La crisi è cura della complessità

Le crisi servono a qualcosa? Ci sovvengono subito sensazioni negative al suono di questa parola, un suono che evoca qualcosa di simile a una rottura, una scissione. Non per nulla, dato il suo significato etimologico derivante dall’ambito agricolo; infatti, questa parola nasce nella lingua greca per indicare la separazione delle parti del chicco di grano in vista della raffinatura. Un senso nient’affatto negativo, ma l’utilizzo del termine per indicare una selezione l’ha portato a percorrere una strada linguistica che ne ha plasmato il significato fino a renderlo indicativo di un momento di rottura. Allo stesso modo, in medicina è ritenuto “critico” quanto si discosta dalla normale funzionalità, avvicinandosi, piuttosto, alla malattia. Eppure le crisi ci invitano pur sempre a operare quell’antica operazione di discernimento, di valutazione, selezione delle possibilità, affinché non si arrivi veramente alla catastrofe. Se pensiamo alla lavorazione del grano, quello che ci sovviene è un’immagine di cura di qualcosa di prezioso per la vita ed essenziale a nutrirla.

L’attuale crisi legata alla pandemia non ci lascia spazio per fare molte cose e a molti sembra di non poter scegliere liberamente come proseguire le proprie vite, intenti come siamo a tentare di capire la corsa del virus, arginare i suoi effetti nefasti sui più deboli e vedere la fine di questa drammatica vicenda. Cosicché in molti ci sentiamo smarriti tra l’incertezza rischiosa del presente e la totale incognita del futuro, offuscati dal pessimismo, dalle difficoltà materiali, dalla noia o dall’insofferenza. Con questi sentimenti addosso cosa possiamo fare per non perdere l’occasione che, seppur con dolorose complicazioni, ogni crisi ci offre? Il tempo che non possiamo più dedicare alla convivialità, allo shopping, al cinema, alle gite, possiamo “riciclarlo” virtuosamente?

Credo che l’investimento del tempo in senso virtuoso possa essere un primo buon proposito per provare a convertire un’apparente stasi in un percorso pro-attivo. Dobbiamo programmare la nostra ripartenza per quando la pandemia sarà finita e c’è molto da mettere in discussione, sia come individui che come specie dalla spiccata tendenza alla vita sociale. La presa del virus prima o poi si attenuerà, è scritto nei precedenti dell’evoluzione, anzi, della co-evoluzione tra organismi e ambiente, come ben narra David Quammen in Spillover. Dovremmo ripensare come uscirne più consapevoli e meno colpevoli, se siamo disposti a riconoscere delle colpe in noi. Da dove partire? Forse proprio l’idea di separazione, raffinazione o discernimento può esserci nuovamente di ispirazione.

È possibile che a fronte di una realtà sempre più complessa, sia dal punto di vista ambientale che sociale, abbiamo trascurato di dedicarci a costruire, personalmente e collettivamente, una conoscenza capace di prendere in cura la complessità nelle sue svariate manifestazioni? Abbiamo raffinato un po’ troppo le nostre visioni del mondo attraverso processi di frammentazione e separazione dalla globalità, non vediamo più come tutto sia connesso e come le interazioni delle parti siano piene di conseguenze sul sistema complesso. E per questo, scendendo più in concreto, forse non ci siamo resi ben conto che l’umanità è numericamente cresciuta in modo abnorme, creando un pericoloso impatto sul pianeta, in cui ciascuno di noi è armato di un potere d’azione molto destabilizzante per l’ecosistema, come ci spiegano importanti scienziati intenti ad analizzare il nostro impatto sulla Terra. Il successo dei virus a nostro discapito non è affatto slegato dai nostri comportamenti di destabilizzazione ambientale. La deforestazione e la conseguente riduzione di nicchie ecologiche protette da contesti di sfruttamento umano facilita il salto sulla nostra specie da parte dei virus provenienti dal mondo animale (le cosiddette zoonosi). Siamo in grado di prendere atto che abbiamo ormai troppi feedback dell’insostenibilità della nostra presenza sulla Terra alle nostre capricciose condizioni? Basti solo il citare questioni come inquinamento, rifiuti, spreco di risorse preziose, surriscaldamento globale, impoverimento della biodiversità, senza voler poi scendere nei dettagli di queste o altre gravose questioni. I nostri comportamenti individuali sono, soprattutto dal punto di vista consumistico, dei comportamenti collettivi.

 

Pamela Boldrin

 

Il presente testo è un estratto del contributo della nostra autrice Pamela Boldrin per la rivista Duemilaventuno. Fuga dalla pandemia curata dagli amici de L’eco del nulla. Potete scoprirla e acquistarla qui: sostenete la cultura e una riflessione attenta sul mondo!

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Entrare in crisi. Quel cammino dall’io al noi

Da qualche giorno si sente nuovamente parlare, nel panorama politico italiano, di una “crisi di governo”, la cui importanza dipende fortemente dal punto di vista secondo cui ciascuno, sulla base delle proprie idee e dei propri valori, osserva la realtà in cui ci si trova.

Ma cosa si intende, propriamente, con il concetto di crisi? Solitamente l’etimologia di questa parola viene ricondotta al termine greco krisis, dal verbo krino, con cui si indica il saper distinguere, prendere una scelta o, più in generale, una situazione di cambiamento.

Spesso temiamo la crisi, specie a livello personale, perché ci rimanda ad una percezione di instabilità, di sconvolgimento che implica il passaggio da ciò che è a ciò che sarà. Psicologicamente parlando, alcuni autori, delineando lo sviluppo psico-cognitivo della persona, sono soliti indicare la crescita come un continuo passaggio tra età stabili ed età critiche, dove si apprende e si consolida tutto il percorso personale.

Se nessuno è esule dallo sperimentare una crisi, tanti invece risultano inadatti ad accompagnare e sostenere colui che la vive. Alcuni per mancanza di strumenti professionali – in situazioni di particolare fragilità -, altri per personalità o per carattere, molti poiché pretendono di dover necessariamente fare, agire, intervenire, quando spesso il modo migliore per restare accanto a chi è in crisi è semplicemente esserci. Magari anche in silenzio, puntando tutto su quella presenza che non sempre ha bisogno di parole per esprimersi.

La crisi a volte capita, a volte è voluta, premeditata, provocata. A volte la subiamo, altre volte la inneschiamo e, in questo caso, forse bisognerebbe fare particolare attenzione, pensando prima agli eventuali effetti che essa possa provocare, poiché se da un lato essa racchiude in se stessa sempre l’opportunità di crescere, di prendere decisioni che ci rendano migliori, dall’altro lato se non si riesce a gestirla può trasformarsi in una sorta di boomerang che, tornando indietro, può soltanto provocare molti danni.

