Bhegel

Di recente il mondo della filosofia è stato scosso dalla pubblicazione dei Quaderni neri di Heidegger. Gli intellettuali stavano ancora dibattendo sull’appoggio del filosofo al Nazismo e sul suo antisemitismo, quando un altro, inaspettato evento – un’altra relazione pericolosa – è arrivato a scuotere le accademie di tutto il mondo. Karl Nasestecker, dottorando in filosofia teoretica, ha ritrovato nel sottoscala della casa del giovane Hegel a Tubinga degli appunti raccolti sotto il titolo Das absolute Bagel.

Scritto tra il 1788 e il 1790, Das absolute Bagel – “Il Bagel Assoluto” – dimostra un fatto prima d’ora sconosciuto: Hegel aveva cercato la risoluzione del proprio sistema nella pasticceria. All’epoca l’austero mondo accademico respinse stizzito l’empito filosofico-dolciario del giovane filosofo direzionandolo verso lidi ben più oscuri e speculativi. La vergogna fece molto, ma, per fortuna, non abbastanza: Hegel nascose il testo, ma non lo distrusse. Il caso, o chi per lui, ha fatto sì che rimanesse intatto attraverso i secoli, permettendoci oggi di presentarvelo nella traduzione italiana.

Non storcete il naso se ci abbandoniamo all’entusiasmo davanti a questa scoperta: Hegel fondò la pasticceria filosofica. Sebbene il timido studente di Tubinga abbia lasciato in fretta questa strada, per diventare il filosofo che Friederich Förster, durante la sua orazione funebre, definì «la stella del sistema solare dello spirito del mondo», ora sappiamo che prima di tutto ciò fu “la stella polare della pasticceria filosofica”. Noi di Aristortele ringraziamo commossi.

DAS ABSOLUTE BAGEL di G. W. F. Hegel

Il bagel come superamento del dualismo kantiano: fenomeno-noumeno, io-mondo, soggetto-oggetto, ma, soprattutto, dolce-salato.
La forma del bagel come immagine della circolarità e infinità della realtà – nel Seicento veniva offerto in dono alle partorienti della comunità aschenazita polacca: forma ad anello = ciclo della vita […]
Il bagel puro in sé è quello inventato dalla religione ebraica. Puro pane salato, per il quale è impensabile l’avvicinamento con il dolce e con l’inconoscibile meraviglia che il dolce porta con sé. L’uomo è relegato alla sola dimensione terrena e salata.

Il momento di negazione del bagel puro avviene con il Cristianesimo, che vede nella dolcezza il principio unico delle cose. Il Cristianesimo nega l’inconoscibilità del dolce per il salato: il dolce è intuibile dall’uomo, ma è posto comunque in una sfera altra, inarrivabile per l’uomo stesso.

Il superamento (Aufhebung) avviene con l’idealismo del Bagel assoluto. Esso supera il divario fra dolce e salato – l’unità ritenuta impensabile – e rende il dolce conoscibile e reale, mantenendo l’in sé, il salato, ma rendendo il Bagel in sé e per sé, e dolce e salato.

La pasticceria risolve il sistema dello Spirito. Il sapere assoluto è il Bagel che si sa come Bagel.

«Soltanto
Dal forno di questo regno dei lievitati
cresce fino a lui la sua infinità».
(F. Schiller)

Piccola postilla: Hegel, per tutta la sua futura carriera, cercò di spiegare a parole il proprio sistema, parole che, non è un gran segreto, sono sempre state assai difficili da interpretare. La nostra ricetta del Bhegel assoluto ha l’intento di farvi afferrare il pensiero hegeliano senza, appunto, le parole, bensì attraverso le papille gustative. Ispirati dal suo saggio giovanile, abbiamo creato il dolce-salato che vi permetterà di comprendere attraverso il gusto la soluzione del sistema di Hegel e il superamento dell’imperante dualismo kantiano. Non riuscirete comunque a tradurre il termine Aufhebung, ma forse qualche parte di voi ne intuirà il significato.

