Je suis Charlie, moi non plus

Il terremoto che ha colpito il centro Italia i giorni scorsi non ha mancato di attirare gli usuali sciacalli mediatici, e non si è certo tirata indietro la controversa rivista francese Charlie Hebdo, fino a poco fa considerata da molti italiani il simbolo della libertà di pensiero e di espressione. Stavolta, però, la reazione al disegno firmato Felix è stato di indignazione quasi unanime e, salvo una schiera di strenui difensori che insiste a leggere nella vignetta una “fine satira sociale e politica” penalizzata da “giochi di parole intraducibili dal francese”, i corpi di morti e feriti trattati con la solita, dissacrante ironia ha provocato stavolta un’alzata di scudi generale, anche a livello istituzionale.

Curioso, visto e considerato come anche la vignetta che ironizzava sull’attacco al Bataclan o quella sulla strage di Nizza erano state accolte come esempi di “autoironia”. Il pubblico sdegno, che non si era scomodato neanche per i vergognosi disegni sul piccolo Aylan Kurdi, interviene solo quando nel bersaglio dei vignettisti finisce in prima persona chi legge. Forse, finalmente, si è in grado di capire oggi quali sentimenti suscitino normalmente i disegni “satirici” della rivista francese, gli stessi che avevano fatto commentare perfino a Papa Francesco: «Se il dottor Gasbarri, che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, gli aspetta un pugno [sic]. È normale».

Anche il regista premio Oscar Hayao Miyazaki, non certo un leader religioso, aveva dichiarato che a suo avviso la satira dovrebbe occuparsi di politica, possibilmente la propria, mentre quella a danno di credenze e culture altrui non ha ragione di esistere; la redazione rispose con un raffinatissimo «Cabu, qui détestait le manga, et qui a passé sa vie à caricaturer les hommes politiques, te dit merde!».

Sia Bergoglio che Miyazaki hanno messo in luce quella che è la pietra della discordia delle polemiche di ieri e di oggi (e che si traducono sempre e comunque in pubblicità per il giornale), un dibattito intorno alla definizione stessa di “satira”. Basta che una cosa sia scioccante per essere considerata satira, come molti hanno sostenuto in questi giorni? Allora Charlie Hebdo è un campione del genere, così come lo sono di diritto anche gli snuff movie o i reality sugli incidenti stradali. La satira deve veicolare un messaggio, farsi portavoce di una critica mirata a un dato sistema ideologico o sociopolitico? Ecco allora che le opinioni divergono.

Una vignetta su Benedetto XVI o Papa Francesco che mette in ridicolo parole o atteggiamenti può essere satirica, una che raffigura la Trinità impegnata in sesso di gruppo no; un disegno che mette in ridicolo al-Baghdadi può essere satirico, uno che ritrae il Profeta Muhammad in posa per un servizio fotografico porno no. Esiste un confine neanche troppo sottile tra il deridere una persona per le sue convinzioni e ridicolizzare le convinzioni stesse. Nel caso delle religioni, poi, il discorso si fa ancora più delicato, perché si va a toccare una sfera estremamente intima della vita personale; una fede non è un’ideologia politica, una regola di condotta morale, un sistema di credenze: rientra piuttosto nella categoria delle relazioni personali, nel caso specifico una relazione tra il credente e Dio. Il paragone usato da Bergoglio nel 2015 tocca precisamente il cuore della questione: si può parlare ancora di satira quando non si cerca di criticare o correggere, ma semplicemente di indignare, offendere, scioccare, senza alcun riguardo per la sensibilità altrui e senza curarsi minimamente di ciò che per altri è il sacer?

Se la risposta è negativa, allora non è possibile non indignarsi per ogni singola provocazione da parte di Charlie Hebdo e colleghi, ma piuttosto che fornire pubblicità gratuita con dibattiti infiniti, sarebbe bene seppellire la fonte del malcontento sotto una coltre di indifferente silenzio. Se la risposta invece è positiva, e la libertà non deve avere come limite neanche quella altrui, allora si lasci passare tutto: l’idea di rispetto della vita umana rimanda direttamente al sacro, ed eliminato questo, è solo ipocrisia indignarsi per uno sbeffeggiamento di troppo alle vittime di qualsivoglia tragedia.

Giacomo Mininni

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Lo sguardo dell’arte come strumento di analisi e problematizzazione dell’attualità

L’arte anticipa i cambiamenti, comunica con la coscienza collettiva, apre gli occhi, scuote. Chiama alla partecipazione, muove le masse e fa parlare, nel bene e nel male. Se diventiamo consapevoli e se impariamo a distinguere il discorso sul contenuto da quello sulla forma, essa diventa un’indispensabile chiave di lettura della realtà.

Viviamo un momento storico in cui parlare d’arte e cultura sembra superfluo: il terrorismo, l’instabilità dell’Europa, la situazione complessa del Medio Oriente, ecc. Dopo una lunga incertezza su come scrivere questo articolo – qualsiasi cosa sembrava fuori luogo – ho pensato che è proprio in un momento di disorientamento e insicurezza come quello attuale che si deve parlare di cultura.

In particolare in questi giorni, la situazione politica della Turchia è al centro dell’attenzione internazionale, il tentativo di colpo di Stato e le successive misure attuate dal presidente Recep Tayyip Erdoğan hanno aperto un dibattito sul reale valore della democrazia di cui il governo turco si fa promotore.

In questo contesto può l’arte aprire un discorso di approfondimento sull’attualità? Può trovare una sua finalità nel cercare di spiegare il reale e di dare una prospettiva differente?

