Il sapere critico della filosofia per parlare di cinema: intervista a Enrico Magrelli

I cineasti, sosteneva Gilles Deleuze, «sono paragonabili a pensatori, più che ad artisti. Essi pensano, infatti, con immagini-movimento e con immagini-tempo, invece che con concetti». Il collegamento tra cinema e filosofia è antico e negli ultimi anni sempre più fertile; abbiamo deciso di approfondirlo tra le suggestive mura in mattoni di un cinema berlinese ricavato da un ex birrificio insieme a Enrico Magrelli, direttore artistico dell’Italian Film Festival di Berlino. Magrelli, uno dei volti e delle voci più note della critica cinematografica italiana, fattosi conoscere al grande pubblico attraverso i suoi articoli su riviste (Filmcritica, Cienma e Cinema, Cineforum) e sui quotidiani del gruppo L’Espresso e il programma radiofonico Hollywood Party, è infatti laureato in filosofia in indirizzo estetico alla Sapienza di Roma; una passione che ha lasciato segni profondi nel suo modo di parlare di cinema.

 

In che modo lo studio della filosofia l’ha aiutata nella sua carriera di critico cinematografico?

Credo sia stato utile soprattutto l’allenamento a ragionare, a smontare e ricomporre le idee e i giudizi, la capacità di mettersi in una posizione dialettica. Da studente ho fatto diversi esami con Emilio Garroni, che si è occupato molto di Kant. Ecco: avere un approccio critico nei confronti delle categorie concettuali con cui interpretiamo la realtà, in modo tale da saperle anche rinnovare, è fondamentale per parlare di cinema.

 

Da sempre la filosofia si è interessata al cinema, negli ultimi anni con particolare intensità. Sempre più filosofi ricorrono a film anche popolari per illustrare le proprie teorie (l’esempio più eclatante in questo senso è probabilmente Slavoj Žižek). Ritiene questo metodo interessante o crede che una lettura “filosofica” finisca per snaturare il cinema imponendogli categorie che non gli appartengono?

Ritengo che siano un processo e una tendenza molto interessanti. Del resto, come la filosofia è una disciplina che ragiona, tra l’altro, sul sapere, sulle forme simboliche sul pensiero stesso, sul come e sul perché stiamo al mondo, così il cinema è un dispositivo attraverso il quale le varie culture si autorappresentano e in tal modo si interrogano su loro stesse.  I film sono, talvolta, oggettivazioni del pensare o addirittura, nei casi migliori, modalità del pensare. Cinema e filosofia sono accomunati dal tentativo di ragionare su ciò che è invisibile, che non riusciamo a cogliere, per renderlo visibile, accessibile, comprensibile, decrittabile. Perciò credo che interpretazioni filosofiche siano del tutto legittime; di sicuro alcuni film evocano determinate teorie, pur senza spiegarle.

 

Se i filosofi si sono da subito dedicati al cinema, tale interesse non pare del tutto ricambiato. Certo ci sono stati film su alcuni grandi pensatori (Liliana Cavani su Nietzsche, Rossellini su Cartesio ecc…), ma paiono fenomeni isolati. Come mai i registi non sembrano attingere spesso a fonti filosofiche?

È normale, il regista fa il regista, che è un altro mestiere. Ci sono poi autori che si occupano direttamente di filosofia, come Terrence Malick, che ha anche tradotto Heidegger. Ma questo non sempre è un bene. Malick ad esempio, soprattutto negli ultimi film, rischia di sovraccariche troppo di senso le sue opere fino a svuotarle. A mio parere il buon cinema, quello che ha poi un contatto più forte con la filosofia, è capace di portare il pubblico a mettersi in discussione, a porre delle domande anziché offrirgli delle risposte.
Se poi i registi non si rivolgono spesso a testi filosofici è anche perché non mi pare che la filosofia sia in una fase particolarmente vitale.

 

Se, come ha suggerito, il cinema spesso non offre risposte, qual è il ruolo del critico?

Lo sforzo dovrebbe essere quello di sintonizzarsi ogni volta con il film che si sta vedendo, evitando di servirsi sempre della stessa gabbia concettuale. Bisogna saper mettere in crisi alcuni “pregiudizi” e rinnovare le proprie griglie interpretative; imparare, ad ogni film, a vedere di nuovo.
Altro elemento fondamentale è avere una profonda conoscenza del cinema. Spesso quando ho occasione di tenere seminari dedicata alla critica consiglio, soprattutto ai più giovani, di vedere tutti i film possibili. Perché solo così si può imparare a padroneggiare il linguaggio cinematografico, in modo da saper cogliere elementi innovativi, cogliere il rispetto o la trasgressione di uno standard narrativo e riconoscere, nelle citazioni, i prestiti, i debiti, gli omaggi nei confronti di altri film.  Solo una ampia memoria cinematografica aiuta a definire le evoluzioni, i collassi o le regressioni estetiche.

 

Nella critica, italiana in particolar modo, trovo però che ci sia sempre meno uno sforzo di interpretazione dei film. È d’accordo? E come mai succede?

Assolutamente d’accordo. Il discorso critico, di cui ci sarebbe un bisogno assoluto, si è indebolito, inflaccidito. Oggi spesso la critica sfocia nella cronaca, diventa solo racconto della trama, si cristallizza in giudizi da senso comune. O, peggio, il critico diventa una sorta di tifoso. Sarebbe auspicabile una critica della ragion critica nell’era contemporanea.
 

Come diceva, lo sviluppo tecnologico (ad esempio piattaforme come Netflix, lo streaming, i social) ha provocato profondi mutamenti nel cinema. Secondo lei si tratta più di un rischio o di un’opportunità?

Il cinema non è mai stato qualcosa di solido, con dei confini ben definiti, ma ha avuto decine e decine di metamorfosi e tutte le volte sembrava dovesse finire. Quando è arrivato il sonoro molti pensavano “Aiuto, è finita”. E così sé accaduto con l’arrivo del colore. Oggi siamo di fronte a una nuova trasformazione, una polverizzazione del cinema: il film si divide in più pezzi, frammenti, frattali che si trovano sul web, si può interrompere una visione e riprenderla giorni dopo, si può veder non in sala ma sullo schermo minuscolo dello smartphone (una vera e propria perversione dello sguardo). È una galassia in cui stanno cambiando i parametri e i confini ma questo non è per forza negativo. Come dicevo prima, bisognerebbe sforzarsi di ridefinire alcune categorie. Il cinema ha però anche grande vitalità, capacità di reinventarsi. Basti pensare al recente sviluppo delle serie televisive, che di fatto attualizza quel desiderio di narrazione tipico dei romanzi a puntate dell’Ottocento e di una parte del cinema muto.

 

Veniamo ora al contesto di questa intervista, ossia l’Italian Film Festival di Berlino, che presenta al pubblico tedesco una selezione dei migliori film italiani dell’anno precedente. Come sta il cinema italiano oggi?

