La democrazia di fronte allo stato di emergenza

All’interno della situazione socio-sanitaria che si è profilata negli ultimi due mesi nel nostro paese, ritengo necessaria una riflessione sui fondamenti e le attribuzioni del potere politico. Un’analisi che si avvalga degli strumenti interpretativi approntatici dalla storia della filosofia 24politica, che si è interrogata sul carattere più o meno sociale, e dunque politico, della natura umana, o viceversa sul suo carattere egoistico, laddove la società e la politica diventavano espedienti artificiali di protezione e sicurezza.

Su questo solco, penso ad Aristotele, che sia nell’Etica nicomachea, sia nella Politica, aveva sottolineato la natura sociale dell’individuo, facendo vedere come quest’ultimo sarebbe portato ad associarsi. È proprio nel suo trattato di politica che emerge, in contrapposizione alla costruzione ideale platonica, l’esigenza “debole”, ma più realistica, di determinare la forma del migliore Stato possibile in circostanze date. Se Platone nella Repubblica aveva delineato un modello di “Stato ideale”, in condizioni ipotetiche, e tale da non tenere conto della realtà effettiva, Aristotele riteneva che non si potesse determinare in astratto quale forma di governo fosse la migliore in assoluto. Occorreva una considerazione attenta delle condizioni sociali e materiali di un paese per rilevare l’opportunità della relativa costituzione. Una forma di governo, così, poteva essere migliore di un’altra, ma il rilievo delle circostanze effettive imponeva con ciò stesso l’abbandono dell’idea di perfezione. A proposito della difficile congiuntura socio-sanitaria in cui purtroppo versiamo attualmente, è interessante notare come nella Repubblica platonica sia sviluppata una riflessione sui temi della “salute” e della “malattia”, calati nel microcosmo dell’anima individuale e nel macrocosmo dello Stato. Il quale ne sarebbe lo specchio rifrangente l’immagine in più grandi e ben visibili dimensioni.

Nell’opinione di Platone la malattia si sviluppava quando si verificava, all’interno di tali realtà, un abbandono dei compiti “naturali” di comando spettanti alle loro parti “razionali” a favore di quelle ritenute “irrazionali”. Ovvero, quando l’anima razionale non avesse sottomesso a sé la parte animosa e quella concupiscibile avremmo avuto la malattia dell’anima, e se i filosofi si fossero fatti governare da lavoratori manuali o da guerrieri, sarebbe avvenuta quella della città-Stato. Perché ci fosse salute, o “giustizia”, nell’anima singola e nello Stato stesso, doveva regnare un “consenso” generale su quale parte, all’interno di ciascuna delle due dimensioni, dovesse regnare per natura1.

Ora, questo modello di “salute” della collettività, nella democrazia attuale, è difficilmente trasportabile, essendo la democrazia strutturalmente conflitto, e mai consenso generalizzato, su chi debba governare. Nella persuasione, giusta e fondamentale, che nessuno sia stato predisposto a farlo dalla natura. La democrazia è conflitto fra parti e fra “partiti”, diremmo oggi. L’individuazione di un nemico assoluto e unico, come avvenne nei totalitarismi, fu la sua degenerazione strutturale. In questo contesto vorrei richiamare la figura di Carl Schmitt che appunto si era interrogato sulla valenza conflittuale della politica, e sulla sua capacità di determinare la figura del “nemico” e lo “stato di eccezione”. Altra categoria dolorosamente attuale3.

Lo “stato di eccezione” si configurava, secondo Schmitt, come una situazione emergenziale, in cui venivano sospese le norme vigenti del diritto, in nome della sicurezza dello Stato. In questa condizione, qualsiasi scelta che riguardasse l’interesse di esso non poteva essere derivata da una norma già esistente, ma doveva essere fondata su una “decisione” assoluta, libera da ogni vincolo normativo, un provvedimento che spettava solo al sovrano. Sono sensibili, ma rivelative, le differenze con il contesto attuale. Prima di tutto la decisione che dispone nuove normative provvisorie, o decreti, non è fondata su “un nulla normativo”, ma quanto meno sulle leggi della morale e della salute pubblica. E non cancella le norme costituzionali fondamentali, quanto piuttosto sospende il loro sfondo, il neoliberismo economico, nella prospettiva di una sua quanto più vicina rifioritura. Tutto ciò avviene nel mantenimento e nella promozione delle altre due libertà fondamentali: la vita e la proprietà.

Volendo trarre le fila del discorso, potremmo dire che nella situazione che stiamo vivendo si rivela impraticabile, come voleva Platone, l’attuazione di uno “Stato ideale”. Piuttosto si rivela più confacente l’assunzione aristotelica di tenere conto della situazione empirica e contingente in cui il paese versa per elaborare l’idea dell’opportuna e “migliore”, ma con ciò stesso imperfetta, costituzione applicabile.

Altra e connessa conclusione è che la categoria schmittiana del nemico nella situazione in cui versiamo non è decisa arbitrariamente dal potere costituito, come avveniva nei totalitarismi novecenteschi, ma s’impone con la forza della necessità al riconoscimento intersoggettivo. Ragione per cui il consenso, la concordia platonica, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma di un accordo naturale sulla comune minaccia, arginabile e debellabile nell’orizzonte di una costituzione, non certo ottima, ma concretamente praticabile nell’ “eccezione” imprevedibile dalla norma.

 

Margherita Pastine

Sono laureata e specializzata in Filosofia e forme del sapere, classe di lauree magistrali in Scienze filosofiche, all’Università di Pisa. Da poco tempo faccio parte della Società Filosofica Italiana (S.F.I.), per la quale ho svolto attività seminariali di approfondimento, credendo fortemente nel valore della divulgazione filosofica per ogni età della vita. Intendo la filosofia della morale e della politica come articolazioni responsabili ed individuate della filosofia teoretica, loro inaggirabile fondamento.

NOTE:
1. Platone, La Repubblica, 432a – b.
2. Cfr. C. Schmitt, Teologia politica, prima ed. 1922.