La libertà d’espressione ci dà la misura dello stato di salute della democrazia di un paese, ed è proprio in terreno artistico che vanno cercati i primi segnali di una società malata, di un autoritarismo crescente, di un’atrofizzazione dei valori collettivi.

In particolare l’arte pubblica, che irrompe nelle strade, è un potente strumento di consolidamento del sentimento collettivo, ma anche di critica. L’arte si fa politica nel vero senso del termine, entra nella polis e si rivolge direttamente ad essa.

Penso quindi all’opera degli artisti attivisti Pixel Helper che nel maggio scorso ha fatto scandalo a Berlino: il volto del presidente turco Erdoğan accostato a quello di Hitler, entrambi proiettati sulla parete dell’ambasciata turca. Un messaggio forte, estremo, di critica non solo nei confronti della politica turca ma anche contro l’atteggiamento condiscendente di quella tedesca nel sostenerla.

Arte come sguardo all'attualità - La chiave di Sophia

Il gruppo di artisti ha spiegato la sua azione con queste parole:

«A scuola gli insegnanti ci hanno sempre avvisato del pericolo di quel piccolo uomo con i baffetti che, prima, giunse al potere democraticamente, poi iniziò ad arrestare gli oppositori, poi cambiò la Costituzione per perseguitare le minoranze religiose. A quei tempi, tutti gli stati confinanti hanno continuato a trattare con questo signore, perché, pensavano, con certi demagoghi si possono fare affari. Vabbè… per fortuna qualcosa del genere oggi non succederebbe mai. PER FORTUNA! Oggi abbiamo tutti imparato dalla storia, e con i despoti NESSUNO fa più accordi…»

Per quanto radicale il messaggio è chiaro, immediato: “Gente prestate attenzione, la storia può ripetersi”.

E considerando i fatti attuali quest’opera acquista un senso più lucido, l’arte ha la capacità predittiva dell’intuito ed è per questo motivo che è utile ascoltare quello che ha da dirci.

Nel 2007 l’artista Ferhat Özgür con la sua sua opera I Love You 301 espone per le strade di Istanbul l’articolo 301 del codice penale turco, che prevede l’incarcerazione per chiunque offenda pubblicamente lo Stato e i suoi organi. Ad oggi sono passati nove anni e sorge il dubbio che Özgür possa ripetere un’azione del genere.

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Aprire gli occhi sulla realtà sembra l’atto più radicale che l’arte possa compiere oggi, la prospettiva amplificata che gli artisti ci possono offrire è fondamentale, indifferentemente dalle nostre posizioni, perché spesso l’informazione non è sufficiente.

Non per forza l’arte deve essere sovversiva: spesso la realtà viene solo suggerita e il messaggio è altrettanto potente. Durante la 14° Biennale di Istanbul, conclusasi nel novembre 2015, l’installazione The Closet dell’artista Hale Tenger si presenta come una riflessione sul buio periodo di dittatura che seguì il colpo di Stato in Turchia nel 1980: tre stanze nelle quali vediamo un tavolo perfettamente apparecchiato, i libri di grammatica aperti sulla scrivania, sentiamo il profumo della cena, l’ambiente è ordinato e domestico. La radio accesa manda in onda la cronaca di una partita che viene interrotta puntualmente dal messaggio “terroristi arrestati, catturati, uccisi”. Ma la casa è completamente vuota e quello che si diffonde è un senso di inquietudine, perché qualcosa è successo in quella casa. È il 1980? È casa nostra? È adesso?

Attraverso l’arte ci viene offerto un prezioso strumento di lettura della realtà sociale e culturale che ci circonda. Poiché l’immagine è immediata ed è in grado di esprimere sentimenti collettivi attraverso un processo di empatia e condivisione, lo spettatore è portato a partecipare attraverso la riflessione e all’elaborazione del messaggio. Se l’artista crea l’opera, chi la percepisce la rende viva.

D’altronde noi in quanto pubblico dobbiamo pretendere che il messaggio dell’arte sia un’espressione di verità, non possiamo concederle il lusso di essere superficiale.

Prendiamo ad esempio l’artista Christo, che con le sue Floating Piers è rimasto al centro dell’attenzione mediatica per settimane, e che ha acceso i riflettori sulla partecipazione massiva all’opera d’arte. O più che altro, sul contemporaneo e viscerale bisogno umano – frutto di una lunga evoluzione – di esserci per esserci, e poi condividere la foto sui social. Milioni di foto, tutte uguali.

Christo ha detto di essere molto soddisfatto di aver permesso a tutti di vivere l’esperienza di camminare sulle acque del Lago d’Iseo e di vivere quell’istante come unico, ma non chiediamo ai 1,2 milioni di visitatori il senso di questa partecipazione, perché accalcati sopra le passerelle probabilmente era davvero difficile capirlo. E in fin dei conti ci ha detto davvero qualcosa quest’opera? O il suo significato è rimasto limitato nell’ambito dell’evento mondano?

In quanto spettatori dobbiamo essere curiosi, sempre, ma anche chiederci se l’occasione che l’opera d’arte ci offre di diventare partecipi di un progetto ci permette di condividere riflessioni e sentimenti profondi, complessi, archetipi culturali in cui riconoscere la nostra identità. L’arte ludica esiste e va benissimo, ma forse andrebbe ridimensionata l’attenzione che le rivolgiamo.