BHEGEL ASSOLUTO ALLA BANANA E PREZZEMOLO

Persone: 12 apostoli del superamento;
Tempo di preparazione: idealisticamente 2 ore

Ingredienti:

Bhegel - La chiave di Sophiaper l’impasto:
250 gr farina forte
200 gr farina medio-forte
8 gr sale
12 gr lievito di birra
225 gr latte tiepido (max 30° c)
8 gr zucchero semolato
8 gr malto (o miele)
35 gr acqua tiepida (max 25° C)
50 gr uova
30 gr burro morbido
30 gr fecola di patate

per la farcitura:
200 gr panna fresca
20 gr prezzemolo fresco
1 banana
succo di limone

Preparazione:

Sciogliete nel latte tiepido il lievito di birra, lo zucchero e il malto (o il miele). Impastate le due farine con latte, lievito e zuccheri sciolti e le uova, fino a che il composto non risulti liscio ed elastico. Aggiungete quindi l’acqua tiepida in cui avrete sciolto il sale. Reimpastate fino a che i liquidi non vengano assorbiti e si ricrei un impasto elastico. Infine mettete il burro ammorbidito e continuate a impastare fino a che l’impasto non risulti completamenti liscio.
Lasciate lievitare nel forno spento per circa 30 minuti o comunque fino a che l’impasto non abbia raddoppiato il suo volume. Reimpastate quindi velocemente, togliendo l’aria che si sarà formata all’interno della massa e create delle sfere di circa 65 gr l’una. Cercate di rendere liscia ogni piccola sfera e bucatela al centro per creare la forma Assoluta della ciambella.
Riponete le ciambelle a lievitare, abbastanza distanziate fra loro, per circa 30 minuti nel forno spento su una teglia. Nel frattempo mettete a bollire in una pentola due litri d’acqua con la fecola di patate e un cucchiaio di malto (o miele). Al termine del tempo di lievitazione immergete ogni ciambella nell’acqua bollente per circa 10 secondi per lato, scolatela e mettetela sulla teglia con la carta forno.
Infornate per circa 25-30 minuti a 210°C, finché i Bhegel non risultino dorati in superficie.
Preparate il burro al prezzemolo: montate la panna con una frusta elettrica fino a che non sarà a neve ben ferma, a questo punto aggiungete il prezzemolo tritato e continuate a montare finché non si separi il grasso dalla parte liquida, chiamata latticello. Scolate bene il burro formatosi.
Una volta intiepiditi, tagliate a metà i Bhegel e farciteli con il burro e la banana precedentemente tagliata a rondelle e passata nel succo di limone.

L’avete intuito l’Assoluto?

Maddalena Borsato

I fodsporene på Judas – Sulle tracce di Giuda

La figura di Ιούδας ο Ισκαριώτης è – da sempre – al centro di notevole interesse da parte della filosofia della religione. La storia di questo discepolo è presto narrata: scelto da Gesù durante il suo primo anno di pubblica predicazione come Apostolo, divenne tesoriere dei Dodici e di lui non si sa molto altro, tranne che rimproverò la peccatrice per aver cosparso di nardo i piedi del Cristo, e tradì il Messia per trenta denari, salvo poi pentirsi e impiccarsi. Benché la sua umana vicenda sia di evidente semplicità, la sua figura in abstracto considerata è, ed è stata, filosoficamente controversa.

Ora, Gesù era conscio del suo destino, e sapeva chi lo avrebbe consegnato ai Giudei; leggiamo, infatti, che Cristo, accostatosi a Giuda durante l’Ultima Cena, dice: “Quello che devi fare, fallo al più presto!”[1].  E Giuda fece esattamente ciò che Cristo si aspettava da lui.

