Oggi, in un mondo surriscaldato dalle dinamiche della globalizzazione e dalla minaccia sempre più palpabile dei cambiamenti climatici, abbiamo ancora più bisogno di conoscere altri modi di abitare il pianeta. E questo è possibile solo grazie a una filosofia che viva tra la gente, che ascolti e parli, ma che, soprattutto, sia pronta a imparare.

 

Petra Codato

 

[Photo credit mauro mora via Unsplash]

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Filosofare con Game of Thrones: la guida di Tommaso Ariemma

Game of Thrones (targata HBO e andata in onda dal 2011 al 2019, in Italia su Sky) è una serie tv imbevuta di filosofia. Filosofia politica, ma anche sociale, o più semplicemente una filosofia sistematica sull’essere umano, sulla sua malvagità e pietà, sull’utilitarismo e sull’eterna lotta fra ragione e cieca emozione. A prescindere dal finale di serie, che ha generato polemiche che ancora non si sono placate, resta il fatto che Game of Thrones è stata rivoluzionaria, e non solo per la televisione. Lo è stata da un punto di vista culturale, è entrata nelle nostre vite e ci ha uniti in dibattiti, esortato a tifare, ci ha fatto piangere e arrabbiare.

Tutto questo Tommaso Ariemma, già autore di La filosofia spiegata con le serie tv (Mondadori, 2017) e La filosofia degli anni ’80 (Il Nuovo Melangolo, 2019), lo coglie alla perfezione nel suo ultimo libro, Game of Thrones. Imparare a stare al mondo con una serie tv (Il Nuovo Melangolo) uscito a novembre 2020. Scritto con la tecnica che lui stesso definisce la migliore in termini filosofici, ossia un misto di autobiografia e autofinzione, con una buona dose di (sempre parole sue) “immaginazione didattica” tra lui e i suoi studenti, che hanno il merito di avergli fatto scoprire la serie, il libro parla di questo enorme fenomeno mediatico da angolature insolite e inedite. Ariemma racconta la sua iniziale indifferenza nei confronti della serie (l’aveva iniziata ma non ne era rimasto colpito), per poi passare ad un vero e proprio attaccamento, quello che tutti i fan hanno provato. Un attaccamento ancestrale, che, come nota Ariemma, viene dal passato, dalla tradizione orale, da quei canti (non a caso la serie è tratta dalla saga letteraria di George R.R. Martin, intitolata A Song of Ice and Fire) dal sapore epico, dove la morte è centrale. Morti ingiuste, morti calcolate, morti machiavelliche: Ariemma nota quanto sia presente, nella serie, la filosofia di Machiavelli. La raffigurazione del potere, un potere cieco che vede e sente (e vuole) solo se stesso, proprio come Cersei Lannister sa bene. Un potere che si costruisce dietro le quinte, tramando e tradendo, come fanno Ditocorto alias Petyr Baelish e Lord Varys. Ma anche un potere arguto, tutto intellettuale: come quello incarnato da Tyrion Lannister, il nano, il mezzo-uomo che combatte con la saggezza acquisita dai libri.

Game of Thrones ha dato ad Ariemma lo spunto per una didattica diversa (finalmente!), che si serve delle serie tv per arrivare alle menti degli studenti e delle studentesse delle scuole superiori. Perché le serie tv sono per davvero “il mezzo del futuro”, un futuro che è già qui, in cui le guerre sono tante e su vari livelli, in cui il clima ci si rivolta contro, un futuro fatto di alte barriere di ghiaccio, che non si possono, però, nemmeno buttare giù a suon di fiamme. Perché il fuoco e il ghiaccio sono due estremi che in Game of Thrones portano alla morte, ma la vita sta sempre nel mezzo. Magari in una delle tante storie di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, narrate per dissipare quel caos in cui ci troviamo, come ricorda Ariemma citando il celebre dialogo tra lord Varys e Ditocorto: “Il caos è una scala” dice quest’ultimo. Un caos che non ci resta che salire: solo così possiamo abitare davvero il mondo, cercando di capirlo attraverso i tanti racconti, di finzione e non. E se saliamo, non è per ergerci sopra a quel caos, ma semplicemente per goderci meglio il suo panorama.

Per i fan di Game of Thrones il libro di Ariemma sarà una piacevole compagnia e una valida guida. Per affrontare anche le nostre sfide quotidiane — perché non è necessario essere i personaggi di una saga fantasy per ritrovarsi a combattere draghi o pericolosi non-morti: anche i professori di filosofia hanno le loro battaglie da combattere. Ma se ci sono le armi giuste, ossia la filosofia e le serie tv, allora si è in buone mani.

 

Francesca Plesnizer

 

[Photo credit Tommaso Ariemma]

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Individuo e collettività: storia e geografia di un ideale filosofico di vita

Oriente e Occidente sono una grande dicotomia. Al di là della geografia, una profonda faglia culturale li divide da migliaia di anni, a dispetto di alcune recenti tendenze omologanti che hanno perturbato il primo su imitazione del secondo. Nella Cina moderna, così come in Giappone, tanto per citare due paesi orientali competitivi in fatto di modernità, le persone si vestono perlopiù come noi occidentali. Bramano oggetti tecnologici e assecondano smanie consumistiche tanto quanto noi. Eppure, sul piano sociale una grossa differenza permane e per capirla occorre dare una rapida occhiata al momento forse più cruciale della separazione dei destini tra Oriente e Occidente: l’ascesa a potenza della Grecia e l’avvento della filosofia.