Molto bene, c’è una grande vitalità e tanti giovani autori riscoprono il piacere di connettersi con il pubblico. Spesso c’è comunque un problema nel numero degli spettatori in sala, anche perché la figura stessa dello spettatore sta subendo una mutazione profonda. Fino a vent’anni fa il cinema era un modo privilegiato per passare il tempo libero ma soprattutto fare i conti con il mondo esterno. Ora lo stato delle cose è radicalmente diverso.

 

A questo proposito credo che la mia generazione, e ancor di più quella successiva, crescendo più con Netflix che con la televisione possa acquisire un gusto della visione diverso. Forse migliore?

Forse hai ragione, anche se una cosa che spesso manca su queste piattaforme, e che invece sulla tv resiste, con una certa fatica, sono i film del passato. Noto che spesso le nuove generazioni non sono abituate a certi ritmi, vedere un film in bianco e nero sembra quasi una pratica archeologica. Ma questo è in realtà un esercizio molto utile, soprattutto per il critico. Bisogna saper vedere anche film che si trovano noiosi. Anzi, in questi casi è più facile evitare di sprofondare nel film e si possono rintracciare meglio i temi affrontati, lo stile della messa in scena, l’architettura formale.

 

Chiudiamo con una domanda che facciamo a tutti i nostri ospiti: cos’è per lei filosofia?

Una capacità di interpretare la realtà non chiudendola in una gabbia dorata preesistente ma riuscendo a sollecitarla, pronti a modificare le proprie categorie a seconda di ciò che si ha di fronte. Una rigorosa flessibilità quotidiana. Un esercizio di interpretazione complesso, che è quello che dovrebbe fare anche la buona critica cinematografica. E che oggi ci servirebbe molto.

 

Lorenzo Gineprini

 

[Photo credits Lilia Andreotti]

L’intreccio tra dinamiche interne e rappresentazioni esterne

In occasione della festa della Repubblica del 2 giugno 2017, la Presidentessa della Camera Laura Boldrini ha ricordato che il concetto di patria «non ha niente a a che vedere con le ideologie nazionaliste. Il nazionalismo esclude, la patria è inclusiva; il nazionalismo è aggressivo, la patria è solidale; il nazionalismo costruisce muri, mette fili spinati se possibile, il patriottismo tende la mano agli altri»1. Seppure riferita in particolare alla questione migratoria, la differenza tra patriottismo e nazionalismo esprime un concetto che può diventare una chiave di lettura interessante.

Chiunque possieda un profilo sui social media, si sarà reso conto che esiste una fetta di popolazione che accusa e attacca violentemente il Bel paese dal divano di casa. Si potrebbe obiettare che questo fenomeno esiste da ben prima della comparsa dei social media: il mondo si divide in quelli che si danno da fare per cambiare ciò che non gli piace e quelli che si limitano a lamentarsene. A colpi di like e condivisioni, i cosiddetti leoni da tastiera ne sono solo la rappresentazione più moderna. «Il nazionalismo è aggressivo; la patria è solidale»2, ha detto Laura Boldrini. Si può facilmente estendere questo concetto a tale fenomeno. L’aggressività, infatti, raramente si sposa con l’autocritica: serve piuttosto per la critica dell’altro, chiunque esso sia, straniero o oppositore politico. Nonostante la critica di un sistema sia importante per il suo progresso, essa si differenzia dalla recriminazione fine a se stessa: nel momento in cui la critica manca di un carattere introspettivo e costruttivo, rimane una vuota lamentela.

In questa prospettiva, dunque, le osservazioni critiche si appiattiscono su strutture mentali che rispondono ad una logica del “noi contro loro3, che non è certamente né introspettiva né costruttiva e si carica di aggressività.

In un mondo interconnesso che amplifica ed esagera le percezioni umane, non si può trascurare l’impatto che questo tipo di ‘attivismo’ paranoico da social media ha su un pubblico esterno. Infatti, la prospettiva di chi osserva da fuori dinamiche esclusivamente interne che non può capire appieno poiché appunto esterno alle dinamiche stesse, rimane necessariamente parziale. Non ci si può stupire, dunque, se le rappresentazioni erronee riflesse verso l’esterno vengano considerate da esterni corrispettive della realtà e diventino nel tempo stereotipi o giustificazione per tali. Denigrare aggressivamente una realtà nella sua integrità per colpirne invece solo una parte, crea impressioni sbagliate e nocive nel lungo termine.

Non esistono paesi perfetti, dove tutto funziona nel migliore dei modi: vivendo all’interno di un sistema è inevitabile rendersene conto, sia esso l’Italia o un altro paese. Tuttavia, nonostante le inequivocabili mancanze di certe situazioni, altri paesi non riflettono all’esterno un livello di negatività tanto alto come sembra fare l’Italia. Eventi come l’incendio della Grenfell Tower di Londra ci fanno aprire gli occhi su come non tutto sia ottimale, come può sembrare dall’esterno.

Dove sta, allora, la differenza tra l’Italia e altri paesi europei, che pure non sono perfetti, ma non trasmettono, o almeno non lo hanno fatto fino ad ora, percezioni così negative all’esterno? Una spiegazione a questo dilemma potrebbe risiedere proprio in quell’abitudine a fare la voce grossa senza rimboccarsi le maniche. A recriminare, senza proporre un’alternativa costruttiva. A confondere nazionalismo con patriottismo. Un atteggiamento che è anche proprio di alcuni quotidiani nazionali, che preferiscono esasperare notizie che fanno rumore attraverso uno stile di scrittura aggressivo. L’esempio dell’incendio alla Grenfell Tower di Londra, diventata in pochi giorni il centro di una retorica polemica, che incolpa l’Italia della morte dei due connazionali, accusandola di costringere i suoi giovani a partire, è anche un ottimo esempio di questo tipo di meccanismo.

Il momento della critica, quella costruttiva, è un momento essenziale, che non può e non deve mancare nel processo di sviluppo progressivo di una società. Tuttavia, per essere comprensivo e utile, deve essere principalmente una riflessione interna, in cui ci si pongono domande e si cercano risposte, deve abbandonare la logica del “noi contro loro” e l’aggressività di tale logica. Un esercizio che si può dunque identificare con il patriottismo perché inclusivo e solidale nei confronti, in questa accezione, di chi rappresenta idee diverse. Non è il momento della generalizzazione né della violenza verbale, che si identificano meglio con l’aggressività del nazionalismo, come sottolineato dalla Presidentessa della Camera Laura Boldrini.

Francesca Capano

Note:
1. Link Camera 1
2. Link Camera 2
3. In questa logica, ‘loro’ sta per chiunque non si faccia portavoce delle stesse idee ne’ rispecchi le stesse paure di chi si identifica con il ‘noi’, come se non fossimo tutti parte dello stesso sistema che cerchiamo di migliorare.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Licei, filosofia e serie tv: intervista a Tommaso Ariemma

L’istruzione scolastica alimenta l’ampia e delicata sfera dell’educazione dei ragazzi e rappresenta un pilastro per la crescita di una persona. Forse il pilastro più importante, assieme alla famiglia d’origine.