Da questo gioco di reciproco intreccio tra prescienza messianica e azione di Giuda, sorgono alcuni problemi:

  • se Giuda era predestinato a tradire Cristo, egli non fu libero (non ebbe liberum arbitrium indifferentiæ) di non compiere questo atto.
  • Sta scritto che Giuda tradì sotto l’impulso di Satana; ma, dato che la morte di Cristo salvò il mondo, e tale morte fu provocata dal tradimento, allora il vero salvatore è Satana, che poi si autodistrusse nella morte di Gesù.
  • Se Giuda fu dannato dopo il tradimento, e soffre in eterno, egli soffre molto più di Cristo, che patì solo nelle ore della Passione, ed è dunque lui quell’Agnus Dei qui tollis peccata mundi attraverso il suo dolore.
  • Se il tradimento di Giuda ebbe come conseguenza la Nuova Alleanza, stipulata da Cristo, tra Dio e gli uomini, allora egli dovrebbe stare in paradiso.

Una risposta alle quattro problematiche può giungere tenendo conto di un testo fondamentale per il pensiero religioso occidentale, che ci ha mostrato come, per necessità divina, una data facoltà (o struttura) umana possa essere teleologicamente (finalisticamente) sospesa per compiacere un più alto disegno. Questo testo è Frygt og Bæven di Kierkegaard.

Lì, il maestro di Copenaghen, parlandoci di Abramo, mostra come il Patriarca, nel sacrificare Isacco, non fu mai assassino, perché la morale era stata sospesa per far spazio al disegno divino. Alla luce di questa ipotesi, possiamo affermare che per Giuda valse la medesima sospensione teleologica per il libero arbitrio.

Di conseguenza:

  • Giuda doveva tradire Cristo, perché questa era volontà di Dio. Perché egli sopperisse al suo dovere fu sospeso (non soppresso!) il libero arbitrio, che gli fu riconsegnato nel momento del bacio: allora egli tornò a esser uomo, perché ridivenne libero.
  • Non fu Satana a entrare in Giuda e spingerlo al tradimento; se leggiamo ciò nei Vangeli, è perché gli Evangelisti non poterono comprendere il principio della teleologia; fu il Signore a muovere Giuda, perché solo così si spiega la sospensione della libertà.
  • La sofferenza di Cristo durante la Passione fu umana e In quanto umana, fu limitata nel tempo ma, in quanto divina, fu consegnata all’eternità, perché solo se le piaghe del Messia sono eterne, allora l’uomo è eternamente guarito dal peccato. La sofferenza di Cristo in paradiso è, dunque, molto più grande di quella di Giuda all’inferno.
  • Teologicamente, Giuda è un dannato. Bisogna, ora, provarlo filosoficamente.

Per farlo, occorre capire che Giuda fu dannato non per il tradimento, del quale non era imputabile (il peccato è tale solo se commesso liberamente), ma per la disperazione che lo portò al suicidio.

Fu nel momento della disperazione che Giuda si dannò; credendosi colpevole del tradimento (non aveva le capacità – al pari degli Evangelisti – per comprendere la sua non-reità) disperò del perdono di Cristo (che indubitabilmente sarebbe giunto) e, ammazzandosi, si fece esempio modo ponendo della non verità del messaggio messianico, compiendo sia peccato contro il Figlio, che contro lo Spirito Santo.

Giuda non aveva scelta nel tradire, ma ce l’aveva nel reagire e nell’accettare il perdono. Contraltare di Giuda è dunque Pietro: forse che Pietro non tradì tre volte Cristo prima che il gallo cantasse?

Eppure Gesù ebbe misericordia di lui: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Pasci le mie pecorelle![2]. Anche il rinnegamento di Pietro fu previsto da Cristo e, anche nel suo caso, vi fu sospensione della libertà: egli non poté non rinnegare Gesù davanti ai servi del Sommo Sacerdote, ma, appena il gallo cantò, il libero arbitrio gli fu restituito, ed egli non disperò del perdono del Maestro, e lo ottenne.