L’attentato di Nizza della settimana scorsa ha nuovamente fatto irrompere con prepotenza l’orrore nella nostra quotidianità. Per quanto si sia detto successivamente attraverso i media, credo che l’immagine del David di Michelangelo nero disteso in Piazza della Repubblica a Firenze sia riuscito ad esprimere più di mille parole.

Arte come sguardo all'attualità - La chiave di Sophia

Un’immagine che colpisce direttamente ognuno di noi con il suo messaggio di perdita e lutto, una messa in discussione della nostra civiltà che non ha identità politica nel suo manifestarsi fragile e decadente, nessuno ne è immune.

L’arte è un dibattito aperto e continuo, teniamone conto in quest’epoca di opinionisti, forse meriterebbe più spazio.

Claudia Carbonari

[Immagini tratte da Google Immagini]

Odi et amo – Dirige Kobe Bryant

«Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento».

Catullo, carme 85

Avevo già pronto un articolo con un’altra storia quando, alle 17 e 24 ora italiana del 13 aprile, ma più precisamente le 8 e 24 (i numeri sono importanti) di Los Angeles, California, una nota azienda di scarpe ha lanciato un bellissimo spot per celebrare il Kobe Day, ovvero il giorno dell’ultima partita della carriera di Kobe Bryant. E lì ho collegato. Nonostante sia un mediocre conoscitore di Catullo e un appassionato di basket solo da qualche anno quelle parole mi suonavano: l’odio e l’amore a volte sono le due facce della stessa medaglia, e nel caso di Kobe Bryant non c’è alcun dubbio.

Il video si intitola The Conductor, andate a vederlo ne vale la pena, e mostra Kobe Bryant nella parte di se stesso segnare un canestro allo scadere e successivamente venire fischiato e insultato (“You suck” – fai schifo) dai tifosi avversari. Buio. Qui Kobe inizia a dirigere un coro di tifosi, suoi celebri avversari – Paul Pierce e Rasheed Wallace -, allenatori (Phil Jackson) e telecronisti che gli cantano per l’ultima volta quanto l’hanno odiato e contemporaneamente gli dimostrano il loro rispetto. Lui sorride sornione, si gira, il 24 sulla schiena, tunnel degli spogliatoi. Buio di nuovo. Qualche lacrima.

Ma perché tutto questo? Perché questo astio e allo stesso tempo questa reverenza e ammirazione? Per chi non lo sapesse, Kobe Bryant, nato a Philadelphia, un’adolescenza in Italia e 20 stagioni a calcare i parquet dell’NBA, è stato “solo” uno dei giocatori più influenti di sempre, forse il più forte del dopo Micheal Jordan, e uno dei più vincenti: cinque titoli di campione NBA portati a casa oltre a vari premi individuali. Tutto ciò giocando esclusivamente con la maglia giallo-viola dei Los Angeles Lakers, indossando prima il numero 8 e poi il 24: eccoli qui i famosi numeri. Una bandiera si direbbe nella calciofila Italia, pensando a Totti, Maldini o Del Piero. Tra le altre cose le 20 stagioni giocate con una singola squadra sono un record, uno dei tanti che detiene.
È ancora, “solo”, il terzo miglior realizzatore di punti di ogni epoca, il secondo per punti segnati in una singola partita, 81, il giocatore con la striscia più lunga di convocazioni all’All Star Game, e molte, davvero molte, altre cose.

Si può quindi cominciare ad avere un’idea del perché è stato così odiato, dove odio è ovviamente un’iperbole fuori contesto per dire non apprezzato, proprio perché troppo forte e arrogante. Perché non ha mai fatto niente per farsi amare da quelli che non erano suoi tifosi o che non lo amavano di primo acchito. Ha fatto piangere i supporters di tutte le squadre e ha sempre cercato e trovato rivalità ovunque andasse. Non ha mai pensato di essere inferiore a nessuno e per questo non è sceso a compromessi, con avversari e persino compagni di squadra. L’odio e l’amore sono due emozioni legate a personalità forti e carismatiche e hanno ben poco di razionale, e il caso di Bryant ne è un esempio. Tanto che sappiamo che questa girandola di sentimenti si è manifestata anche nei suoi più stretti rapporti familiari.

Se poi a questa personalità ingombrante ci aggiungiamo una notevole componente maniacale e ossessiva abbiamo gli ingredienti per un uomo e un giocatore che passano una volta ogni tanto, per usare un candido eufemismo. Proprio per questa sua volontà di potenza e ricerca della perfezione si è scontrato con tutti, dagli allenatori ai compagni, ma sono le stesse cose che alla lunga lo hanno consacrato e fatto diventare una leggenda della pallacanestro.

Per questo dal giorno dell’annuncio del suo ritiro a fine stagione ogni partita è diventata un piccolo tassello di un lungo addio. Kobe ha deciso di assaporare ogni singolo secondo che gli rimaneva da giocare e lo ha fatto godere, in questo modo, anche a tutti gli amanti del gioco.

Il calcio è di chi lo ama, diceva una pubblicità. Il basket pure, e Kobe lo ha amato come nessun altro negli ultimi vent’anni e a questo si devono tutte le manifestazioni di affetto degli ultimi mesi. Una Lega intera gli ha dato il tributo che meritava e soprattutto negli ultimi giorni si sono sprecati ringraziamenti e parole di stima da parte dei più grandi, Magic Johnson in testa, che ha scritto che non ci sarà mai più un altro Kobe.