Karl Popper, ad esempio, nella propria visione epistemologica, ha sostenuto che la validità di una teoria scientifica dipende da quanto essa possa essere falsificabile, confutabile. Quanto più essa viene messa in discussione, analizzata, verificata di continuo, tanto più essa si avvicinerà ad assumere una validità quasi assoluta. Per Popper, la crisi è non solo necessaria, ma addirittura indispensabile per determinare quanto la teoria sia valida e, di conseguenza, poter segnare il confine tra il metafisico e lo scientifico. Parafrasando le idee di Popper e tentando di applicare lo stesso principio alla realtà, ogni vera crisi può allora essere anche l’occasione di rendere sempre più autentico ciò che essa stessa coinvolge, che sia un individuo, una comunità, una teoria, un concetto.

A livello sociale e politico, il concetto di “crisi di governo” indica certamente una situazione di cambiamento in quello che è da sempre indicato come il punto fermo di ogni Stato durante una determinata legislatura. Il ruolo cruciale che determina tale tipologia di crisi è fortemente legato al venir meno di quella che è la fiducia tra gli organi di Stato ed i relativi membri. Anche nei rapporti umani accade. In coppia, tra amici, in famiglia, se manca la fiducia inevitabilmente si incorre in una forma di crisi che può facilmente determinare una rottura nella relazione. Una ferita, la cui profondità è direttamente proporzionale all’affetto messo in questione.

Cosa accomuna tutte queste tipologie di crisi? La soluzione. Perché nessuna crisi può essere affrontata e risolta in quell’individualismo che ci caratterizza negli ultimi tempi, in quella solitudine che il lockdown rende sempre più arida. La crisi ha bisogno del noi per salvare l’io. E se questo vale a livello personale, relazionale, professionale, vale anche a livello politico e sociale.

Ci farà bene allora ideare una sorta di teleologia della crisi, ovvero la ricerca del fine, dello scopo, di ogni evento critico. Da dove parte questa crisi? Dove può condurmi?

Che ben venga l’atteggiamento critico, di indagine, di ricerca, di riflessione andando in profondità di ciò che accade. Ma attenzione a non cadere in quella che i filosofi definirebbero la doxa, l’opinione distaccata che ha come unico interesse quello di gettare sentenze, di dare soluzioni del tutto improvvisate e inadeguate, specie quando si pretende di invadere con forza l’intimità personale e la sofferenza degli individui. Perché la fine ed il fine di ogni crisi dipendono molto da come essa viene affrontata. Se alla fase iniziale di smarrimento ed immobilismo non segue un sano discernimento, nonché una scelta, una decisione, un passo per uscire dall’ipotetico stallo, si sarà probabilmente persa l’occasione di crescere. Di diventare una persona migliore, una comunità migliore, uno Stato migliore.

 

Agnese Giannino

 

[Photo credit unsplash.com]

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Antropocentrismo e crisi ecologica: un nesso inscindibile

Affermare che la crisi ecologica non sia semplicemente una delle molteplici sfide che l’uomo contemporaneo deve affrontare, ma la più importante, la questione fondamentale, la più eminente ed urgente, al punto tale che tutte le altre sono contenute e si propagano da questa, credo sia oggi un dovere imprescindibile se si ha a cuore la verità.

Due sono i motivi fondamentali − essenzialmente connessi, in quanto l’uno segue l’altro − che danno alla questione ecologica il carattere della priorità. Il primo dei due è un accadimento, sublime e terrificante nello stesso tempo: la Vita, nella forma in cui s’esprime sul nostro pianeta, in tutte le sue sfaccettature, sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista spirituale, si trova nella condizione di essere in pericolo. E questa condizione di pericolo in cui versa la Vita è dettata dall’uomo stesso! Tolte di mezzo le catastrofi naturali, nessun ente sino ad ora è stato capace di un’azione modificatrice nonché distruttrice dell’essente di immane portata: l’uomo si è fatto, così, il problema della Vita. Il secondo motivo, effetto del primo: il farsi dell’uomo come il problema della Vita, genera un terremoto spirituale mai avvenuto prima, che scuote con violenza le fondamenta dei saperi e delle credenze che egli ha avuto sino ad ora su se stesso, sulla Natura e su Dio. In gioco, in definitiva, è l’intero orizzonte culturale entro cui abbiamo interpretato l’esistenza, orizzonte caratterizzato nella sua essenza da una visione antropocentrica.

In cosa consiste quest’antropocentrismo? Nell’idea che «l’uomo è la misura di tutte le cose» e che tutto l’essente, finendo addirittura a coinvolgere il Principio primo d’ogni cosa, esista in funzione dell’uomo. Tutto, per questo, diventa anche antropomorfo. Ma proprio la sofferenza e la distruzione prodotta dall’uomo alla Natura ci dimostra, incontrovertibilmente, il contrario e l’errore di fondo di questo paradigma: l’uomo non è assolutamente il signore indiscusso della Terra, il dominatore incontrastato, che ha il potere di assoggettare l’intero «creato» a suo uso e consumo; che la Natura non è un oggetto o solo una macchina regolata da leggi del meccanicismo che l’uomo può conoscere e utilizzare a proprio piacimento senza un agire etico, né una riserva infinita di energie del quale l’uomo può servirsi senza conseguenze negative; che Dio, in ultimo – ed è per me il punto della questione più importante –, non è stato ancora conosciuto dall’uomo, ed egli non è né il Dio della teologia cristiana, che ha un rapporto esclusivo con la sua creatura preferita («l’uomo creato a sua immagine e somiglianza»), di cui già da tempo si è annunciata la «morte»; né il Dio del panteismo, incatenato anch’egli alle leggi ferree del determinismo che nega ogni forma di libertà. Entrambe le divinità non sono in grado di partorire delle teodicee capaci di dare una ragione esaustiva alla presenza del male e della sofferenza nel mondo in senso generale, come del male e della sofferenza prodotti dall’agire umano. L’inconsistenza della riflessione filosofica sulla divinità si mostra con evidenza proprio nel nostro tempo, dove il male e la distruzione dell’agire umano hanno raggiunto un livello generalizzato e profondo da porre seriamente a rischio il futuro del nostro pianeta. Per questo, il fallimento della civiltà occidentale e del suo paradigma antropocentrico, è qualcosa capace ora di interessare ogni persona, proprio per la spaventosa estensione dei suoi effetti.