Il vero inferno, dunque, è già qui in terra, e si chiama disperazione.

Giuda lo prova.

David Casagrande

NOTE

[1] Gv 13, 27.

[2] Gv 21, 19.

Sacra o pagana: l’Epifania di che pasta è fatta?

Bene, passato il Natale e il Capodanno noi tutti siamo in attesa dell’ultima festa che ci separa dalla normalità del quotidiano: l’Epifania. La festa di rito cristiano occidentale è celebrata dodici giorni dopo il Natale e ciò avviene proprio oggi 6 Gennaio, anche se non per tutti. Per le Chiese cristiane orientali che seguono il calendario giuliano cade il 19 gennaio, (hanno ancora tempo, beati loro!).

La festa della Befana che porta il carbone a tutti bambini cattivi e i dolciumi ai buoni, ci ha accompagnato per l’infanzia di ognuno di noi, ma non è solo una tradizione culturale. Sappiamo bene che l’evento della vecchina a cavalcioni sulla sua scopa coincide anche con l’arrivo dei Magi alla mangiatoia di Gesù bambino, al quale portarono i famosi doni, incontro che racchiude un chiaro significato religioso.

Risalendo alla sua etimologia greca, il temine Epifania deriva dal greco antico, verbo ἐπιφαίνω, epifàino (che significa “mi rendo manifesto”), dal sostantivo femminile ἐπιφάνεια, epifàneia (manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina). Ciò porta alla conclusione che Epifania non è altro che la manifestazione della divinità in Gesù ai Magi. I Magi, venuti tradizionalmente dall’Oriente, rappresentano l’umanità, anche coloro quindi che non sono ebrei, che adorano il dio bambino e che recano a lui i loro omaggi. Papa Benedetto XVI parla dei Magi riferendosi a loro in questo modo: «Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare».
Per la tradizione sono tre: Melchiorre sarebbe il più anziano e il suo nome stesso deriverebbe da Melech, che significa Re Baldassarre deriverebbe da Balthazar, mitico re babilonese, quasi a suggerire la sua regione di provenienza. Gasparre, per i greci Galgalath, significa signore di Saba.
I magi era oltre che di origini nobili, secondo la leggenda erano studiosi di astronomia e proprio seguendo la lettura del cielo e la stella cometa, avevano riconosciuto in Cristo uno dei loro “Saosayansh”, il salvatore universale, diventando così loro stessi, “l’anello di congiunzione” tra la nuova religione nascente, il cristianesimo, e i culti misterici orientali, come il mazdaismo e il buddismo. Ciò che portano al neonato è universalmente noto: oro, incenso e mirra. L’oro per indicare la regalità, infatti Gesù era considerato il re dei Giudei; l’incenso per onorare la sua divinità, il dio fatto uomo per gli uomini nato dalla vergine Maria; infine la mirra come simbolo che anticipa le sue sofferenze che avverranno nella mondanità e il suo valore redentore. Giusto per rispolverare le vecchie nozioni del catechismo riporto il passo tratto dal vangelo di Matteo, secondo capitolo versettti 1-2:

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro.

Ciò che non si deve dimenticare però è l’assimilizzazione e la cristianizzazione del culto del Solus Invictus, tradizioni pagane di origine romana che associano la vincita della luce sulla tenebra e la conseguente associazione all’avvenuta di Cristo sulla terra.

Per quanto riguarda l’associazione tra Befana e Magi è sempre rivolta al paganesimo: la Befana è una corruzione del termine Epifania e riassume l’immagine della Dea antenata custode del focolare, luogo sacro della casa. E non è un caso se si serve, proprio dei camini, per introdurre l’allegria nelle case, svolazzando con la sua fantastica scopa. In tale culto, molti, rintracciano il mito della Dea genitrice primordiale, signora della vita e della morte, della rigenerazione della Natura.

