Tu scendi dalle stelle

<p>Teddy Sczudlo via Getty Images</p>

Quando durante un’omelia del maggio 2014 Papa Francesco aveva scherzosamente sostenuto che la Chiesa avrebbe dovuto battezzare anche un marziano, qualora lo chiedesse, per “non chiudere le porte a nessuno”, la frase era stata accolta per quello che era: una semplice iperbole per far passare un concetto. Al momento in cui però, lo scorso 22 febbraio, la NASA ha reso nota la scoperta di Trappist-1, un sistema solare con sette pianeti, tre dei quali potenzialmente abitabili, il quesito ha assunto una dimensione se non del tutto nuova comunque concreta: come reagirebbero i sistemi teologici e culturali all’eventuale scoperta di vita extraterrestre, specie se senziente?

Nonostante l’apparenza, la questione non è certo secondaria, specie considerando che, quando Giordano Bruno teorizzò, in De l’infinito, universo e mondi del 1584, l’esistenza di altri mondi abitati oltre alla Terra, l’affermazione gli costò un processo per eresia che si sarebbe concluso con la sua morte sul rogo nel 1600. A ben guardare, però, il problema potrebbe essere tale solo da una prospettiva cristiana: per le grandi religioni orientali, infatti, il ciclo dell’esistenza non è affatto legato ad una dimensione terrestre, almeno non esplicitamente, e la presenza di altra vita senziente non scalfirebbe affatto una sensibilità che da sempre si professa universale. Anche l’ebraismo non riscontrerebbe particolari difficoltà: se da un lato alcune scuole cabaliste hanno riconosciuto in Trappist-1 il corpo celeste Neberu che, come profetizzato nel Sefer ha-Zohar, precederebbe l’avvento del Messia, per le altre (maggioritarie) scuole teologiche la vita extraterrestre sarebbe del tutto irrilevante in quello che rimane una relazione tra Dio e il popolo ebraico solo. Anche l’islam, che nella prima sura del Corano loda il “Signore dei mondi”, non avrebbe troppi problemi ad accettare l’esistenza di vita aliena, che come ogni altra rientrerebbe nel dominio di Dio.

Il cristianesimo, però, con la nascita, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth, è indissolubilmente legato alla storia terrestre, e la presenza di altre creature senzienti su altri pianeti porrebbe lo scomodo problema di una rivelazione ripetuta: Gesù si sarebbe incarnato anche su altri pianeti? Il Suo sacrificio si sarebbe ripetuto tante volte quanti sono i mondi abitati? Vista così, la prospettiva di una civiltà aliena ripropone, “in grande”, gli stessi problemi che la Chiesa cattolica e, di lì a breve, quelle protestanti dovettero affrontare all’inizio del XVI secolo, quando le spedizioni spagnole provarono l’esistenza di un continente sconosciuto, abitato da altri popoli ed altre civiltà, che non avevano giocoforza mai conosciuto Cristo e il Suo messaggio. La prima reazione non fu esattamente esemplare, se passarono anni prima che si riconoscesse a indios e nativi il semplice status di esseri umani; fu l’impulso di Ignazio di Loyola a fornire una soluzione, pragmatica come da stile gesuita, del problema: Cristo non era stato nel Nuovo Mondo, perché era compito e missione dei cristiani del “vecchio” evangelizzarlo. L’impulso della Compagnia di Gesù non solo evitò una crisi teologica senza precedenti, ma dette portò nuova linfa alla cristianità, permettendole di espandere i propri confini come mai prima di allora, sopravvivendo ai colpi potenzialmente mortali della Riforma protestante.

Al momento, qualsiasi dibattito su come e se la religione cristiana uscirebbe dall’incontro con forme di vita extraterrestri rimane, ovviamente, nel regno della pura congettura, un esperimento mentale che però aiuta a capire se e quanto la specie umana sia preparata ad una nuova rivoluzione copernicana. Rimane il fatto che, indipendentemente da ogni altra considerazione, qualsiasi notizia ci porti ad alzare nuovamente lo sguardo verso le stelle è più che benvenuta.

Giacomo Mininni

[Immagine tratta da Google Immagini]

The Young Pope: Sorrentino sui limiti della Chiesa di papa Francesco

Un papa che fuma in continuazione. Una suora, che lo ha cresciuto, appassionata di basket e che come pigiama indossa una maglia con la scritta “I’m virgin, but this is a very old shirt”. Un cardinale di stato tifoso sfegatato del Napoli, che va su tutte le furie se qualcuno allude alla dipendenza da cocaina di Maradona. Come sempre Sorrentino calca la mano sulle assurdità dei suoi personaggi, per renderli più umani, più vicini. Ma The Young Pope, la sua nuova serie tv, è anche una riflessione, seria e profonda, sulla Chiesa.

