Vulnerabilità e mancanza ai tempi del Covid-19

Esattamente dieci anni fa, nel suo saggio La società della stanchezza, il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han scriveva: «Ogni epoca ha le sue malattie. Così, c’è stata un’epoca batterica, finita poi con l’invenzione degli antibiotici. Nonostante l’immensa paura di una pandemia influenzale, oggi non viviamo in un’epoca virale. L’abbiamo superata grazie alla tecnica immunologica». Insomma, l’epoca vetero-romantica della tisi, le ondate della terribile influenza “spagnola”, la stagione postbellica del colera e del tifo (e tanti altri virus ancora) sembravano di certo esperienze “nostalgiche” da manuale di storia piuttosto che realtà vive e nitide. Eppure, oggi giorno, la prospettiva è del tutto ribaltata, dal momento che la nostra normalità è segnata dalla pandemia, anzi la nostra normalità è divenuta la pandemia attraverso una quotidianità fatta di distanziamento sociale, mascherine, decreti legge e conferenze stampa.

Ebbene, Byung-Chul Han nell’articolo L’emergenza virale e il mondo di domani (El Paìs, 22 marzo 2020) si preoccupa del nostro modo di reagire al Covid-19, dato che «abbiamo vissuto a lungo in una società senza nemici, in una società di positività, e ora il virus è percepito come un terrore permanente». Sembra di capire che stiamo per pagare a prezzo troppo caro la nostra felicità “globalizzata”, fatta di eccessi, di “tutto e subito”, di status quo sociali e mutamenti ideologici. Se dall’epoca della “solidità” moderna siamo passati ad un universo di liquidità – per dirla come Bauman – in cui tutto pare perdere i contorni netti e distinti a cui eravamo naturalmente predisposti, che futuro ci aspetta in questo momento storico? Navigheremo ancora nell’oceano “liquido” della globalizzazione oppure torneremo alla “solidità” della realtà moderna?

Difficile dare una risposta attendibile, forse impossibile, perché – non da ultima – la precarietà della nostra condizione esistenziale ci impedisce di esercitare quella sana distanza intellettuale per trovare le parole giuste. La globalizzazione pare aver ceduto alle lusinghe dell’eccesso di positività, che si è espresso per il tramite di un eccesso di prestazioni, di produzione, di comunicazione, senza tenere più in alcun conto quella negatività dell’ignoto e della mancanza. Di certo di mancanza si tratta: della mancanza degli altri come fisicità da stringere ed abbracciare, come sguardo da accogliere e a cui rispondere, ma anche mancanza di sé, perché (forse) siamo stati troppo proiettati all’esterno, fuori-da-noi-stessi, sia in presenza che online, e abbiamo finito con il trascurare la parte interna di noi, il nostro io in remoto, troppo presi dal nostro io social-e. Siamo stati troppo fuori, sempre meno dentro, dentro di noi, dentro i nostri pensieri, dentro la responsabilità delle nostre azioni, dentro le nostre famiglie, dentro le nostre case.

Quella mancanza che, fino a poco tempo fa, ci opprimeva inconsciamente tanto da farci sentire il bisogno irrefrenabile di riempirla oltre misura con azioni, parole, pensieri e tanto altro, ora appare come vuoto e nulla più, come mera assenza. Tuttavia, sentire la mancanza di qualcosa o di qualcuno non dovrebbe essere di per sé un problema, una negatività, poiché desidero ciò che mi manca per essere un sé unitario (completo, forse no) e sensato. Ma se la mancanza diventa vuoto, la mera vita si mostra nella sua disarmante nudità e ferisce, attanaglia nella paura, collassa sotto i colpi dell’attesa. Siamo nati per essere quello che-non-siamo-ancora, perché essere ciò-che-siamo-stati-e-basta toglie l’anima alle persone e alle situazioni. Eppure sembra che il dramma venga proprio da questo vivere in attesa, sospesi tra un ieri in cui ci muovevamo ovunque, progettavamo cento cose e ne facevamo mille, e un domani che non sappiamo se e quando potrà tornare totalmente alla normalità. Avvertiamo una diversa consapevolezza di noi stessi: ci sentiamo vivere sospesi a mezz’aria, perché non siamo forse più abituati a vivere questo hic et nunc, questo sono-io-ora-presente-qui.

L’esposizione continua al rischio, in modo massivo e imprevedibile, potrebbe toglierci qualsiasi orizzonte prospettico senza conservare in alcun modo quella rete di relazioni, legami e riferimenti che abbiamo costruito gradualmente (non senza difficoltà) nella nostra esistenza? Forse una prospettiva in fondo c’è: potremmo non essere più uomini “liquidi”. La liquidità potrebbe aver esaurito la sua validità, inducendo alla conclusione della sua epoca, così da destinarci a una opaca “solidità” post-globalizzata oppure – provocatoriamente – potrebbe porci nelle condizioni di trovare la forza e il coraggio di condurci oltre per mostrare tutta la nostra vulnerabilità e la nostra debolezza. Potrebbe essere giunto il momento di mostrarci per quel che siamo davvero, ragion per cui dovremmo osare ritrovare noi stessi in questa tendenziale consunzione delle nostre certezze. Siamo vulnus, anzi lo siamo sempre stati, pur ostinandoci a mostrare un volto mistificato dietro una coltre di impegni di lavoro, appuntamenti (più o meno) glam e tanto altro ancora. Oggi probabilmente siamo vulnus un po’ di più, come squarcio aperto sulle prospettive della vita, con uno sguardo nuovo che spia oltre il varco per ri-assaporare una umanità fragile e divergente.

 

Lia De Marco

 

Laureata in filosofia presso l’Università degli Studi di Bari, abilitata in diverse classi di concorso per l’insegnamento nelle scuole superiori di I e II grado, ha insegnato dal 1999 in numerosi licei della Puglia. Attualmente è docente di filosofia e storia presso il Liceo “G. Bianchi Dottula” di Bari. Già progettista formativo ed europrogettista, ha maturato un’ampia esperienza nel campo della formazione professionale. Componente del gruppo Buone Prassi della Società Filosofica Italiana (S.F.I.) – Sezione di Bari, si occupa di sperimentazione di attività di didattica integrata della filosofia. Promuove ed organizza eventi culturali e collabora con diverse riviste specialistiche.