Eppure la scuola è bistrattata, sottovalutata, screditata. Siamo tutti reduci di brutte esperienze? Difficile fare i giudici a posteriori, lamentandoci di quello che non funziona senza mai guardare agli aspetti positivi che infuocano la passione degli studenti, la loro motivazione, le loro conoscenze.

Ce lo ricordiamo tutti in fondo il professore diverso, quello che ti rimane nel cuore per tutta la vita e che ti ha cambiato il modo di vedere la scuola e lo studio. Quel professore particolare, unico, trascinante e coinvolgente. Ecco, ne abbiamo trovato uno ancor più amato e stimato per il modo di trasmettere informazioni, cultura, riflessione e consapevolezza.

Tommaso Ariemma insegna filosofia in un liceo a Ischia, ma la sua risonanza ha ormai conquistato e appassionato tutta l’Italia. Ora è tempo che lo conosciate da vicino anche voi!

 

Insegnare filosofia sui banchi di scuola è troppo spesso diventato un modo per obbligare gli studenti a sapere a memoria una marea di nozioni. Per loro spesso il contenuto non ha importanza, basta saperle ripetere e il gioco è fatto. Ma la filosofia è questa? Qual è la situazione in Italia di come si insegna filosofia sui banchi di scuola?

La filosofia non è certo imparare a memoria delle nozioni, ma saper comprendere il proprio tempo in dialogo con i grandi pensatori, non solo del passato. I testi dei filosofi e le loro riflessioni devono essere usati come una “cassetta degli attrezzi” altrimenti è tutto inutile. Comprendere il proprio tempo significa a questo punto attraversare, con la filosofia, la cultura di massa contemporanea fatta di serie tv, abitudini sui social, svolte tecnologiche e politiche. Ai miei studenti chiedo pertanto esercizi di comprensione, meditazioni filosofiche sul presente. Dovrebbero farlo anche i miei colleghi, ma non accade spesso. Per molti ragazzi la filosofia resta una disciplina astrusa, fino a quando non capiscono come usarla: solo allora essi colgono lo straordinario aumento di percezione della realtà che dona lo studio di questa disciplina.

 

La filosofia nelle scuole viene troppo spesso presa per un calderone di concetti difficili da capire e da ripetere, eppure nasconde in sé una base per la crescita personale e intellettuale dei ragazzi. Ritieni che sia utile insegnare filosofia alle scuole superiori? Estenderesti l’insegnamento anche ad altre classi e scuole, per non lasciare ragazzi privi di questo privilegio?

La filosofia andrebbe estesa a ogni ordine e grado di istruzione. Lo si fa già, in via sperimentale, con i bambini, con un certo successo. È la disciplina che ti permette di orientarti nel mondo in modo critico e attivo. Certo, per me, l’adolescenza resta il periodo della vita migliore per apprenderla: un periodo delicato, ricco di sfide e la filosofia può diventare, se insegnata bene, una valida compagna di strada.

 

Per l’opinione pubblica, la scuola non gode purtroppo di una grande fama: si critica spesso quello che viene insegnato e il modo con cui si fa ancora didattica. Sappiamo invece che tu rappresenti una piacevole eccezione, in che modo invece ti differenzi dai consueti metodi di insegnamento?

Quando entro in classe non penso mai di “spiegare” qualcosa a qualcuno, ma di costruire un ambiente di trasformazione e di incubazione di nuove soluzioni insieme ai miei ragazzi. Lo scorso anno, per esempio, abbiamo cercato di formulare in classe una legge antiterrorismo, utilizzando il Sofista di Platone e alcune nozioni di diritto. Definire con una legge il terrorista si è rivelato alla fine molto difficile, tanto quanto per Platone lo era individuare il “sofista”, il cattivo filosofo. I ragazzi si sono misurati davvero con una difficoltà del nostro tempo. Ecco: la scuola funziona se i ragazzi vengono stimolati, sfidati, sollecitati a usare la loro intelligenza per guardare in faccia il mondo. Anche un po’ per scherzare, dico spesso che la filosofia la conosco e mi annoio a sentirmela ripetere. Mi incuriosisce di più vedere cosa sono capaci di fare in ragazzi con del materiale filosofico.

 

Dai social network vediamo che i ragazzi ti seguono appassionati e coinvolti. Da vicino, potresti raccontarci qual è la risposta sul coinvolgimento dei tuoi studenti? Ci sono influenze positive anche sull’apprendimento delle parti più nozionistiche?

Spesso circola l’idea che il docente sia una sorta di “facilitatore”, uno che semplifica le cose. È una visione per me sbagliata, perché io cerco di essere piuttosto un “attivatore” culturale. Mi piace pensare al docente, e in particolare al docente di filosofia, come a colui che “innesca” apprendimenti, che cambia il modo di vedere le cose. I miei ragazzi riescono ad avere lo stesso entusiasmo che hanno nel seguire o nel fare le loro attività preferite. E a quel punto la complessità della filosofia non li spaventa. Anche gli aspetti più nozionistici vengono visti come un mezzo per un divertimento e una soddisfazione più grande e pertanto non vengono affatto trascurati.

 

Uno dei tuoi meriti è quello di essere arrivato al cuore dei ragazzi attraverso l’utilizzo delle serie tv per spiegare la filosofia. Le serie tv e i film non sono quindi una perdita di tempo, ma sono impregnati di filosofia: ci puoi fare qualche esempio?

Va detto che sono arrivato al loro cuore, perché sono, come studioso e filosofo, un esperto del funzionamento delle nuove serie tv. Prima di insegnare a scuola ho fatto corsi universitari e  pubblicato diversi volumi accademici sul fenomeno. Questo per dire che il “metodo pop” non si improvvisa. Implica un ripensamento della didattica alla luce di nuove competenze. Non vedo una serie che mi piace e ne parlo semplicemente ai miei ragazzi: seguo da studioso il fenomeno delle nuove serie tv, che ha come caratteristica distintiva una forte componente filosofica. Per questo motivo le serie vengono impiegate nelle mie lezioni. Nella serie tv True Detective, per esempio, vengono citati Parmenide (implicitamente) e Nietzsche (esplicitamente). In Lost addirittura si esagera: alcuni protagonisti hanno il nome di celebri filosofi! Insomma, da più di un decennio la filosofia può trovare un valido alleato nella nuova serialità televisiva.

 

Senza poi dimenticarsi dei social network, vediamo che avete creato una pagina molto seguita, in cui i ragazzi possono veicolare le loro conoscenze e diffonderle in maniera virale. I social network possono aiutare la filosofia a diffondersi? In che modo?

Lo scorso anno abbiamo creato un blog, ancora attivo e ricco, che contiene gran parte dei nostri esperimenti didattici: tuttofastoria.wordpress.com. È il nostro modo di documentare e condividere in rete quanto si produce in classe. Lo ritengo fondamentale: in rete qualche collega un po’ chiacchierone critica il mio metodo senza alcuna cognizione del lavoro che faccio e allora io posso esibire con orgoglio (a differenza del collega) la mia sperimentazione.