È la crisi ecologica, dunque, a renderci consapevoli (se vogliamo) di questi accadimenti: il fallimento della concezione della divinità – oramai in maniera conclamata! –, che è in ultima istanza il fallimento dell’uomo e del suo rapportarsi alla Natura. È quest’evento dalla portata terribile a costringerci a re-interrogarci. Mai come nell’epoca contemporanea, dinanzi alla distruzione e alla desertificazione della Vita da lui prodotta, l’uomo si è fatto anche un problema a se stesso, un punto interrogativo su di sé: «chi è l’Uomo?»

Nella sua storia l’umanità si è trovata più volte, in maniera ciclica, a dover rispondere alla domanda in cosa consista la sua essenza ultima. Potremmo dire che la storia del pensiero occidentale è stata scandita dalle varie risposte date a questo quesito e, come effetto di queste, dalle caratterizzazioni diverse date alla Natura e a Dio. Seppur nella diversità delle risposte, a volte anche completamente opposte, tutte, salvo rare eccezioni, hanno in comune l’avere una discendenza antropocentrica. La novità del quesito posto nella nostra era sta nel fatto che l’uomo è costretto a dare una risposta veramente nuova su di sé, non più all’interno di questo paradigma. Più precisamente: l’uomo è obbligato a costruire una nuova e fondata interpretazione dell’esistenza, a partire dai suoi errori ed orrori – ne va della suo stesso futuro!

A ben guardare, la problematicità che sorge con l’uomo nel seno dell’esistenza nasconde in sé qualcosa di più essenziale che la precede, perché la fonda e la permette: l’uomo è per essenza (ontologicamente) l’ente contro-naturale, colui che trascende la Natura e, in un senso generale, la Vita. Per questo, potremmo definire l’uomo come il paradosso dell’esistenza. Di questa nostra paradossalità siamo sempre stati chiamati a rispondere, ma nell’era del nichilismo compiuto e della crisi ecologica, questa paradossalità si fa finalmente e completamente manifesta e ci interroga da vicino, senza lasciarci respirare. Noi dobbiamo, una volta e per tutte, comprendere se questa nostra paradossalità sia stata una scelta libera o un destino inesorabile. La risposta, di riflesso, segnerà la conoscenza del Fondamento Primo di ogni cosa.  

Veramente chi siamo, cosa sia la Natura, chi sia Dio, e quale sia la relazione tra i tre, possiamo comprenderlo nuovamente oggi a partire dal grido di sofferenza di Madre Natura che esige giustizia. Questa è una rivoluzione senza precedenti!

 

Davide Maranta

Nato a Napoli, laureato alla triennale in filosofia all’Università Federico II con una tesi sull’interpretazione cristologica in Nietzsche, con il massimo dei voti, al momento lavoro alla tesi magistrale in filosofia sul concetto di “Dio in divenire” nel filosofo Max Scheler. I miei studi vanno in due direzioni ma strettamente connesse e alla fine coincidenti:da un lato la rivalutazione della sfera emozionale umana, come vera e propria facoltà conoscitiva che ha una propria “legalità” diversa da quella della ragione e, quindi, non sfera dell’irrazionale come la si è bollata sino ad ora; dall’altro il riproporre la domanda, che caratterizza da sempre la ricerca filosofica, sul fondamento ultimo di ogni cosa. Entrambe le direzioni partono da una sentita riflessione sulla crisi ecologica ed hanno come ultimo fine il superamento della stessa, a partire dalla fondazione di un nuovo rapporto uomo-Natura.

 

[Photo credits: Evan Kirby on Unsplash]

Educhiamoci a pensare

E pensare che c’era il pensiero”
Giorgio Gaber

 

La filosofia è sin dalle sue origini esercizio del pensiero secondo ragione. I filosofi da sempre considerano l’uomo come l’essere per eccellenza dotato di pensiero e che, proprio questo dono ricevuto da Dio oppure dalla Natura, ha il compito e la responsabilità di adoperare.

È sufficiente scorrere celermente la galleria dei sapienti per scorgere quanta importanza venga accordata da ciascuno al bisogno di pensare. Partendo da Aristotele, per il quale la mansione propriamente umana è l’attività teoretica e la felicità stessa dell’uomo consiste nella vita di pensiero1. Passando per Severino Boezio che definisce la persona come “sostanza individuale di natura razionale”, fino a Cartesio dove il cogito è il fondamento metafisico affinché si possa affermare di non ingannarsi circa la propria esistenza, approdando all’illuminismo kantiano, stagione nella quale il pensiero riceve con decisione il più luminoso dei riconoscimenti. Scrive il filosofo di Konigsberg in un celebre articolo: «Sapere aude! Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto! Questa è dunque la parola d’ordine dell’illuminismo»2.

Sempre più spesso l’uomo del tempo presente rinuncia invece all’esercizio del pensiero. La sua qualità precipua, ciò che per antonomasia lo distingue da piante e animali, sembra tragicamente perdersi nel vuoto. È sufficiente osservare la vita, le scelte e le modalità di esprimersi di buona parte degli esseri umani che compongono la società ipermoderna  per constatare che la centralità del pensiero razionale, attorno alla quale si è sviluppata la cultura occidentale, sembra sgretolarsi all’incedere di esistenze sempre più vuote e anonime.