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Maternità surrogata, “consegne” sospese causa Covid-19

Il 30 aprile 2020 la BioTexCom, un’agenzia ucraina per la maternità surrogata, mette in rete un video che mostra come la hall di un hotel di Kiev sia stata allestita a reparto nido per accogliere 46 neonati che hanno da poche ore a settimane di vita. Decine di culle allineate e un’equipe di baby-sitter e puericultrici, supportate da medici pediatri, intente a nutrire e ad accudire i neonati, ovvero i figli dell’utero in affitto. I contratti con le madri surrogate sono scaduti al momento del parto e i genitori committenti provenienti da Paesi stranieri non possono recarsi in Ucraina poiché la pandemia di Covid-19 ha imposto la chiusura delle frontiere. Le immagini mostrano come vivono i bambini; un video diffuso evidentemente per tranquillizzare i genitori committenti sullo stato dei “loro figli” o per ostentare l’efficienza organizzativa in una situazione di eccezionale emergenza nel tentativo di assicurarsi nuovi clienti.

Il caso di BioTexCom ha fatto scalpore per la pubblicazione del video ma, in realtà, è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più vasto. In Ucraina, come negli Stati Uniti e come in tutti gli altri paesi del mondo in cui la pratica dell’utero in affitto è consentita, sono a decine le agenzie di maternità surrogata che patiscono un inevitabile danno economico, causa della pandemia, inoltre si ritrovano a dover affrontare spese eccezionali per l’accudimento di tantissimi neonati sospesi in un limbo, nell’incertezza della loro sorte. Chi sono questi bambini? Di chi sono figli? Qual è il loro status? Chi li tutela?

Al momento della pubblicazione di questo mio contributo è probabile che le frontiere siano già state riaperte o che alcune coppie committenti, attraverso i Ministeri degli Esteri dei rispettivi Paesi, abbiano richiesto e siano riusciti ad ottenere dal governo ucraino un “permesso speciale”, in deroga alle regole del lockdown, per recarsi a ritirare i neonati. Nel frattempo è anche possibile che qualcuno dei committenti abbia deciso di recedere dall’impegno assunto. L’epidemia di Covid-19 ha stravolto le priorità di tante persone ed è facile che molti desideri di paternità e maternità siano svaniti di fronte all’emergenza economica e alle preoccupazioni per un futuro all’insegna della precarietà. 

Cosa ne sarà di questi bambini? Quali potrebbero essere le conseguenze psichiche del vissuto di quei giorni, settimane, mesi in cui sono rimasti “in attesa” come mercanzia in un magazzino o come pacchi postali non recapitati?

Oggettivamente non possiamo sapere se si presenteranno e quali saranno i postumi per questi bambini che hanno perso la madre biologica, sta di fatto che la letteratura psicoanalitica dice chiaramente che il neonato non possiede solo qualche riflesso e risposta automatica innati, ma è molto di più. Il neonato è un essere relazionale che possiede, già dalla gestazione, una serie di competenze motorie, sensoriali e cognitive.

Emerge costantemente nella letteratura psicoanalitica1, supportata da studi sui comportamenti del neonato e sul riscontro da adulto, la consapevolezza di un rilevante trauma infantile nel caso di separazione dalla madre biologica. Cambiare la figura di riferimento non è quindi irrilevante ma può essere alquanto pericoloso, ancor peggio in questo frangente in cui per giorni, per settimane o per mesi i neonati si sono trovati ad essere accuditi da una puericultrice diversa alla fine di ogni turno di lavoro, senza alcuna figura di riferimento stabile e nel periodo più delicato e determinante della loro esistenza.

Questo non significa che tutti i bambini che perdono, per molteplici cause, la madre nei primi giorni o mesi di vita vadano incontro a patologie psichiatriche gravi, ma piuttosto potrebbero essere sensibilmente più ricettivi. Allo stesso modo le madri surrogate che commercializzano il proprio corpo, perché si trovano in situazioni di povertà, spesso non sanno che affrontare quest’esperienza potrebbe rivelarsi psicologicamente destabilizzante, doloroso e traumatico. La comunicazione sensoriale ed emotiva fra madre e feto si avvia e si struttura già durante la gestazione, ciò implica che quel bambino è figlio di quella madre indipendentemente dalla genetica.

Dal mio punto di vista spero vivamente che questo video abbia fatto emergere una volta di più lo sfruttamento, le deformazioni e le deviazioni che sottostanno ad una pratica moralmente, fisiologicamente e psicologicamente devastante come realmente è la surrogazione di maternità.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE:
1. Per citare gli autori più riconosciuti e autorevoli nel campo: Berry Brazelton (pediatra americano), Melanie Klein (psicoanalista austriaca), Donald Woods Winnicott (pediatra e psicoanalista britannico).

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Quel tesoro nascosto nella paura: tra euristica e rivoluzione

Alcuni la chiamano ripartenza, altri fase 2. Qualsiasi sia il termine utilizzato, è evidente ai più quanto questo periodo si avvicini ad una sorta di riabilitazione esistenziale, emotiva, professionale… Tra ferite e risorse, con Timore e tremore – per dirla alla Kierkegaard – di cosa ha davvero bisogno la gente, oggi?

Affetti, serenità, sicurezze, abbracci, speranza. Per ciascuno è fondamentale tornare ad avere un cuore che non si isoli a causa della paura, ma che in essa sappia trovare l’occasione per riscoprire la bellezza dell’essere insieme. Spesso, quando ci apprestiamo a ricominciare, cerchiamo di partire dalle nostre volontà, dai nostri sogni e progetti. La verità, però, è che in alcuni momenti il cammino non appare per niente chiaro e sembra crearsi un distacco tra la necessità di orientare il nostro agire nell’imminente e, allo stesso tempo, la difficoltà nell’avere dei piani più o meno certi. Il tempo della scelta risulta così percepito come troppo breve rispetto al tempo della vita.

Dunque, cosa fare? Una delle strategie particolarmente valide dall’antichità ad oggi è, in questi casi, quella di mettere a fuoco ciò che non vogliamo prima ancora di ciò che vogliamoC’è un detto che recita “Non conosci mai l’importanza di qualcosa, fino a quando non la perdi”. Opinabile, poiché alcune cose è necessario perderle per capire quanto ci facevano male. Per altre, invece, è proprio così. In questi lunghi mesi abbiamo momentaneamente perso quelle piccole grandi libertà quotidiane di cui abbiamo continuamente goduto e che, per questo, ci sono sempre sembrate scontate, banali. Esse sono piuttosto la sostanza del nostro vivere, nel senso proprio del termine, ovvero il substratum che regge la nostra vita e da cui nessuna ripartenza può prescindere. Sono una delle componenti fondamentali della nostra qualità di vita. Perderle di nuovo, sarebbe deleterio, a più livelli: psicologico, economico, sociale…

Hans Jonas, fautore de Il Principio Responsabilità, sostiene saggiamente che «c’è da dubitare che qualcuno avrebbe mai tessuto le lodi della salute senza perlomeno la vista della malattia, le lodi dell’onestà senza la vista della frode e quelle della pace senza conoscere la miseria della guerra»1. Egli afferma che uno dei principi guida della filosofia morale dovrebbe essere l’euristica della paura2: ogni singola azione deve avere come faro guida il timore di poter perdere ciò che abbiamo di più caro. La prima domanda da porsi valutando gli effetti dell’agire, secondo Jonas, non sarà “Cosa ci guadagno?”, bensì “C’è il rischio di perdere qualcosa di fondamentale?”.