Quest’anno al blog si è aggiunta la pagina Facebook Scuola Pop.Filosofia e cultura di massa, che in pochi mesi ha superato i 6000 followers. I miei ragazzi si sono cimentati con video performance filosofiche, la creazione di un video-dizionario filosofico e altri esperimenti che hanno raggiunto migliaia di visualizzazioni in poco tempo. La filosofia può essere al passo con i social proprio grazie all’entusiasmo dei ragazzi e alla loro energia. La pagina promuove il mio metodo secondo il principio della diffusione del sapere e delle buone pratiche. Non sopporto l’idea del professore che si chiude in classe e poi cala il buio. Tutti, invece, possono vedere (e criticare) quanto facciamo.

 

In alcuni tuoi libri analizzi il contatto tra l’arte e la filosofia: come si esprime secondo te il legame tra queste due discipline?

Entrambe si occupano di “singolarità”, ma in modo diverso: l’arte lo fa attraverso una pratica che coinvolge i media più differenti (letteratura, pittura, scultura, architettura, cinema, serie tv etc) riducendo al minimo, quasi si trattasse di una fuga, l’aspetto concettuale. La filosofia fa quasi l’opposto. Inutile dire che questa doppia fuga, dalla materia in un caso, dal concetto nell’altro, genera una grande attrazione tra le due discipline, per cui il filosofo è sedotto spesso dall’arte e viceversa. Nella mia carriera di filosofo non ho fatto altro che occuparmi di artisti e pratiche artistiche. Anche l’interesse per le serie tv viene da questa seduzione che l’arte esercita sulla filosofia.

 

In un tuo scritto, hai definito i selfie “una pratica di cura del sé”: perché credi sia scoppiata questa mania dell’esposizione di sé? Ha a che fare con la ricerca costante dell’essere umano di una forma di bellezza?

Il discorso in questo caso non è facilmente riassumibile in due righe. Certo, la pratica del selfie ha a che fare con la bellezza, e in particolare con una forma di bellezza che ha origine nel Rinascimento, ovvero con l’esaltazione dell’immagine del corpo perfezionabile. Ma haanche a che fare con una pratica di cura, di costante preoccupazione per la nostra immagine condivisa sui social che può portare all’esaurimento. Da filosofo ragiono però anche come una sorta di “farmacologo”, nel senso che, entro certi limiti, la pratica del selfie può rivelarsi importante per sviluppare un amore di sé, un narcisismo non patologico capace di contrastare il prodotto più importante dell’attuale industria della bellezza: la vergogna di sé stessi.

 

Un consiglio per i nostri lettori. Tra le tue pubblicazioni, quali ritieni che stiano aiutando maggiormente la filosofia ad essere divulgata per il grande pubblico, condividendola anche al di fuori delle scuole e delle università?

Certamente il volume La filosofia spiegata con le serie tv edito da Mondadori da qualche mese. È il risultato proprio della mia sperimentazione in classe. Anche se molto recente, sta registrando un successo inaspettato sia nei giovanissimi che negli adulti che da tempo avevano abbandonato lo studio filosofia.

 

È obiettivo de La Chiave Di Sophia mostrare come la Filosofia possa entrare in dialogo con tutto ciò che ci riguarda nella quotidianità. Per te che cosa significa Filosofia?

Lo dico in due parole, altrimenti il discorso sarebbe troppo lungo: l’esposizione del pensiero. Per me filosofia significa non aver paura di pensare.

 

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Gli intellettuali oggi

Oggi l’intellettuale è una delle figure più vituperate insieme a quella dell’insegnante e del medico. Dai giornali, dai social network, dai talk televisivi si attacca sempre più spesso colui che desidera riflettere in maniera più approfondita su un certo tema poiché non sarebbe un’azione abbastanza pratica; d’altronde termini quali intellettualoide, professorone, filosofo ecc sono tra i dispregiativi più utilizzati per delegittimare chi esercita il pensiero.

Da dove deriva questo rancore?

Una delle ragioni principali deriva dal fatto che l’intellettuale non produce materialmente ricchezza. Non è dunque un lavoratore o un individuo che si mette a fare, un termine quest’ultimo talmente abusato ormai che se non si fa o non si mostra quanto si fa (in Facebook ad esempio), ci si sente colpevoli o perfettamente inutili in un mondo dove l’ordine di produrre ha esteso le sue lunghe braccia anche nel cesso di casa.

Dunque per ottenere rispetto da parte del pubblico, l’intellettuale contemporaneo è costretto a definirsi un professionista, un colletto bianco con una ventiquattrore contenente l’ultimo sensazionale libro dalla copertina dai colori sgargianti e con un titolo stampato a caratteri cubitali. Inoltre, essendo un professionista dovrà limitarsi a commentare solo ciò che è inerente al suo campo di competenza, un quadratino sempre più piccolo nell’epoca della parcellizzazione dei saperi: sei il massimo esperto delle mele, ottimo. Non azzardarti però a parlare delle pere, son troppo diverse quindi non puoi comprenderle. Oltre a limitarsi al suo campo di competenza, l’intellettuale contemporaneo per forza sarà costretto a schierarsi o tra le file dei buonisti acritici che credono in un mondo a forma di cuore, oppure fra i complottisti di mestiere che dietro a ogni zona d’ombra ricamano teorie da milioni di Like. Non ci si può astenere altrimenti sei uno della casta.

In realtà, io credo che l’intellettuale debba avere un altro profilo.

Innanzitutto dovrebbe avere fiuto, ossia la capacità di leggere e calibrare gli equilibri sociali prima degli altri. Per questo, occorre che l’intellettuale sia dotato di un senso critico estremamente sviluppato. Si può difendere una causa, si può dare voce a un punto di vista, ma la critica deve per forza venire prima della solidarietà (di fedeltà neanche parlo). Di conseguenza, l’intellettuale non potrà schierarsi apertamente prima di non avere sottoposto all’esercizio della critica questo primo legame in particolare e tutti quelli che legano le infinite componenti di una società. A tal proposito, per chi lavora con il pensiero non esistono ordini fissi, gerarchie naturali, presupposti intoccabili e verità a priori in quanto tutto è mutabile, rovesciabile e segmentato.

Insomma da questa breve descrizione l’intellettuale sembra essere un guastafeste, l’amico noioso che alle feste vuole ascoltare il vecchio e saggio Guccini al posto del giovane e superficiale Rovazzi. In realtà non è proprio così. Chi vuole partecipare ai dibattiti e alle riflessioni d’oggi non può vivere al di fuori del mondo come un eremita o provare nostalgia per quel passato della serie “si stava peggio quando si stava meglio”, ma bisogna che si immerga con tutto sé stesso nel suo tempo. Per questa ragione è impensabile non avere un account Facebook e/o Twitter dal quale commentare, anche in maniera provocatoria, ciò che succede con il pericolo di essere attaccato su tutta la linea da diversi leoni da tastiera.

Per concludere, l’intellettuale non può permettersi di essere schizzinoso di fronte agli strumenti di comunicazioni odierni e in generale di fronte alla società contemporanea. Occorre sporcarsi nello stesso fango dove nuotano gli altri, controbattere colpo su colpo senza perdere il senso critico, la vera arma di chi lavora con il pensiero. Magari insieme a un vocabolario incisivo e comprensibile da tutti.