È ancora una volta la parola filosofica che può venire in soccorso della crisi contemporanea, esortandoci a rieducare la nobile e quanto mai preziosa facoltà del pensiero. Nella complessità del tempo presente, che sembra travolgere freneticamente le esistenze, la soluzione non è infatti quella di abdicare il pensiero in favore di un’illusoria leggerezza (certamente, l’uomo necessita anche di quella, purché consapevole), quanto piuttosto riconoscerne il suo intrinseco bisogno. Invero, un uomo che non pensa è un uomo che lascia agli altri la possibilità di pensare per lui. È un soggetto che, secondo Kant, preferisce rimanere in uno stato di minorità, di eteronomia, senza mai raggiungere l’autonomia che consiste nell’esercizio costante e consapevole del pensiero libero. «È così comodo – asserisce Kant – essere minorenni. Se ho un libro che ragiona per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che sceglie la dieta per me […] Non ho bisogno di pensare […] altri già si incaricheranno per me di questa fastidiosa occupazione»3. L’uomo preferisce farsi guidare e governare dagli altri, siano essi esseri umani o istituzioni, piuttosto che accedere all’autonomia attraversando la fatica del concetto. Così facendo il soggetto diviene incapace di scegliere liberamente, di agire criticamente e anzitutto di discernere il bene dal male. Ed è questa, come ha mirabilmente intuito Hannah Arendt, la dolorosa lezione che ci giunge dal recente passato totalitario. Occupandosi del processo al gerarca nazista Otto Adolf Eichmann, la pensatrice politica tedesca ha sostenuto che, avendo completamente rinunciato a pensare autonomamente, quest’uomo aveva perduto la possibilità di agire con libertà, sottomettendosi così ad un potere superiore, in questo caso ad un potere criminale. Egli era divenuto un cieco esecutore, che avendo abdicato al lieve evento del pensiero non era più stato capace di distinguere il bene dal male. Scrive Arendt riferendosi ad Eichmann: «Per dirla in parole povere, egli non capì mai ciò che stava facendo […] non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo»4. La profonda analisi di Arendt spiega che è proprio laddove si abbandona il pensiero che il male dilaga, poiché la ragion pratica si può esercitare moralmente solo se preceduta da una pratica della ragione.

La contemporaneità, non sta dunque solamente attraversando una crisi economica senza precedenti, ma forse e più precisamente sta avanzando verso il futuro senza pensiero. Ma quale futuro può darsi senza l’esercizio del pensiero? Anche il tessuto socio-economico può infatti iniziare a ripartire solo se vi è un utilizzo serio e ponderato della ragione autonoma, che guidi a scelte equilibrate e lungimiranti nell’agire. L’analisi profonda della realtà, scorge che la decadenza è prima di tutto una crisi di individui che in parte o totalmente ripudiano il pensiero, finendo per confluire in masse che pensano e agiscono al posto loro. Dove tutti fanno ciò che fanno gli altri (conformismo) e vogliono ciò che vogliono gli altri (totalitarismo). Uno sguardo antropologico e sociologico non può che confermare questa tendenza spersonalizzante, che si rivela proprio nel momento in cui si esclude il pensiero. In questo senso risuonano più attuali che mai le parole di Carlo Maria Martini, il quale ebbe a dire: «Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante»5.

L’esercizio del pensiero è la condizione senza la quale non si dà libertà alcuna. Una libertà interiore che niente e nessuno ci potrà mai strappare. «Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. […] Studiamoci dunque di pensare bene»6 scriveva Pascal. Solo così potrà avanzare un mondo moralmente orientato al bene e per questo più umano, più vivibile e dove come singolo «non devo chiedere la mia dignità allo spazio ma al retto uso del mio pensiero»7.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, Bari 2017.
2. I. Kant, Scritti di storia, politica e diritto, Laterza, Bari 2019, p. 45.
3. Ivi, p. 45
4. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Felrtinelli, Milano, 201423, p. 290.
5. C. M. Martini, G. Porschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, Mondadori, Milano 2008, p.64.
6. B. Pascal, Pensieri, Edizioni San Paolo, Milano, 198712, p. 240.
7. Ivi, p. 241.

[Immagine tratta da unsplash.com]

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Lettera ad una persona in crisi con se stessa (e 5 consigli per affrontarla)

Ti scrivo per condividere qualcosa che non trovi negli articoletti o nei meme online, né in un video su Facebook o YouTube. Perché solitamente le cose dette online sono “solo” il risultato del successo di chi le dice. Sono la parte bella, motivante, quella che ti carica e ti fa sembrare tutto facile. Le parole di chi è già arrivato in cima, e dall’alto della scalata si mette a pontificare su cosa fare quando si è a terra o a metà percorso.
Io ti scrivo perché sono ancora in cammino. Sono praticamente al tuo fianco. Rispetto a qualcuno sarò più avanti, rispetto ad altri sono più indietro.

Ti scrivo perché a un certo punto ci si sente catapultati nel mondo, quello “vero”. Non quello in cui avevamo le spalle coperte dalla famiglia, dagli amici, dalle proprie certezze intramontabili. A un certo punto invece si sente di essere soli e di doversela cavare in qualche modo. Ci si sente in ansia perché si vuol fare la scelta giusta, ma in fondo sappiamo che la scelta giusta non esiste. Quello che si viveva prima era un po’ come la caverna di Platone: guardavamo il mondo esterno soltanto dalle ombre della vita proiettate all’interno.

Ma adesso sei uscito e di certo ti sentirai accecato, spossato, insicuro. Lo sono anch’io, non sei solo. Ti tremeranno la voce e le gambe di fronte ai datori di lavoro, ai professori universitari, alle nuove persone che conoscerai. Ti sentirai impreparato su tutto e ti chiederai perché nessuno ti ha mai detto che fuori era così.

Ma rimani affamato, è la fame a farti fare la differenza, a farti fare un passo oltre questo imbarazzo. Non le storie che racconti in un curriculum, non i titoli di studio che puoi accumulare a suon di bei voti o di risultati risicati. E questo era il primo consiglio.
Se mi chiedi perché ti do dei consigli, ti rispondo che lo faccio per darli anche a me stesso. Perché sto vedendo in questi anni cosa funziona, cosa mi fa andare avanti e cosa fa ottenere risultati a quelli che sono in viaggio come noi.
E ora sotto con il secondo: raccogli tutte le esperienze della tua vita, le tue passioni, il tempo che hai passato a giocare e scherzare, a scarabocchiare sui quaderni mentre un professore spiegava o quello che hai fatto passare in un luogo di lavoro che non faceva per te. Raccogli tutti i pensieri che hai fatto, le tappe per cui sei passato, anche quelle forzate, quelle inutili, quelle fatte per cause di forza maggiore. Lì troverai la diversità rispetto agli altri. La tua storia rimane unica. Punta sulla creazione di una personalità complessa, sfaccettata, multiforme.

E quindi per farlo (terzo punto) hai bisogno di rimanere attivo su più fronti. Fa’ più cose possibili, finché ne hai il tempo, la forza. Così avrai più frecce al tuo arco tra qualche tempo, avrai più idee e contaminazioni da ambiti diversi. Se invece attingi da un solo pozzo, l’acqua si sporca, con tutti quelli che si vogliono dissetare assieme a te. Varia, continua a variare i tuoi input.