Insomma, un balzo di oltre 24 secoli che ci riporta a quando le gloriose gesta delle flotte navali delle città greche, numericamente inferiori ma unite nella causa comune contro lo straniero invasore, sconfissero, con perizia e fortuna, i Persiani.
Come afferma il saggista italo americano Federico Rampini1, la vittoria sui quei barbari plasmò l’immagine che i Greci ebbero di loro stessi nei confronti del mondo. La potenza avversaria era immensa, sostenuta da un dominio dispotico e compatto, a dispetto della Grecia, dove le città-stato erano gelose della propria autonomia ma libere di associarsi nel reciproco interesse.
E nel V secolo, mentre i Persiani perdevano, Socrate spargeva ad Atene i semi della filosofia, quella disciplina che, a differenza di tutto il sapere precedente, affidò poi alla scrittura la sua contagiosa potenza raziocinante.

La ragione come faro e la perenne lotta contro la natura per arginare il suo potere terrificante, sono la forza propulsiva dell’Occidente, con la sua attitudine predatoria, antagonista del caos e delle forze ctonie della Terra. La filosofia e la scienza diventano per l’Occidente le forme di sapere funzionali al potere, che attraverso l’uso disciplinato della ragione cercano di mettere in scacco le forze brute della natura, sancendo la divisione tra bene e male, civile e barbarico, dominio e sottomissione. L’emancipazione dall’animalità attraverso il sapere rappresenta la concreta possibilità che gli individui hanno di riscattarsi dall’essere meri funzionari della specie. La conoscenza illumina la via della libertà come promontorio accessibile all’individuo in virtù delle sue singolari qualità razionali. Nietzsche definisce questo percorso attraverso il concetto di apollineo. Apollo è l’immagine divina del principio di individuazione2. L’apollineo è la concretezza della persona occidentale, la sua emergenza, il suo possesso di libertà, diritti e massima espressione. L’individualismo di massa, per contro, è certamente il suo peccato originale.

E in questi due millenni e mezzo l’Oriente cos’è diventato?
La differenza cruciale, a noi più visibile in un momento in cui la nostra forza come massa appare insignificante di fronte all’urgenza di fare comunità e unirsi nella prudenza, è proprio la capacità stessa di sentirci collettività. Mentre qui a ovest scolpivamo i concetti di persona, coscienza, diritti e libertà, a est le culture religiose celavano il segreto dell’individualità cullandosi nella contemplazione del cosmo, nelle discipline custodi di potenze interagenti, complementari, negli equilibri con la natura, nel potere del silenzio e della meditazione. Non solo, oggi possiamo vedere come i governi più autoritari, forgiati da decenni di ideologie comuniste indubbiamente avverse all’individualità, possono contare su popolazioni educate al culto della collettività, la quale può anche schiacciare l’individuo e calpestarne certi diritti. Una volontà paternalistica decide tutto dall’alto, chiedendo obbedienza assoluta.

Dove non ci sono governi autoritari troviamo comunque democrazie compatte sul concetto di comunità, abituate dalla religione, come il confucianesimo, all’importanza della disciplina e della collettività. Chiaramente ci sono effetti collaterali anche qui: il potere dell’individuo di erigersi sopra gli altri si scontra su un soffitto neanche troppo di cristallo. Il limite è posto, in un caso, dal timore di leggi pericolose per la libertà e l’incolumità degli individui (come in Cina), nell’altro dallo stigma sociale che riceve chi si discosta dai modelli culturali imperanti – come in Giappone, dove la tutela dei diritti umani incontra ancora difficoltà in ambito di parità di genere, minoranza etniche, omosessualità e non solo.

Le religioni orientali offrono spunti di armonia preziosa per entrambi i mondi: lo Yin e lo Yang del buddismo, ad esempio, ci ricordano che maschile e femminile sono potenze interagenti, ma anche che l’apollineo non può celare il dionisiaco (il suo antagonista) troppo a lungo, poiché esso contiene le forze dirompenti della terra, la sua pretesa assoluta di dare la vita e poi riprendersela: l’eterno limite all’individualità tanto bramata da noi occidentali, insomma.
I diritti dell’individualità rimangono sacri, ma in un momento storico come questo, qui a ovest manca drammaticamente un senso di comunità e il culto sfrenato dell’individualismo non ci è di aiuto ora a tutelare il benessere collettivo.

 

Pamela Boldrin
NOTE:
1- Cfr. F. Rampini, Oriente e Occidente. Massa e individuo. Einaudi, 2020.
2- Cfr. F. Nietzsche, La nascita della tragedia, opera del 1872.