Al centro dell’opera vi è Lenny Belardo, eletto a 43 anni al soglio pontificio. Malgrado la giovane età, Lenny ha delle idee conservatrici: è duramente contrario all’aborto, vuole cacciare gli omosessuali dalla Chiesa e ristabilire la messa in latino. Il papa di Sorrentino sembra quasi istaurare un dialogo a distanza con Papa Francesco, per negare tutte le sue modernizzazioni.

Infatti sin dalla scelta del nome, papa Francesco ha inaugurato una Chiesa di amore e misericordia, che ha affrontato temi tabù per aprirsi alla modernità e risultare accogliente per tutti. Una scelta vincente, visto che Francesco ha invaso televisioni e giornali, risultando ad esempio l’uomo più amato dagli italiani nel 2014.

Eppure la Chiesa è davvero cambiata? Prendiamo le ormai famosissime dichiarazioni di Bergoglio sull’omosessualità: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?». La frase è stata letta come una storica apertura, peccato però che nel recente dibattito riguardo alla legge sulle unioni civili in Italia il cardinal Bagnasco abbia parlato del rischio di «compromettere il futuro dell’umano» e lo stesso Francesco abbia affermato «Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione».  Ecco allora che la bella e potente frase rimasta nella memoria di tutti assomiglia più a uno slogan vincente che a una nuova linea della cristianità.

Concentriamoci ora sulle alcune dichiarazioni ancora più recenti, tramite cui il pontefice ha permesso a tutti i sacerdoti di assolvere l’aborto. Anche questa è stata letta come un’apertura memorabile, ma basta soffermarsi un secondo sulle parole di Bergoglio per capire che la condanna della Chiesa all’interruzione di gravidanza non è cambiata poi molto. Nel suo discorso Francesco ha infatti precisato «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente». La condanna della Chiesa quindi non è mutata, semplicemente si è concesso un paternalistico perdono alle donne incappate in questo “grave peccato”.

Il punto insomma è che la Chiesa di Belardo, nel suo rigore fuori moda, appare molto più coerente di quella di Francesco, che cerca di correre verso la modernità senza muoversi davvero. Le dichiarazioni di Bergoglio sembrano spesso un modo per nascondere dietro una vernice colorata una sostanza che permane immutata. Francesco presenta una Chiesa che si sforza di accogliere tutti con contenuti facili. Pensiamo per esempio al discorso in piazza San Pietro in cui parlò della misericordina, una scatola a forma di medicinale contenente un rosario e la presentò come una medicina necessaria allo spirito. Banalizzare in questo modo i contenuti per renderli appetibili a tutti, trasformando il concetto di misericordia in una trovata pubblicitaria, probabilmente attrae più fedeli in piazza, ma rischia di mettere in secondo piano il vero contenuto della Chiesa, il senso del sacro.

Lo stesso Belardo nella serie tv afferma «le pubbliche piazze sono riempite, ma non i cuori». Pio XIII insiste per avere una Chiesa amata da meno persone ma con più intensità, che metta al centro il mistero perché il dubbio e la sofferenza sono necessarie per cercare Dio. Il rischio di una chiesa così pop è che questa sia abbracciata superficialmente da un gran numero di persone, ma sentita da poche. È un pericolo che anche alcuni all’interno della cristianità stanno avvertendo, come il cardinale Burke che, mettendo in dubbio la linea perseguita dal papa, afferma «La fede non può adeguarsi alla cultura, ma deve richiamarla alla conversione. Siamo un movimento ‘contro culturale’, non popolare».

 

Lorenzo Gineprini

 

[Immagine tratta da una scena della serie]

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Il futuro di una chiesa isolata

Quello rappresentato dalla “Brexit” è senza dubbio un evento epocale, le cui conseguenze a breve ed a lungo termine devono ancora palesarsi nella loro portata e interezza. Se a livello economico-finanziario i risultati sono stati immediati, e sul piano sociale e politico sono in buona misura prevedibili, rimane ancora l’incognita del destino della Chiesa anglicana.