Marco Donadon

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Jannis Kounellis e il gusto classico dell’avanguardia

Lo scorso 16 febbraio è scomparso Jannis Kounellis, uno dei padri dell’arte povera e concettuale. Un artista che era entrato nella contemporaneità con grande spirito rivoluzionario, senza abbandonare però la necessità di una sostanza critica che desse sostegno all’azione artistica.
Kounellis lasciò ben presto il Pireo per arrivare a Roma nel 1956, a soli vent’anni, iniziando il suo percorso all’accademia di Belle Arti sotto l’influenza dell’informale Toti Scialoja, allora docente. Nel 1960 inaugura la sua prima mostra nella storica galleria La Tartaruga, cuore pulsante della vita artistica e intellettuale romana di quell’epoca.
Forse proprio per le sue radici greche era così profondamente legato alla storia della cultura occidentale. Si definiva un pittore della tradizione, nonostante fosse un fiero promotore della libertà comunicativa, che esprimeva attraverso un assemblaggio materico multisensoriale – libero ma mai casuale. E un attento conservatore delle tracce di una civiltà in declino, la nostra, nonostante fosse un rivoluzionario dell’arte.
Aderì da subito al gruppo dell’Arte Povera, sotto la guida di Germano Celant, ma fu sempre difficilmente inquadrabile dal punto di vista artistico: non era di certo partitario di una pittura figurativa, ma in fondo neanche di quella astratta, sebbene amasse molto Pollock. Del pittore americano ammirava l’espressività libera, che trascendeva dal soggettivismo per farsi carico di un’energia quasi ancestrale e profondamente umana nell’essenza. Non apprezzava invece Warhol, per la sua prospettiva cinica e negativa, che offriva una visione passiva e seriale di una realtà prettamente americana e non esportabile.

La sua ricerca artistica era indirizzata verso la sperimentazione, nel definire nuovi linguaggi poetici, sempre espressione di una tensione verso la modernità e rivelatrice del potere alchemico dei materiali.
Travi di ferro e sacchi di carbone, pappagalli, cavalli, caffè, grappa, olio (i prodotti della terra e del lavoro dell’uomo), quarti di bue sanguinanti, ma anche oggetti del quotidiano ed elementi del naturale, con Kounellis entrano nei musei e nelle gallerie. Tutti oggetti che appartengono alla Storia e alla realtà e che, così decontestualizzati, acquisiscono una loro drammaticità, diventando narratori della Storia stessa.

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Kounellis continua un’azione di rottura rispetto alla tela, indagando i mezzi per uscire dal quadro e ponendosi, da questo punto di vista, in continuità con una ricerca artistica già avviata dalle Demoiselles d’Avignon di Picasso (1907), attraverso la frammentazione del soggetto e dello spazio rappresentato. Si inserisce così all’interno di tutta una generazione di artisti che negli anni Cinquanta-Sessanta scoprono i limiti dei confini e dell’ordine, per cercare di superarli, naturalmente attratti dall’altro.
Nella sua opera più famosa, con la quale nel 1969 inaugurò la galleria di Fabio Sargentini, 12 cavalli vennero legati all’interno degli spazi espositivi, come se si trattasse di stalle. Un’estremizzazione del collage in cui pezzi di realtà si inseriscono nello spazio di rappresentazione. Ma non era la provocazione quello a cui mirava l’artista – tralasciando i possibili dubbi sul valore etico di tale azione – al contrario, era un omaggio alla storia dell’arte. Il cavallo, epurato da possibili rielaborazioni stilistiche, viene presentato come archetipo puro. Un’opera che tra l’altro è stata riproposta nel 2015 all’interno della galleria di Gavin Brown a New York, e questo ci fa comprendere il valore ancora fortemente attuale della sua ricerca artistica.

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Kounellis si è sempre considerato un pittore e, d’altronde, usava i materiali come colori: il nero del carbone e della fuliggine, il grigio dell’acciaio, il blu delle fiamme… Si definiva un artista sulla scia della tradizione, nel suo privilegiare uno stile ombroso, che considerava un segno espressivo tipico dei pittori italiani, e nel suo voler rappresentare la tragedia – canone classico per eccellenza – scolpendo con i neri e le ombre lo spazio.

«Io sono un pittore della tradizione. La mia logica è una logica da pittore. Il resto è difficile da definire. Un tempo esisteva un’arte tonale… il pittore era davanti al cavalletto e controllava le tonalità dei colori. Intendo Morandi e gli altri. Era, da un punto di vista poetico, crepuscolare. Era la borghesia che permetteva di vivere queste distanze. Ma il dopoguerra non è più crepuscolare, è molto più drammatico […]».

Ma questo non deve trarre in inganno, perché la sua visione era fondamentalmente ottimista: nella resa estetica del dramma vedeva la bellezza, ma era nell’idea progettuale che cercava la poesia. Proprio nella poesia Kounellis trova il senso dell’arte, o meglio del fare arte, d’altronde il termine greco poiesis significa inventare, creare.
La sua rappresentazione diventa un’esperienza sensoriale che mette l’uomo come fine ultimo dell’azione artistica. Qui sta il suo ottimismo di stampo umanista: l’uomo non può essere abbandonato a se stesso, ma va guidato per ricostruire un rapporto spontaneo con la natura e di consapevolezza con la realtà.
La continua connessione con la Storia, che Kounellis fa emergere nelle sue opere, ci fa riflettere sul valore della cultura e dell’essere umano in relazione al progresso. Il suo pensiero è sempre attuale: indagando la possibilità di ricongiungere natura e civiltà nella coscienza dell’uomo, Jannis Kounellis abbozza l’immagine di un nuovo umanesimo, in cui il valore del fare superi quello dell’apparenza.

Claudia Carbonari

[Immagini tratte da Google Immagini]

Occidentali’s Karma: chi è la scimmia nuda?

C’è poco da fare, d’ora in poi capiterà spesso di avere nelle orecchie il motivetto del brano vincitore del festival della canzone italiana. Una di quelle canzoni che entrano in testa senza chiedere il permesso, prive di riguardo. In molti si ritroveranno a canticchiarla, più o meno consapevolmente.

Critica in musica pop degli aspetti controversi della società digitale, Occidentali’s Karma dichiara sin dal titolo di voler riflettere sul destino della civiltà occidentale, su quello che l’uomo moderno potrà raccogliere, considerati i semi che sta seminando.

Lo fa cospargendo il suo testo di un retrogusto intellettuale: attinge con ironia al linguaggio delle filosofie dell’ovest e dell’est, all’arte e alla letteratura, costruendo una costellazione di easter egg colti.

A chi non è capitato di provare un misto di invidia malcelata e di fastidio per la saccenteria, davanti a qualcuno che con naturalezza riesce ad accostare al proprio pensiero le citazioni di personaggi illustri? Sapevatelo, oggi Gabbani regala a tutti la possibilità di sfoggiare una folta sequenza di rimandi culturali.