Comunque sia e dovunque sia, dalla Persia alla Normandia, dalla Russia all’Africa del Nord, si festeggia la dolce e bruttina vecchietta dalla gonna lunga.

Magari tutte le befane fossero così simpatiche!
A presto e a voi un caloroso augurio di una buona Epifania.
Al prossimo promemoria filosofico!

Azzurra Gianotto

La Storia come una linea

Tra le caratteristiche più evidenti del pensiero occidentale vi è la tendenza a concepire la Storia come una linea retta, una freccia diretta verso lo sviluppo o verso la decadenza. Nell’Ottocento i popoli giudicati inferiori venivano chiamati “senza storia”. Oggi invece si discute se il progresso, che sia tecnologico, economico o sociale, possa continuare all’infinito o sia destinato prima o poi a calare. È un’idea derivata dalla Bibbia, ma la grande diffusione di questa idea è dovuta in gran parte ad una figura il cui pensiero ha influenzato profondamente il pensiero occidentale, e non solo nell’ambito religioso.

Stiamo parlando di Sant’Agostino, nato nel 354 a Tagaste, nell’odierna Algeria, e morto nella vicina Ippona nel 430. Vescovo d’Ippona, Aurelio Agostino fu il maggiore tra i padri della Chiesa e l’ultimo grande scrittore dell’antichità latina: a lui seguiranno poche grandi figure, si pensi a Boezio, prima di un lungo periodo d’inerzia culturale che durerà sino alla metà del Medioevo, con la nascita della filosofia Scolastica.

Qui ci occuperemo di Agostino solo di un aspetto tra i tanti: come, in un’epoca densa di avvenimenti storici, egli scrisse il libro che influenzò in maniera decisiva la concezione occidentale della Storia.

Il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti aveva avuto un’eco sconvolgente: era da ottocento anni che l’Urbe non veniva saccheggiata, e la disperazione dilagò tra i cittadini dell’impero. I pagani videro nel disastro la naturale conseguenza dell’adesione al cristianesimo a scapito di quella religione tradizionale che aveva reso grande l’impero. È per rispondere a queste accuse che Agostino iniziò a scrivere la sua fatica maggiore: La città di Dio. Nell’opera la Storia è divisa in sei ere: l’ultima, quella in cui viviamo, va dalla venuta di Cristo fino al suo ritorno ed alla fine del mondo. È una visione derivata dalla Bibbia e quindi sul popolo d’Israele. Roma vi appare solo come una Babilonia d’Occidente: da un lato strumento della

Provvidenza per costruire un impero che riunisse le genti, dall’altro una città empia e pagana funestata più volte dalla collera di Dio prima che si diffondesse il cristianesimo. Questo però è forse l’aspetto meno interessante de La città di Dio, la cui importanza va ben oltre la semplice apologia.

Agostino infatti era un pensatore con una sensibilità unica per l’epoca verso l’introspezione: a ciò è dovuta la fortuna del suo primo capolavoro, le Confessioni, che qui dovremo trascurare. Ne La città di Dio invece Agostino inizia trattando l’animo dell’uomo singolo e da lì giunge a parlare di tutti gli uomini. Così come l’individuo singolo deve decidere se vivere secondo la carne o secondo lo spirito, così la storia dell’umanità è una lotta tra la città terrena, regno del diavolo, e la città celeste, regno di Dio. Sia la vita dell’uomo sia la storia di tutti gli uomini sono un’eterna lotta tra l’amore per se stessi e l’amore per Dio, tra il desiderio di sottomettere gli altri e la volontà di sottomettersi a Dio. All’inizio vi è solo il mondo terreno, che in quanto tale è malvagio: in seguito l’uomo può redimersi dal peccato e l’umanità può conoscere la parola di Dio, accedendo così al mondo celeste. Nessuna delle due città ha mai la supremazia sull’altra, e così sarà fino all’apocalisse, quando Dio giudicherà i beati ed i peccatori ed il regno divino sarà compiuto.