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Arendt, Freud e il Covid-19 tra senso di comunità e responsabilità

Il 2020 sarà certamente ricordato per essere stato l’anno della pandemia mondiale che ha profondamente cambiato le abitudini degli esseri umani, privandoli della cosa più preziosa: la libertà. In questo periodo il mondo sta facendo i conti con la coercizione e con la limitazione di ciò che qualche mese fa sembrava scontato e gli esseri umani ne stanno risentendo nel profondo.

È vero, non siamo di fronte a una guerra mondiale e nessuno ci sta chiedendo di imbracciare le armi per amor di patria, ci viene solo chiesto di rimanere nelle nostre case, in quanto alle prese con un virus aggressivo, che ha dilagato inesorabile e spietato, rendendo le nostre città palcoscenico per le passioni di un’umanità a cavallo tra solidarietà e istinto primordiale di trasgredire le regole imposte. Questo accade perché gli individui si sentono braccati, poiché l’iper-modernità ci ha portato ad assoggettarci a una “dittatura della società”, che potremmo ricondurre a quello che Freud definiva «Il disagio della civiltà», che ha portato le individualità a conformarsi a determinati schemi, rendendole inconsciamente schiave di essi. Questo fa sorgere alcuni quesiti interessanti, quesiti che si era già posta la filosofa Hannah Arendt in relazione ai totalitarismi e ai loro crimini: siamo davvero liberi anche quando ci sentiamo tali? E, relativamente all’istinto di trasgredire le leggi, siamo responsabili delle nostre azioni? E se sì, lo siamo collettivamente in quanto parte di una società, o individualmente?

Arendt differenzia in maniera sostanziale i concetti di colpa e responsabilità, nonostante essi abbiano certamente una correlazione. La prima afferisce alla sfera etica e si riferisce alle azioni compiute da un singolo soggetto agente, a scapito della propria legge morale; mentre la seconda afferisce alla sfera politica, laddove per politica si intenda la sfera sociale. Arendt indaga il concetto di responsabilità studiando in quale misura il popolo tedesco potesse essere ritenuto corresponsabile degli atroci crimini commessi dal regime nazista; tuttavia la questione può essere estesa a qualsiasi contesto storico e, dunque, anche a questo momento particolare che stiamo condividendo a livello globale; si pensi alla similitudine, seppur forte, della dittatura con le limitazioni alla libertà personale e collettiva che ci sono state imposte in questi mesi e ai concetti di colpa e responsabilità di coloro che non rispettano tali norme, ma anche di chi invece si fa portavoce e attore del rispetto verso l’umanità facendo in modo che il virus possa essere in qualche modo contenuto. Quando ci viene chiesto di sottostare a delle restrizioni è un’autorità a farlo, motivo per cui viene meno la libertà come noi la intendiamo, ma contravvenendo alle leggi imposte e nel caso specifico del Covid-19, uscendo di casa senza giustificato motivo, mettendo in potenziale pericolo la propria vita e quella altrui, ci comportiamo secondo una nostra personale morale, divenendo, quindi, colpevoli per la nostra azione. Tuttavia, secondo la prospettiva arendtiana, l’intera comunità sarebbe responsabile per le azioni compiute dai cittadini della sua nazione, pur non essendo moralmente e, dunque, individualmente colpevole, questo perché l’azione avviene inevitabilmente nello spazio intersoggettivo; infatti, nel momento in cui il soggetto agisce, rivela se stesso agli altri, divenendo responsabile delle sue parole e dei suoi gesti in relazione alle alterità. Chiaramente se agiamo in una dimensione monadica, solipsistica, privata, possiamo fare i conti solo con la nostra etica individuale, senza che nessun altro acquisisca una corresponsabilità per le nostre azioni, giuste o sbagliate che siano.

Freud, prima della Arendt, aveva affermato in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) che la socializzazione fosse in un rapporto di dipendenza dall’individualità e che quindi una distinzione netta tra società e individuo fosse superflua, in quanto la prima si compone essenzialmente della molteplicità degli individui che la costituiscono. Secondo Freud, le azioni negative compiute da una massa e dunque la negatività della stessa, dipendono dalle individualità che la compongono, che possono essere più o meno negative in base a quanto incidano i fattori oggettivi, inconsci, sull’Io del singolo. Con l’esperienza della Grande guerra si è assistito a quella che Freud ha definito esternalizzazione dell’inconscio, ossia all’oggettivazione dei moti pulsionali primordiali che si sono esteriorizzati nella massa, poiché, in accordo con Arendt, è solo all’interno della società che il singolo può agire e dunque sbarazzarsi delle rimozioni pulsionali inconsce.

È dunque necessario riflettere sul senso di appartenenza alla società e alla responsabilità che abbiamo in un momento storico come questo, di comportarci individualmente nella maniera più etica possibile per fare in modo di renderci collettivamente e positivamente responsabili della rinascita del mondo che torneremo ad abitare dopo l’esperienza del virus, nella speranza che possa essere un mondo migliore, nel quale tornare ad essere, per dirla con Aristotele, degli animali sociali.

 

Federica Parisi

 

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Il riscatto del pensiero nella noia del fare

Il tempo scandito dal coronavirus sembra essersi sospeso, lasciandoci in balia della noia, unica vera compagna in questi giorni di isolamento. Eppure la noia è proprio ciò che può salvarci: medicina per la complessità di nodi che la pandemia non ha fatto altro che stringere ancora di più. Per comprendere la bellezza della noia, bisogna anzitutto distinguere bene la noia dall’ozio, in quanto spesso accumunati dal loro essere tendenti l’una all’altro e viceversa. Indubbiamente l’ozio tende a far percepire in chi lo sperimenta anche la noia, e la noia può tendere a tramutare il proprio odio nel fare o non fare qualcosa nell’assoluto far nulla, divenendo ozio. Ecco: l’ozio è la condizione di riposo per la quale si tende a non agire, a non fare assolutamente niente, nella quale può brillare la luce della noia; quest’ultima è invece una risposta di fastidio, di odio, all’attività che si sta compiendo e può riportare, come già scritto, all’ozio o a qualcosa di diverso.