E quando dovrai raccogliere i frutti del tuo percorso, impara a raccontarlo. Quarto punto. Non basta averlo fatto, non è sufficiente averlo dentro di sé e sentirsi pienamente consapevoli. Occorre saperlo trasmettere agli altri, destare curiosità e interesse nell’interlocutore. Bisogna saper far vedere all’altro quello che abbiamo imparato e fargli capire perché siamo gli unici ad averlo fatto, ad essere diventati così.

Non sarà tutto fluido, non basterà arrivare a questi risultati per ottenere qualcosa di soddisfacente e piacevole. Nel frattempo dovrai imparare a ingoiare rospi, a subire ingiustizie, a non mostrarti mai stanco o deluso. Sfogati solo in intimità, quando l’occhio del grande fratello e di chi ti giudica non ti sta fissando. Ricarica le tue energie con gli amici e le persone di valore che non ti valutano solo per quello che mostri, ma che ti accolgono anche per la fatica e gli sbagli che stai facendo e che continuerai a fare. Circondati di un piccolo esercito di sostenitori. Era il quinto e ultimo punto.

Adesso alzati, lo so che ti sei accasciato fuori dalla caverna e ci vorresti rientrare. Invece puoi soltanto andare avanti, uscire a procacciarti il cibo che preferisci e a realizzare il tuo Valore Umano.

Alziamoci assieme, sono qui a fianco a te, d’altronde siamo entrambi in cammino.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Antropocene: una via da intraprendere

Come umanità, di fronte alla sconfinata vastità dell’essere e della sua sovrabbondanza muta di significato, ci siamo, dalla notte dei tempi, protetti da questa tempesta del senso con l’uso della parola per-formatrice di mondi.
Introdurre un neologismo in un sistema di riferimento linguistico-culturale, perciò, non significa addizionare tout court un nuovo termine ad una sommatoria di vocaboli, bensì disvelare le proprietà emergenti correlate a tale voce.

Così, ora che anche in Italia si sentono le prime timide avvisaglie di un serio dibattito sul concetto di Antropocene, occorre spazzare via l’impasse di chi ritiene questo neologismo una mera licenza poetica per meglio reiterare l’idea di crisi ecologica.

Alcune parole sono destinate a scuotere profondamente le fondamenta del pensiero a causa di una loro intrinseca, ma anche contingente, capacità di fungere da iper-medium: “volano veloci di bocca in bocca” sino a sedimentarsi nel background culturale di una società.
Così Antropocene, assieme a numerosi vocaboli epigoni (Eremocene e Capitalocene per citarne due particolarmente significativi), è diventato un veicolo culturale e topic di ampio dibattito ancor prima di essere validato in quanto realtà geologica.

Attualmente la scienza ha più interrogativi che certezze sul passaggio da Olocene a Antropocene e questa era (o epoca?) resta sospesa in un limbo: da un lato sia la International Union of Geological Sciences sia la International Commission of Stratigraphy rifiutano di accettare questa nozione e, per contro, un gruppo di ricercatori, guidati da Jan Zalasiewicz, premono per la sua ufficializzazione. Se ad un tempo profondo geologico corrispondono i tempi lunghi dei geologi nel trovare fondamento a questo breaking point, nell’ambito delle humanities Antropocene è divenuto, con crescita esponenziale, una semiosfera in grado di avvolgere ogni seria discussione circa il ruolo ed il destino dell’uomo contemporaneo e futuro.

Guardando attentamente all’etimo di questo vocabolo possiamo notare come ambedue i termini coinvolti nella composizione ἄνθρωπος (uomo) e καινός (nuovo) siano estremamente problematici e ambigui.
Se si vuole denotare un’era con l’appellativo di “uomo-nuovo” bisogna tenere presente di quale umanità si sta parlando e cosa la renda differente.

Generalmente gran parte del dibattito antropologico-filosofico si è speso per dare un identikit a questo anthropos. Da qui l’idea di Jason W. Moore di utilizzare il termine Capitalocene onde mostrare come il vero responsabile “celato” dietro al generico “uomo” sia l’Homo oeconomicus capitalocentrato1.

Mettendo tra parentesi questa problematica “etnografica”,  in certo senso, voglio qui suggerire un’altra strada per il pensiero, un percorso di possibilità che guardi all’anthropos come ad una entità liquida e capace di un polimorfismo inaudito rispecchiato da un fenotipo estremamente plastico. È l’assoluta policromia dell’umano nei suoi modi di manifestazione, sperimentati nel corso dei suoi 200 mila anni di specie, a lasciarci intravedere, oltre l’opaca coltre dell’uomo moderno globalizzato e capitalista, la possibilità di un approdo etico-antropologico. La domanda da porsi, forse, non è cosa vi sia di nuovo in questo “uomo-nuovo”, ma cosa vi debba essere di nuovo.

Preso atto dell’attuale stato di crisi ecologica, di cui il termine Antropocene funge da cornice di senso e da collante teoretico, occorre cogliere l’istanza di cambiamento che ogni crisi-trauma porta seco. Siamo di fronte ad un punto di svolta, l’Antropocene come insieme degli effetti antropici su Gaia suona il monito della fine dell’uomo. Occorre un differente modus vivendi per abitare questo luogo cangiato non più la “gentile” Terra dell’Olocene, ma Terraa un pianeta più ostile per colpa dei sapiens.

La storia e l’antropologia culturale ci insegnano che l’umano si è saputo incarnare in esseri-nel-mondo biologicamente affini, ma cognitivamente molto distanti. Questo fatto può farci sperare che dalle ceneri di una catastrofe (capovolgimento-rovesciamento) cognitiva possa emergere una consapevolezza etica capace a guidare le nostre prassi in un mondo ecologicamente più ostile e fragile.

È veramente possibile approdare ad un ἄνθρωπος-καινός che sappia ergersi, con forza ma modestia, di fronte alle sfide di un futuro non più promessa?

Non lo sappiamo, ma si tratta di un rischio che non può non valere la pena correre.
Come insegna la biologia evolutiva, se non si può più migrare l’unica alternativa all’estinzione è il cambiamento adattativo.
Così, tenendo in conto il rischio di un possibile naufragio, urge salpare per nuove rotte dell’ethos, poiché volendo o nolendo dietro di noi non resteranno che macerie.

Non ci resta che imboccare la via dell’Antropocene con coraggio e audacia del pensiero.

Natan Feltrin

NOTE:

1. J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, trad. it. Barbero A. e Leonardi E., Ombre corte edizione, Verona, 2017.

