Dei giovani e della voglia

Qualche settimana fa, sull’Huffington post, è uscita un’intervista a Vittorino Andreoli1, noto psichiatra e scrittore, nella quale esorta i giovani ad imparare il sacrificio. Nello specifico Andreoli parla di impegno, responsabilità e che «non guardino se possono avere il posto fisso e la macchina: devono porsi come protagonisti del futuro».
Non è la prima volta che leggo o ascolto discorsi simili, ci sono decine e decine di servizi giornalistici sul trinomio giovani-lavoro-futuro, ci sono diversi video su YouTube che propongono inchieste e interviste direttamente a datori di lavoro stanchi di non poter contare sull’assunzione di giovani perché inaffidabili, rei – a detta loro – di chiedere a quanto ammonta il compenso mensile, quand’è il riposo settimanale o per quante ore dovrebbero lavorare.

Dopo questa prima breve raccolta di “chiacchiere” incominciamo con il premettere alcune cose: il tasso di disoccupazione in Italia è uno dei più alti d’Europa2 mentre la percentuale degli inattivi – ovvero i giovani dai 25 anni in su che non stanno cercando lavoro e non stanno nemmeno affrontando un percorso di studi – è del 34,2%3.
Ad ogni modo i soli numeri non sono sufficienti ad affrontare le problematiche che si celano nel substrato sociale, la statistica non può spiegare ad esempio il concetto di sfiducia, di crisi, di insicurezza e incertezza; non racconta il contesto culturale ed economico nel quale la generazione nata tra il 1985 e il 2000 è cresciuta – e si ritrova – e non si preoccupa nemmeno di raffrontarlo con quello vissuto dalle generazioni precedenti. Ma del resto non lo fa nessuno poiché sono tutti impegnati a dire come i giovani dovrebbero comportarsi in situazioni di difficoltà mai conosciute prima.

Analizziamo assieme ciò che normalmente viene ignorato.
Per coerenza prendiamo in esame tre generazioni, oltre alla già citata ‘85-’00 troviamo quella dei loro genitori: la generazione nata all’incirca tra il 1965 e i primi anni ‘80, e quella dei loro nonni (o potenziali nonni per non offendere nessuno): nata tra il 1940 e il 1965.
Il contesto socio-economico vissuto dalla ‘generazione nonni’ e dalla ‘generazione genitori’ è quello di un’Italia uscita dalla guerra e, dopo alcuni necessari anni di assestamento, di un’Italia in forte crescita. Al miracolo economico degli anni ‘50-’60, è susseguita una breve fase di ristagno dopo la quale c’è stata una nuova ripresa economica, quella dei mitici anni ‘80 le cui felici conseguenze si sono affievolite durante il decennio successivo.

Eccettuando brevi periodi quindi, è facile capire che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto in un Paese che si stava fortemente sviluppando.

L’emigrazione dal sud verso le città industrializzate del nord, vivere all’interno di case spesso fatiscenti e prive delle più elementari norme igieniche ed altri sacrifici certamente da non sottovalutare, furono ripagati in pochi anni con l’ottenimento del posto fisso, di una casa e con la possibilità di costruire una famiglia.
La sofferenza, la gavetta, il classico “stringere denti e cintura”, era il prezzo da pagare per una concretezza più che sicura.

Guardandoci attorno possiamo tranquillamente affermare che la generazione giovani potrà, dopo qualche anno di sacrificio, contare sulle stesse sicurezze godute dalle due generazioni precedenti?
È quello che si richiede ai giovani d’oggi: pazienza, sacrificio, altra pazienza e ancora sacrificio.
Il problema è tutto qui: con la crisi economica scoppiata ufficialmente nel 2008 ma derivante da anni di stagnazione, e lungi dall’aver esaurito il suo potere con danni collaterali annessi, chiedere ai giovani di sacrificarsi equivale a chiedere loro un vero e proprio atto di fede; un salto nel buio verso un futuro molto incerto, privo – o quasi del tutto privo – dei benefici a cui siamo abituati a protendere: casa, lavoro, famiglia, pensione.
Se qualche anno fa la domanda che circolava di più tra i giovani era: “avrò un lavoro a tempo indeterminato?” ora la domanda è: “avrò un lavoro?”.