Prendere in odio l’attività che si sta svolgendo potrebbe portare all’irrequietezza del non fare più niente o ad un’attività completamente diversa e che innalza ogni azione, per quanto materiale, alla contemplazione. Byung-Chul Han, nel suo saggio La società della stanchezza (Nottetempo 2010), scrive che «chi, camminando, si annoia e non tollera in alcun modo la noia, diventa irrequieto e si aggira di qua e di là, avanti e indietro, oppure segue un’attività o un’altra. Chi invece ha maggior tolleranza per la noia, forse dopo un po’ riconoscerà di essere annoiato dal camminare in sé»; insomma, chi si abbandona all’odio per ciò che sta facendo inizia a ragionare sul perché lo stia facendo o sul cosa effettivamente sia ciò che sta facendo, inizierà a riflettere su di esso, abbandonandosi perciò alla contemplazione.

Attraverso questa «azione compensativa» la noia aiuta a comprendere la realtà riflettendo su di essa, non “producendo” una merce consumabile (come la produzione tecnica) o in-consumabile (come la produzione artistica) ma una merce che è lo stesso atto contemplativo, in capacità di modificare la stessa realtà che si contempla. Han difatti scrive che chi è «annoiato dal pensare in sé […] sarà spinto a inventarsi un movimento completamente nuovo». La riflessione posta dalla noia può essere colta come una possibilità: immergersi nel pensiero per comprendere la realtà e poterla mutare.

Tale processo di mutamento non può non coinvolgere le altre persone, finanche nell’isolamento forzato che stiamo vivendo, poiché il coinvolgimento è attuato incondizionatamente nel ripensare la realtà in quanto essa è condivisa e declinata dai molti e non solamente dal singolo. La faticosa condivisione del proprio agire porta a riconoscersi nell’Altro e vedere se stesso in esso, un vero sforzo per l’annoiato, il quale però, attraverso tale sforzo, può condividere con gli altri non solamente la contemplazione e l’azione fattiva ma anche la stanchezza e il risposo successivi, aprendo alla possibilità di condividere la noia, la vita stessa.

 

Salvatore Diodato

 

Sono laureato in teologia e filosofia; cultore della filosofia medievale e sensibile alle tematiche legate alla filosofia della mente e del linguaggio nell’ambito della ricerca contemporanea e, per l’appunto, medievale. Attualmente sono tutor presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria.

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Il virus dell’abitudine. Lettera a mia figlia

Impara a disabituarti.
Oggi compi diciott’anni e il solo consiglio che mi viene in mente di darti è questo, di perdere l’abitudine. Disabituati, a stare bene, ad avere la macchina, ad un tetto sulla testa, ad un letto dove dormire, a mangiare tutti i giorni, ad avere un amico, ad avere una famiglia, ad essere sempre in compagnia di qualcuno. Disabituati all’amore, alla felicità, alla speranza. Abbraccia il disinganno, fidati – questo sì – del prossimo e il prossimo si fiderà di te, ma il più delle volte, le decisioni più importanti della tua vita dovrai prenderle da sola, nel segreto di una stanza, nel buio più profondo di una giornata senza sole.
Leggendo queste parole penserai che tuo padre è un pessimista più che cosmico, galattico, uno che Leopardi è un rudimentale copiatore. Diciott’anni, tu pensi a organizzare la festa mentre io ti faccio la paternale! Quasi mi sembra di sentirti mentre discutiamo lanciandoci frasi fatte, scritte in un copione senza tempo letto e riletto da generazioni di padri e figli. Tu che sbuffi, che sbatti la porta a una conversazione che non avrà mai un inizio o una fine.

Ma questa non è una paternale, un giudizio alla tua età e alla tua voglia di sbagliare. Ti ho incoraggiato a camminare, ad andare in bicicletta, ad allacciarti le scarpe, a leggere l’ora, a scrivere bene il tuo nome, a disegnare, già mi chiedi di portarti in giro a guidare… ma per quanto il mio ruolo lo richieda non posso insegnarti a vivere.
Vivere è una cosa strettamente personale, intima. Chiunque dica il contrario è solo un pallone gonfiato, incapace di vivere egli stesso e per dare un senso ai suoi fallimenti pensa di poter gestire quelli degli altri. Posso solo darti consigli, ma il libero arbitrio è soltanto tuo, così come la coscienza, la responsabilità, la capacità di scegliere cosa è giusto e cosa invece è sbagliato.
Il mio consiglio spassionato è questo dunque, disabituati.

Quando l’ho imparato? Nel ‘20, quando eravamo tutti chiusi in casa, prigionieri di un virus venuto da lontano. Ti ho già parlato dell’autoisolamento, della quarantena, delle strade deserte e di quelli che cantavano alla finestra, quando eri piccola te ne ho parlato sottoforma di favola, poi sottoforma di ricordo; ora ti parlo di cosa c’era dietro quelle finestre, nelle case, nella mente della gente.

La maggior parte delle persone era abituata a tutto, alla routine insomma, quella a cui sei abituata anche tu; l’abitudine era un punto fermo. Già due giorni dopo l’inizio di tutto, le prime striscianti lamentele si sono insinuate nell’umore generale, poi sono seguiti gli sfoghi e l’esasperante ricerca di una possibile verità tenuta nascosta da qualcuno o da qualcosa. Sono arrivati i complottisti, i tragici, i melodrammatici, gli apocalittici. Ogni volta la colpa era di qualcuno, di uno stile di vita, oppure c’era lo zampino del divino punitore, della natura vendicativa.
L’insofferenza – sorriderai – della gente si manifestava negli appelli a rimanere a casa, nelle delazioni di improvvisati detective dei poveri, pronti a fotografare il trasgressore uscito a gettare l’immondizia. L’egoismo poi, quello di chi comprava lievito in quantità atomica “perché non si sa mai…”, che poi forse avrebbe congelato e poi sicuramente buttato pur di lasciare ad altri il pane azzimo della sconfitta.