 

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La parola “io”: patologia del nostro tempo

«La parola Io è uno strano grido che nasconde invano la paura di non essere nessuno…»

Giorgio Gaber

Il culto dell’Io pervade il nostro tempo e le nostre esistenze. Se il XX è stato il secolo della psicoanalisi, il XXI è senza dubbio l’epoca che sta conducendo alle estreme conseguenze la psicologia dell’Io. Riportando l’attenzione sul singolo e sull’esplorazione del proprio inconscio, Freud e seguaci hanno senz’altro aperto un varco all’interno della conoscenza dell’uomo, della sua storia personale e dei propri meandri più remoti e celati, realizzando una vera e propria rivoluzione nel panorama culturale e sociale del Novecento. Il nostro tempo, tuttavia, sembra aver operato una vera e propria stortura rispetto alle iniziali scoperte della psicoanalisi. Se quest’ultima aveva ridestato l’attenzione dell’uomo verso il proprio interno affinché si rivolgesse poi rinnovato verso l’esterno, la società contemporanea, con le sue spinte culturali, economiche e politiche sembra celebrare quotidianamente l’Io e l’affermazione del suo potere come condizione esistenziale par excellence.

«La parola Io / questo dolce monosillabo innocente / è fatale che diventi dilagante / nella logica del mondo occidentale / forse è l’ultimo peccato originale»1. Con queste parole Giorgio Gaber canta la crisi dell’uomo contemporaneo, la quale si fonda propriamente sull’esaltazione del narcisismo. L’atteggiamento che tende ad esaurire la personalità nell’esclusiva considerazione di se stessa, è proprio quanto la psicoanalisi aveva individuato come il denominatore comune delle malattie mentali. I messaggi sociali, culturali ed economici veicolati dai social media fanno apparire l’Io come la sola e vera realtà. L’unica, sulla quale le nostre vite si debbano fondare. Tuttavia, sono tragicamente sotto gli occhi di ciascuno le conseguenze di questa finzione chiamata Io. Suicidi, omicidi, femminicidi, infanticidi, criminalità organizzata, attacchi terroristici. In tutti questi casi a dominare è la parola Io. Essa invita ad agire seguendo il proprio interesse egoistico, il proprio godimento personale, senza tenere in alcuna considerazione la presenza e il rispetto per l’altro. A ragione, facendo parlare il narcisista, Gaber scrive: «son disposto a qualsiasi bassezza per sentirmi importante». Questo è lo specchio di una società seriamente malata, che ha abdicato la dimensione originaria della relazione in favore del narcisismo, che sfocia in egoismo.

Secondo l’epistemologia genetica di Piaget, l’egoismo è una fase dello sviluppo che dovrebbe terminare intorno al terzo, quarto anno d’età. In questo periodo il bambino riconosce di non essere solo al mondo e di dover partecipare alla Vita, condividendola con altri simili, confrontandosi con loro e riconoscendo che la propria libertà è limitata ma proprio per questo preziosa. Il tempo ipermoderno sembra aver disconosciuto questo centrale passaggio dello sviluppo socio-individuale. L’egoismo, che oggi non viene superato nella prima infanzia, si trascina fino all’età adulta e permea tragicamente i nostri comportamenti. Riferendosi a questo Gaber scriveva: «negli adulti, diventa più allarmante e cresce la parola Io». L’esaltazione, che il nostro tempo fa della parola Io, suggerisce un potere esibito dal singolo come espressione di forza. È proprio così che si afferma il dominio dell’uomo sull’altro uomo. È in questo modo che il potere diviene violenza, sopruso, abuso, annientamento. Possibilità senza vincoli. Libertà senza legge. Solo così, infatti, il narcisista può affermare se stesso e il proprio essere. Solo così può provare l’ebbrezza di essere il centro del mondo. Solo così può nutrire la falsa illusione di bastare a se stesso e di non avere bisogno dell’altro. Salvo poi cadere in un profondo e sterile isolamento, prodromo della depressione, malattia dilagante nella nostra epoca.

È tempo di riconsiderare l’uomo come essere-in-relazione. La storia del pensiero, da Platone ad Aristotele, da Agostino a Tommaso D’Aquino, da Montainge ad Hegel, ci ricorda come l’uomo è un essere che può vivere solo in relazione con l’altro da sé, in un legame intersoggettivo autentico, in cui si perde parte della propria libertà per ritrovarla, più ampia e completa, nel legame con l’altro, con gli altri. È dunque necessario prendere le distanze dalla pervasività della parola Io in favore del Noi. Far dominare il Noi al posto dell’Io, significa riaffermare l’Umanesimo del quale siamo figli2. Significa stabilire relazioni di qualità, basate su rispetto, attesa, ascolto e comprensione dell’altro. Significa abbandono di parte delle proprie pretese egoistiche, per unirsi all’altro. Affinché questa unione avvenga, come suggerisce lo psichiatra Andreoli, è necessario riconoscere la propria fragilità. A partire da questa presa di coscienza è possibile cercare l’altro, fragile anch’egli ed unirsi a lui, che al contempo ci cerca poiché a sua volta si è riconosciuto fragile.

Nel panorama contemporaneo sembra sempre più difficile abbandonare l’egoismo, accettare le ferite narcisistiche. La società nella quale viviamo prospetta infatti la felicità nell’Io, proprio laddove, come abbiamo mostrato, non può realizzarsi. Essa infatti può compiersi solo quando l’uomo trascende se stesso, in favore di qualcosa che non è se stesso, che sta fuori di sé, che sta oltre. Ecco perché il filosofo danese Kierkegaard ebbe a dire: «la porta della felicità si apre verso l’esterno, cosicché può essere rinchiusa solo andando fuori da se stessi».

Alessandro Tonon

NOTE:
1. La presente e le seguenti citazioni son tratte da G. Gaber, La parola Io, nell’album Io non mi sento italiano, 2003.
2. Su questi temi rimando alla mia intervista al professor Vittorino Andreoli.

 

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Il declino del cinepanettone: un genere al capolinea(?)

Agli italiani piacciono ancora i cinepanettoni? Guardando i titoli presenti nei cinema di tutto il Paese in questi giorni si direbbe proprio di sì ma, a un’analisi più attenta, la risposta non è proprio così semplice e immediata.