Il senso del video, che riassume la carriera del Bryant giocatore in un minuto e mezzo, è proprio questo: in molti l’avete odiato, fischiato, insultato, ma finirete tutti per amarlo. È infatti impossibile per un appassionato di basket o di sport in generale rimanere indifferente a tanta passione e dedizione, che Kobe stesso ha spiegato nella sua commovente lettera d’addio al basket giocato, dal titolo Dear Basket.

Odio e amo, scrisse Catullo, ho odiato e ho amato possono dire molti appassionati che hanno seguito le gesta di Bryant. Quale sentimento prevalga in questo laborioso travaglio sta ad ognuno deciderlo, intanto il direttore d’orchestra si gode la scena.

P.S. Kobe Bryant nella notte ha deciso di salutare tutti segnando 60 punti nella sua ultima partita, ritoccando, ancora una volta, qualche record.

Tommaso Meo

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THE END OF PHILOSOPHY?

La filosofia contemporanea, categoria quanto mai multiforme, presenta come costante un trasversale carattere di ambiguità. Quanto più ha aperto il proprio orizzonte all’interdisciplinarietà e tanto più si è fissata in discipline; quanto più ha diversificato il proprio linguaggio e tanto più è stata accusata di perdita dell’identità; quanto più si è interessata al mondo, alla materia e al finito e tanto più è stata dichiarata inutile, e – quel che più è interessante – si è in fin dei conti dimostrata tale, come Adorno ha causticamente affermato nell’incipit di Negative Dialektik.

Parlare oggi di una filosofia contemporanea significa quindi innanzitutto occuparsi della fine della filosofia tout court? Dovremmo iniziare a pensare anche la fine della filosofia, per parafrasare l’espressione che Fukuyama ha introdotto nel 1992 con il suo The End of History and the last man?

La questione (teorica) è tutt’altro che innocua, dal momento che da essa dipendono destino e reputazione di una delle esperienze più antiche e ricche dell’umanità occidentale, e dunque anche dettagli concreti come la sua sopravvivenza all’interno dei Dipartimenti universitari sotto forma di certe discipline, il grado di competenza e di autorevolezza che possono vantare gli specialisti del settore, l’entità dei fondi e delle borse di ricerca da destinare allo studio di materie filosofiche, un’organizzazione didattica che deve (o dovrebbe) fare i conti con le richieste del mercato del lavoro e, infine, l’affidabilità delle teorie del pensiero nell’interpretare e nel precorrere i tempi.

L’eterogeneo universo della filosofia contemporanea rende pressoché impossibile dare una risposta univoca al quesito circa il suo destino; cionondimeno sembriamo assistere a quello che Habermas chiama “l’autorelativizzarsi di una filosofia disincantata nel contesto di divisione del lavoro di società complesse”. In altre parole: oggi la filosofia ha meno pretese di verità, non ambisce a un rapporto privilegiato con la giustezza e con l’idea di bene, si compiace del ruolo per lei appositamente ritagliato da una società orientata verso altri interessi. Insomma, appare debole e stanca, svuotata del proprio potenziale.

Ciò che mi sembra sotteso a questo quadro è l’indiscussa, ovvia volontà che la filosofia divenga pratica. La questione della traduzione in prassi del pensiero è, come nota ancora Habermas, antica quanto la stessa filosofia. Tuttavia, mentre inizialmente il modello è stato quello di una conciliazione tra pensiero razionale e realtà pratica (culminante nella tesi hegeliana radicale di una realizzazione della ragione nella storia), da Marx in poi il rapporto tra teoria e prassi si rovescia, rimarcando non più il contributo che una teoria astratta può fornire alla vita pubblica e alla politica, quanto piuttosto la dipendenza della teoria stessa dal mondo della vita sociale. Ammettere un’opacità immanente al pensiero significa sdoppiarlo – smascherandolo come errato – nella coscienza falsa e nella critica di quest’ultima. Il pensiero filosofico inizia così a perdere la sua auratica superiorità (con conseguente autorelativizzazione) proprio in ragione del compito precipuo a cui è deputato: la penetrazione della sua dipendenza dal contesto.

Pensare, per la prima volta, significa decostruire il pensiero. Non solo, decostruire il pensiero è il primo passo per modificare la realtà (tesi sopravvissuta fino al rovinoso disastro del socialismo realizzato).

Ricapitolando, dunque, con l’introduzione del concetto di “critica” la filosofia subisce due trasformazioni. La prima rende la filosofia un’autocritica, imponendole di pensare innanzitutto contro se stessa – a differenza di tutte le altre scienze, impegnate a consolidare i propri apparati metodologico e disciplinare. La seconda, incidendo sul rapporto con la prassi, orienta la filosofia non verso un moderato contributo alla vita pubblica, ma verso una critica radicale del reale tesa alla sua modifica, progetto che ai tempi attuali deve apparire più che problematico, già fallito.

L’impasse in cui si trova il pensiero contemporaneo consiste dunque nel dover attuare la sua vocazione pratica attraverso una costante critica di sé. Se l’abbaglio comune a gran parte della filosofia post-hegeliana è stato quello di concepire tale critica in senso troppo illuministico, come un compito eseguibile compiutamente, mentre è invece essa stessa carica di opacità e di caratteri sociali, d’altra parte la successiva risoluzione del pensiero filosofico in vari specialismi tradisce secondo Habermas il miglior retaggio della filosofia, quello “anarchistico”, ossia di essere “pensiero non fissato”.