Personalmente non cerco alibi, c’è chi letteralmente cerca in tutti i modi di scansare le fatiche, ma non è una caratteristica peculiare dei giovani contemporanei, anzi è trasversale, diversamente le pagine di Storia non menzionerebbero bande e organizzazioni criminali dedite al guadagno facile con il minimo sforzo.
Esistono poi occupazioni certamente dignitose ma che hanno perso l’attrattiva occupazionale. Purtroppo l’artigianato, un settore molto vasto e variegato, un tempo fiore all’occhiello dell’italianità, oggi è finanziariamente disincentivato, le ore di lavoro non sono adeguatamente pagate – nonostante sia questa una caratteristica dipinta dai datori di lavoro come altamente pretenziosa, sebbene debba essere la normalità – e inefficaci per chi vorrebbe sistemarsi o abbandonare il tetto di mamma e papà.

Siamo davanti ad una situazione resa ancor più difficile da una pandemia di portata mondiale, che ha paralizzato diversi settori dell’economia, come già accennato, in precedenza non propriamente floridi e i cui effetti, con tutti gli scongiuri del caso, non si sono ancora del tutto conclusi.
Dipingere il tutto come la classica scarsa voglia di lavorare dei giovani, la vedo come una prospettiva poco edificante. Ci sono milioni di giovani che emigrano, proprio come nel passato, con la differenza di ritrovarsi spesso ad essere precari altrove; altrettanti milioni si ritrovano a dover cambiare lavoro ogni due o tre anni ricominciando sempre daccapo, trentenni trattati da diciottenni sia umanamente che economicamente.

Piangersi addosso non risolverà ovviamente il problema, questa è l’unica critica costruttiva che posso accettare dalle generazioni che ci hanno contribuito a far nascere e proliferare la situazione di crisi attuale. Per tutto il resto credo serva riscoprire la gigantesca virtù del rispetto.

 

Alessandro Basso

 

NOTE:
1- Qui potete leggere l’intervista.

2- La notizia è riportata tra gli altri dall’Ansa: qui.
3- Secondo dati Istat consultabili qui.

[Immagine tratta da pixabay]

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COVID-19: cosa lascia delle nostre case?

Tra il XIV e il XV secolo, come diretta conseguenza delle drammatiche epidemie di peste che afflissero l’Europa, a Venezia vennero istituiti i primi provvedimenti volti a ridurre le possibilità di contagio nei territori della Repubblica1. Fu nello stesso periodo che nacque il primo lazzaretto, edificato sull’isola di Santa Maria di Nazareth (poi Lazzaretto Vecchio), un luogo in cui confinare persone, merci, animali sospetti per quaranta giorni, in una forma di isolamento forzato preventivo, detto, per l’appunto, quarantena. Attuando una curiosa simmetria, le misure introdotte dai diversi Dpcm dall’8 marzo in poi in merito all’emergenza COVID-192 ci costringono (giustamente) a domicilio per una trentina di giorni: il lazzaretto, in un certo senso, è oggi casa nostra.

La Cina ha comunicato al mondo di aver superato il picco dell’epidemia e rimbalza su alcune testate giornalistiche la notizia per cui al termine della quarantena, in una città cinese, si sarebbe registrato un insolito picco di divorzi3. Non voglio entrare nel merito della questione (pur reputandola quantomeno interessante), ma l’idea di rimanere chiuso tra le mura domestiche mi ha portato a riflettere sul ruolo della casa nella nostra vita, sul rapporto tra questi due luoghi dell’anima e sui nuovi equilibri che, proprio in ragione dell’attuale pandemia, verranno almeno momentaneamente a configurarsi.