(Immagine di copertina proveniente da Pixabay)

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Scoprire e ritrarre: il soggetto esposto e problematizzato

Di recente ho letto il romanzo Il ritratto di Ilaria Bernardini, uscito a gennaio di quest’anno per Mondadori. Un’opera notevole, che scava all’interno dei personaggi e trasporta il lettore nei loro mondi, passati e presenti, nelle loro paure e nei loro desideri. Un romanzo che narra soprattutto il desiderio di essere visti, scoperti, riconosciuti – tramite un ritratto, appunto.
La protagonista è Valeria, scrittrice di mezza età legata, da ben venticinque anni, a un uomo sposato, Martìn, ricco imprenditore. Quando la radio informa Valeria che il suo grande amore è finito in coma e si trova a casa sua a Londra, con moglie e figli, la scrittrice fa l’impensabile. Per stargli vicina chiede a sua moglie, Isla, famosa pittrice, di farle un ritratto. Un’occasione pericolosa, piena di tensione, che le permette di incontrare la donna con la quale ha segretamente condiviso un uomo per tutti quegli anni. Isla sa di lei? Come si comporterà? Il romanzo, però, non è incentrato solo su questo torbido intrigo.
Il ritratto che la moglie fa all’amante porta a galla la vera Valeria, piena di contraddizioni, rea d’aver commesso atti vergognosi ma anche pieni d’amore.

Valeria ha un passato lastricato di dolore, lutto, abbandono. A cinquantacinque anni avverte e assiste al cambiamento del suo corpo, che cerca di curare con l’esercizio fisico e che fatica a vedere riflesso nello specchio. La sua vita l’ha data quasi tutta a Martìn e alla scrittura. E adesso, tesa nella paura di perdere per sempre quell’amore, Valeria esplora inconsapevolmente il suo bisogno d’essere guardata.
Isla la ritrae su tela osservandola attentamente e scrupolosamente durante alcune intense sessioni giornaliere. Guardandola, ella dà corpo e consistenza a Valeria, convalida in qualche modo la sua presenza nella sua vita e in quella dei suoi figli, persino in quella del marito, in stato comatoso al piano di sopra. Isla si accorge che Valeria, immobile e seduta, nell’atto di posare, si mostra per quella che è, mostra le sue tante sfaccettature pur restando ferma e credendo (più che altro sperando) di essere imperscrutabile. Ma l’artista coglie sempre il vero nocciolo della personalità di chi ritrae, la svela, per trasferirla sulla tela. È un processo non solo artistico, ma anche psicologico, persino spirituale. Un processo totalizzante, sfinente sia per chi dipinge che per il soggetto che viene ritratto.

Il filosofo Jean-Luc Nancy, nel suo Ego sum (Bompiani, 2008) parla della scelta di Cartesio di pubblicare anonimamente il suo Discorso sul metodo. Cartesio mostra al pubblico la sua filosofia come fosse un quadro dall’autore sconosciuto e resta dissimulato dietro a esso in ascolto, per capire che ne diranno gli altri. Cartesio si fa voyeur esponendo il suo pensiero e Nancy ci ricorda che il voyeur è sempre un esibizionista. Anche Valeria si esibisce, ne ha bisogno; è lei stessa a pensare che «a vent’anni voleva essere invisibile. Ora voleva essere vista». Giunta alla mezza età, arriva il momento per lei di mettersi in mostra: a Isla, per farsi ritrarre, ma anche e soprattutto a se stessa, per scoprirsi e (ri)darsi un senso, proprio attraverso gli occhi della sua antagonista. In questo caso Isla non è solo la ritrattista ma è anche la sua spettatrice più importante. Anche se potrebbe sembrare che la pericolosa scelta di Valeria di recarsi in quella casa sia legata solo al suo desiderio di stare vicina a Martìn, in realtà leggendo il romanzo emerge potentemente la sua volontà di esporsi per concretizzarsi e rispondere a tante domande che, nella sua vita, sono sempre rimaste senza risposta, almeno fino a quel momento.

«Il soggetto esposto» scrive Nancy in Ego sum «mette contemporaneamente in gioco il guadagno della sua sostanza e la perdita della sua identità». Posando per quel ritratto Valeria perde la sua identità di amante, non solo a livello fittizio in quanto non può e non deve confessare a Isla chi in realtà è, ma anche a un livello personale e profondo. Valeria è sempre e solo stata un’amante e una scrittrice di successo? No, è stata ed è tante altre persone, tanti altri volti che si susseguono uno dopo l’altro mentre posa immobile, acquistando, forse per la prima volta, la sua vera sostanza.
Ma pure Isla è lì per scoprire qualcosa: come afferma Nancy, «l’autore nascosto dietro il quadro […] è lì per vedere». Vedere Valeria, l’altra donna, e attraverso lei vedere anche Martìn, la loro vita insieme e quella di lui con la sua amante. E, in ultima analisi, vedere più chiaramente anche se stessa.
Il ritratto è un romanzo estremamente filosofico e labirintico, strutturato come un puzzle capace di allenare non solo la mente ma anche e soprattutto il cuore, problematizzando il concetto stesso di identità e di accettazione di sé. Un po’ come una seduta psicoanalitica, anche per lo stesso lettore.