A una settimana esatta dai festeggiamenti del 25 dicembre, sono addirittura cinque i film italiani girati e prodotti appositamente per essere distribuiti durante il periodo natalizio. Qualche anno fa si sarebbero chiamati “cinepanettoni”, un genere inaugurato nel 1983 dallo storico Vacanze di Natale di Carlo Vanzina. Una lunga serie di film divenuti in pochi anni un vero e proprio fenomeno di costume nazionalpopolare. Sale piene, spettatori divertiti e produttori arricchiti all’inverosimile. Con lo scioglimento della coppia Boldi-De Sica però le cose hanno iniziato lentamente a cambiare e l’interesse e l’affetto del pubblico italiano sono scemati sempre più. Il problema è che le grandi case di produzione italiane continuano ancora oggi a pensare che il cinepanettone sia sinonimo di incasso sicuro e garantito e ogni Natale quindi, lo ripropongono in sala con trame sempre più inconsistenti e siparietti a dir poco imbarazzanti. Negli ultimi anni i soldi sono arrivati, ma sono bastati a malapena per coprire i costi di produzione dei film, a fronte dei quasi 30 milioni di euro incassati da Natale sul Nilo nel 2002. Il fatto che l’età aurea di questo genere sia ormai solo un ricordo lontano è un pensiero comune a molti. La vera novità è che il 2016 potrebbe essere ricordato come l’anno che ha sancito il capolinea definitivo dei cinepanettoni. Nel primo weekend d’uscita (fondamentale per capire come saranno gli incassi futuri e complessivi di una pellicola) i cinque film italiani di Natale hanno incassato cifre che non hanno nemmeno sfiorato i risultati degli anni scorsi. Al suo debutto, il nuovo film con Christian De Sica Poveri, ma ricchi ha incassato appena 74 mila euro in tutta Italia. La stessa sera, Un Natale al Sud e Natale a Londra hanno incassato rispettivamente 13,857 euro e 48,737 euro (secondo i dati forniti dal Cinetel, n.d.r), posizionandosi all’ottavo e al sesto posto della classifica italiana. Per carità, le cifre aumenteranno tra Natale e Santo Stefano quando la gente sarà in vacanza e avrà più tempo per andare al cinema, ma le stime finali fanno presagire, già da ora, un fiasco pesantissimo per l’intera industria cinematografica italiana.

L’unico in grado di portare il Paese al cinema sembra essere rimasto Checco Zalone, visto che anche il nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo, Fuga da Reuma Park, si è rivelato un esperimento fallito sotto ogni punto di vista. Le ragioni del crollo del cinepanettone sono molteplici: il genere è ormai logoro e non ha più nulla da offrire a livello di contenuti e battute, gli spettatori hanno iniziato a scoprire e a utilizzare sempre di più le piattaforme on demand, scegliendo i titoli che amano direttamente dal divano di casa. Se proprio devono andare al cinema preferiscono i grandi blockbuster americani o il cinema d’autore conosciuto e affidabile come Sully di Clint Eastwood. La domanda da porsi allora è: può un fenomeno sociale e di costume arrivare a un epilogo definitivo? Per quanto in crisi, l’industria del cinepanettone potrebbe non morire mai del tutto. Da semplice genere cinematografico ha saputo trasformarsi in una vera tradizione popolare, proprio come il dolce da cui prende il nome. Liberarsene potrebbe essere davvero molto difficile perché, anche se non lo vogliamo ammettere, il cinepanettone è riuscito a diventare, anno dopo anno, una piccola parte di noi.

Alvise Wollner

Il PRINCIPIO DI NON IDENTITA’ E CONTRADDIZIONE

In questi ultimi decenni abbiamo assistito a un energico fiorire, per poi affermarsi, di scienze quali l’antropologia, la sociologia, la psicologia che sono andate, in un primo momento, a supportare quella filosofica e in un secondo momento, nostro malgrado, quasi a sostituirla, sino a prenderne il posto nel terzo millennio.

Insomma sembra proprio che la Filosofia stia “anoressizzandosi” e nel medesimo tempo cedendo il passo a nuovi e più empirici filoni culturali. E’ un fatto, questo, abbastanza tangibile come lo è quello che oggi la situazione economica mostri di più cenni di esautoramento, spossatezza e invecchiamento; tant’è vero che ampi settori della produttività industriale, turistica e agraria, pilastri dell’economia italiana, sono stati colpiti, chi più chi meno, da una crisi severa e dilagante mentre resta ancora fruttuoso il settore ingegneristico.

In un tale e chiaro contesto, un giovane prossimo al diploma e “costretto” di lì a poco a dover fare una scelta universitaria, quali garanzie può avere di inserirsi nel mondo lavorativo in genere e scolastico nella fattispecie, iscrivendosi alla facoltà di Filosofia? Forse nessuna! E per me neppure una smodata passione può motivarlo verso quel tipo di laurea: sarebbe catastrofico!

La stessa traballante situazione è vissuta dagli insegnanti precari che, dopo estenuanti ricerche e mediocri conquiste, giungono, esanimi e brizzolati, al sospirato posto. Quanta grinta o amore potrà impiegare un docente di filosofia nell’impartire la sua lezione? E quanta empatia tra lui e il discente si stabilirà? Quanto squallore, inoltre, quando si sente dire proprio da certuni docenti: “vado a scuola per riposare”!

Ma c’è un fatto ancora più eclatante e che a me sembra abbia avuto un peso maggiore e determinate nello scadere della Filosofia. Se prima, infatti, la sua ricerca poggiava sulla universalità e sulla indissolubilità di principi morali, epistemologici ed etici, oggi la super veloce bizzarria sociale ritiene quei principi superati ed obsoleti. Così facendo essa non ha saputo far altro che stuprare la nobiltà di quegli assiomi sostituendoli con Verità Artistiche prepotentemente personali ed inevitabilmente individualistiche e poco ortodosse. Come dire, usufruendo dell’hegeliano PRINCIPIO DI NON IDENTITA’ E CONTRADDIZIONE, ad ognuno il triangolo con più o meno 3 lati, ad ognuno la propria morale, la propria etica etc…

Questo principio governa molti ambiti della società contemporanea andando ad interessare pure quello politico e, peggio, quello linguistico; mi riferisco al nostro comune parlare, il più delle volte fatto di antinomie e paranoica motilità concettuale. Siamo capaci, insomma, di argomentare con convinzione su A, ma un nanosecondo più tardi, ne affermiamo l’esatto opposto ed infine all’occorrenza che A è B: siamo bugiardi o labili di memoria?

Direi improduttivamente caotici, spavaldamente frenetici e un tantino ebefrenici!

Giulia Di Nola

[immagine tratta da Google Immagini]

La crisi : un ritorno di senso?

Ogni giorno, puntualmente, sentiamo parlare di crisi.