La paura del prossimo nata dall’abitudine di essere individuali in una società fin troppo egocentrica.
Non ascoltare quelli che te la raccontano come una guerra. Sì, è stata dura, sì, ci sono state molte vittime, e c’era la paura di ammalarsi. Già, ma vedi, quella c’era anche prima, la paura di ammalarsi intendo, così come la paura di restare soli, la paura degli altri, la paura dei diversi, la paura di non riuscire a vivere una vita perfetta, di non avere più alcuna soddisfazione, la paura di perdere qualcuno e di dirgli addio.
Volevamo vivere fino a 120 anni per paura di non avere il tempo di fare tutto, volevamo trattenere il mondo perché così eravamo abituati ad agire.

Tu non lo fare, non dare mai nulla per scontato, non lasciare che l’ovvio si faccia largo nelle tue giornate, lascia andare qualche tua abitudine. Sorridi alla sorpresa, all’imprevisto, non cadere di proposito ma quando cadrai – perché cadrai – rialzati, arrabbiati se vuoi, ma poi ritrova il sereno dentro di te e armati di tanta, tanta pazienza.

Un bacio,
papà

 

Alessandro Basso

 

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Covid-19 e alcuni possibili significati

È una situazione difficile quella che stiamo attraversando a causa di Covid-19. Questo è indubbio. È un momento in cui – forse – sentiamo molto vicino a noi quel “disagio esistenziale” che un tempo sembrava appartenere solo a filosofi e poeti e che, oggi, invece, torna in auge sotto il nome di “disagio emotivo”.

Ma non tutto è perduto, anzi.

Nella miriade di notizie drammatiche che ci circondano giorno dopo giorno, hanno attirato la mia attenzione alcuni eventi che, se ben interpretati, potrebbero aiutare ciascuno di noi ad affrontare al meglio quello che ci aspetterà quando le porte delle nostre case torneranno a riaprirsi. Credo che questo processo di “auto-incoraggiamento” passi inevitabilmente per l’analisi “filosofica” di alcuni dei possibili significati che potremmo attribuire a questo momento storico. Ed invero sull’importanza del partire dal perché delle cose non ha senso dilungarsi oltre, visti gli autorevolissimi pensieri sul punto: secondo Nietzsche, chi ha un perché per vivere, quasi sempre sopporterà come vivere; secondo Watzlawick, l’uomo che manterrà intatte le sue premesse sul significato dell’esistenza e del mondo in cui vive, potrà resistere alle più atroci sofferenze1.

Sui possibili significati utili di questo momento, invece, mi permetto di esporvi alcuni brevi pensieri.

Il primo effetto collaterale di COVID-19 mi ha riguardato “da vicino”: in seguito ai provvedimenti restrittivi introdotti a livello nazionale, infatti, i canali di Venezia sono diventati «straordinariamente e incredibilmente puliti, immobili e limpidi»2, grazie alla diminuzione dei vaporetti che regolarmente vi transitano. Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, le misure restrittive adottate in Cina hanno consentito un calo significativo di inquinamento da diossido di azoto e un miglioramento della qualità dell’aria3. Eventi di questo tipo potrebbero essere definiti conseguenze di secondo ordine, un concetto che, secondo Howard Marks4, connota il pensiero di chi valuta l’impatto delle proprie azioni nel lungo periodo e, soprattutto, sulla base delle reazioni che ne potrebbero derivare dall’ambiente circostante. Pertanto, analizzando l’impatto globale di COVID-19 nel lungo periodo, possiamo sostenere che la nostra quarantena forzata (conseguenza di primo ordine rispetto all’evento COVID-19) abbia comportato particolari benefici (quantomeno) per l’ambiente (conseguenza di secondo ordine rispetto all’evento COVID-19).

Il motivo per cui notizie come queste risuonano oggi così inaspettate, non è legato solamente alla brutalità con cui COVID-19 è entrato nelle nostre vite, ma anche al fatto che – spesso – valutiamo l’impatto e le conseguenze delle nostre decisioni solo nel breve periodo, considerando come uniche variabili (o meglio, “costanti”) principalmente noi stessi e i nostri interessi.

Il secondo effetto collaterale che mi ha colpito particolarmente è stata la prontezza con cui alcune aziende – locali e non5 – hanno convertito la propria produzione verso la realizzazione e la distribuzione di preziosi presidi sanitari. Forse queste notizie suoneranno meno inaspettate ma possiamo ricavarne un significato altrettanto fondamentale per il nostro “domani”.

Preserviamo le nostre opzioni6.

È un mondo in rapido e drastico cambiamento e forse la paternale dello “specializzarsi a tutti i costi” non è (sempre) la soluzione migliore per affrontare ciò che ci aspetta. Più scelte abbiamo (o meglio, ci teniamo) a disposizione, meglio saremo equipaggiati in momenti di incertezza come quello che stiamo vivendo.

Qual è dunque il significato di COVID-19? Il vero significato probabilmente non è di questa terra e non ci è dato conoscerlo. Un significato pratico ed utile, invece, potrebbe essere quello di cambiare prospettiva. Come? Iniziamo a prendere decisioni consapevoli. Valutiamo le conseguenze delle nostre azioni ma anche le conseguenze delle nostre conseguenze. Ragioniamo in un arco temporale di cinque, dieci anni. Chiediamoci sempre “e dopo cosa accadrà?”. Siamo il frutto delle nostre decisioni, e decidere cosa fare in preda alle emozioni del momento può portarci a fare scelte non sempre efficaci o proficue. Secondo punto: teniamoci aperte più strade possibili. Non irrigidiamoci in professioni e/o occupazioni iper-specializzate che potrebbero essere spazzate via al prossimo brusco cambio di rotta. Coltiviamo i nostri interessi e prepariamoci sempre un piano di riserva.

E infine, non dimentichiamo mai che “quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento” (proverbio cinese).