Non è un segreto che la Chiesa inglese versi in cattive condizioni da decenni ormai: nonostante le numerose riforme apportate al proprio interno, non ultimo il sacerdozio femminile, i fedeli effettivi al suo interno sono in costante diminuzione (i registri parrocchiali parlano di 25 milioni, ma i praticanti sono meno della metà), e la sua reale influenza sulla società britannica ha subito un drastico calo. Lo stesso risultato del referendum sembra confermare la scarsa presa delle autorità ecclesiastiche sulla popolazione: l’Arcivescovo Justin Welby si era a più riprese espresso contro l’uscita del paese dall’UE, ma i suoi appelli sono caduti del tutto inascoltati, e proprio le frange più conservatrici che normalmente cercano giustificazione e legittimità nella religione hanno guidato il popolo verso posizioni opposte rispetto a quelle auspicate da Canterbury.

La Chiesa anglicana ha come mai bisogno, oggi, di quello che non ha mai avuto fin dalla sua fondazione: apertura alle altre confessioni cristiane, a partire da quelle presenti sul territorio britannico. Fino agli anni Novanta, ogni passo avanti fatto nella riconciliazione tra Chiesa anglicana e cattolica è stato bruscamente interrotto proprio dalla prima, che si è sempre ostinata a mantenere un fiero isolazionismo, diretto riflesso di quello politico della Gran Bretagna. Ora che però questa linea di condotta ha portato ad un isolamento reale che promette di essere mortalmente nocivo al Paese, la riapertura dei dialoghi non può essere ulteriormente rimandata.

La crisi economica ha portato con sé alcuni inaspettati cambiamenti anche in ambito ecclesiastico: il tracollo della Grecia ha portato la locale Chiesa ortodossa a rivedere la possibilità di un riavvicinamento al cattolicesimo, idem per quella rumena; dal Concilio Panortodosso di Creta conclusosi lo scorso 26 giugno, il primo dal 1054, sono emersi importanti documenti che incoraggiano l’unione tra le varie Chiese ortodosse autocefale (pur non avendo partecipato all’incontro alcune di queste, prima tra tutte la grande Chiesa di Mosca): un segno di unione importante in un’epoca di forti divisioni, ma anche una diretta conseguenza di una profonda crisi sociale e politica. Quello delle Chiese ortodosse dovrebbe essere per la Chiesa di Londra un esempio, sia sul piano politico che su quello eminentemente spirituale.

Con un Canale della Manica che non è mai stato così largo, bloccato su un’isola che ha espresso la propria volontà di staccarsi ulteriormente dal continente, l’evangelico “Ut unum sint” potrebbe rimanere l’unica chance di sopravvivenza per l’anglicanesimo, oltre che l’ultima occasione per poter influire in maniera positiva ed efficace sul post-Brexit. Un eventuale riavvicinamento agli episcopali di Scozia o agli autonomi d’Irlanda potrebbe contribuire notevolmente a riparare le fratture generate all’interno del Regno Unito dal risultato del referendum, riavvicinando a Inghilterra e Galles i potenziali secessionisti; in più, un’apertura nei confronti delle Chiese continentali, la cattolica come le protestanti, potrebbe fare da testa di ponte nella riscoperta (e nella ricostruzione) di una comune identità europea, almeno nel suo impianto etico e valoriale. Sarebbe, con ogni probabilità, l’equivalente di un mulino che comincia a funzionare solo quando ormai l’intera popolazione è morta di fame, ma considerata la posta in gioco vale pure un tentativo. L’unica alternativa, al momento, è la definitiva scomparsa della Chiesa d’Inghilterra.

Giacomo Mininni

Giacomo Mininni, nato a Firenze, si è laureato cum Laude in Scienze Filosofiche presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Firenze nel 2013. Scrive in qualità di critico cinematografico per il settimanale La croce, collabora frequentemente con il trimestrale Prospettive, edito dalla ONLUS Opera per la Gioventù “Giorgio La Pira”, col settimanale ToscanaOggi e con altri periodici. Ha curato due capitoli del volume Pino Arpioni e La Vela. Sessant’anni di campi scuola di Claudio Turrini, edito da Edizioni Cooperative Firenze 2000 nel 2014, e l’introduzione di Le filosofie inconsapevoli. Pedagogia della non conoscenza di Fabio Fineschi, edito da Ladolfi Editore nel 2016. Sempre con Ladolfi ha pubblicato nel 2015 Verso il mare. La filosofia della storia di Giorgio La Pira. Da dieci anni si occupa di dialogo interculturale e interreligioso presso l’Opera per la Gioventù “Giorgio La Pira”.

Anselmo e l’esistenza di Dio: tra realtà e Intelletto

I primi secoli del Medioevo furono per l’Occidente cristiano un periodo di tumultuosi mutamenti politici e sociali, non certo l’ambiente più adatto per la speculazione filosofica.