Illudendosi di avere eternamente tutto sotto controllo, l’uomo ha trasformato i beni primari in conquiste eterne, non più degne di cure, attenzione, salvaguardia. Tuttavia, questi mesi ci hanno dimostrato che non è affatto così e che, seppur nei limiti della nostra condizione umana, sarebbe bene concentrarsi più su ciò che è davvero in nostro potere anziché su ciò che vorremmo controllare ma che, in realtà, sfuggirà incessantemente dal nostro comando.

Di conseguenza, non si può pensare di ripartire mettendo da parte tutto questo. È necessario, sì, puntare alla responsabilità civica e sociale di ogni individuo, ma non è sufficiente. Bisognerebbe guardare a quelle che Marx ha storicamente denominato “strutture” ma che noi sappiamo essere tra le basi di un vero welfare state: i sistemi sanitari pubblici, ad esempio. E questo non tanto e non solo a fronte del Covid-19, virus che ha messo a dura prova anche Stati fortemente preparati a fronteggiare emergenze di vasta portata, ma in quanto necessità ontologica e giuridica di ogni realtà politica. «Il bene può passare inosservato e, senza l’ausilio di una riflessione (per la quale dobbiamo avere un motivo particolare), può non essere riconosciuto»3. Solo quando riusciremo ad investire veramente nelle strutture, intercettando quel bene che tendiamo a non vedere più ma di cui abbiamo estremo bisogno, potremo poi pensare a tutte quelle sovrastrutture che non sono assolutamente accessorie e che contribuiscono alla vita del singolo nella comunità sociale. Perché «soltanto il previsto stravolgimento dell’uomo ci aiuta a formulare il relativo concetto di umanità da salvaguardare»4 e la paura, lungi da strumento di manipolazione di massa, deve divenire un principio regolatore per ogni azione governativa, collettiva ed individuale. Non basta delegare tale euristica alla volontarietà degli individui, né attraverso un’app per il contact tracing né, agli antipodi, al gossip mediatico a cui siamo quotidianamente sottoposti.

Come ha detto Papa Francesco nelle scorse settimane, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi»5. Cerchiamo, allora, di fare tesoro della nostra paura, perché in essa è nascosta la possibilità di rivoluzionare in meglio le nostre vite.

 

Agnese Giannino

 

NOTE:
1. H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Torino, Einaudi, 1990, p. 35.
2. Ivi, p. 34.
3. Ivi, p. 35.
4. Ibidem.
5. Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 Maggio 2020.

[Credit Tim Trad su unsplash.com]

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Una pratica buddista per il post Covid-19

Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di imparare ad affrontare a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e la confusione per tornare alla vita fuori delle nostre case, dopo l’isolamento forzato causato dal Covid-19. La paura del contagio potrebbe protrarsi ad altre sfere delle vita quotidiana, nonostante la ripresa delle attività, influenzando il nostro modo di percepire la realtà, aumentando la diffidenza nei confronti del prossimo così come rendendoci incapaci di reagire alle nuove sfide che ci attendono. Chi ha perso il lavoro o ha posto fine ad una relazione sentimentale, dovrà essere capace di reinventare la propria vita che fino a quel momento viaggiava su binari noti; chi ha perso i propri cari si trova di fronte all’elaborazione del lutto, rimandata per via della separazione forzata. Il tutto si somma alla paura di un futuro incerto che spinge molti a desiderare di tornare in un passato “idealizzato” in cui “si stava meglio”, a chiudersi in sé stessi oppure ad adottare dei comportamenti verbalmente aggressivi verso il prossimo.

Secondo gli antichi insegnamenti buddhisti, l’essenza fondamentale della paura è l’attaccamento a ciò che proviamo o viviamo ed assieme il rifiuto delle sensazioni spiacevoli che hanno origine nelle perdite, nei conflitti e nella mancanza di coincidenza dei nostri desideri con la realtà. L’antica psicologia buddista insegna non tanto a rimuovere le emozioni ma a superarle, raggiungendo la pace mentale e spirituale tramite un atto di presenza e di silenzio compassionevole, sviluppando la volontà di “stare con noi stessi e l’emozione che proviamo” raggiungendo uno stato interiore e psicologico di “piena coscienza” che ci permette di valutare gli eventi e le reazioni ad essi per quello che sono, senza il filtro “distorto” delle sensazioni momentanee, per non attaccarvisi e lasciarle fluire via. Accettare che tutto è transitorio è la base della filosofia che il buddismo insegna.

Il distacco non va confuso con l’indifferenza: si tratta piuttosto di sviluppare una comprensione maggiore delle emozioni da cui siamo attraversati, non identificandoci con esse: tutto ciò che giunge nella nostra vita è solo una realtà transitoria, compresi gli stati d’animo che proviamo. Un’emozione non è il “Sè”, ciò che ci contraddistingue come esseri nella nostra totalità. Basti pensare che nella vita di tutti i giorni, senza accorgercene pienamente, mutiamo stato d’animo o indossiamo diverse maschere e ruoli a seconda dei contesti con cui interagiamo. Quale di queste, siamo noi davvero? La piena coscienza di questo ci rende molto meno timorosi dei lati che ci compongono e che accettiamo di meno mentre la fuga da ciò che viviamo e sentiamo non è mai una soluzione che può aiutarci: infatti uno stato d’animo di per sé non può essere nascosto sotto al tappeto come polvere o rimosso.