In questi giorni in cui muri e barriere vengono eretti dove prima avevamo libero passaggio, il concetto di vita diventa improvvisamente centrale e il concetto di fine vita non riguarda più solo gli ospedali e le cure palliative, ma entra con forza nelle nostre case, nei nostri moderni lazzaretti, accompagnato dai bollettini di guerra e dalle nostre paure. Durante questa guerra, COVID-19 ci dimostra quanto siamo fragili, quanto fragile è il mondo che abbiamo costruito e quanto più dimostra di esserlo quello virtuale, perché nei reparti degli ospedali non un solo modesto abbraccio potrebbe arrivare con il 5G, nelle terapie intensive in cui oggi si muore isolati, lontani da casa, dalla propria vita.

Ci troviamo in contumacia, piegati alle (e dalle) regole della medicina preventiva, la medicina dei calcoli probabilistici e delle costanti, sopraffatti dall’impotenza causata da un virus, un organismo del mondo invisibile, decine di migliaia di volte più piccolo di quanto noi riusciamo a vedere ad occhio nudo, di quanto riusciamo a percepire come reale. Al riparo nelle nostre case, ci rendiamo conto di quanto possa essere rapido perdere anche quei diritti che, nel nostro occidente, diamo per intangibili: il diritto alla vita, alla libertà personale, al lavoro. Siamo spogliati di tutto questo e, forse, resi l’un l’altro più simili.

Nell’emergenza siamo costretti a riflettere su noi stessi, sulle nostre posizioni politiche e sociali, sul mondo che stiamo costruendo, osservando come sia facile passare dal respingere all’essere respinti, dalle discussioni dei vaccini nei salotti televisivi a cercarne disperatamente uno, dalle percentuali di una manovra economica alla realtà di un sistema sanitario depauperato ed esausto.

COVID-19 ha acceso una luce all’interno delle nostre case. Ha sollevato i nostri tappeti e frugato nell’intimità dei nostri cassetti. E quindi, forse, quella che poteva sembrare una piccola crepa, adesso che è illuminata si mostra nella sua interezza. Ed è tale nuova consapevolezza che, nostro malgrado, scuote la nostra vita alle fondamenta, svuotando la nostra casa delle certezze degli affetti, della libertà e del lavoro, esponendola al duro confronto con ogni crepa che sino ad ora abbiamo potuto ignorare.

È chiaro che lavar(sene) le mani non è più sufficiente, ci ricordiamo che “siamo tutti contingenti”, come era solita ripetere la professoressa di Filosofia del Liceo, ma è proprio tale condizione che ci consente di riflettere su una ulteriore emergenza, che riguarda quanto conosciamo la nostra casa, intesa anche come casa della collettività, come vogliamo ripararla e come ne immaginiamo il futuro.

 

Lorenzo Spadotto

Medico Chirurgo, sono laureato in Medicina e Chirurgia e per la maggior parte del mio tempo lotto costantemente per avere più tempo a disposizione per nuovi progetti e nuove sfide. Svolgo correntemente la professione medica presso diverse strutture in cui mi occupo di medicina generale e medicina estetica. Mi occupo per passione di formazione in campo medico per sanitari e non sanitari. Ho un archivio pieno di idee non realizzate, ma tutte mi hanno insegnato qualcosa.

 

NOTE
1. “Lo spavento fu tale che, per paura del contagio, il padre non voleva andare dal figlio né il figlio dal padre, ma si fece l’impossibile per frenare l’epidemia”, A. ZORZI, La Repubblica del Leone, Storia di Venezia, Bompiani, 2016, p.177.
2. COVID19 = coronavirus disease 2019; SARS-CoV-2 =Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2

3. Chinese city experiencing a divorce peak as a repercussion of COVID-19, Global Times, 7 marzo 2020.

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