Ecco l’origine del significato di dieci riferimenti presenti in Occidentali’s Karma, dieci punti da leggere per cantare la canzone, citando responsabilmente:

1.
Essere o dover essere
Il dubbio amletico

Il principio della canzone si spiega da sé: richiama l’opera, anche se tralascia l’autore. Ma la fama della citazione è tale che la spiegazione suona quasi superflua: è naturalmente il «To be, or not to be», tratto dall’Amleto di William Shakespeare, la battuta che apre il soliloquio in cui il protagonista pondera sull’indecisione tra azione e inazione.

2.
Comunque vada panta rei

Pánta rêi: aforisma greco che si traduce come “tutto scorre”. È l’espressione utilizzata per riassumere il pensiero del filosofo greco Eraclito, il filosofo del divenire, che concepisce il l’esistenza del mondo che ci circonda come un continuo mutare, un flusso sempre diverso in cui la realtà di ogni istante è in perenne evoluzione.

3.
And singing in the rain

Con pánta rêi, fa rima e c’è, stacce, direbbero Lillo e Greg. Riferimento proveniente dall’ambito della settima arte. È il titolo del film e della canzone protagonista della pellicola: stiamo parlando di Cantando sotto la pioggia, il film del 1952 diretto e interpretato da Gene Kelly. Inserito nel testo di Gabbani, richiama anche un’altra celebre frase, attribuita all’artista Vivian Greene: «Life isn’t about waiting for the storm to pass… It’s about learning to dance in the rain».

4.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
La folla grida un mantra
Occidentali’s Karma
Namasté Alé

Carrellata di terminologia in sanscrito, la lingua dei testi classici della religione e della filosofia indiana. Uno per uno in fila (fila indiana, appunto):
Nirvana: Associato ai significati di “estinzione”, “libertà dal desiderio”. È lo stato finale dell’esistenza professato dalla dottrina buddhista, lo stato di cessazione di ogni dolore.
Buddha: Significa “risvegliato”. È l’essere che ha raggiunto il più alto grado dell’illuminazione.
Mantra: formula verbale rituale, composta dai versi tratti dai testi sacri dell’induismo, recitata con una funzione mistica, di preghiera o di meditazione.
Karma: traducibile come “azione”, si riferisce all’interpretazione induista del principio di causa-effetto, a cui è associata una connotazione morale.
Namaste: saluto di origine indiana che significa “mi inchino a te”.

5.
Per tutti un’ora d’aria, di gloria

Ricorda le parole profetiche rese celebri da Andy Warhol: “Nel futuro, ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità”.

6.
L’evoluzione inciampa

Seconda delle tre grandi umiliazioni inferte all’umanità e alle concezioni che descrivono il posto dell’uomo nel cosmo (assieme a quelle firmate Copernico e Freud). La teoria dell’evoluzione, del naturalista inglese Charles Darwin, fissa l’origine della specie umana nella realtà animale dei primati.

7.
La scimmia nuda balla

Nel 1967 lo zoologo Desmond Morris pubblica il saggio La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo. Nel testo descrive l’uomo come una delle 193 specie di scimmie esistenti, primate tra i primati, animale nella sua essenza, e diverso per lo più per il fatto che la sua pelle è sprovvista di peli. Per questo appare nudo rispetto alle bestie sue simili.

8.
Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici

Questa volta l’ambito è quello della cultura generale, che rievoca la risposta di Marilyn Monroe alla domanda di una storica intervista. Al quesito del giornalista: «Cosa indossa per andare a letto? Un pigiama? Una camicia da notte?» rispose «Due gocce di Chanel N°5».

9.
Coca dei popoli
Oppio dei poveri
 

Karl Marx, autore del Manifesto del partito comunista accosta la pratica religiosa all’assimilazione di sostanze che confondono l’intelletto. Scrive in una delle sue opere: «La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli».

10.
Quando la vita si distrae cadono gli uomini

In questo ultimo passo possiamo intravedere una reminiscenza delle parole del filosofo Friedrich Nietzsche, che in un passo di Cosí parlò Zarathustra, il testo dove viene espressa la dottrina del superuomo, scrive: «Io amo coloro che non sanno vivere anche se sono coloro che cadono perché essi sono coloro che attraversano».

I versi della canzone attingono a un patrimonio di sapere che attraversa le epoche, le culture e le regioni del mondo. Forse nel successo di questo brano si può intravedere un desiderio inappagato di profondità culturale, compensazione della pratica continua della superficialità che tanto critica il testo di Occidentali’s Karma. O forse è stata innalzata sul podio solo perché ci piace vedere una scimmia ballare su un palco. Probabilmente le due cose non si escludono.

O forse ancora, se l’essere è, e il non essere non è, è semplicemente perché Sanremo è Sanremo.

P.S. La scimmia nuda, sei tu.

Matteo Villa

Link YouTube per riascoltare la canzone

J’ACCUSE! Una provocazione hobbit su Harry Potter

Il trentunesimo giorno di Gennaio dell’anno 2017 (secondo i calcoli gregoriani),

casa Casagrande, Introvigne – Tarzo, Marca Trevigiana – Veneto, Italia,

la Settima Era di questo Mondo.

 “I buoni artisti copiano, i grandi rubano” (P. Picasso)

Cara signora Rowling,

inizio la presente ringraziandoLa per aver spinto una generazione di giovani svogliati a leggere. Le volevo però chiedere: era proprio necessario copiare Tolkien così tanto? Perché Lei non ha rubato: ha copiato. Dove vedo le somiglianze? In ordine sparso:

I personaggi

Harry (orfano adottato dagli zii), piccoletto destinato a salvare il mondo, è un Frodo (orfano adottato dallo zio) con la cicatrice (e anche la cicatrice è nulla-di-nuovo: dicono qualcosa la ferita del Re Stregone ad Amon-Sûl, o la puntura di Shelob a Torech Ungol?), ma privo dell’umile grandezza di questo Hobbit. Ron, è un Sam rubrutricotico e Hermione una somma di Marry e Pipino. Silente è un Gandalf neanche lontanamente epico come lui; Hagrid, la fotocopia di Beorn e la McGranitt una Galadriel passata in colorante.

Voldemort (pur facendosi chiamare “Oscuro Signore”) sta a Sauron come un cerino sta al napalm. I Dissennatori e i Mangiamorte (nomi già, di per sé, abominevoli) dovrebbero ricordare i Nazgûl… e niente, fa già ridere così. Aragog è la riproposizione in miseria di Shelob o Ungoliant; il Platano Picchiatore un Ent con l’influenza.

C’è persino un traditore: Peter Minus, oggetto inqualificabilmente umanoide che dovrebbe ricordare il titanico Saruman: al pensiero di essere accostato a cotal essere, Christopher Lee s’è rivoltato nella tomba come una cotoletta.

Gli oggetti

Fino al VI libro, ho sperato non ci fosse un Anello magico attraverso la cui distruzione il cattivo sarebbe morto. Ce n’erano sette, infatti, e si chiamavano Horcrux. Solo il loro annientamento avrebbe consentito la morte di Voldemort, perché, in essi, egli aveva infuso la sua anima… devo aggiungere altro? Ash nazg durbatulûk.