 

Francesca Plesnizer

 

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La scuola dimenticata: una vera tragedia italiana

Per rilevare la temperatura che indichi lo stato di benessere o malessere di un paese non sempre è sufficiente servirsi dei termometri del mercato e della finanza che si basano sui dati del PIL, sul volume degli acquisti e sull’indice dei consumi. Talvolta, sarebbe più interessante muovere da indicatori di natura culturale. Il primo e più importante riferimento in questo senso è lo stato dell’arte della scuola. Teoricamente la prima e più importante istituzione di un paese che ambisce a definirsi democratico. In Italia, di fatto, la più marginalizzata. Lo stato di malessere della scuola italiana non è certamente una patologia acuta, recente. Il cancro che la paralizza è un male cronico che si trascina da moltissimo tempo. Venti, forse trent’anni, nei quali il paziente che più di tutti dovrebbe essere stato accudito e curato è stato invece completamente dimenticato e fiaccato da riforme esito di incompetenza e incapacità di lungimiranza. Il messaggio che emerge, da diverso tempo a questa parte, è quello di una scuola che non conta più nulla.

Non considerata dai politici e dal legislatore, finisce per perdere di valore e riconoscimento nei più diversi strati sociali. L’edilizia scolastica pressoché stagnante ci regala edifici vetusti e in molti frangenti fatiscenti. Gli insegnanti – un tempo professione ampiamente riconosciuta e rispettata – sono umiliati e frustrati per remunerazioni inadeguate e per l’impossibilità di accedere in maniera chiara e lineare al loro ruolo, spendendo le proprie competenze e capitalizzando i sacrifici economici e di studio di una parte considerevole della loro vita. I rilevamenti statistici ritraggono un crescente abbandono scolastico e un sensibile calo nelle iscrizioni alle più diverse facoltà universitarie. Non v’è da stupirsi. Il tutto è la logica conseguenza di una mala gestione dell’intero apparato dell’istruzione e della formazione che ha segnato la propria rovina anni addietro e, diabolicamente, continua a perseverare con riforme pasticciate e interventi più propagandistici che funzionali. In un siffatto scenario, dove gli insegnanti si trovano a lavorare sempre più spesso in un contesto precario, umiliante e decadente, gli studenti appaiono sempre più svogliati e demotivati. Fra questi, i più fragili sono quelli che ne pagano il prezzo più alto. Tutto questo è il riflesso di un discorso sociale e politico che, bistrattando la scuola da decenni, misconosce il valore imprescindibile dell’educazione e della cultura. È l’esito, infausto, di una comunicazione di massa che premia veline, soubrette, calciatori, influencer e youtuber, piuttosto che valorizzare, remunerare adeguatamente e così riconoscere coloro che con dedizione e sacrificio hanno dedicato e magari, eroicamente (sic!) continuano a dedicare la loro vita allo studio e alla ricerca, non tanto per loro esclusivo interesse personale, ma in vista dell’interesse collettivo.

La scuola presenta lesioni profonde, decisamente preoccupanti, in tutto il suo immenso e articolato corpo. Viene da chiedersi quale possa essere non solo il presente ma piuttosto il destino di un corpo così malato. Che ne può essere di una istituzione alla quale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, sono stati appesi legacci burocratici soffocanti e limitanti il suo movimento e le sue espressioni? Che ne è di un corpo al quale sono state cinicamente tagliate le risorse? Forse, se non è già morta, la scuola sopravvive, tira a campare. Se l’attenzione nei confronti dell’istruzione emerge solo per opportunismo propagandistico nelle stagioni elettorali e, una volta girato l’angolo dei seggi, ci se ne dimentica, allora il messaggio è chiaro: non curarsi seriamente dell’istituzione scolastica significa che i governanti non credono nell’importanza della cultura che, principalmente a scuola, deve essere trasmessa, incentivata e difesa.

I motivi per argomentare in favore dell’importanza di un’istituzione scolastica che funzioni al meglio sono molteplici e molti affondano le proprie radici nelle straordinarie civiltà che ci hanno preceduti, quella ellenistica su tutte, e ai periodi storici, l’Umanesimo e il Rinascimento in particolare, che hanno inondato di cultura, genialità, innovazione, pensiero e bellezza soprattutto il nostro bel Paese. Senza scomodare ulteriormente questi presupposti e ricollocandoci nel presente dobbiamo sottolineare, privi di ogni retorica, che dalla scuola passa il futuro del Paese poiché ragazzi e ragazze saranno uomini e donne che avranno a loro volta la responsabilità adulta di operare scelte individuali e collettive tese al bene comune, nella direzione dell’interesse, della crescita e della promozione umana. In un mondo che cambia repentinamente, la scuola è necessaria per fornire competenze che permettano di orientarsi nella complessità della conoscenza e dell’informazione. In una civiltà che sembra sgretolarsi sotto i colpi dell’assenza di etica è ancora una volta essenziale la scuola che, a partire dalle fondamenta poste dalle famiglie, educhi ai principi primi del rispetto sacro della vita dell’altro nella sua unicità e irripetibilità e al valore della conoscenza. Una scuola che, proprio in una società assuefatta di informazioni e verità a buon mercato, educhi all’esercizio del pensiero critico, che diviene esercizio di libertà interiore che si riverbera anche nelle scelte esteriori.

Trascurare la scuola significa cedere il passo ad un abissale vuoto culturale. Lo aveva denunciato con lucidità Pier Paolo Pasolini, ormai quarantacinque anni or sono, riflettendo sul fenomeno dilagante della droga consumata dai giovani e intuendo quanto essa fosse un vero e proprio surrogato della cultura1. Il vuoto lascia spazio alla disgregazione, alla distruzione, alla pulsione di morte. Gli esiti sono infausti e disfunzionali per il singolo e per la collettività. È il crepuscolo di una nazione.