La ripresa del fervore culturale si ebbe a partire dal IX secolo, con la nascita dell’Impero di Carlo Magno. L’obiettivo del sovrano franco di riunire la cristianità sotto l’autorità dell’Imperatore e della Chiesa era perseguito con la spada ma anche con il libro: fornire un panorama culturale comune alle genti riunite nell’impero ispirandosi alla Roma di Costantino I. È perciò grazie al patrocinio della corona che poté nascere la schola palatina ad Aquisgrana: un gruppo d’intellettuali che diede forma a quella che sarà la cultura e la filosofia del Medioevo centrale, che sarà perciò chiamata Scolastica e che sopravviverà di secoli all’effimera esperienza dell’impero carolingio.

Una delle figure più interessanti della Scolastica è quella di Sant’Anselmo. Nato ad Aosta nel 1033 da nobile famiglia, fu frate benedettino e attraversò diverse abbazie fino a diventare nel 1079 abate del monastero di Bec, in Normandia, e infine arcivescovo di Canterbury nel 1093, sotto il regno del re normanno d’Inghilterra Guglielmo II il Rosso, figlio di Guglielmo il Conquistatore. Anselmo aveva fama di essere più uomo di pensiero che di potere, guadagnandosi spesso la simpatia popolare. Una volta ottenuto l’arcivescovado, egli divenne tuttavia un difensore della riforma gregoriana, nata nel 1046 con l’intento di ripristinare l’antica purezza della Chiesa di Roma (il X secolo era stato un tale periodo di corruzione da essere definito saeculum obscurum negli Annali Ecclesiastici), e i cui obiettivi principali erano l’affermazione del potere papale su quello dei vescovi e del potere ecclesiastico su quello civile. Mentre il papa si scontrava quindi con l’imperatore, Anselmo entrò in attrito con il re d’Inghilterra, e fu costretto due volte all’esilio, da Guglielmo II e dal suo successore Enrico II Beauclerc. Riappacificatosi con re Enrico, Anselmo si reinsediò a Canterbury e mantenne la carica fino alla morte, nel 1109.

Il pensiero di Anselmo fornisce un buon ritratto del panorama culturale del Medioevo centrale: un erede del neoplatonismo di Agostino e dei commenti aristotelici di Boezio che presenta però molti aspetti innovativi, introducendo dibattiti tutt’ora sentiti, come il rapporto tra ragione e fede. Anselmo riservava molta attenzione al ruolo della ragione. Secondo il santo, il fondamento di ogni sapere è ancora individuato nella fede (credo ut intelligam), ma la ragione diviene uno strumento essenziale per comprendere i dogmi della fede.

Nel Monologion (1076), Anselmo dimostra a posteriori l’esistenza di Dio. Nel mondo vi sono molte cose buone: nessuna di queste è buona in assoluto e ognuna di esse presuppone un bene assoluto da cui traggano il loro grado di bontà. Questo bene assoluto è Dio. Lo stesso ragionamento si può applicare ad ogni valore: nulla è perfetto e tutto presuppone l’esistenza di una somma perfezione, di Dio.

Nel Proslogion (1078), l’esistenza di Dio è invece dimostrata a priori. Per Anselmo ognuno, anche lo stolto «che disse in cuor suo: Dio non c’è», ha il concetto di Dio. Ma il concetto di Dio è il concetto di un essere di cui non si può pensare nulla di maggiore. Ed è impossibile che un tale Essere esista solo nell’intelletto e non nella realtà: se esistesse solo nell’intelletto, allora sarebbe possibile pensare qualcosa di maggiore, cioè che esista anche nella realtà. L’argomento si fonda sul presupposto che ciò che esiste nella realtà è “maggiore” di ciò che risiede nel puro intelletto.

Le argomentazioni di Anselmo furono oggetto di dibattito già tra i suoi contemporanei. Molti pensatori medievali e moderni, fino a Cartesio, Spinoza e Hegel considerarono valido il ragionamento dell’abate di Bec. Ma intanto già Gaunilo di Marmoutiers si era rivolto al suo contemporaneo Anselmo sostenendo che dimostrare qualcosa sul piano del pensiero non significa dimostrarne l’esistenza: dalla possibilità logica non deriva la realtà. Altri che non accolsero le dimostrazioni di Anselmo furono Kant e Tommaso d’Aquino.

L’obiezione di San Tommaso (1225-1275) è quella forse più importante, perché su di essa si baserà la linea ufficiale della Chiesa: per l’Aquinate l’argomentazione anselmiana è valida solo se si presuppone già l’esistenza di Dio, che va dunque presupposta per sola fede.

 

Umberto Mistruzzi

[Immagini tratte da Google Immagini]