Le due città di cui parla Agostino sono da intendersi in senso mistico, ma molti lettori interpretarono la dottrina delle due città identificando i doveri dei principi della Terra (che fino alla rivoluzione francese regneranno sempre “per grazia di Dio”) come doveri verso l’Altissimo: da qui la necessità per l’uomo d’imitare il regno di Dio. Nell’alto medioevo quest’aspirazione al regno celeste era un incentivo alla vita monastica ed al rifiuto del mondo terreno. Nel IX secolo il progetto imperiale di Carlo Magno, poi rivelatosi effimero, sarà salutato come un primo passo per la creazione del regno di Dio in Terra. Lo stesso accadrà un secolo dopo con gli imperatori Ottoniani. Si rifaceva ad Agostino anche chi, al contrario, vedeva il potere imperiale come una minaccia all’autorità papale: costoro vedevano lo Stato dei re come la città terrena del peccato e la Chiesa come la città celeste di Dio. È bene ricordare che la mentalità medievale salutava con sospetto ogni novità, e che le aspirazioni dei Sacri Romani Imperatori erano bene accolte solo in quanto ricostruzione dell’impero di Roma antica. Ogni cambiamento ammissibile era quello che si rifaceva al passato: la linea della storia era una linea discendente, una decadenza dal paradiso terrestre al giorno del giudizio.

Come già accennato, è proprio la concezione lineare della storia la grande novità introdotta ne La città di Dio. Agostino per primo elaborò compiutamente la visione cristiana del mondo: la Storia era concepita come una linea, opponendosi ai filosofi Greci per cui la storia è un circolo in cui l’accadere umano e naturale si ripetono periodicamente. Per Agostino c’è un’unica Storia di tutta l’umanità, una linea dotata di direzione, significato e scopo subordinata ad un disegno divino complessivo.

L’idea di una Storia lineare, con la Provvidenza come motore e principio unificatore, divenne predominante in tutto il mondo cristiano. Anche in ambito laico, senza implicare la presenza di Dio, ogni visione lineare della storia è ancora oggi in qualche modo debitrice delle idee di Agostino. Il pensiero moderno ereditò anch’esso questa visione: si pensi ai grandi filosofi che elaborarono grandi sistemi in cui lo Spirito, le Nazioni o le Classi fungono da principi unificatori di una Storia che punta verso una direzione precisa.

Con Sant’Agostino il pensiero cristiano giunse alla maturità. Negli ultimi anni di vita, Agostino fu impegnato nel dirimere la controversia con gli eretici ariani e a tentare di placare la rivolta del conte Bonifacio contro l’imperatrice Galla Placidia, per risparmiare ulteriori sofferenze alla gente d’Africa. Quando Bonifacio si riconciliò con l’imperatrice e si trasferì in Italia (dove la guerra civile riprese poco dopo), lasciò in Africa i Vandali che aveva chiamato in suo aiuto dalla Spagna. I Vandali ne approfittarono per conquistare l’intera provincia d’Africa e creare un loro regno, e Agostino morirà di malattia durante l’assedio d’Ippona.

I pochi filosofi cristiani che seguirono nei secoli successivi saranno grandi debitori del pensiero agostiniano. Con la ripresa del fervore culturale il pensiero di Agostino non avrà più la centralità che aveva avuto in passato, ma non cessò mai d’influenzare la teologia come la filosofia laica almeno fino all’Ottocento.