Se vogliamo tutelare il presente del nostro paese e il suo futuro dobbiamo iniziare occupandoci della formazione culturale dei più giovani e questo può avverarsi in primis attraverso la scuola, agenzia culturale ed educativa per eccellenza. Istituzione che preserva l’incontro umano, le relazioni, l’importanza del libro, della lettura e dello studio per l’apertura di nuovi mondi e più ampi orizzonti, nonché l’abitudine al pensiero autonomo. Per questi e molti altri motivi, non dobbiamo forse salvaguardare la scuola, ridonarle l’attenzione che merita se vogliamo tutelare la nostra civiltà aiutandola a progredire, anziché rimanere spettatori inermi dinanzi alla regressione antropologica tragicamente testimoniata dalle cronache quotidiane?

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr., P. P. PASOLINI, La droga: una vera tragedia italiana. In Lettere luterane, Garzanti, Milano, 2009, pp. 97-104.

 

[Photo credit Ben White su unsplash.com]

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L’uomo etico di Philip Roth: scelta e predestinazione

Philip Roth è morto più di due anni fa, lasciando un vuoto che può essere colmato solo dalla lettura e dalla rilettura delle sue opere. Tra queste spicca Pastorale americana, uscito nel 1997, primo romanzo della Trilogia di Zuckerman. È infatti l’alter ego letterario di Roth, lo scrittore Nathan Zuckerman, a narrare la storia del protagonista di Pastorale americana, Seymour Levov detto lo Svedese per via dei capelli biondi e dei tratti nordici.

Lo Svedese era stato, per Zuckerman e non solo, un mito: l’aureo ragazzo perfetto ammirato da tutti, il giocatore di basket acclamato, affascinante e svedese nell’aspetto e nei modi. La fortuna aveva continuato a sorridergli anche dopo il liceo: Levov aveva preso con successo le redini della fabbrica di guanti di suo padre e sposato una reginetta di bellezza. I due avevano avuto una figlia, Merry, che sarebbe diventata la ragione della sua rovina.

Nel corso di tutto il romanzo lo Svedese si domanda che cosa ha sbagliato con sua figlia. Cosa ha fatto per farla diventare la terrorista che a sedici anni ha costruito una bomba e fatto saltare in aria un piccolo ufficio postale nel New Jersey, alle 6 del mattino, ammazzando un uomo che si trovava lì a imbucare delle lettere?

Di primo acchito lo Svedese può ricordare l’uomo etico descritto dal filosofo danese Søren Kierkegaard: marito e padre modello, dedito al lavoro e ai doveri morali, sempre attento a inseguire la scelta più eticamente corretta. Ma scavando a fondo si scopre che invece egli, in un’occasione che si rivelerà la più fondamentale, è stato incapace di scegliere. Scrive Kierkegaard all’inizio di Aut-aut, che vi sono individui «alla cui personalità manca l’energia per poter dire con pathos: o questo, o quello». Quel vigore è proprio ciò che manca allo Svedese quando Merry inizia a inveire contro i politici guerrafondai che inneggiano alla guerra in Vietnam alla televisione, quando comincia a crescere in lei il seme del terrorismo. È qui che assistiamo alla mancata scelta dello Svedese, la più fatale: egli non s’impone, non impedisce a sua figlia di commettere errori, anzi l’ascolta, parla con lei, cerca di farla ragionare, la rispetta. Ma la battaglia contro la guerra in Vietnam non è la battaglia di Merry, è solo una copertura: lei lotta contro suo padre, contro la sua essenza, la sua “svedesità”. Combatte la pastorale americana fatta di perbenismo, che nasconde un marcio che in fondo non ha nulla di eccezionale, quel marcio che, secondo Roth, conduce a ciò che di disdicevole e ipocrita c’è nella vita di tutti noi.

Ma cos’ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?

Così si conclude il romanzo. Una chiusura che è apertura, poiché apre al domandare.

Quali sono le colpe dello Svedese? È un buonista che non vuole nuocere a nessuno e per questo non si schiera mai. Levov pare tutto apparenza, ma la sua profondità celata rompe gli argini alla fine del romanzo. Roth riesce nell’impresa di rendere monumentale un uomo comune: lo fa scavando in lui, alla scoperta delle sue stonature, delle sue debolezze, dei suoi atti non “svedesiani”. Il presunto uomo etico kierkegaardiano aveva perso le staffe, in passato, con la piccola Merry, arrivando a prendere in giro la sua balbuzie. E per porre rimedio a questo suo errore, egli aveva dato un bacio sulle labbra a Merry, di ritorno da una giornata padre-figlia. Un bacio innocente e paterno, su questo non v’è dubbio, che assecondava la normale cotta edipica che la bimba aveva per il suo papà. La piccola gli aveva chiesto di baciarla come avrebbe baciato la sua mamma e lui l’aveva accontentata – per poi tormentarsi, anni dopo, domandandosi se era stato quello a creare in Merry una crepa che aveva fatto penetrare il male.