Dalla non comprensione nasce l’attaccamento e con esso la paura della perdita. La paura della perdita (di un lavoro, un caro, uno status) è, quindi, un errore percettivo per il buddismo che si traduce in immagini fantastiche o terribili che finiscono per prendere il sopravvento sulle nostre menti: se ci identifichiamo con esse, perdendo il contatto con  il qui ed ora, creeremo un divario colmo di ansia che ci accompagnerà costantemente. La paura genera un circolo vizioso: se proviamo paura tendiamo ad attaccarci a qualcuno o qualcosa, ci sentiamo vulnerabili, preda dell’ansia, alimentando la paura stessa ed infine, l’attaccamento, l’origine della sofferenza. Superare la paura è attuare un’alchimia emotiva come suggerisce Tara Goleman (moglie del più famoso Daniel, autore del rivoluzionario Intelligenza emotiva. Che cos’è e cosa può renderci felice) ossia passare da uno stato di sofferenza ad uno di equanimità e compassione tramite un processo di auto consapevolezza mentale ed emotiva che deriva da un distacco compassionevole e dal successivo abbandono degli stati emotivi dolorosi tramite semplici pratiche meditative quotidiane affiancate agli strumenti psicologici d’analisi cognitivista-comportamentale. Il distacco dalle emozioni per noi occidentali risulta difficile da comprendere, dal momento che tutta la nostra logica ruota intorno all’avere, persino in termini relazionali ed emotivi. Per chiunque volesse affrontare la paura e l’ansia nel quotidiano, per conseguire uno stato di benessere mentale in un periodo socialmente ed economicamente difficile come quello che stiamo vivendo, l’autrice suggerisce per prima cosa di eseguire delle inspirazioni ed espirazioni, in un luogo tranquillo ed appartato. Una volta concentrata l’attenzione sul respiro, per una decina o una ventina di minuti, potremo passare a percepire i rumori che ci circondano lasciando fluire ogni sensazione o pensiero critico relativo ad essi. Passata un’altra decina di minuti, una volta sintonizzati con l’ambiente esterno, sposteremo l’attenzione al nostro interno osservando le immagini, i ricordi, i pensieri, le emozioni che emergeranno da dentro di noi, senza giudicare ma lasciandoli andare via, fino a quando ci sentiremo“svuotati”, in uno stato di “silenzio interiore profondo e senza pensieri”. Lì oltre ciò che può concepire la nostra mente razionale, troveremo la pace dalle nostre emozioni e un presente senza preoccupazioni.

 

Veronica Rossetti

 

Sono una scrittrice per vocazione e giornalista appassionata di filosofie orientali, yoga, psicologia, spiritualità ed ecologia. Insegno ad usare la scrittura autobiografica e creativa come strumento di comprensione e crescita personale. 

 

NOTE:
1. Tara Bennett Goleman, Alchimia emotiva. Come la mente può curare il cuore, ed. Bur Biblioteca Universale Rizzoli

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Il bivio filosofico del Covid-19

Chiunque abbia mai provato a salire faticosamente su un sentiero che s’inerpica lungo i fianchi di una montagna o più semplicemente a camminare nei boschi conosce l’importanza che ricopre ogni bivio che s’incontra lungo la pista. Nella storia della filosofia è ricorrente il riferimento all’immagine della montagna come metafora della vita o del cammino della conoscenza. È nota, infatti, la potente forza primordiale che riescono ad evocare le vertigini delle vette e i paesaggi delle maestose foreste, permettendo al pensiero di ricollegarsi all’idea del viaggio, della solitudine, del sacrificio, del dolore, della terra incontaminata, del senso del limite. Fu prima Democrito a scegliere di rinunciare alle comodità di una vita agiata per vivere sulle montagne, nella «frugalità della natura vivente […] lontano da tutti gli uomini consacrato solo all’erudizione». Solo di tanto in tanto egli faceva ritorno al porto di Abdera, dove poteva ridere «del vano affaccendarsi degli uomini che gli si dispiega davanti»1. Si giunge, poi, fino a Nietzsche, che vede nell’uomo un essere che aspira «alla libera altezza», tanto la sua «anima è assetata di stelle», per cui solo chi sa «salire sulle montagne più alte, ride di tutti i drammi, di quelli recitati e di quelli seri»2.

Nella grande metafora del viaggio della vita, dunque, il bivio, per chi cammina lungo il sentiero, costituisce sempre un punto di sosta, un momento di pausa e di riflessione. Ogni incrocio è un allestimento di possibilità che fornisce l’occasione per sospendere qualche istante l’incedere del tragitto ed arrestarsi a riflettere sulla strada che si è percorsa. Una volta fermi, si può controllare la mappa e la trama del nostro cammino. È questo il momento in cui si è chiamati a scegliere la pista che si deve imboccare se si vuole raggiungere un rifugio in cui trovare riparo dal vento e dal gelo della notte o per tornare finalmente a casa. La lunga onda d’urto della pandemia del Covid-19 e le problematiche generate dello shock collettivo del grande lockdown che ha paralizzato la folle andatura di un mondo tardo-moderno in accelerazione costante, rappresentano una sfida epocale, ma anche l’occasione per un punto di svolta. Se l’uomo vuole trarre qualche insegnamento da questo frammento di storia in cui sta gettando lo sguardo nell’abisso, deve riuscire «ad inventare l’espediente alchimistico di trasformare anche questo fango in oro», altrimenti sarà perduto3.

Il contagio, innescando a catena una lunga serie di riflessioni dalla natura pluridimensionale, assume così le forme concettuali di un bivio filosofico, poiché rimette in discussione molte delle grandi rappresentazioni con cui la civiltà occidentale ha raccontato la propria cultura e la propria storia. La vastità dei problemi che sono messi in campo da un evento storico di tale portata e complessità investono la sfera pubblica, così come inducono a scavare nel fondo della coscienza; travolgono il destino economico, così come la relazione uomo-natura. Per questo, dovrebbero essere studiati secondo un approccio filosofico con cui si possa elaborare una teoria critica pluriforme che ne tragga le lezioni indispensabili e che riesca ad individuarne i nodi problematici fondamentali.

Emerge in modo pressante, innanzitutto, la necessità d’interrogarsi sulla problematica storico-economica, per provare a rimettere in discussione il modello di sviluppo abbracciato da un capitalismo globale finalizzato esclusivamente alla crescita illimitata ed al contempo privo di qualsiasi vincolo etico. Solo così si potranno immaginare alternative che tengano in considerazione la possibilità di una vita buona e autenticamente umana. L’infezione virale del Covid-19, poi, impone di rimettere al centro di ogni visione del mondo il problema dell’uomo e della sua relazione con l’ambiente. Non si può che inquadrare una prospettiva antropologico-ecologica che, come scriveva Fosco Maraini dalle vette ghiacciate del Gasherbrum, rappresenti un invito a «prepararsi a diventare umili», nella consapevolezza di essere parte integrante di un ecosistema in cui ogni essere appartiene alla natura ed al suo ciclo vitale di nascita, crescita e morte4. Vi è, infine, la necessità di inoltrarsi in una riflessione etico-politica che riporti al centro del dibattito pubblico il nodo centrale dell’agire politico nel suo farsi ricerca dell’equilibrio fra la libertà dell’individuo e la sfera pubblica. Aprirsi, cioè, ad un paradigma che renda conto dell’interdipendenza, e quindi anche delle conseguenti responsabilità, che legano ogni singola persona al resto del vivente.