Bibliografia:

Protagonisti e testi della filosofia, N. Abbagnano, S. Fornero. Paravia, 2000
Monaci e popolo nell’Europa Medievale, L. Milis. Einaudi, 2003

Umberto Mistruzzi

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La nascita del Cristianesimo e la filosofia: novità e continuità con la tradizione antica

I primi secoli del Cristianesimo videro la progressiva diffusione di questa religione nei territori dell’Impero Romano. In quest’epoca Roma aveva già fatto proprio il pensiero dell’ellenismo greco, fiorito in quell’Oriente in cui s’incontravano dottrine così diverse come la filosofia classica, lo gnosticismo, l’ebraismo e, attraverso la Persia, echi del mazdeismo e della cultura buddista. La Parola di Cristo si presentò da subito come un ampliamento della tradizione ebraica, aperto a chiunque e non solo al popolo eletto. Tuttavia c’era da affrontare l’obbligatorio confronto con l’enorme tradizione della cultura classica pagana.

Il credo cristiano è basato sull’accettazione di una rivelazione, una verità superiore che viene assunta per fede. Questa rivelazione ha valore in quanto tale, poiché è testimonianza di Dio. Una filosofia intesa come ricerca di verità non sembra dunque accordarsi con il pensiero cristiano.

I dottori cristiani però non rifiutarono all’unanimità la filosofia classica. Essi avevano altri compiti oltre diffondere il Verbo. Era necessario carpire il significato più intimo della verità rivelata ed il metodo per avvicinarsi il più possibile ad essa. Inoltre bisognava decidere se inserire il pensiero cristiano nel solco della tradizione antica o presentarsi come elemento di novità assoluta. Intanto bisognava difendersi nel continuo dibattito contro le altre dottrine, il tutto mentre si susseguivano sanguinose persecuzioni. In seguito, a partire dal terzo secolo, i padri della Chiesa dovettero formulare una dottrina salda e coerente da contrapporre alle numerose eresie che minavano l’unità della comunità religiosa.

In tutte queste missioni, lo strumento prediletto non poté che essere la filosofia.

La filosofia cristiana dei primi secoli è detta Patristica; i suoi esponenti di spicco, quando non sono stati condannati come eresiarchi, sono venerati come Padri della Chiesa. Nei primi tre secoli dell’era volgare, i pensatori cristiani furono occupati in continui dibattiti con i sapienti pagani, giudei e gnostici. In questo dialogo, l’approccio alla filosofia fu essenziale.

Fu soprattutto nell’Oriente greco che i Padri ricorsero alla filosofia classica per interpretare il Vangelo, sforzandosi d’interpretare il pensiero pagano come un’anticipazione della rivelazione cristiana. Apologisti come Giustino Martire (100-163/168) sostennero che la dottrina cristiana completava gli insegnamenti del Vecchio Testamento ed era una vera e propria filosofia, l’unica sicura ed utile e la sola alla quale la ragione deve giungere. Il tentativo di presentarsi come eredi della filosofia pagana si palesava anche nella visione per cui gli antichi più virtuosi erano stati dei cristiani ante litteram. Sapienti come Socrate e profeti come Abramo avevano dunque intuito parte della verità, ma senza la Parola di Cristo non l’avevano potuta conoscere appieno.

Nell’Occidente latino invece la questione filosofica è inizialmente meno sentita. Non a caso uno degli scrittori cristiani di spicco è proprio Quinto Settimio Florente Tertulliano (155/160-230/240), che si preoccupò di sostenere l’originalità del messaggio cristiano rispetto al pensiero pagano e di esaltare la natura spontanea e immediata della fede a scapito della speculazione filosofica. La tradizione ecclesiastica è per Tertulliano l’unica base della verità: le filosofie e la ricerca personale, anche se alimentate dalla fede, non possono che condurre all’eresia. Abilissimo scrittore e personaggio inquieto e polemico, Tertulliano aderì progressivamente ad un rigorismo sessuofobo e misogino, quindi abbracciò la setta dei Montanisti, condannata come eretica, e fondò infine egli stesso la setta dei Tertullianisti, motivo per cui non viene annoverato nell’elenco dei Padri.