Eviterò, per pietas, di parlare della Spada di Grifondoro (Andùril), dei Doni della Morte (gli Anelli minori) e della presenza di un Serpentone (Smaug).

I dettagli

La maledizione Imperius ricorda l’incantesimo di Vermilinguo su Thèoden, Hogwarts è un rifacimento di Minas Tirith, il covo di Voldemort assomiglia a Minas Morgul persino nella tappezzeria. Non voglio neppure citare il fatto che Potter nel IV libro finisca in un cimitero (i Tumulilande), in battaglia richiami i morti  (come Aragorn a Erech) o, nel VII, risorga da morto (come Gandalf).

Ma’am Rowling, Lei ha fatto i miliardi con questo minestrone di citazioni: chapeau. Io non la invidio né la elogio. Non la stimo, né la critico.  Mi pento di aver speso soldi per i suoi libri, ma questi sono fatti miei.

Io voglio credere che Lei non abbia copiato. Voglio pensare che, piuttosto, abbia disseminato di oculati omaggi a Tolkien la sua opera. Mi faccia, però, un favore: convinca tutti i Suoi fan a smettere di giudicare qual “vecchia paccottiglia” tutto quello che The Professor ha creato: se non crede che tale screditamento avvenga, faccia un giretto su internet.

Con ciò detto, La invito a portare un crisantemo sulla tomba di Tolkien. Era un grand’uomo: sono certo che accetterà volentieri il fiore e non La denuncerà per aver “portato avanti” la sua opera come, al contrario, Lei ha fatto con quella casa editrice cinese…

 

Post-scriptum philosophicum

Ciò che ho tentato di veicolare in queste righe, è la mia convinzione teoretica che il furto sia sinonimo di omaggio, e che esso sia l’anima e la cerniera di tutta la produzione intellettuale umana: in fondo, non avremmo avuto l’impressionismo musicale, se Debussy non avesse “rubato” da Mallarmé.

Ciò che separa omaggio e copiatura, sono 1) la motivazione di chi “commette il furto” e 2) la coscienza che, d’esso, hanno i fruitori dell’opera finale. Non v’è dubbio che, omettendo d’affermare di aver tratto ispirazione da Il Signore degli Anelli, l’autrice di Harry Potter (che, per svariati motivi, io ritengo portabandiera di quella Cultura-Odierna contro la quale mi batto duramente), o quantomeno la sua fan-base, si dimostrino intellettualmente piuttosto poveri, ma non è colpa loro: pagano solo il fio d’essere immersi in un certo modo d’intendere la conoscenza e l’arte.

Il mainstream contemporaneo ha proclamato il dogma del primato dell’originalità-a-ogni-costo. Ammettere di aver-tratto-ispirazione, o di essere-stati-influenzati, è considerato una debolezza. In senso ironico, se Il Signore degli Anelli rappresenta la tradizione, e Harry Potter la modernità che nega il passato, potremmo dire che il primo è “di destra”, il secondo “di sinistra”.

La negazione dei precedenti (malafede-estetica che muta il nobile omaggio in volgare copiatura) la potremmo chiamare “paura della storia”, o “fobia della somiglianza”: un vero autorazzismo post-avanguardista d’una disonestà intellettuale rivoltante, sintomo d’ignoranza crassa, degno figlio di questo secolo oltr’i confini del quale − io lo sento − c’è ben più del nulla.

L’unico antidoto a questo bisogno di originaleggiare, è un rinascimento ermeneutico, attuabile con un’educazione che sia, quanto più possibile, enciclopedica, e che consenta d’instillare, in ciascuno, una competenza adeguata a tesser rimandi e confronti intra– e inter– disciplinari. Sapere un po’ di molte cose è decisamente più utile a livello pratico, e apre molto di più i confini della mente teoretica, che non sapere tutto d’un solo argomento (posto che le due cose s’escludano a vicenda). Quest’educazione omnipervasiva, io la chiamo Eclettismo.

Solo percorrendo la Via Diritta dell’Eclettismo, supereremo la “paura della somiglianza” che, grazie al potere della Cultura-Dominante (bisognosa di tagliare masochisticamente i ponti con la storia) risulta essere molto più pericolosa per la sopravvivenza dell’Occidente (che sinora s’è nutrito di memoria e d’identità) di quanto non lo sia il falso totem della “paura della diversità”:

«Mentre il nuovo mondo decade, l’antica Via e il Sentiero del ricordo dell’Ovest ancora sono certo percorribili […] per giungere dove i Valar tuttora dimorano, osservando lo svolgersi della storia».
J.R.R. Tolkien, Akallabêth

David Casagrande

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Il coraggio della filosofia: intervista a Diego Fusaro

In uno dei contesti più interessanti di Treviso, la chiesa sconsacrata che è parte del museo di Santa Caterina, ha luogo uno degli incontri dell’edizione 2016 del festival letterario trevigiano Carta Carbone.
L’ospite che ho deciso di intervistare è Diego Fusaro, giovane e discusso filosofo, nonché intellettuale di riferimento di una scalpitante parte di persone che vuole e sente il dovere di criticare il più fortemente possibile il contesto culturale, economico e sociale contemporaneo. Fusaro, attraverso i propri libri, le proprie lezioni all’Università San Raffaele di Milano, i propri articoli, dà voce a queste spinte coniugando temi marxisti e di critica verso la società della tecnica, l’americanismo, la globalizzazione.

Il tema del dibattito di oggi è quello del coraggio, cui Fusaro ha anche dedicato un suo libro intitolato appunto Coraggio, edito da Raffaello Cortina nel 2012. Il coraggio di cui Fusaro parla oggi, oltre che in diversi luoghi dei suoi scritti, è il coraggio della filosofia intesa appunto come critica del potere, del sistema dominante, della violenza in tutte le sue forme. Come sfondo a questo tipo di proposte e di impostazione sta una personalità e un percorso filosofico particolare, che vale la pena approfondire.

 
Lei, in modo anche controverso e non scevro da polemiche, fa della critica al sistema il cavallo di battaglia del suo pensiero e del pensiero in generale. Pensare significa essere dissidenti nei confronti del potere, di ciò che è ingiusto, ecc. C’è un modo particolare con cui un giovane può diventare un bravo pensatore o critico?

Non ho una risposta preordinata a questa domanda, anche perché presuppone che io sia un bravo critico ed è tutto da dimostrare. Io comunque consiglierei a un giovane di studiare i testi classici e di provare a pensare liberamente al di là dei condizionamenti a cui vengono sottoposti. Se dovessi dare un consiglio non richiesto direi di tornare ad Aristotele e Platone, dai giganti, vedendoli nell’espressività filosofica generale dei loro sistemi.

Una novità rilevante e molto interessante nel suo pensiero è la coniugazione di temi strettamente marxisti con temi che invece appartengono alla destra o all’area conservatrice del pensiero e che si ritrova in autori come Heidegger, Jünger, Schmitt. Qual è il terreno che li accomuna oggi?