In altri termini, ogni volta che il viandante si trova di fronte al bivio, è chiamato ad uno sforzo del pensiero per «decidere la direzione da scegliere», perché il più delle volte essa «non è ancora distintamente tracciata in noi». Possiamo aver fiducia, però, volendo seguire la convinzione di Thoreau in Camminare, che la natura possieda sempre «un magnetismo sottile in grado di guidarci nella giusta direzione, se a esso ci abbandoniamo», anche se «siamo spesso così stolti e incuranti da scegliere quella sbagliata»5.

 

Massimiliano Capra Casadio

 

NOTE:
1. R. Brandt, Filosofia nella pittura. Da Giorgione a Magritte, Mondadori, Milano 2003, p. 119-122, 123.
2. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Mondadori, Milano 1992, p. 34, 37.
3. F. Nietzsche, Lettera a Franz Overbeck, 25 dicembre 1882, in Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento, vol. 1, Mondadori, Milano 2002, p. 3.
4. F. Tomatis, La via della montagna, Bompiani, Milano 2019, p. 475.
5. H. D. Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano 2011, p. 29.

 
Massimiliano Capra Casadio, nato nel 1977 a Riccione, studioso di Storia contemporanea e di Filosofia politica, è autore di alcuni libri e di numerosi articoli sulla cultura della destra europea e sul tema della metapolitica. Nel 2010 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Storia d’Europa presso l’Università di Bologna. Dal 2012 insegna come docente di Filosofia e Storia presso i licei della provincia di Rimini e da alcuni anni è titolare del corso d’Introduzione alla Filosofia presso l’Istituto Tecnico per il Turismo Marco Polo.
 
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La democrazia di fronte allo stato di emergenza

All’interno della situazione socio-sanitaria che si è profilata negli ultimi due mesi nel nostro paese, ritengo necessaria una riflessione sui fondamenti e le attribuzioni del potere politico. Un’analisi che si avvalga degli strumenti interpretativi approntatici dalla storia della filosofia 24politica, che si è interrogata sul carattere più o meno sociale, e dunque politico, della natura umana, o viceversa sul suo carattere egoistico, laddove la società e la politica diventavano espedienti artificiali di protezione e sicurezza.

Su questo solco, penso ad Aristotele, che sia nell’Etica nicomachea, sia nella Politica, aveva sottolineato la natura sociale dell’individuo, facendo vedere come quest’ultimo sarebbe portato ad associarsi. È proprio nel suo trattato di politica che emerge, in contrapposizione alla costruzione ideale platonica, l’esigenza “debole”, ma più realistica, di determinare la forma del migliore Stato possibile in circostanze date. Se Platone nella Repubblica aveva delineato un modello di “Stato ideale”, in condizioni ipotetiche, e tale da non tenere conto della realtà effettiva, Aristotele riteneva che non si potesse determinare in astratto quale forma di governo fosse la migliore in assoluto. Occorreva una considerazione attenta delle condizioni sociali e materiali di un paese per rilevare l’opportunità della relativa costituzione. Una forma di governo, così, poteva essere migliore di un’altra, ma il rilievo delle circostanze effettive imponeva con ciò stesso l’abbandono dell’idea di perfezione. A proposito della difficile congiuntura socio-sanitaria in cui purtroppo versiamo attualmente, è interessante notare come nella Repubblica platonica sia sviluppata una riflessione sui temi della “salute” e della “malattia”, calati nel microcosmo dell’anima individuale e nel macrocosmo dello Stato. Il quale ne sarebbe lo specchio rifrangente l’immagine in più grandi e ben visibili dimensioni.

Nell’opinione di Platone la malattia si sviluppava quando si verificava, all’interno di tali realtà, un abbandono dei compiti “naturali” di comando spettanti alle loro parti “razionali” a favore di quelle ritenute “irrazionali”. Ovvero, quando l’anima razionale non avesse sottomesso a sé la parte animosa e quella concupiscibile avremmo avuto la malattia dell’anima, e se i filosofi si fossero fatti governare da lavoratori manuali o da guerrieri, sarebbe avvenuta quella della città-Stato. Perché ci fosse salute, o “giustizia”, nell’anima singola e nello Stato stesso, doveva regnare un “consenso” generale su quale parte, all’interno di ciascuna delle due dimensioni, dovesse regnare per natura1.

Ora, questo modello di “salute” della collettività, nella democrazia attuale, è difficilmente trasportabile, essendo la democrazia strutturalmente conflitto, e mai consenso generalizzato, su chi debba governare. Nella persuasione, giusta e fondamentale, che nessuno sia stato predisposto a farlo dalla natura. La democrazia è conflitto fra parti e fra “partiti”, diremmo oggi. L’individuazione di un nemico assoluto e unico, come avvenne nei totalitarismi, fu la sua degenerazione strutturale. In questo contesto vorrei richiamare la figura di Carl Schmitt che appunto si era interrogato sulla valenza conflittuale della politica, e sulla sua capacità di determinare la figura del “nemico” e lo “stato di eccezione”. Altra categoria dolorosamente attuale3.

Lo “stato di eccezione” si configurava, secondo Schmitt, come una situazione emergenziale, in cui venivano sospese le norme vigenti del diritto, in nome della sicurezza dello Stato. In questa condizione, qualsiasi scelta che riguardasse l’interesse di esso non poteva essere derivata da una norma già esistente, ma doveva essere fondata su una “decisione” assoluta, libera da ogni vincolo normativo, un provvedimento che spettava solo al sovrano. Sono sensibili, ma rivelative, le differenze con il contesto attuale. Prima di tutto la decisione che dispone nuove normative provvisorie, o decreti, non è fondata su “un nulla normativo”, ma quanto meno sulle leggi della morale e della salute pubblica. E non cancella le norme costituzionali fondamentali, quanto piuttosto sospende il loro sfondo, il neoliberismo economico, nella prospettiva di una sua quanto più vicina rifioritura. Tutto ciò avviene nel mantenimento e nella promozione delle altre due libertà fondamentali: la vita e la proprietà.

Volendo trarre le fila del discorso, potremmo dire che nella situazione che stiamo vivendo si rivela impraticabile, come voleva Platone, l’attuazione di uno “Stato ideale”. Piuttosto si rivela più confacente l’assunzione aristotelica di tenere conto della situazione empirica e contingente in cui il paese versa per elaborare l’idea dell’opportuna e “migliore”, ma con ciò stesso imperfetta, costituzione applicabile.