Nel primo lavoro comune di Marx ed Engels, La sacra famiglia, si legge che “se l’uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente”. Già, ma come? Da un secolo e mezzo il problema è che la teoria della mediazione di teoria e prassi non può avvalersi di una meta-teoria per tradursi in prassi. Ed è forse per questo che la filosofia incespica e si dibatte tra gli estremi della questione: insistere sulla sua specificità peccando di astrattezza o volgersi al concreto rischiando la dissoluzione. Più che andare incontro alla propria fine, il pensiero filosofico appare arginato dalla frustrazione di non saper compiere un ulteriore passo dialettico: pensare criticamente alla realtà, per trasformare se stesso (dopo aver tentato di trasformare la realtà pensandosi criticamente).

 Valentina Simeoni

Nata nel 1986, dopo la laurea magistrale in Scienze Filosofiche è attualmente dottoranda presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove sta lavorando a una tesi sulla filosofia della religione di Hegel.

“L’Arte come scintilla che muove l’universo”: intervista a V Spartacus

Le domande e risposte che seguono sono un estratto di un’intervista all’artista V Spartacus inserita nella mia tesi di laurea. I suoi discorsi radono al suolo il mondo dell’arte, e più che provocazioni sono verità gettata in faccia, io sono un inguaribile ottimista e quindi vedo in questa distruzione le fondamenta per il nuovo percorso dell’arte. Che poi, c’è un percorso? Penso più tosto che il primitivo che dipingeva sulle pareti della caverna e Picasso appartengano alla stessa specie quindi stesso cervello, e stessa tendenza a creare usando il pollice opponibile e qualche strumento… dalla selce al mouse. quindi no percorso, e allora dove porta la filosofia dell’arte? forse solo a girare su se stessi a perdersi, dopo la vetta… perché il punto più alto non è il cucuzzolo della montagna, ma le nuvole.

Come definisci il tuo lavoro?

L’ARTE per me è la scintilla che fa muovere i meccanismi dell’universo. Nel momento in cui cessassi di percepire la “magia” nel vissuto, tramite l’osservazione con tutti i sensi a mia disposizione, non avrebbe più senso esistere. Da questa mia profonda concezione dell’espressione, opero tramite critica ed autocritica, verso il miserabile e casalingo ruolo che ha l’arte nel nostro tempo. Tutto il mio operato, è la mia personale rivisitazione del ridicolo che mi viene proposto sotto forma di ARTE. Il SISTEMA ARTE. Credo che tutti ormai siamo al corrente di determinate dinamiche che definirei MAFIOSE grazie alle quali una persona diventa o meno nota, in ambito gallerista o museale. Si comincia pagando per esporre e poi lascio il resto all’immaginazione…Le opere che ho presentato allo Subsculture fanno parte della serie GALLERIA DELL’ARTE ACCIDENTALE. Cinque “opere” casuali, realizzate inconsciamente, ma che se ricontestualizzate, potrebbero benissimo essere inserite in una qualsiasi galleria d’arte contemporanea. In più’, ho creato una performance sul luogo: ho rovesciato un cestino di cartacce ed ho messo un quaderno vicino all’OPERA per avere delle critiche dal pubblico. Un successone…mi é’ stato pure proposto di esporre da altre parti. Ho riso di questa offerta con amici e parenti.

“Provoke the universe for business”, come vedi il mercato dell’arte attuale?

PROVOKE THE UNIVERSE FOR BUSINESS è una delle mie MISSION, possiamo dire. È uno slogan legato al mio progetto CONTROVERSY RECORDS, sotto questo marchio produco t-shirts, musica ed altri gadgets in cui appunto la provocazione è il filo conduttore. Attraverso varie chiavi come l’ironia, il sesso e l’attualità, lancio messaggi contraddittori al fine di far pensare. È una provocazione nella provocazione, dal momento in cui provoco per creare reazione e dunque energie positive nella contrapposizione. Non avrei mai creduto in un ritorno economico, vista l’ipocrisia del tutto, lo cominciai come esperimento sociale, ma invece il progetto dopo un primo momento di semplici boutade (come avevo ipotizzato all’inizio) comincia a dare frutti in un senso (seguito e scontro con le entità insultate) e nell’altro (ho cominciato a coinvolgere artisti emergenti eliminando la critica a se stante per creare grafiche costruite sulla realtà e sul pensiero). Sul serio non riesco a smettere con questa cosa, mi diverto troppo. Un giorno ho pure litigato con la segretaria di Prince per i diritti del nome Controversy Records (Accusa caduta con tanto di scuse…). Per quanto riguarda il MERCATO ARTISTICO purtroppo ho conosciuto solo i confini di tale COSTRUTTO D’IPOCRISIA. Sul serio, dopo svariate esposizioni, ho rigettato il meccanismo in cui stavo entrando. È una sorta di percorso alla Scientology o quelle aziende a struttura piramidale. Ho visto gente uscire dall’accademia con mostre in tutta Europa già organizzate (cocchi di qualche prof…) ho visto gente investire risparmi per pagare partecipazioni a mostre mercato su mostre mercato. Ho visto gente praticamente prostituirsi accompagnandosi con persone anagraficamente non compatibili pur di assicurarsi un posto in galleria. Poi vedi Jeff Koons sputare per terra e farsi quotare lo sputazzo 9 milioni di euro. Leggi lo stesso Cattelan dire che “se non sei simpatico a quei cento investitori milionari nell’arte non sarai nessuno”. Cosa penso del mercato artistico? Ho lo stesso parere per Cosa nostra e la Camorra.

Come consideri la mercificazione del prodotto artistico?

La mercificazione. Ho due diversi modi di vedere la cosa legata all’arte.