 

Jacopo Lorenzon

Sono un avvocato del Foro di Venezia, appassionato di sport, psicologia e crescita personale. L’attività professionale mi porta a risolvere prevalentemente i problemi delle c.d. persone giuridiche. Nella vita privata mi ritaglio invece del tempo per studiare le persone fisiche, cercando di comprendere i meccanismi che governano i pensieri e i comportamenti degli individui e l’impatto di questi sulla società.

 

NOTE:
1. P. Watzlawick, J.H. Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.
2. Per approfondire: qui.
3. Per approfondire: qui.
4. H. Marks, The Most Important Thing Illuminated: Uncommon Sense for the Thoughtful Investor, Columbia Business School Publishing, 1946.
5. Per approfondire: qui e qui.
6. Per approfondire: qui.

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Rileggere Platone ai tempi del Covid-19: il mito del carro alato

La nostra vita quotidiana ci pare una fantasiosa trama da film post-apocalittico: strade deserte, tutti chiusi in casa, persone che lottano per sopravvivere, governi che a colpi di decreti cercano di contenere il contagio di un virus nuovo, sconosciuto. La paura serpeggia: paura della vicinanza, perché sappiamo che per proteggerci vicendevolmente dobbiamo stare a distanza, non abbracciare chi amiamo, non andare a trovare i nostri genitori, parenti e amici. Ci preoccupa il nostro futuro, che pare nebuloso, lontano, e quando una sua vaga sembianza ci si avvicina, vediamo in esso crisi economiche, abitudini sociali mutate, scenari tutt’altro che rassicuranti.
Vivere a questo modo, sarebbe superfluo dirlo, logora, abbatte, annienta. Non possiamo permettere che la paura che sentiamo nelle nostre pance, nei nostri petti e nelle nostre menti sature di informazioni, abbia il sopravvento.

Che fare? Personalmente, ciò che ogni giorno mi sta salvando (oltre alla cura e all’amore dei miei cari, vicini o lontani che siano, ma sempre presenti in me) è la cultura. In ogni sua forma. Il cinema, potente e liberatorio anche se visto dallo schermo della televisione o del tablet; la letteratura, classica o contemporanea; i fumetti, che riescono a portarmi via, in un altrove pieno di cose da scoprire; la musica, a volte commovente e malinconica (del resto, la tristezza va anche esperita, mai negata), altre volte divertente e spensierata.

Ma io sono un’insegnante di filosofia e storia, e in queste settimane c’è una lezione, che occupa la mia mente e non se ne va. Una lezione che ho fatto a una delle mie classi prima dell’evento Coronavirus, quando ero fisicamente con loro, in classe, vedevo i loro sguardi e rispondevo alle loro domande, senza alcuna distanza fisica, è la lezione platonica contenuta nel mito del carro alato che troviamo nel Fedro. La riassumo brevemente, per chi non se la ricordasse o non la conoscesse: c’è un carro guidato da un auriga, che si trova in grossa difficoltà poiché dovrebbe condurre il carro verso la retta via (che per Platone è il mondo trascendente, il perfetto e immutabile Iperuranio), ma non ci riesce. A rendere arduo il suo compito è uno dei due cavalli che trainano il mezzo. Come in tutte le storie, c’è un cavallo buono, bianco e gradevole alla vista, facile da portare; e poi c’è il suo antagonista: un cavallo dal manto nero, massiccio e un po’ storto, terribilmente recalcitrante, praticamente impossibile da domare. Per comprendere questo mito e il suo significato, è necessario spiegare chi è chi: il carro è l’uomo, l’auriga è la ragione, il destriero scuro e cattivo è l’anima concupiscibile, ossia gli istinti, le emozioni straripanti e fuorvianti, e, infine, il cavallo bianco è l’anima irascibile, che per Platone rappresenta coraggio ed eroismo. Il mito vuole rappresentare l’eterna e instancabile lotta che l’essere umano è chiamato a combattere, che tutti noi, in questi giorni bui, siamo costretti a combattere: la lotta tra quelle emozioni cupe e bestiali a cui diamo il nome di angoscia, terrore, ansia, e tra il coraggio della ragione. Noi non siamo solo quel carro alato, siamo anche quell’auriga in palese difficoltà, siamo noi che dobbiamo condurci verso la retta via. Che non è l’Iperuranio platonico. La retta via è la strada per la serenità di corpo e anima, la strada della nostra ragione, che non dobbiamo mai perdere di vista. Solo lei può aiutarci, portarci in alto dove c’è più luce, più speranza, dove possiamo intraprendere tutti un percorso che porta alla conoscenza – intesa, direi, come il lume dell’età illuminista.

Penso tanto a tutto questo, alla bellezza del mestiere che svolgo, alla potenza che non solo la filosofia, ma la cultura tutta, ha. Perché ci eleva, ci solleva, ci salva, riportandoci alla ragione e permettendoci di domare quel cavallo nero, denso di emozioni negative, che tuttavia fa parte di noi.

 

Francesca Plesnizer

 

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La lettura che ci unisce: alcuni libri di Sepúlveda da leggere

Tanti sono stati, in questi ultimi giorni, gli omaggi e i ricordi legati alla scomparsa di Luis Sepúlveda. Scrittore, giornalista, ecologista, cittadino; anzi, come diceva lui, cittadino prima di tutto il resto. È infatti un uomo che vale la pena conoscere e lo si può fare attraverso i suoi libri: se la scrittura non ci conquista, difficilmente ci lascerà indifferente l’uomo che ne è autore. Ecco perché in questi giorni sono tante le condivisioni sul web, segno del fatto che la lettura, sebbene possa sembrare una mera attività solitaria, è invece capace di far avvicinare le persone, permettendo loro di condividere uno stesso romanzo e allo stesso tempo di immaginarne, tra le righe, mille diverse prosecuzioni. Con un solo libro, gli scrittori che più amiamo condividono con noi lettori i frutti della loro creazione letteraria e della loro ricerca artistica, regalandoci di fatto molto di più: la possibilità di immaginare, di fantasticare, di mettere in pausa la nostra quotidianità. Questa faticosa quarantena ce lo sta dimostrando ogni giorno di più! È dunque pensando ai benefici della lettura, che anche noi de La Chiave di Sophia vogliamo omaggiare lo scrittore Luis Sepúlveda; e quale modo migliore per farlo se non proponendovi quelle pagine che con tanta maestria ci ha regalato? Ecco a voi qualche consiglio di lettura.