Crisi economica. Crisi finanziaria. Crisi dei valori e della moralità. Crisi delle relazioni e dell’amore. Crisi personale ed esistenziale, che ci risucchia, in un aller-retour di perdersi e ritrovarsi.

Per riflettere sul valore contemporaneo di una crisi onnipresente, vorrei fare un passo indietro, recuperando il significato etimologico del termine stesso.

La parola “crisi”, infatti, deriva dal verbo greco κρίνω, che letteralmente significa “separare”, “dividere”.

Originariamente, tuttavia, ciò a cui esso rinviava era la dimensione pratico-lavorativa del settore agricolo poiché, nella trebbiatura, veniva utilizzato per definire il momento ultimo della raccolta del grano, ovvero quello dedicato alla separazione del frumento, dalla paglia e dagli elementi di scarto.

La crisi, dunque, equivarrebbe ad un’operazione di separazione, divisione.

Ciò che ho reputato interessante, però, è la seconda sfumatura etimologica, più positiva e costruttiva, che ho potuto ritrovare leggendo il significato del suo secondo uso, ovvero quello di “giudicare”, “valutare”.

Quindi, sì, quella frattura generata dalla parola “crisi” esiste, è percepibile; a caratterizzarla, tuttavia, non dovrebbe essere la sterilità, quanto più la sua apertura al giudizio e all’analisi critica.

 

Il termine crisi fa parte dell’insieme di quelle parole da cui ogni giorno siamo travolti che, a forza di ripeterle, si svuotano di senso, divenendo quasi inutili, povere di un significato sepolto dalle macerie della storia.

Per riflettere sulla crisi che ha letteralmente spezzato in due il mondo, non è più sufficiente essere spettatori passivi di un’informazione liquida, alla Bauman.

Ciò di cui c’è bisogno è il fare, un fare produttivo volto alla costruzione di un avvenire che, dalle macerie del presente, può sbocciare in un progetto voluto dall’intera collettività.

Al contrario, quando si sente parlare di crisi, ci troviamo di fronte ad una paralisi individuale e collettiva.

Questa ha causato la perdita di senso di un presente, e a sua volta di un passato e di un futuro, rispetto ai quali siamo diventati completamente ciechi e inpotenti.

 

Ricominciare dalla crisi, per ritrovare il senso dell’universalismo: è questo ciò che sostiene il sociologo francese Michel Wieviorka.

Ma che cosa si intende per universalismo? È una fede? Un’ideologia a cui tenersi aggrappati per salvarsi dalle sabbie mobili del malessere sociale da cui veniamo risucchiati? È forse un’illusione?

Il sociologo, in un recente libro intitolato “Retour au sens[1]”, sostiene che la perdita di senso della società contemporanea è stata causata da una forte crisi dell’Universale, ovvero dell’insieme di quei valori che, quali l’uso della ragione, il diritto e la moralità, avrebbero dovuto garantire il progresso, attraverso il loro adattamento in ogni epoca storica.

Come l’analisi realizzata da Wieviorka nel suo ultimo libro ha proposto, sono stati proprio questi valori universali ad aver determinato una sorta di regresso rispetto quelle che erano le aspettative di benessere.

La ragione si sarebbe trasformata in barbarie. I valori, in ideologia, un’ “ideologia dell’alto”, come la indicherebbe l’autore attraverso l’espressione di “universalisme d’en haut”, in opposizione con quell’ “universalisme d’en bas”, di cui si sono fatti promotori tutti i gruppi minori, sottomessi e subordinati alla volontà di un etnocentrismo europeo e occidentale capace di schiacciare i più vulnerabili.

Ciò che infatti si dovrebbe mettere in atto , secondo il filosofo Etienne Balibar, sarebbe la promozione di un “universalismo di liberazione”, spesso associato alla stessa ventata d’aria fresca portatrice di speranza e riconoscimento, propria dei diritti dell’uomo.

È in nome di questi diritti, diritti che attraverso la messa al centro del valore della dignità dovrebbero creare quel senso di appartenenza di ogni individuo ad una realtà più amplia, quella dell’umanità appunto, che tra il 1960 e il 1970 sorsero dei movimenti di decolonizzazione aventi per obiettivo l’emancipazione della diversità dalla supremazia occidentale, un’emancipazione non unicamente territoriale e fisica, ma soprattutto ideologica.

Il rischio di tali movimenti di liberazione cui oggi possiamo divenire vicini testimoni attraverso l’esplosione del fenomeno migratorio, non è forse quello di “reificare” il valore dei diritti umani, facendone l’elogio, correndo il rischio di trasformarli a sua volta in “universali” produttori di un nouvo conflitto, invece di costituire le basi per una società articolata dalla valorizzazione del riconoscimento? Non rischierebbero anch’essi di diventare, come si è dimostrato nel caso dell’uso della ragione e come bene lo hanno dimostrato i filosofi della scuola di Francoforte rispetto all’uso di una ragione puramente strumentale, auto-contraddittori nella loro struttura? E se quest’universalismo dei valori di tutta l’umanità, e quindi l’elevazione dei diritti umani a pura astrattezza si realizzasse, ciò non provocherebbe forse la resa del particolare, cancellando così la ragione per la quale sono nati, cioè l’attenzione verso ogni singolo essere umano in quanto portatore, in se stesso, di diritti inalienabili?

Questo è spesso il rischio che si corre ogni qual volta si racchiude un valore in una definizione, costituendo un muro che lo svuota di senso.

Possa essere l’importanza di un corretto uso della ragione critica, possa essere l’immensa valenza di quegli elementi cardini dell’esistenza umana che sono i diritti umani.

 

Quello che manca oggi è l’ascolto. L’ascolto dell’altro e di noi stessi. L’ascolto dei silenzi che ci costituiscono, delle ferite che ci appartengono. E il rispetto. Quel rispetto che i diritti dell’uomo dovrebbero insegnarci a rivolgere verso l’altro. Quello spazio tra noi e il mondo che non si appoggia sul disinteresse ma che si mescola e si nutre dell’essenza che ci accumuna: la dignità.

È pertanto in nome di questa dignità che la ricostruzione di un tessuto sociale basato su una nuova autenticità dovrebbe diventare un bisogno necessario.

Se gettassimo la spugna, se smettessimo di respirare con l’altro, nascondendoci nella nostra bolla di cristallo, quelle stesse sabbie mobili rischierebbero di risucchiarci.

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Images]

 

 

[1] M. WIEVIORKA, Retour au sens, Pour en finir avec le déclinisme, Editions Robert Laffont, Paris, 2015.