Leggendo Pastorale americana ci si domanda di continuo, in un dolce supplizio che tiene incollati alla pagina, se la colpa sia dello Svedese.
No, non è mai stata colpa sua. Forse nel suo destino risuona un’eco di predestinazione di matrice luterana per cui nessuna opera può graziare chi Dio ha deciso di non salvare.
Oppure sì, la colpa è sempre stata sua, perché Merry andava aiutata in modo diverso. Bisognava redarguirla, recuperarla, richiamarla a se stessa, cose che lo Svedese non ha mai saputo fare proprio per paura di sbagliare.
Roth ci fa compiere un esercizio di scomodità e ci fa comprendere che l’uomo resta un interrogativo aperto, un dubbio che si mangia iperbolicamente tutto, mentre viene sospinto (o si spinge) da un evento all’altro.

 

Francesca Plesnizer

 

[Photo credit unsplash.com]

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Rileggere Platone ai tempi del Covid-19: il mito del carro alato

La nostra vita quotidiana ci pare una fantasiosa trama da film post-apocalittico: strade deserte, tutti chiusi in casa, persone che lottano per sopravvivere, governi che a colpi di decreti cercano di contenere il contagio di un virus nuovo, sconosciuto. La paura serpeggia: paura della vicinanza, perché sappiamo che per proteggerci vicendevolmente dobbiamo stare a distanza, non abbracciare chi amiamo, non andare a trovare i nostri genitori, parenti e amici. Ci preoccupa il nostro futuro, che pare nebuloso, lontano, e quando una sua vaga sembianza ci si avvicina, vediamo in esso crisi economiche, abitudini sociali mutate, scenari tutt’altro che rassicuranti.
Vivere a questo modo, sarebbe superfluo dirlo, logora, abbatte, annienta. Non possiamo permettere che la paura che sentiamo nelle nostre pance, nei nostri petti e nelle nostre menti sature di informazioni, abbia il sopravvento.

Che fare? Personalmente, ciò che ogni giorno mi sta salvando (oltre alla cura e all’amore dei miei cari, vicini o lontani che siano, ma sempre presenti in me) è la cultura. In ogni sua forma. Il cinema, potente e liberatorio anche se visto dallo schermo della televisione o del tablet; la letteratura, classica o contemporanea; i fumetti, che riescono a portarmi via, in un altrove pieno di cose da scoprire; la musica, a volte commovente e malinconica (del resto, la tristezza va anche esperita, mai negata), altre volte divertente e spensierata.

Ma io sono un’insegnante di filosofia e storia, e in queste settimane c’è una lezione, che occupa la mia mente e non se ne va. Una lezione che ho fatto a una delle mie classi prima dell’evento Coronavirus, quando ero fisicamente con loro, in classe, vedevo i loro sguardi e rispondevo alle loro domande, senza alcuna distanza fisica, è la lezione platonica contenuta nel mito del carro alato che troviamo nel Fedro. La riassumo brevemente, per chi non se la ricordasse o non la conoscesse: c’è un carro guidato da un auriga, che si trova in grossa difficoltà poiché dovrebbe condurre il carro verso la retta via (che per Platone è il mondo trascendente, il perfetto e immutabile Iperuranio), ma non ci riesce. A rendere arduo il suo compito è uno dei due cavalli che trainano il mezzo. Come in tutte le storie, c’è un cavallo buono, bianco e gradevole alla vista, facile da portare; e poi c’è il suo antagonista: un cavallo dal manto nero, massiccio e un po’ storto, terribilmente recalcitrante, praticamente impossibile da domare. Per comprendere questo mito e il suo significato, è necessario spiegare chi è chi: il carro è l’uomo, l’auriga è la ragione, il destriero scuro e cattivo è l’anima concupiscibile, ossia gli istinti, le emozioni straripanti e fuorvianti, e, infine, il cavallo bianco è l’anima irascibile, che per Platone rappresenta coraggio ed eroismo. Il mito vuole rappresentare l’eterna e instancabile lotta che l’essere umano è chiamato a combattere, che tutti noi, in questi giorni bui, siamo costretti a combattere: la lotta tra quelle emozioni cupe e bestiali a cui diamo il nome di angoscia, terrore, ansia, e tra il coraggio della ragione. Noi non siamo solo quel carro alato, siamo anche quell’auriga in palese difficoltà, siamo noi che dobbiamo condurci verso la retta via. Che non è l’Iperuranio platonico. La retta via è la strada per la serenità di corpo e anima, la strada della nostra ragione, che non dobbiamo mai perdere di vista. Solo lei può aiutarci, portarci in alto dove c’è più luce, più speranza, dove possiamo intraprendere tutti un percorso che porta alla conoscenza – intesa, direi, come il lume dell’età illuminista.

Penso tanto a tutto questo, alla bellezza del mestiere che svolgo, alla potenza che non solo la filosofia, ma la cultura tutta, ha. Perché ci eleva, ci solleva, ci salva, riportandoci alla ragione e permettendoci di domare quel cavallo nero, denso di emozioni negative, che tuttavia fa parte di noi.