Altra e connessa conclusione è che la categoria schmittiana del nemico nella situazione in cui versiamo non è decisa arbitrariamente dal potere costituito, come avveniva nei totalitarismi novecenteschi, ma s’impone con la forza della necessità al riconoscimento intersoggettivo. Ragione per cui il consenso, la concordia platonica, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma di un accordo naturale sulla comune minaccia, arginabile e debellabile nell’orizzonte di una costituzione, non certo ottima, ma concretamente praticabile nell’ “eccezione” imprevedibile dalla norma.

 

Margherita Pastine

Sono laureata e specializzata in Filosofia e forme del sapere, classe di lauree magistrali in Scienze filosofiche, all’Università di Pisa. Da poco tempo faccio parte della Società Filosofica Italiana (S.F.I.), per la quale ho svolto attività seminariali di approfondimento, credendo fortemente nel valore della divulgazione filosofica per ogni età della vita. Intendo la filosofia della morale e della politica come articolazioni responsabili ed individuate della filosofia teoretica, loro inaggirabile fondamento.

NOTE:
1. Platone, La Repubblica, 432a – b.
2. Cfr. C. Schmitt, Teologia politica, prima ed. 1922.

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Arendt, Freud e il Covid-19 tra senso di comunità e responsabilità

Il 2020 sarà certamente ricordato per essere stato l’anno della pandemia mondiale che ha profondamente cambiato le abitudini degli esseri umani, privandoli della cosa più preziosa: la libertà. In questo periodo il mondo sta facendo i conti con la coercizione e con la limitazione di ciò che qualche mese fa sembrava scontato e gli esseri umani ne stanno risentendo nel profondo.

È vero, non siamo di fronte a una guerra mondiale e nessuno ci sta chiedendo di imbracciare le armi per amor di patria, ci viene solo chiesto di rimanere nelle nostre case, in quanto alle prese con un virus aggressivo, che ha dilagato inesorabile e spietato, rendendo le nostre città palcoscenico per le passioni di un’umanità a cavallo tra solidarietà e istinto primordiale di trasgredire le regole imposte. Questo accade perché gli individui si sentono braccati, poiché l’iper-modernità ci ha portato ad assoggettarci a una “dittatura della società”, che potremmo ricondurre a quello che Freud definiva «Il disagio della civiltà», che ha portato le individualità a conformarsi a determinati schemi, rendendole inconsciamente schiave di essi. Questo fa sorgere alcuni quesiti interessanti, quesiti che si era già posta la filosofa Hannah Arendt in relazione ai totalitarismi e ai loro crimini: siamo davvero liberi anche quando ci sentiamo tali? E, relativamente all’istinto di trasgredire le leggi, siamo responsabili delle nostre azioni? E se sì, lo siamo collettivamente in quanto parte di una società, o individualmente?

Arendt differenzia in maniera sostanziale i concetti di colpa e responsabilità, nonostante essi abbiano certamente una correlazione. La prima afferisce alla sfera etica e si riferisce alle azioni compiute da un singolo soggetto agente, a scapito della propria legge morale; mentre la seconda afferisce alla sfera politica, laddove per politica si intenda la sfera sociale. Arendt indaga il concetto di responsabilità studiando in quale misura il popolo tedesco potesse essere ritenuto corresponsabile degli atroci crimini commessi dal regime nazista; tuttavia la questione può essere estesa a qualsiasi contesto storico e, dunque, anche a questo momento particolare che stiamo condividendo a livello globale; si pensi alla similitudine, seppur forte, della dittatura con le limitazioni alla libertà personale e collettiva che ci sono state imposte in questi mesi e ai concetti di colpa e responsabilità di coloro che non rispettano tali norme, ma anche di chi invece si fa portavoce e attore del rispetto verso l’umanità facendo in modo che il virus possa essere in qualche modo contenuto. Quando ci viene chiesto di sottostare a delle restrizioni è un’autorità a farlo, motivo per cui viene meno la libertà come noi la intendiamo, ma contravvenendo alle leggi imposte e nel caso specifico del Covid-19, uscendo di casa senza giustificato motivo, mettendo in potenziale pericolo la propria vita e quella altrui, ci comportiamo secondo una nostra personale morale, divenendo, quindi, colpevoli per la nostra azione. Tuttavia, secondo la prospettiva arendtiana, l’intera comunità sarebbe responsabile per le azioni compiute dai cittadini della sua nazione, pur non essendo moralmente e, dunque, individualmente colpevole, questo perché l’azione avviene inevitabilmente nello spazio intersoggettivo; infatti, nel momento in cui il soggetto agisce, rivela se stesso agli altri, divenendo responsabile delle sue parole e dei suoi gesti in relazione alle alterità. Chiaramente se agiamo in una dimensione monadica, solipsistica, privata, possiamo fare i conti solo con la nostra etica individuale, senza che nessun altro acquisisca una corresponsabilità per le nostre azioni, giuste o sbagliate che siano.

Freud, prima della Arendt, aveva affermato in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) che la socializzazione fosse in un rapporto di dipendenza dall’individualità e che quindi una distinzione netta tra società e individuo fosse superflua, in quanto la prima si compone essenzialmente della molteplicità degli individui che la costituiscono. Secondo Freud, le azioni negative compiute da una massa e dunque la negatività della stessa, dipendono dalle individualità che la compongono, che possono essere più o meno negative in base a quanto incidano i fattori oggettivi, inconsci, sull’Io del singolo. Con l’esperienza della Grande guerra si è assistito a quella che Freud ha definito esternalizzazione dell’inconscio, ossia all’oggettivazione dei moti pulsionali primordiali che si sono esteriorizzati nella massa, poiché, in accordo con Arendt, è solo all’interno della società che il singolo può agire e dunque sbarazzarsi delle rimozioni pulsionali inconsce.

È dunque necessario riflettere sul senso di appartenenza alla società e alla responsabilità che abbiamo in un momento storico come questo, di comportarci individualmente nella maniera più etica possibile per fare in modo di renderci collettivamente e positivamente responsabili della rinascita del mondo che torneremo ad abitare dopo l’esperienza del virus, nella speranza che possa essere un mondo migliore, nel quale tornare ad essere, per dirla con Aristotele, degli animali sociali.