Il terreno che li accomuna è il rigetto integrale della società della tecnica e del capitalismo. Nonostante questo, sono diverse le analisi che fanno, le diagnosi e le prospettive e proprio riguardo queste ultime mi sento ovviamente più vicino a Marx rispetto che a Jünger o a Heidegger. Per quel che riguarda però la forza critica rispetto al mondo della tecnica credo che abbiamo moltissimo da imparare anche da Heidegger e da Jünger e credo sia frutto di un condizionamento ideologico non studiare questi autori oggi.

Trova in Italia oggi dei validi interpreti o critici del mondo contemporaneo?

Li trovo ma sempre ai margini della filosofia, in verità. Penso ad esempio, senza parlare del mio maestro compianto Costanzo Preve in cui riconosco la più grande voce filosofica degli ultimi anni, di trovare spunti interessanti in Massimo Fini o in autori che non sono propriamente filosofi come Alberto Bagnai, che è un economista; trovo spunti interessanti in giornalisti, economisti e altri. La filosofia mi pare sia in una fase di congelamento ideologico.

Crede in questo senso che i pensatori più in voga all’estero abbiano da dire di più, rispetto a quelli italiani?

Ci sono all’estero pensatori interessanti anche se a volte scadono un po’ nel postmoderno. Pensiamo ad esempio a Žižek, di cui condivido la valorizzazione di Hegel, la critica radicale del capitalismo e che però poi strizza un po’ troppo l’occhio alle ricadute postmoderne del presente. Badiou è interessantissimo così come Alain de Benoist che però non è propriamente un filosofo, ed è in questo senso un po’ ai margini.

Sicuramente i cosiddetti ‘poteri forti’ o le tendenze globali che sono troppo ampie e complesse da gestire hanno un ruolo nello stato di malessere sociale attuale. Non crede però che nelle democrazie occidentali ci sia una grave mancanza di doveri da rispettare (come quello di informarsi, studiare, partecipare), che arginerebbero i mali e favorirebbero i diritti?

Certo che sì. Oggi viviamo nella società in cui ci sono solo diritti acquisibili e acquistabili e in cui tutto è merce. Ci sono solo diritti corrispondenti alla capacità di acquisto. Anche i figli oggi diventano diritti, che è una figura concettualmente assurda; oggi un diritto è la capacità di essere economicamente solventi. È una società del ‘tutto è possibile’ a patto che si abbia l’equivalente monetario corrispondente.

Infine, cosa ha significato o significa per lei fare filosofia?

Per me fare filosofia significa interrogarmi sul mio tempo cercando di coglierlo nei concetti e di porlo in relazione all’eterno, a ciò che è vero sempre. Direi che questo dovrebbe fare il filosofo.

Luca Mauceri

NOTA: Questa intervista ci è stata rilasciata domenica 16 ottobre 2016 in occasione del Carta Carbone Festival di Treviso.

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Je suis Charlie, moi non plus

Il terremoto che ha colpito il centro Italia i giorni scorsi non ha mancato di attirare gli usuali sciacalli mediatici, e non si è certo tirata indietro la controversa rivista francese Charlie Hebdo, fino a poco fa considerata da molti italiani il simbolo della libertà di pensiero e di espressione. Stavolta, però, la reazione al disegno firmato Felix è stato di indignazione quasi unanime e, salvo una schiera di strenui difensori che insiste a leggere nella vignetta una “fine satira sociale e politica” penalizzata da “giochi di parole intraducibili dal francese”, i corpi di morti e feriti trattati con la solita, dissacrante ironia ha provocato stavolta un’alzata di scudi generale, anche a livello istituzionale.

Curioso, visto e considerato come anche la vignetta che ironizzava sull’attacco al Bataclan o quella sulla strage di Nizza erano state accolte come esempi di “autoironia”. Il pubblico sdegno, che non si era scomodato neanche per i vergognosi disegni sul piccolo Aylan Kurdi, interviene solo quando nel bersaglio dei vignettisti finisce in prima persona chi legge. Forse, finalmente, si è in grado di capire oggi quali sentimenti suscitino normalmente i disegni “satirici” della rivista francese, gli stessi che avevano fatto commentare perfino a Papa Francesco: «Se il dottor Gasbarri, che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, gli aspetta un pugno [sic]. È normale».

Anche il regista premio Oscar Hayao Miyazaki, non certo un leader religioso, aveva dichiarato che a suo avviso la satira dovrebbe occuparsi di politica, possibilmente la propria, mentre quella a danno di credenze e culture altrui non ha ragione di esistere; la redazione rispose con un raffinatissimo «Cabu, qui détestait le manga, et qui a passé sa vie à caricaturer les hommes politiques, te dit merde!».

Sia Bergoglio che Miyazaki hanno messo in luce quella che è la pietra della discordia delle polemiche di ieri e di oggi (e che si traducono sempre e comunque in pubblicità per il giornale), un dibattito intorno alla definizione stessa di “satira”. Basta che una cosa sia scioccante per essere considerata satira, come molti hanno sostenuto in questi giorni? Allora Charlie Hebdo è un campione del genere, così come lo sono di diritto anche gli snuff movie o i reality sugli incidenti stradali. La satira deve veicolare un messaggio, farsi portavoce di una critica mirata a un dato sistema ideologico o sociopolitico? Ecco allora che le opinioni divergono.

Una vignetta su Benedetto XVI o Papa Francesco che mette in ridicolo parole o atteggiamenti può essere satirica, una che raffigura la Trinità impegnata in sesso di gruppo no; un disegno che mette in ridicolo al-Baghdadi può essere satirico, uno che ritrae il Profeta Muhammad in posa per un servizio fotografico porno no. Esiste un confine neanche troppo sottile tra il deridere una persona per le sue convinzioni e ridicolizzare le convinzioni stesse. Nel caso delle religioni, poi, il discorso si fa ancora più delicato, perché si va a toccare una sfera estremamente intima della vita personale; una fede non è un’ideologia politica, una regola di condotta morale, un sistema di credenze: rientra piuttosto nella categoria delle relazioni personali, nel caso specifico una relazione tra il credente e Dio. Il paragone usato da Bergoglio nel 2015 tocca precisamente il cuore della questione: si può parlare ancora di satira quando non si cerca di criticare o correggere, ma semplicemente di indignare, offendere, scioccare, senza alcun riguardo per la sensibilità altrui e senza curarsi minimamente di ciò che per altri è il sacer?

Se la risposta è negativa, allora non è possibile non indignarsi per ogni singola provocazione da parte di Charlie Hebdo e colleghi, ma piuttosto che fornire pubblicità gratuita con dibattiti infiniti, sarebbe bene seppellire la fonte del malcontento sotto una coltre di indifferente silenzio. Se la risposta invece è positiva, e la libertà non deve avere come limite neanche quella altrui, allora si lasci passare tutto: l’idea di rispetto della vita umana rimanda direttamente al sacro, ed eliminato questo, è solo ipocrisia indignarsi per uno sbeffeggiamento di troppo alle vittime di qualsivoglia tragedia.

Giacomo Mininni

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