 

Francesca Plesnizer

 

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Riflessione sull’importanza di educare al dolore

In principio era il thauma, e chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la filosofia classica di certo non esiterebbe a chiamare in causa l’Aristotele della Metafisica ed il Socrate platonico del Teeteto. A detta di questi, stando alla fortunata interpretazione severiniana, la filosofia, l’arte del pensiero nascerebbe dal “terrore” dell’uomo per l’asprezza di un’esistenza instancabilmente minacciata da dolore, tormento e sofferenza, scaturirebbe dalla presa di coscienza della propria miseria dinanzi ad una realtà instabile e sconosciuta, dei propri limiti e delle proprie debolezze (se anche non si condividesse la posizione di Severino, chi mai potrebbe negare che la “meraviglia”, termine con cui tradizionalmente viene tradotto thauma, sottende un profondo e velato senso d’angoscia?). L’io indeterminato dei primi uomini, allo scontro con un mondo in apparenza ostile, viene così spronato all’autenticazione del sé e alla comprensione dei rapporti con l’altro e la natura, intrecciando dialoghi di reciproco coinvolgimento.

Ora, uscendo dalle semplicistiche categorizzazioni delle scienze, non si converrebbe con difficoltà che quelle “protofilosofie” originarie che, nella forma del mito, del rito, delle narrazioni visive o musicali, contenevano in nuce le prime forme di pensiero filosofico e che in forza di questo avevano permesso all’uomo di raggiungere un certo grado di autocoscienza derivano dalla sopraddetta inquietudine. Le pitture rupestri di Lascaux o Altamira, le vicende di dèi e semidei della letteratura cosmogonica, raccolte nell’atmosfera unificante e sacrale delle celebrazioni religiose, ordinarono un repertorio di immagini e racconti che descrivevano i profili degli enti della realtà, il senso divino del loro mutamento, i comportamenti da seguire per garantire la sopravvivenza del singolo e della comunità, anch’essa sorta come risposta all’orrorequell’orror» leopardiano «che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena»). È dunque l’intera umanità che costruisce se stessa sulle fondamenta del thauma originario, e che in questa sua violenta nascita ravvisa il senso prettamente umano della propria miseria.

Che dire, a questo punto, dell’atteggiamento dell’uomo contemporaneo? Il diffuso consumo di droghe, fumo, alcol, psicofarmaci, la passiva fruizione di un flusso continuo di informazioni mediali e quella sorta di “trasumanar” odierno nel virtuale dei social network e delle realtà aumentate farebbero pensare ad un desiderio comunemente condiviso di seguire facili scorciatoie per fuggire il malessere esistenziale che è connaturato all’esistenza umana. Sono questi surrogati della salvezza un tempo promessa dagli idoli, immediati dispensatori di apparenti e inautentiche felicità non più assunti nel limite di norme morali o in specifici contesti situazionali (siano essi legati al campo medico o religioso come nel passato), ma abusati per soddisfare il solo bisogno di piacere imposto dall’odierna società edonista.

Che si tratti di mollezza o vigliaccheria o di una qualsiasi altra forma di vizio dell’animo non conta: sono anche queste pur sempre debolezze dell’uomo. Quel che non è tollerabile è la generale accondiscendenza ad una disumanizzazione di massa che vede la propria causa scatenante nell’incapacità di affrontare il thauma e nel non volerlo trattare con serietà e con strumenti adeguati. Educare al dolore, alla fragilità dell’essere uomo, forse altro motivo di vergogna nell’età della salda perfezione delle apparenze, non sarà allora anacronistico, ma più che mai necessario per un vivere autentico e cosciente che impedisca che il mondo e la storia accadano nell’indifferenza di tutti.

Già abbiamo a nostra disposizione un immenso inventario di armamenti: ogni opera d’arte, come quelle dei primordi, racchiudendo in sé una piccola parte dell’esperienza umana del mondo, propone modelli e anti-modelli per la gestione delle pratiche di vita. È però bene che il cadetto inesperto, per evitare che faccia cattivo uso del suo corredo militare, sia seguito passo passo da chi negli anni ha formato le proprie competenze maneggiando giustappunto quest’arsenale culturale. Saranno allora critici, divulgatori e, ancor di più, insegnanti ad essere chiamati come guide di questo progetto, e saranno i loro ruoli a dover essere, in questo senso, rivalutati e valorizzati dall’opinione pubblica. Vedere in essi dei semplici dispensatori di informazioni, attività che ormai, nell’era di Internet, puzza di obsolescenza, vale a preconizzarne la scomparsa, mentre negare la loro funzione educativa nell’affrontare le fragilità umane vanifica le tante discese agli inferi che, come quella dantesca, suggeriscono un inevitabile attraversamento del thauma per poter infine rinascere a nuova luce. «L’uomo è un apprendista, il dolore il suo maestro», ricorda Musset, e i funzionari della cultura, dopotutto, non sono che i loro mediatori.

 

Beatrice Magoga

 

Beatrice Magoga, opitergina della classe 1999, è iscritta alla facoltà di lettere e al conservatorio di Bologna. Ha partecipato come membro a rotazione della giuria della III edizione del concorso di poesia “Mario Bernardi” di Oderzo e ha collaborato come articolista con L’Azione Gazzetta filosofica.