 

Federica Parisi

 

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Il riscatto del pensiero nella noia del fare

Il tempo scandito dal coronavirus sembra essersi sospeso, lasciandoci in balia della noia, unica vera compagna in questi giorni di isolamento. Eppure la noia è proprio ciò che può salvarci: medicina per la complessità di nodi che la pandemia non ha fatto altro che stringere ancora di più. Per comprendere la bellezza della noia, bisogna anzitutto distinguere bene la noia dall’ozio, in quanto spesso accumunati dal loro essere tendenti l’una all’altro e viceversa. Indubbiamente l’ozio tende a far percepire in chi lo sperimenta anche la noia, e la noia può tendere a tramutare il proprio odio nel fare o non fare qualcosa nell’assoluto far nulla, divenendo ozio. Ecco: l’ozio è la condizione di riposo per la quale si tende a non agire, a non fare assolutamente niente, nella quale può brillare la luce della noia; quest’ultima è invece una risposta di fastidio, di odio, all’attività che si sta compiendo e può riportare, come già scritto, all’ozio o a qualcosa di diverso.

Prendere in odio l’attività che si sta svolgendo potrebbe portare all’irrequietezza del non fare più niente o ad un’attività completamente diversa e che innalza ogni azione, per quanto materiale, alla contemplazione. Byung-Chul Han, nel suo saggio La società della stanchezza (Nottetempo 2010), scrive che «chi, camminando, si annoia e non tollera in alcun modo la noia, diventa irrequieto e si aggira di qua e di là, avanti e indietro, oppure segue un’attività o un’altra. Chi invece ha maggior tolleranza per la noia, forse dopo un po’ riconoscerà di essere annoiato dal camminare in sé»; insomma, chi si abbandona all’odio per ciò che sta facendo inizia a ragionare sul perché lo stia facendo o sul cosa effettivamente sia ciò che sta facendo, inizierà a riflettere su di esso, abbandonandosi perciò alla contemplazione.

Attraverso questa «azione compensativa» la noia aiuta a comprendere la realtà riflettendo su di essa, non “producendo” una merce consumabile (come la produzione tecnica) o in-consumabile (come la produzione artistica) ma una merce che è lo stesso atto contemplativo, in capacità di modificare la stessa realtà che si contempla. Han difatti scrive che chi è «annoiato dal pensare in sé […] sarà spinto a inventarsi un movimento completamente nuovo». La riflessione posta dalla noia può essere colta come una possibilità: immergersi nel pensiero per comprendere la realtà e poterla mutare.

Tale processo di mutamento non può non coinvolgere le altre persone, finanche nell’isolamento forzato che stiamo vivendo, poiché il coinvolgimento è attuato incondizionatamente nel ripensare la realtà in quanto essa è condivisa e declinata dai molti e non solamente dal singolo. La faticosa condivisione del proprio agire porta a riconoscersi nell’Altro e vedere se stesso in esso, un vero sforzo per l’annoiato, il quale però, attraverso tale sforzo, può condividere con gli altri non solamente la contemplazione e l’azione fattiva ma anche la stanchezza e il risposo successivi, aprendo alla possibilità di condividere la noia, la vita stessa.

 

Salvatore Diodato

 

Sono laureato in teologia e filosofia; cultore della filosofia medievale e sensibile alle tematiche legate alla filosofia della mente e del linguaggio nell’ambito della ricerca contemporanea e, per l’appunto, medievale. Attualmente sono tutor presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria.

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Il virus dell’abitudine. Lettera a mia figlia

Impara a disabituarti.
Oggi compi diciott’anni e il solo consiglio che mi viene in mente di darti è questo, di perdere l’abitudine. Disabituati, a stare bene, ad avere la macchina, ad un tetto sulla testa, ad un letto dove dormire, a mangiare tutti i giorni, ad avere un amico, ad avere una famiglia, ad essere sempre in compagnia di qualcuno. Disabituati all’amore, alla felicità, alla speranza. Abbraccia il disinganno, fidati – questo sì – del prossimo e il prossimo si fiderà di te, ma il più delle volte, le decisioni più importanti della tua vita dovrai prenderle da sola, nel segreto di una stanza, nel buio più profondo di una giornata senza sole.
Leggendo queste parole penserai che tuo padre è un pessimista più che cosmico, galattico, uno che Leopardi è un rudimentale copiatore. Diciott’anni, tu pensi a organizzare la festa mentre io ti faccio la paternale! Quasi mi sembra di sentirti mentre discutiamo lanciandoci frasi fatte, scritte in un copione senza tempo letto e riletto da generazioni di padri e figli. Tu che sbuffi, che sbatti la porta a una conversazione che non avrà mai un inizio o una fine.

Ma questa non è una paternale, un giudizio alla tua età e alla tua voglia di sbagliare. Ti ho incoraggiato a camminare, ad andare in bicicletta, ad allacciarti le scarpe, a leggere l’ora, a scrivere bene il tuo nome, a disegnare, già mi chiedi di portarti in giro a guidare… ma per quanto il mio ruolo lo richieda non posso insegnarti a vivere.
Vivere è una cosa strettamente personale, intima. Chiunque dica il contrario è solo un pallone gonfiato, incapace di vivere egli stesso e per dare un senso ai suoi fallimenti pensa di poter gestire quelli degli altri. Posso solo darti consigli, ma il libero arbitrio è soltanto tuo, così come la coscienza, la responsabilità, la capacità di scegliere cosa è giusto e cosa invece è sbagliato.
Il mio consiglio spassionato è questo dunque, disabituati.

Quando l’ho imparato? Nel ‘20, quando eravamo tutti chiusi in casa, prigionieri di un virus venuto da lontano. Ti ho già parlato dell’autoisolamento, della quarantena, delle strade deserte e di quelli che cantavano alla finestra, quando eri piccola te ne ho parlato sottoforma di favola, poi sottoforma di ricordo; ora ti parlo di cosa c’era dietro quelle finestre, nelle case, nella mente della gente.

La maggior parte delle persone era abituata a tutto, alla routine insomma, quella a cui sei abituata anche tu; l’abitudine era un punto fermo. Già due giorni dopo l’inizio di tutto, le prime striscianti lamentele si sono insinuate nell’umore generale, poi sono seguiti gli sfoghi e l’esasperante ricerca di una possibile verità tenuta nascosta da qualcuno o da qualcosa. Sono arrivati i complottisti, i tragici, i melodrammatici, gli apocalittici. Ogni volta la colpa era di qualcuno, di uno stile di vita, oppure c’era lo zampino del divino punitore, della natura vendicativa.
L’insofferenza – sorriderai – della gente si manifestava negli appelli a rimanere a casa, nelle delazioni di improvvisati detective dei poveri, pronti a fotografare il trasgressore uscito a gettare l’immondizia. L’egoismo poi, quello di chi comprava lievito in quantità atomica “perché non si sa mai…”, che poi forse avrebbe congelato e poi sicuramente buttato pur di lasciare ad altri il pane azzimo della sconfitta.