 

il-vecchio-che-leggeva-romanzi-d-amore-chiave-di-sophiaIl vecchio che leggeva romanzi d’amore

Antonio José Bolivar Proaño vive ai margini della foresta amazzonica ecuadoriana. La vita non è stata semplice per lui, e tutto ciò che gli rimane è custodito nella capanna in riva al grande fiume: un dipinto che lo ritrae insieme alla moglie e alcuni romanzi d’amore, quelli in cui trova conforto e pace. Un viaggio poetico e suggestivo nei meandri della foresta amazzonica, attraverso gli occhi di un uomo che si nutre di storie e vive nel rispetto della natura e dei suoi segreti.

 

storia-di-un-gatto-e-del-topo-che-divento-suo-amico-libro-chiave-sophiaStoria di un gatto e del topo che diventò suo amico
Età di lettura: dagli 8 anni

Un racconto di una straordinaria amicizia tra due animaletti così diversi tra loro. Qui il gatto di turno non vuole papparsi nessun topo, così come il topolino non vuole scappare da nessun feroce felino. Non appena faranno conoscenza l’uno dell’altro, i due stringeranno infatti un autentico legame, facendosi reciprocamente compagnia, supportandosi con costanza e condividendo i momenti della quotidianità che altrimenti sarebbe piatta e senza gioie. Un racconto dolce e veloce da leggere, adatto tanto ai più piccoli, se letto loro dai genitori, quanto ai più grandicelli. A proposito delle sue favole, lo scrittore cileno disse che «come in quelle antiche, nelle mie favole sono sempre protagonisti animali e questo ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio». 

 

3762570Il mondo alla fine del mondo

Una nave giapponese ha perso parte dell’equipaggio nei mari del Cile e ha subito dei danni. Un giornalista esule cileno legato a Greenpeace decide di tornare nel suo Paese per seguire il caso e scopre che l’imbarcazione stava praticando illegalmente la caccia ai cetacei. Un romanzo breve e avventuroso da cui emerge tutta la passione ecologista dello scrittore cileno. Consigliato a chi già crede in questi valori ma soprattutto a chi ancora non sa di crederci.

 

Sstoria-lumaca-scopri-importanza-lentezza-audiolibro-chiave-sophiatoria di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza
Audiolibro, durata 1h 10min

Quale periodo migliore per scoprire la magia degli audiolibri, come sottofondo alle faccende domestiche o per intrattenere i vostri bambini? Disponibile gratuitamente anche online, questa storia vi farà compagnia per un’oretta, facendovi riflettere ancora una volta sull’importanza della nostra percezione e gestione del tempo.

 

Siamo sicuri che in molti in questi giorni hanno comprato o rispolverato da uno scaffale un libro di Sepúlveda e siamo sicuri che questo, ancora una volta, ci farà sentire un po’ più vicini. Non ci resta che augurarvi buone letture e buon ascolto!

 

La Redazione

 

[Photo credits Wikipedia]

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La chiave per una quarantena filosofica

In questo periodo di pandemia ho scritto un diario giornaliero per tirare le fila del tempo trascorso nella quarantena #iorestoacasa. Ecco gli estratti dei miei monologhi interiori analizzati in chiave filosofica.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 1.
Mi sento tutti i sintomi del COVID-19. Tento di prendermi il polso, ma non riesco a contare i battiti. Ho ritirato fuori il manuale del soccorritore, pensando di poter scoprire delle verità nascoste, manco fossi Carlo Urbani
[…]».

L’angoscia emerge prontamente in questa situazione di incertezza, lasciando la paura razionale chiusa in un angolo remoto del cervello. La paura che è un ottimo meccanismo di difesa non può venire in soccorso nel caso di questa pandemia. Infatti non possiamo circoscrivere il virus a un oggetto ben determinato, esiste invece un’angoscia: chiunque o qualsiasi superficie può essere veicolo del COVID-19 e quindi infettarci.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 2.
[…] Inizio le mie elucubrazioni su tempo e spazio. Che fine ha fatto Joker e il suo “Infinite cose da fare e così poco tempo?”».

Grazie alla clausola derogatoria è possibile in caso di un dichiarato stato di emergenza derogare ad alcuni diritti umani, nel nostro caso: la libertà di movimento.
Dobbiamo fare i conti con la sola dimensione del tempo, che presentandosi a rallentatore consente a tutti noi di riscoprire la capacità di annoiarsi. Anziché “riempire il tempo”, come se in fondo si potesse, lasciamolo scorrere e apprezziamolo come un bene in quanto tale. Bertrand Russell nel suo saggio La conquista della felicità (1930) scriveva: «Una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce».

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 3.
[…] L’Italia? Sembra un romanzo di Philip K. Dick, forse ci serve un guaritore galattico. La convivenza? Un cazzo di sacrificio, una casa in fiamme sarebbe un’idea brillante, Tarkovskij! […]».

La convivenza forzata mette a dura prova le relazioni di amore, amicizia, familiari; figuriamoci quelle non scelte – finisco infatti per simpatizzare per la pagina social Il coinquilino di merda. È necessario ricordarsi l’importanza della volontà di vivere la relazione, non basta trovarsi sotto lo stesso tetto e passare tanto tempo assieme per trovare benessere in un rapporto interpersonale.
In alcuni casi, la situazione è drammatica. Purtroppo la casa, che dovrebbe essere la base della dimensione dell’abitare, quindi rappresentare la protezione entro ciò che ci è parente e che ha cura di ogni cosa, si trasforma in un inferno. Le donne vittime di violenza sono costrette a una convivenza prolungata con il maltrattante.
E poi c’è chi la casa non la ha, rimane fuori e l’unica speranza resta la solidarietà delle persone.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 4.
[…] Penso che il mondo ci stia dando una lezione, ora abbiamo tempo per comprenderla».