1.La mercificazione dell’OPERA unica, la ritengo bieca ed artefatta. Guardiamo i fatti: come si può dare un valore al pensiero di una persona? Anni fa’, fui ripreso da “colleghi” artisti perché alle collettive mettevo “Offerta libera” dietro alle opere in vendita (esiste un prezzario in base alla misura, mi fu’ detto…). Sul serio, non ho saputo mai dare un valore all’opera singola. L’espressione in ambito contemporaneo dovrebbe essere funzionale al progresso, al futuro, ai costumi ed alla cultura in genere. La produzione in questo settore dovrebbe essere esposta gratuitamente, in luoghi appositi, perché TUTTI possano “arricchirsi interiormente” con messaggi o visioni. L’artista dovrebbe impadronirsi di nuovo del ruolo di protagonista nella storia del genere umano e non di prostituta intellettuale (inserisco anche gli artisti che hanno lavorato su commissione nella storia conosciuta). Forse l’ultimo artista in questo senso é stato un uomo di Neanderthal.

2. La mercificazione dell’arte utilizzata negli (e sugli) oggetti di consumo invece, la ritengo NECESSARIA. Necessaria per tutte le persone incastrate in questo sistema iper-capitalista e consumista. La creatività aiuta a combattere la standardizzazione, se ricercata e ben applicata. Lo stesso meccanismo sistemico soffocante che sacrifica vite alla divinità economica, ci mette nelle condizioni di diventare dei professionisti nell’applicazione creativa sulla produzione industriale. Ho sempre ammirato gli artisti impegnati sui grandi marchi. È sicuramente più sincero di esporre per quei tre gatti che ti prendono l’opera e la murano nel loro museo personale. Nell’industria un artista lavora per tutti (o tanti). È paradossale, ma svegliarsi la mattina e vedere un’opera di Liu Wei sul barattolo del caffè mi dà vibrazioni positive. È un idea condivisa e confrontata con milioni di persone.

Come sei entrato in contatto con Subsculture?

Sono stato scelto dal direttivo. O almeno da alcuni membri. I ragazzi che hanno organizzato fanno parte anche di altri progetti, con cui ho collaborato in passato. In particolare FOETUS rivista. FOETUS rivista è una fanzine che raccoglie scrittori, fumettisti, musicisti, stilisti e molto altro, tutto a livello underground. In seguito a questa collaborazione Lenny Lucchese (noto fumettista) ha realizzato due t-shirts per CONTROVERSY RECORDS (“No violence? Wrong choice!” e “What?”). Penso sia stato lui il mio massimo sponsor in Subsculture. Lenny dà un nuovo significato allo stereotipo di ARTISTA POLIEDRICO.

Che ruolo ha l’esposizione nel tuo fare Arte?

Mi sono sempre fatto tanti amici alle esposizioni, conosciuto nuovi collaboratori. Alla fine sono un utilitarista. Però l’avvenimento in se mi annoia. Mi sembra di essere un venditore di frutta al mercato. Infatti sono parecchio evanescente in questi casi. Mi presento il giusto per conoscere gli altri artisti in esposizione e fare le chiacchiere SUFFICIENTI coi visitatori. Anche tra i visitatori ho conosciuto elementi interessanti. Molte volte venute li per criticarmi. Però è utile per farsi conoscere. Esporre OPERE è così, invece con altre forme d’arte tipo le tshirts mi trovo molto più a mio agio. Le indossano le persone come un virus. Mi diverto quando capita che in un determinato luogo qualcuno indossa una mia t-shirt, ed altri commentano. Puoi raffigurarmi come un voyeur dietro una tenda che spia la vicina mentre si spoglia. È calzante.

Che peso hanno la storia dell’arte e la critica d’arte nel tuo lavoro?

La storia dell’arte per me è fondamentale. Parlo degli artisti del passato o contemporanei come parlo dei mie compagni di bevute. Ma come per la storia ufficiale so perfettamente che a noi non sono arrivate tutte le informazioni che ci dovevano arrivare. La storia la fa’ chi vince no? E non vince sempre chi dovrebbe. Per i critici invece, scrissi quello che penso di loro in un articolo del mio blog (Artburner) e te lo riporto:

[…] Immaginatevi un uomo primitivo, rozzo, sporco e scimmiesco, con i capelli arruffati e nessun gusto nel vestire. Immaginatelo intento a raffigurare il prodotto di una fantasia, un sogno od una visione con rudimentali colori sulla parete della sua caverna. Un colpo di genio, uno slancio espressivo, ciò che in futuro verrà denominato PITTURA RUPESTRE, una rivoluzione per l’umanità che continua tutt’ora ad essere praticata in svariate forme…e nessuna novità, ma questo è un altro discorso… Torniamo al nostro uomo preistorico, preso dall’enfasi di rappresentare ciò che ha dentro, aggredendo quella parete di pensiero colorato. Immaginatelo con alcuni membri della sua tribù dietro ad esultare, per questa stupefacente novità, producendo una serie di gutturali versi… Ora, sempre con quest’immagine in testa, osservate l’omino preistorico alla destra dell’artista. Piccolo, più peloso degli altri. Non ride, non esulta, non grida. Le donne della tribù non lo considerano, gli uomini non gli affidano nemmeno il giubbotto durante le risse. Di lui nella tribù dicono: “grgrfggfrgrg rgrgrfgfrgrf” (che tradotto sarebbe << Come non capisce un cazzo lui, non lo capisce nessuno>>). Ecco, riuscite a raffigurarlo? Ebbene, un secondo dopo il termine dell’opera da parte del nostro artista primate lui sentenzierà: ” ggrghrg rghrgrhgr” (Tradotto <<Sei molto immaturo come artista>>). Questo primo critico d’arte della storia ho ragione di credere sia stato massacrato a colpi d’osso e pietra, ma qualcuno in maniera infausta fu’ subito pronto a raccogliere in segreto la sua eredità, continuando questa stirpe maligna fino ai giorni nostri. Ora il mercato é in mano a persone che con la loro critica al niente condizionano carriere e creano enormi merde snob. La cosa é peggiorata parecchio dai tempi della Preistoria… […]

A conti fatti esporsi ti rende soggetto a giudizio e sarebbe infantile evitarlo

Come vedi il triangolo artista- museo/critico d’arte- spettatori ?