La paura del prossimo nata dall’abitudine di essere individuali in una società fin troppo egocentrica.
Non ascoltare quelli che te la raccontano come una guerra. Sì, è stata dura, sì, ci sono state molte vittime, e c’era la paura di ammalarsi. Già, ma vedi, quella c’era anche prima, la paura di ammalarsi intendo, così come la paura di restare soli, la paura degli altri, la paura dei diversi, la paura di non riuscire a vivere una vita perfetta, di non avere più alcuna soddisfazione, la paura di perdere qualcuno e di dirgli addio.
Volevamo vivere fino a 120 anni per paura di non avere il tempo di fare tutto, volevamo trattenere il mondo perché così eravamo abituati ad agire.

Tu non lo fare, non dare mai nulla per scontato, non lasciare che l’ovvio si faccia largo nelle tue giornate, lascia andare qualche tua abitudine. Sorridi alla sorpresa, all’imprevisto, non cadere di proposito ma quando cadrai – perché cadrai – rialzati, arrabbiati se vuoi, ma poi ritrova il sereno dentro di te e armati di tanta, tanta pazienza.

Un bacio,
papà

 

Alessandro Basso

 

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Covid-19 e alcuni possibili significati

È una situazione difficile quella che stiamo attraversando a causa di Covid-19. Questo è indubbio. È un momento in cui – forse – sentiamo molto vicino a noi quel “disagio esistenziale” che un tempo sembrava appartenere solo a filosofi e poeti e che, oggi, invece, torna in auge sotto il nome di “disagio emotivo”.

Ma non tutto è perduto, anzi.

Nella miriade di notizie drammatiche che ci circondano giorno dopo giorno, hanno attirato la mia attenzione alcuni eventi che, se ben interpretati, potrebbero aiutare ciascuno di noi ad affrontare al meglio quello che ci aspetterà quando le porte delle nostre case torneranno a riaprirsi. Credo che questo processo di “auto-incoraggiamento” passi inevitabilmente per l’analisi “filosofica” di alcuni dei possibili significati che potremmo attribuire a questo momento storico. Ed invero sull’importanza del partire dal perché delle cose non ha senso dilungarsi oltre, visti gli autorevolissimi pensieri sul punto: secondo Nietzsche, chi ha un perché per vivere, quasi sempre sopporterà come vivere; secondo Watzlawick, l’uomo che manterrà intatte le sue premesse sul significato dell’esistenza e del mondo in cui vive, potrà resistere alle più atroci sofferenze1.

Sui possibili significati utili di questo momento, invece, mi permetto di esporvi alcuni brevi pensieri.

Il primo effetto collaterale di COVID-19 mi ha riguardato “da vicino”: in seguito ai provvedimenti restrittivi introdotti a livello nazionale, infatti, i canali di Venezia sono diventati «straordinariamente e incredibilmente puliti, immobili e limpidi»2, grazie alla diminuzione dei vaporetti che regolarmente vi transitano. Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, le misure restrittive adottate in Cina hanno consentito un calo significativo di inquinamento da diossido di azoto e un miglioramento della qualità dell’aria3. Eventi di questo tipo potrebbero essere definiti conseguenze di secondo ordine, un concetto che, secondo Howard Marks4, connota il pensiero di chi valuta l’impatto delle proprie azioni nel lungo periodo e, soprattutto, sulla base delle reazioni che ne potrebbero derivare dall’ambiente circostante. Pertanto, analizzando l’impatto globale di COVID-19 nel lungo periodo, possiamo sostenere che la nostra quarantena forzata (conseguenza di primo ordine rispetto all’evento COVID-19) abbia comportato particolari benefici (quantomeno) per l’ambiente (conseguenza di secondo ordine rispetto all’evento COVID-19).

Il motivo per cui notizie come queste risuonano oggi così inaspettate, non è legato solamente alla brutalità con cui COVID-19 è entrato nelle nostre vite, ma anche al fatto che – spesso – valutiamo l’impatto e le conseguenze delle nostre decisioni solo nel breve periodo, considerando come uniche variabili (o meglio, “costanti”) principalmente noi stessi e i nostri interessi.

Il secondo effetto collaterale che mi ha colpito particolarmente è stata la prontezza con cui alcune aziende – locali e non5 – hanno convertito la propria produzione verso la realizzazione e la distribuzione di preziosi presidi sanitari. Forse queste notizie suoneranno meno inaspettate ma possiamo ricavarne un significato altrettanto fondamentale per il nostro “domani”.

Preserviamo le nostre opzioni6.

È un mondo in rapido e drastico cambiamento e forse la paternale dello “specializzarsi a tutti i costi” non è (sempre) la soluzione migliore per affrontare ciò che ci aspetta. Più scelte abbiamo (o meglio, ci teniamo) a disposizione, meglio saremo equipaggiati in momenti di incertezza come quello che stiamo vivendo.

Qual è dunque il significato di COVID-19? Il vero significato probabilmente non è di questa terra e non ci è dato conoscerlo. Un significato pratico ed utile, invece, potrebbe essere quello di cambiare prospettiva. Come? Iniziamo a prendere decisioni consapevoli. Valutiamo le conseguenze delle nostre azioni ma anche le conseguenze delle nostre conseguenze. Ragioniamo in un arco temporale di cinque, dieci anni. Chiediamoci sempre “e dopo cosa accadrà?”. Siamo il frutto delle nostre decisioni, e decidere cosa fare in preda alle emozioni del momento può portarci a fare scelte non sempre efficaci o proficue. Secondo punto: teniamoci aperte più strade possibili. Non irrigidiamoci in professioni e/o occupazioni iper-specializzate che potrebbero essere spazzate via al prossimo brusco cambio di rotta. Coltiviamo i nostri interessi e prepariamoci sempre un piano di riserva.

E infine, non dimentichiamo mai che “quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento” (proverbio cinese).

 

Jacopo Lorenzon

Sono un avvocato del Foro di Venezia, appassionato di sport, psicologia e crescita personale. L’attività professionale mi porta a risolvere prevalentemente i problemi delle c.d. persone giuridiche. Nella vita privata mi ritaglio invece del tempo per studiare le persone fisiche, cercando di comprendere i meccanismi che governano i pensieri e i comportamenti degli individui e l’impatto di questi sulla società.

 

NOTE:
1. P. Watzlawick, J.H. Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.
2. Per approfondire: qui.
3. Per approfondire: qui.
4. H. Marks, The Most Important Thing Illuminated: Uncommon Sense for the Thoughtful Investor, Columbia Business School Publishing, 1946.
5. Per approfondire: qui e qui.
6. Per approfondire: qui.

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