Dal terzo secolo alla dissoluzione dell’Impero d’Occidente nel 476, l’impegno dei Padri della Chiesa si volse all’elaborazione dottrinale del Cristianesimo. Gli imperatori Costantino e Licinio promulgarono nel 313 l’Editto di Milano, che concesse libertà di culto a tutti i cittadini, Teodosio dichiarò infine il Cristianesimo unica religione dell’Impero nel 380 a Tessalonica. Il lavoro degli ecclesiastici non fu più volto quindi all’apologia ma all’elaborazione di un credo solido per unificare la comunità dei fedeli. Questo lavoro fu essenziale per garantire la solidità della Chiesa, che rimase l’unica struttura solida ed organizzata dopo il collasso politico che segna l’inizio del Medioevo. Momento culminante di questo periodo fu il Concilio di Nicea del 325, presieduto dallo stesso Costantino, in cui si stabilì un credo unitario da contrapporre alle eresie e si dichiarò definitivamente che il Cristianesimo non era una dottrina contraria alla filosofia bensì una dottrina che portava alla conoscenza.

Fede e ragione non erano dunque in contrapposizione, ma strettamente legate, sebbene la seconda dovesse comunque sottostare alla prima. Questa rivalutazione della ricerca filosofica sarà alla base di tutta la filosofia medievale, e la speculazione individuale sarà il motore fondante del pensiero del primo grande filosofo cristiano: Sant’Agostino. Ma questa è un’altra storia.

Umberto Mistruzzi

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Chiesa Cattolica tra belle parole e esempio concreto

Gesù infatti era rigoroso, ma mai rigido: “Diffida dell’uomo rigido è un traditore”scrive Shakespeare. Tenerezza implica mettere al centro non un sistema di nozioni, ma il volto dell’altro, la sua presenza fisica che interpella, la carne con il suo dolore e con la sua gioia. La Chiesa Cattolica dovrebbe temere molto di più la perdita di tenerezza che la secolarizzazione, essa dovrebbe impegnarsi a dare l’esempio al posto di fornire generiche indicazioni teoriche. All’Italia e al Mondo servirebbe una Chiesa capace di essere vicina alle persone in questi tempi avari di speranza, non c’è miglior formula che quella della prassi per testimoniare – e qui il termine non è a caso – l’autentico messaggio Cristiano.

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Per un’etica del rispetto

Molto spesso parliamo di rispetto con leggerezza, in modo astratto o retorico, pretendiamo il rispetto dagli altri ma poi siamo i primi a dimenticarcene; il più delle volte lo diamo per scontato, quasi come se fosse una norma morale universale, senza però essere consapevoli che esistono persone che non sanno cosa sia. Ma Di che cosa parliamo, quando parliamo di rispetto? La domanda nasce spontanea di fronte all’insistito utilizzo della parola che viene adottata in contesti tanto diversi da far sorgere il sospetto del suo abuso. Read more

Siamo uomini, siamo corpi

“Virginia non vede che qualunque museo del mondo è pieno di opere d’arte ispirate da questo impulso primario? La migliore letteratura, la musica più coinvolgente. Lo studio del sesso è in realtà lo studio del principio di tutto, della vita stessa […] Invece noi ci rannicchiamo nell’oscurità come gli uomini delle caverne, schiavi del senso di colpa e della vergogna. “

Queste le parole di William Masters, sessuologo e ginecologo statunitense, che, insieme alla psicologa Virginia Johnson, diede alla luce il primo studio sulla fisiologia sessuale umana e portò con il volume : “L’atto sessuale nell’uomo e nella donna” del 1966 non pochi sconvolgimenti nell’ America della contestazione.

Lo spettacolo che mette in scena l’uomo per quello che di animale ancora conserva, la piena espressione della consistenza corporea delle nostre membra, il sesso insomma è stato ricoperto di un velo di ignoto fin dai tempi antichi, come se l’uomo avesse cercato di nascondere a se stesso di avere un corpo. Read more