Diciamo che in parte ti ho risposto nelle precedenti domande, però aggiungo che ho sempre tentato di evadere da questo triangolo. Un esempio: mi sono sempre relazionato ai miei spettatori come un Geova che li deve convertire. Li voglio convertire in artisti, per l’appunto. Ho una fissa per scoprire e far sviluppare il lato creativo delle persone. Forse perché arricchisce il mio. Altra forma di evasione la sto progettando in questi giorni: si tratta di un opera collettiva potenzialmente infinita (o non-finita). Comincerò un opera su supporto e poi la darò da continuare ad un amico che dipinge o comunque produce artisticamente. La regola è che potrà fare e farne ciò che vuole ma deve documentarlo ad un indirizzo mail. Così avremo uno storico, finché si riuscirà. Ecco due esempi ma ho sempre tentato nuove forme alternative al convenzionale. Non rinnego completamente l’esperienza gallerista o museale, sia come artista che come spettatore ovvio, ma mi piacerebbe vedere molta più varietà di strutture e situazioni in un ambito in cui é un caposaldo l’immaginazione e la fantasia.

Per te cos’è la filosofia?

Per me la Filosofia è il collante dell’esperienza vita. La Filosofia come materia è il resoconto di uomini e donne straordinari che nel corso della loro esistenza si sono fatti qualche domandina. Addirittura, mi interessa più la vita dei filosofi rispetto ai pensieri degli stessi. Si perché, mettere in pratica o rapportarsi al reale dopo aver teorizzato cose altissime, dice tutto sulla vera natura dell’uomo stesso. Vera o veritiera. Nel corso delle mie letture di Filosofia Amatoriale, mi sono appassionato a più periodi ed a più FIGURE…da Talete a Foucault, da Marco Aurelio a Baudrillard, da Rousseau a Debord. Ma come dimenticare il grande Cratete da Tebe, che voleva suicidarsi dopo essersi fatto sfuggire una rumorosa scurreggia durante un orazione. (In realt`a Diogene lo istruì da Stoico e gli fece conoscere il lato affascinante della dissolutezza.). La vita va presa con filosofia…

Gianluca Cappellazzo

Straziami, ma di sfumature saziami

Diciamolo subito: “50 sfumature di grigio” è un film che va oltre la critica. E’ un film che in realtà i critici non dovrebbero neppure guardare o cercare di commentare. Questo perché il film della furbissima Sam Taylor-Johnson è in realtà una pellicola che non tiene in considerazione la critica nemmeno per un momento. E’ un prodotto pensato, girato e creato a solo uso e consumo del pubblico. Poco importa se qualcuno dirà che si tratta di un porno mancato, o di un insipido dramma a metà strada tra “9 settimane e mezzo” e “Twilight”. Quello che conta è che se ne parli e che la gente paghi il biglietto per andare a vederlo. “50 sfumature” si trasforma così in un vero e complesso esempio di marketing transmediale, ammirevole per la sua capacità di creare così tanta aspettativa e così grandi dibattiti intorno a sé.

Il tutto avviene nell’epoca di Sanremo, della televisione con zero contenuti e della comparsa di una schiera incredibile di opinionisti da social network, convinti di poter dire qualsiasi cosa solo per il fatto di avere una connessione wifi. Il tocco di furbizia nasce allora nel momento in cui “50 sfumature” riesce a sollevare la morbosità del pubblico pagante. La sfumatura non è più una metafora per indicare gli insoliti gusti erotici del rampante Mr. Grey, ma si trasforma in una chiave per conquistare gli animi più repressi e curiosi in tutto il mondo. E’ il film simbolo delle casalinghe impiccione, delle studentesse frigide che sognano travolgenti storie con uomini che esisteranno soltanto nella loro fantasia. E’ il racconto di una passione che vorrebbe essere estrema ma che alla fine si rivela più conformista di tutte le altre.
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Un dramma melenso, più romantico che erotico, in cui la regia e la fotografia sono davvero di ottima qualità. Peccato sia solo una conseguenza dovuta all’enorme budget messo a disposizione per la realizzazione della pellicola. Rifacendosi al concetto transmediale di trasformazione della storia all’interno delle diverse piattaforme mediali, il film della Johnson capisce la povertà artistica del romanzo originale e lo rinnova con una serie di situazioni e battute molto simpatiche ed efficaci nel corso della prima mezz’ora. Da lì in poi, cioè dal momento in cui la timida Anastasia si fa sverginare dal misterioso Christian, tutto si trasforma in un gioco noioso e pesante. La trasgressione si limita ad un paio di frustate, mentre la storia si trascina senza picchi di interesse fino a un finale che vorrebbe essere “a sorpresa”, in vista dei prossimi capitoli della saga. Troppo poco, ma a ben pensarci anche no. Nel senso che “50 sfumature” è l’aspettato risultato di un altrettanto prevedibile prodotto hollywoodiano. Uno di quelli che puntano tutto sulla preparazione della scatola, lasciandoti poi l’amaro in bocca quando si tratta di aprire la sorpresa. Un’opera di forma e non di contenuto, un guilty pleasure per signore annoiate dalla loro routine sentimentale e nulla più. Eppure al Festival di Berlino, che in 65 anni di storia ha ospitato alcuni tra i nomi più importanti della storia del cinema contemporaneo, è stato il film più visto degli ultimi anni. A conferma del fatto che la cultura attrae e soddisfa solo fino a un certo punto. Quello che muove veramente il Mondo è la morbosa curiosità che si nasconde dentro ognuno di noi. E’ il piacere nell’assistere all’incarnazione dei sogni che amiamo ma non vogliamo confessare. E’ il retaggio di anni di malcelato perbenismo che si trasformano in una valanga di soldi destinati a finire nei box office di tutto il Mondo. Inutile aggiungere altro sull’argomento, il gusto del pubblico è ormai la sola cosa che conta in un’industria come il cinema e gli autori di “50 sfumature” hanno avuto la furbizia di capire fino in fondo il senso di questa affermazione. Non è affatto una cosa da poco.
Alvise Wollner
[immagini tratte da Google Immagini]