La situazione attuale evidenzia come il nostro modus vivendi abbia influito sulla diffusione territoriale del virus, contribuendo ad aumentare il rischio di contagio. È necessario cambiare rotta, o addirittura rimanere fermi, in questo caso. L’umanità si arresta e cominciano a intravedersi alcuni cambiamenti a livello di emissioni di CO2 e di inquinamento. Già, perché il nostro modus vivendi agisce anche sul riscaldamento globale, ricordate?
A tal proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che una delle più importanti conseguenze del riscaldamento globale sarà l’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive1. Il tempo di oggi si trasforma in un’opportunità per conoscere socraticamente noi stessi e diventare consapevoli di essere “esseri nel mondo“.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 5.
Osservo il mondo dal cosiddetto bunker. Intorno a me vedo solo astronauti e mutanti con mascherine e bombole. Gli astronauti si guardano perplessi: togli i guanti, metti i guanti, prendi l’amuchina, disinfetta, guarda il mutante con la mascherina, e ricomincia daccapo. Mi attendono 10 ore, manco fossi nel film
Interstellar sul pianeta “chisiricordailnome” dove il tempo è dilatato e i minuti sono anni. Pensiero cardine del giorno: essere il gatto di Schrödinger fa schifo».

L’essere umano abita la casa dell’incertezza, una condizione che accompagna l’uomo in ogni suo aspetto, a partire dalla riflessione fino al concretizzarsi nell’azione. Come sosteneva Zygmunt Bauman «La vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario». L’incertezza coinvolge due dimensioni: quella del futuro e del rischio. Si è incerti perché si sente più o meno incombente la presenza del rischio nel futuro prossimo; rendendo così non certe le cose a cui ci riferiamo nella dimensione del presente.

«A.D. 2020, giorno di quarantena: 6.
Isolamento giorno: 1.
[…] La mia quarantena è iniziata daccapo dopo aver soggiornato nel bunker insieme ai mutanti. Inizio a scrivere le cose da fare dopo – finita la quarantena – finita la prigione – finita la sofferenza, insomma DOPO: ballare in mutande in strada, abbracciare sconosciuti, fare campeggi in tutte le stagioni in tutti i luoghi, in tutti i laghi con Valerio Scanu, imparare una lingua nuova (speriamo il portoghese, ma va bene anche l’Esperanto) per parlare con più persone possibili, riprendere aikido, yoga e iniziare tutti gli sport di squadra: più si è meglio è. Riesumare vecchie sfide e fare il giro del mondo in 80 giorni toccando più posti o persone possibili».

In questo periodo di sofferenza, penso sia importante visualizzare non che tutto stia crollando ma che ci sia ancora molto che continua e continuerà ad esistere.

 

Jessica Genova

 

NOTE:
1. Per approfondire: qui.

[Fonte immagine: Pixabay]

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Dottore, mi fa male il mondo

Ci sono molte lezioni che potremmo trarre dalla attuale pandemia di Covid-19, un nuovo tipo di Coronavirus che è diventato in breve tempo il microrganismo più famoso del pianeta. Si potrebbe riflettere sul reale annullamento delle distanze, in un mondo in cui la Cina è effettivamente dietro l’angolo e in cui le frontiere tra Stato e Stato tornano ad essere finalmente quel che sono realmente, linee immaginarie che con dogane e posti di blocco non fermano certo la natura. Potremmo riscoprire una comune umanità nella paura della morte che ci rende tutti simili, che si sia impegnati a razziare un supermercato in cerca dell’ultima bottiglia di disinfettante per mani o su un gommone in procinto di attraversare il Mediterraneo. C’è un altro aspetto, però, più sottile ma più intrigante, da poter considerare.

In uno dei suoi aforismi contenuti nella raccolta Scorciatoie e raccontini, Umberto Saba interpreta genialmente i vari mal du siecle come strettamente dipendenti dalle patologie sociali con cui convivono, a tal punto che un male diventa il riflesso dell’altro, la malattia medico-biologica dipende da quella socio-politica e viceversa.

Nell’Ottocento, ad esempio, in epoca di trionfo del Romanticismo, immersa in quelli che Saba chiama «sdilinquimenti sentimentali», non poteva che palesarsi una malattia che letteralmente toglie il fiato, come un sospiro d’amore folle, e che con una vittimologia precisa quanto crudele avrebbe dato vita a immortali storie di amore tragico: la tubercolosi. Il Novecento, viceversa, è stato il teatro dei grandi totalitarismi, di ideologie che, nate come folli dottrine seguite da sparute e spesso ridicole minoranze di facinorosi e spiantati, si sono pian piano insinuate nel tessuto sociale fino a uniformarlo totalmente a sé, dando vita a mostruosità inedite nella storia umana; il perfetto controcanto è rappresentato, ovviamente, dal cancro, una piccola cellula impazzita che passa del tutto inosservata fino a che non è cresciuta, si è metastatizzata, e ha invaso l’intero organismo fino a portarlo alla consunzione.

Cosa possiamo dedurre del nuovo secolo appena avviato, da una patologia come il Covid-19? Da un’epidemia cui viene sistematicamente negata la definizione di pandemia nonostante la diffusione intercontinentale, da un’infezione polmonare che, per quanto contagiosa e virulenta, non causa più vittime di una regolare influenza stagionale, ma che ha generato un panico generalizzato in (al momento) quattro continenti?