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Riscoprire il valore del libro e della lettura

Il dominio della virtualità e la digitalizzazione crescente hanno marginalizzato il libro, sostituendo il tempo, lento e paziente della lettura con la bulimia di informazione che passa attraverso social media e social network. I flussi inarrestabili e ingovernabili di informazioni stanno operando una metamorfosi antropologica che può essere sintetizzata come un passaggio da homo cogitans a homo videns, laddove il vedere non è più preceduto né seguito dall’esercizio del pensiero autonomo. Questo lo si riscontra quotidianamente: la compagnia del libro e l’esercizio della lettura hanno lasciato spazio allo scroll, allo scorrere delle dita su smartphone e tablet. I capi sono chini, non più su un libro, ma sui prolungamenti bionici delle nostre braccia, che ormai vicariano perfino le nostre menti.

Il libro e la sua fruizione sembrano non poter competere con la rapidità e il dinamismo che contraddistinguono la civiltà tecnologica. L’incanto del libro sembra svanito. Alla lettura si preferisce il consumo di video, immagini, notizie flash costituite solo da titoli ad effetto e prive di contenuti. La pratica consumistica, a servizio di una società che ci preferisce fruitori compulsivi, piuttosto che esseri pensanti, catalizza la nostra attenzione, impoverendola di ogni riflessione e mediazione operata dall’intelletto, chiudendo gli orizzonti e ogni prospettiva ulteriore rispetto al pensiero dominante. Come dimostrano i più recenti studi1, questo conduce inevitabilmente a un impoverimento delle facoltà intellettive con perdita di equilibrio interiore, saggezza e una drastica riduzione del pensiero critico.

I libri e il loro significato sembrano entità museali, relitti affondati negli abissi del mare. Il libro, tuttavia, ha la forza sorprendente di creare incrinature rispetto all’omologazione e al conformismo dominanti, di introdurre discontinuità nello status quo. Non è forse questo che vuole mostrarci l’artista Jorge Mendez Blake, inserendo proprio un libro alla base di un muro di mattoni nell’opera ribattezzata per l’appunto L’impatto del libro (2007)? Simbolicamente, l’artista intende comunicare che, seppur in maniera minima, il libro genera un cambiamento, un’impercettibile breccia all’interno di un muro apparentemente statico.

Il libro e la sua lettura generano in chi legge delle fenditure che minano la stagnazione del pensiero, che sovvertono le idee fisse, generando riflessioni nuove, favorendo la conoscenza di prospettive diverse, incoraggiando la costruzione di un pensiero laterale e critico rispetto all’omologazione della società ipermoderna. Il libro sta alla persona e alla realtà, come quel volume installato da Blake sta al muro. Una modificazione in apparenza irrilevante eppure capace di interrompere la continuità lineare del muro e di creare un lievissimo dislivello che, altrimenti, non vi sarebbe. Il libro apre una fessura sulla realtà esterna, ci invita ad abbandonare ogni rigido schematismo, a cambiare punto di vista sul mondo e sulla narrazione che di esso ci viene quotidianamente proposta e imposta.

Il libro può riportarci inoltre in contatto con la nostra interiorità stimolando il colloquio interminabile con noi stessi, aiutandoci talvolta a trasformare le nostre ferite in feritoie attraverso le quali far passare la luce di un nuovo inizio, di una nuova opportunità di consapevolezza e di senso. Il libro apre finestre sul mondo e su noi stessi. Oltre ogni confine, il libro invita ad abbandonare pregiudizi figli di una nefasta povertà educativa e culturale.

Il libro è sempre incontro con il diverso, con qualcosa di altro. In questo senso nutrirsi attraverso un libro significa relazionarsi con l’alterità, dapprima la propria, quella che ci abita e che talvolta affiora in maniera perturbante e in un secondo momento con quella dell’altro, simbolicamente rappresentata dal libro. A questo si aggiunge il fatto che il libro è sempre e ulteriormente apertura ad altro. Infatti, lungi dall’esaurire la conoscenza e la ricerca, il libro le stimola, suggerendo l’accesso ad altri testi, pertanto a nuovi orizzonti e nuove prospettive. Proprio in questo senso il libro è un potente antidoto contro ogni idea, pensiero, volontà che voglia proporsi come definitiva, restringendo le possibilità di una riflessione altra, differente.

Per questo, come non pensare al fatto che una delle prime mosse di ogni regime dittatoriale è quella di prendere il controllo e attivare la censura sui libri e su coloro che li scrivono, proibendone l’accesso, mettendoli all’indice o addirittura eliminandoli? Questo delirio è necessario ad ogni forma di governo autoritario al fine di favorire l’instaurazione e il mantenimento di un pensiero unico. Contrariamente, l’insegnamento che proviene dal libro è quello dell’apertura contro ogni forma di chiusura, della libertà di pensiero contro ogni forma di restrizione.

Diversamente da ogni tentativo sociale, finanziario e politico di appiattire la vita al già dato, il libro è un orizzonte sconfinato e vitale che nutre l’esistenza, che le concede un ampio respiro permettendole così di trascendersi. È questa l’intramontabile la lezione del libro: di non essere mai sufficientemente esaustivo, di invitare sempre ad esplorare nuovi territori, sconosciuti, impensati, aprendo varchi nei diversi muri, fisici, psicologici o sociali e nell’abolire confini, aprendo la mente di chi legge affinché s’incammini verso l’infinita materia della conoscenza e verso l’alterità che feconda la vita, che ne dilata l’orizzonte e che la riempie di significato.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE:
1. Cfr. M. Spitzer, Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi, Corbaccio, Milano, 2013.

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