Lo schermo del quotidiano: quando il cinema racconta il giornalismo

Provate ad immaginare che il giornalismo ed il cinema siano come due conoscenti di vecchia data. Non si può dire che siano grandi amici, diciamo che si conoscono e di frequente si vedono, anche se ognuno teme e non si fida mai fino in fondo dell’altro. Non possono andare avanti se non sono strettamente connessi, ma appena possono colgono l’occasione per screditarsi a vicenda, cercando di mettere l’amico-nemico in cattiva luce. Uso questa metafora per semplificarvi un rapporto che è in realtà molto più complesso di così e che dagli Anni 40 del secolo scorso, va avanti con risultati tanto affascinanti quanto altalenanti.
Tutto ebbe inizio quando Howard Hawks girò nel 1940 “La signora del Venerdì” con l’insuperabile Cary Grant. Una commedia frizzante in cui emerge il ruolo della stampa che si muove nel sotterfugio e nella meschinità grazie al memorabile ruolo di Rosalind Russell qui nelle vesti di una giornalista brillante e divorziata dal marito che per sua sfortuna però è anche l’editore capo del giornale in cui lavora. Intenzionato a fare di tutto pur di farle perdere il posto di lavoro e a impedire la nascita di un suo nuovo amore, Cary Grant darà vita a una serie di memorabili situazioni. La critica alla stampa si rivolge qui alla bassezza morale degli editori che preferiscono anteporre le loro vicende sentimentali alla vera caccia alla notizia. E’ solo nel 1941 però che il giornalismo entra nella vera storia del cinema grazie ad Orson Welles e al suo “Quarto potere”, considerato da molti come il miglior film del Novecento. Protagonista assoluto è il magnate della stampa Charles Kane, un uomo che “è un’autorità quando si tratta di far pensare la gente nel modo in cui lui ha deciso”. Una storia in realtà di grande solitudine, che racconta come il potere smisurato che i mezzi d’informazione possono offrire, sia in realtà un’arma a doppio taglio capace di logorare ogni uomo. Il cinema si è poi divertito a screditare nel corso degli anni la figura del giornalista, quasi a volersi vendicare delle molte critiche che la stampa ha sempre scritto nei confronti della Settima Arte. Un esempio su tutti è il film del 1992 “Occhio indiscreto”,con un ottimo Joe Pesci nel ruolo di fotoreporter invischiato nei malaffari della vita newyorchese. Un personaggio meschino che pur di arrivare per primo sul luogo della notizia di cronaca nera sarebbe disposto a compiere i crimini peggiori. E non è l’unico caso: film come “Prima pagina”, o “Sbatti il mostro in prima pagina” sono solo alcuni degli esempi che ribadiscono quanto detto finora.
Se però pensiamo al cinema che racconta il giornalismo, a molti di voi verrà in mente un titolo su tutti. Mi riferisco ovviamente a “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula, la pellicola che ripercorre le vicende che hanno portato alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, vincitrice nel 1976 di ben 4 premi Oscar. Il suo merito fu quello di raccontare con coraggio e diretta semplicità uno dei fatti più importanti della storia americana nel Novecento. Senza prendersi alcun merito, ma riconoscendo il giusto e grandissimo valore dei giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, interpretati magistralmente da Robert Redford e Dustin Hoffman. Più che un film, un vero e proprio reportage cinematografico su un pezzo di storia del giornalismo. Quello vero, questa volta. Quello che anche Umberto Eco racconta nel suo ultimo libro. Quello infine che ama indagare sulla Storia per metterne a nudo i fatti e arrivare alla verità più pura da raccontare al pubblico. Citando lo slogan della rivista Life: “Vedere il mondo, attraversare i pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi”. Questo dovrebbe sempre essere lo scopo del giornalismo.
Alvise Wollner
[immagini tratte da Google Immagini]

La sottile linea tra guardare e criticare

In un’epoca in cui tutti possono dire la loro opinione grazie al Web, la distinzione tra critica ragionata e una banale osservazione della realtà con relativo commento, si è annullata sempre di più. Ha ancora senso allora continuare a fare della critica al giorno d’oggi? Abbiamo provato a rispondere a questa domanda cruciale.

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