Il nostro è un secolo che da subito si è imposto come “post”: governato da una politica post-ideologica e da un’economia post-capitalistica, un mondo post-industriale informato dalla post-verità, con sessualità post-binaria e religioni post-dogmatiche, un’epoca che si definisce solo da ciò che non è. Ciò che questo comporta è evidente anche nella gestione (o mancanza di gestione) dell’epidemia in corso: totale mancanza di fiducia nelle fonti istituzionali e professionali, che porta a allarmismi, complottismi, benaltrismi, panico incontrollato e pericolose sottovalutazioni in egual misura; localismi autoreferenziali in cui non si riesce a trovare neanche quel tanto di coordinamento che basterebbe ad affrontare una situazione emergenziale in modo efficace; autorità centrali impreparate e preda del sentimento popolare che si lanciano in procedure prima carenti poi esagerate, sempre parziali e sempre contraddittorie, alimentando la confusione e la sfiducia di cui sopra; media con deontologie professionali quantomeno elastiche che, alla disperata ricerca di quel tanto di fruitori che servono alla loro sopravvivenza, gonfiano notizie, tacciono informazioni, presentano titoli fuorvianti a una popolazione che raramente si disturba a leggere l’intero articolo.

Seguendo le analogie impostate da Saba, potremmo concludere che il male sociale più diffuso è oggi proprio il vuoto, un nulla gonfiato, nutrito, ingigantito e reso minaccioso da discorsi senza contenuto, da promesse elettorali lanciate al vento, dalla progressiva e inesorabile morte delle idee, della conoscenza, dell’arte, della cultura. Lo stesso vuoto che nelle ultime settimane ha svuotato le nostre strade, i nostri teatri, le nostre scuole e università, i nostri negozi, i nostri cinema, i nostri stadi, e che ha riempito le nostre televisioni, i nostri discorsi, i nostri social network, e un poco anche i nostri ospedali. Di nulla, forse, non si muore, ma questo non vuol dire che esista una cura.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credits NASA su unsplash.com]

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Lo stravolgimento dell’etica medica ai tempi del Covid-19

Abbiamo imparato a conoscerlo bene in queste ultime settimane il Covid-19: una patologia infettiva respiratoria acuta causata da un virus della famiglia dei coronavirusSiamo consapevoli che una parte consistente dei soggetti con diagnosi di infezione da Covid-19 richiede supporto ventilatorio a causa di una polmonite interstiziale caratterizzata da ipossiemia severa e che, circa un decimo di pazienti infetti, richiede un trattamento intensivo con ventilazione assistita, invasiva o non invasiva.

Il covid-19 è la malattia che, da un mese a questa parte, sta letteralmente mettendo in ginocchio le terapie intensive dei nostri ospedali e che ha stravolto non solo l’etica dell’allocazione delle risorse sanitarie nelle terapie intensive, ma l’etica medica in generale. I casi crescenti di insufficienza respiratoria acuta sono tali da causare un importante sbilanciamento tra le necessità cliniche reali della popolazione e l’accessibilità alle risorse intensive, di conseguenza si decide chi curare e chi non curare e lo si decide per età e per condizioni di salute, come in tutte le situazioni di guerraNon vale più il principio di accesso alle terapie intensive secondo cui il primo arrivato è il primo assistito, perché ciò equivarrebbe a scegliere di non curare pazienti successivi che presentano una maggiore speranza di vita e che rimarrebbero esclusi da una terapia intensiva ormai all’apice delle sue possibilità di contenimento.

Il principio cardine è dare la precedenza e favorire pazienti con una maggiore aspettativa di vita. Questo significa stravolgere i principi etici e operativi del nostro sistema sanitario che cura e opera anche per i pazienti in età avanzata che hanno una possibilità di farcela, perché la disponibilità di risorse nel nostro sistema sanitario, solitamente, non è tra i criteri da considerare nel processo decisionale relativo alle scelte mediche.

Ad oggi, il triage medico delle terapie intensive è stato costretto a subire un rivoluzionamento tale che la SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) ha redatto un documento per fornire una guida etica che possa essere di supporto ai medici che si trovano a gestire un’emergenza smisurata rispetto alle loro possibilità di cura1. L’obiettivo è indirizzare le decisioni cliniche complesse, urgenti e incombenti degli operatori della sanità e sollevarli da una parte della responsabilità delle scelte prese.

Secondo le raccomandazioni della SIAARTI il criterio base su cui lavorare è privilegiare la maggiore speranza di vita. Di conseguenza, tra i criteri base per l’accesso alla terapia intensiva e alla ventilazione assistita ci saranno: la valutazione della condizione medica generale, la presenza di patologie concomitanti, la potenzialità del beneficio e l’età del paziente. Tali parametri saranno utilizzati per determinare l’accesso alle cure intensive non solo per i pazienti affetti da Covid-19, ma anche per quelli colpiti da altre patologie gravi. I “malati ordinari” non cessano di esistere e hanno gli stessi diritti degli altri. La scelta di non intraprendere trattamenti intensivi o la loro sospensione andrà comunque motivata, comunicata e documentata. Se si nega la ventilazione meccanica, al paziente devono comunque essere garantite cure alternative o la sedazione palliativa.

È evidente che operare in un contesto di emergenza e pressante urgenza porta all’inesorabile e involontario accantonamento di tutti quelli che sono stati, fino a poche settimane fa, i principi cardine dell’etica in medicina. Non c’è spazio per il rapporto medico-paziente, troppo spesso non c’è tempo per il riconoscimento del diritto del paziente al consenso informato, del rispetto delle sue volontà e della sua autonomia decisionale. Viene accantonato quello stile partecipativo proprio dell’alleanza terapeutica che si fonda sul dialogo, sulla capacità di ascolto, sulla comunicazione empatica tre il medico, il paziente e i suoi familiari. Non hanno più la possibilità di esistere le decisioni condivise. Riemergono, dopo decenni, i principi paternalistici di beneficenza e giustizia, riemerge involontariamente quella deontologia medica che attribuiva al medico il potere di decidere, non solo se e come intervenire, ma anche se e quando informare il paziente sulle sue condizioni.

Non ci sono abbastanza risorse: questa è la realtà e a tale realtà gli operatori della sanità devono adeguarsi. È necessario concentrarsi sulla giustizia distributiva e su un’appropriata allocazione delle risorse sanitarie che al momento risultano limitate. Ma nonostante tutto l’obiettivo rimane sempre lo stesso: pro vita contra dolorem semper.

 

Silvia Pennisi

 

NOTE:
1. SIAARTI, Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili.

[Photo credits pixabay.it]

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